segni distintissimi di elettricità, e dalla semplice evaporazione
dell'acqua, e da varie effervescenze chimiche. Essendo questo un
fatto non meno interessante che nuovo, stimo non inopportuno di
far quì il racconto fedele delle sperienze. Le prime dunque, come
ivi accenno, sono state fatte a Parigi in compagnia di due fisici
illuminati, e membri dell'Accademia R. delle Scienze. Furono questi
il Sig. Lavoisier, e il Sig. De la Place. Eglino concepiron meco
la speranza di un felice riuscimento, quando ebbi loro mostrato gli
effetti del mio _Condensatore_, e spiegata la ragione dei fenomeni;
conseguentemente il Sig. Lavoisier ne ordinò un grande col piano di
marmo bianco. I primi tentativi da me fatti con questo in compagnia
del Sig. De la Place sull'evaporazione dell'acqua, e dell'etere non
furono coronati dal successo; ma il tempo era cattivo, la stanza
troppo picciola, e ingombrata di vapori, e l'apparato non troppo ben
in ordine. All'incontro quelli che ripeterono l'istesso Sig. De la
Place, e Sig. Lavoisier ad una campagna di quest'ultimo ebbero buon
riuscimento. La qual cosa c'invogliò a ripetere e moltiplicar le
sperienze; e il successo fu completo, avendo ottenuto segni chiarissimi
di elettricità dall'evaporazione dell'acqua, dalla semplice combustione
dei carboni, e dall'effervescenza delle limature di ferro nell'acido
vitriolico diluto. Ciò avvenne il giorno 13 Aprile, e la maniera di
far l'esperienza fu questa: si isolò in un'aperto giardino una gran
lastra di metallo, alla quale era attaccato un lungo filo di ferro
che veniva a terminare in contatto dello scudo o disco posato sul
piano di marmo, e questo tenevasi continuamente asciutto, e caldo
da alquanti carboni sottoposti. Ciò fatto ponemmo su la detta lastra
isolata alcuni bracieri ripieni di carboni mezzo accesi, e lasciammo
che la combustione ajutata da un gentil vento che spirava andasse
rinforzandosi per alcuni minuti: allora rimovendo lo scudo dal contatto
del filo metallico, e quindi da quello del marmo, con alzarlo al
consueto modo, vi comparvero i segni aspettati di elettricità, mentre
accostato al nuovo elettrometro del Sig. Cavallo, fece che s'aprissero
i due fili colle pallottoline: esaminata questa elettricità si trovò
essere _negativa_. Si ripetè l'esperienza ponendo sulla lastra isolata
invece dei bracieri quattro vasi con entro limatura di ferro e acqua,
quindi versando in tutti quattro a un tempo abbastanza d'olio di
vitriolo per far sorgere una furiosa effervescenza: quando il più
forte bollore cominciava a cadere, allora fu che rimosso ed esplorato
lo scudo non che movere i fili dell'elettrometro a qualche distanza,
ci diede una sensibile scintilla. Anche quì l'elettricità si riconobbe
essere _negativa_. Quanto furon vivi, e distinti i segni elettrici con
tal prova dell'effervescenza, altrettanto deboli ed equivoci riuscirono
questa volta coll'evaporazione dell'acqua eccitata or con mettere delle
casserole con entro acqua a bollire sopra i bracieri portati come
quì innanzi dalla lastra isolata, ora con versar l'acqua in coteste
casserole previamente ben riscaldate.
Pochi giorni dopo ripetemmo le sperienze in una grande stanza
estendendole alle altre effervescenze che producono l'aria fissa,
e l'aria nitrosa, con buon successo: l'evaporazione sola dell'acqua
produsse segni debolissimi talchè ebbimo pena a determinare di quale
specie fosse l'elettricità; anzi di tre volte, due ci parve che fosse
_positiva_; ma v'è luogo a credere, ed io giudico certamente, che sia
stato un errore.
Ancor passati alcuni giorni si ritornò alle sperienze essendo di
compagnia anche il Sig. Le Roy membro esso pure dell'Accademia
Reale; ma nè la combustione, nè l'evaporazione dell'acqua non dieder
segni sensibili; di che accagionammo l'esser l'aria umidissima per
il tempo piovoso che faceva. Pur ne ottenemmo colla generazione
dell'aria infiammabile nel momento della più viva effervescenza: e
se l'elettricità non fu questa volta così forte da scintillare, lo fu
abbastanza perchè ne distinguessimo chiarissimamente la specie, che era
_negativa_.
Prima di lasciar Parigi (che fu il 23 Aprile) volendo io mostrare
qualche sperienza di questo genere ad un'amatore di elettricità, e
valente macchinista, il Sig. Billaux, una volta che mi trovai nel suo
laboratorio, presi una giara di vetro, e sospesala a un cordoncino di
seta, vi misi i materiali per la produzione dell'aria infiammabile:
avea fatto entrare nella giara medesima un filo di ferro in modo
che toccasse la limatura, e l'altro suo capo sporgente venisse a
comunicare coll'elettrometro sensibilissimo del Sig. Cavallo. Quando
l'effervescenza fu salita al sommo, e la spuma sormontava i labbri del
vaso, le palle scostandosi, dieder segno di elettricità; nè questa fu
così debole, che non potesse conoscersi esser _negativa_.
Le sperienze coll'evaporazione dell'acqua, che non avean troppo bene
corrisposto a Parigi, ebbero poco tempo dopo molto miglior successo a
Londra, quando mi suggerì l'espediente di gettare dell'acqua sopra i
carboni accesi ch'erano in un braciere isolato. L'effumazione rapida
che succede non manca mai di elettrizzare il braciere _negativamente_,
il quale dà segni abbastanza sensibili col solo elettrometro, e
col condensatore, se è ben preparato, arriva a produr scintille. Si
trovarono presenti la prima volta a queste sperienze in casa del Sig.
Bennet grand'amatore di elettricità, l'Ab. Magellan, il Sig. Cavallo, e
il Sig. Kirwan membri della Società Reale, e il Sig. Walker Lettore di
Fisica. Ci servimmo per apparecchio condensatore di un picciolo scudo
d'elettroforo, e d'un piattello di legno, che si trovò al giusto punto
semicoibente, il che è raro quando il legno non è inverniciato.
Un'altra volta in casa del Sig. Cavallo riuscì l'esperienza isolando
un picciolo crogiuolo con entro due o tre carboni accesi, e quindi
versandovi un cucchiaio d'acqua: un filo di ferro che toccava i
carboni, ed estendevasi fino all'elettrometro, vi portò sensibile
elettricità, e sempre _negativa_.
Queste sono le sperienze, che fino ad ora ho avuto occasione di
fare[58]; intorno alle quali non debbo tralasciar di dire, che sebbene
non avessimo sempre bisogno dell'apparecchio _condensatore_ (il quale,
se non è benissimo in ordine, a nulla serve, e può nuocere anzichè
giovare) per aver segni non dubbj, il solo elettrometro sensibilissimo
del Sig. Cavallo avendoci bastato più volte: convien però confessare
che si fu quell'apparecchio che ci mise sulla via di tali sperienze,
e che col mezzo suo solamente potemmo ottenere segni di una certa
forza, e fin la scintilla elettrica. Io non dubito che essendo ora
rese così facili tali sperienze, non siano per essere, e ripetute, e
promosse. Il campo è solamente aperto, e molto resta ancora a fare.
Se i corpi risolvendosi in vapori o in un fluido elastico si caricano
di fuoco elettrico a spese degl'altri corpi, e gli elettrizzano per
conseguenza _negativamente_; venendo in seguito i vapori medesimi
a condensarsi, non cercheranno essi di deporre questo carico, e non
produrranno conseguentemente segni di elettricità _positiva_? Ecco ciò
che merita singolarmente d'essere verificato coll'esperienza. Io ho
già immaginato diversi modi di tentare la cosa che metterò alla prova
tosto che ne abbia il comodo. Intanto mi sia quì permesso di dar corso
per un momento all'idee che volgo in mente intorno all'elettricità
atmosferica.
Le sperienze fatte fin quì, e che abbiamo riferite, benchè non sian
molte, tutte però concorrono a mostrarci che i vapori dell'acqua, e
generalmente le parti d'ogni corpo, che si staccano volatilizzandosi,
portano via seco una quantità di fluido elettrico a spese dei corpi
fissi che rimangono, lasciandoli perciò elettrizzati _negativamente_,
non altrimenti che ne portan via una quantità di fuoco elementare, con
ciò raffreddandoli. Quindi vuolsi inferire che i corpi risolvendosi in
vapori, o prendendo l'abito aereo, acquistino una maggiore capacità
rispetto al fluido elettrico, giusto come l'acquistano maggiore
rispetto al fuoco comune o fluido calorifico. Chi non sarà colpito da
così bella analogia, per cui l'elettricità porta del lume alla novella
dottrina del calore, e ne riceve a vicenda? Parlo della dottrina del
calor _latente_ o _specifico_, come si vuol chiamare, di cui Black, e
Wilke colle stupende loro scoperte han gettato i semi, e che è stata
ultimamente tanto promossa dal D. Crawford dietro le sperienze del D.
Irwine.
Seguendo questa analogia, siccome i vapori allorchè si condensano,
e ritornano in acqua, e conseguentemente alla primiera più angusta
capacità, perdono il lor calore _latente_, ossia depongono il di
più di fuoco che si avevano appropriato volatilizzandosi; così pure
manderan fuori il fluido elettrico divenuto ora ridondante. Ed ecco
come nasce l'_elettricità di eccesso_, che domina sempre più o meno
nell'aria anche serena, a quell'altezza in cui i vapori cominciano
a condensarsi; la quale è più sensibile nelle nebbie, ove quelli si
condensano maggiormente; e infine fortissima laddove le folte nebbie si
agglomerano in nubi, e già si figurano in goccie. Fin quì l'elettricità
dell'atmosfera sarà sempre _positiva_. Ma formata che sia una nube
potentemente elettrica _in più_, ella avrà una sfera di attività
intorno ad essa, nella quale se avviene ch'entri un'altra nube,
allora giusta le note leggi delle _atmosfere_, gran parte del fluido
elettrico di questa seconda nube si ritirerà verso l'estremità più
lontana dalla prima, e potrà anche uscirne ove incontri o altra nube, o
vapori, o prominenze terrestri che lo possan ricevere: ed ecco una nube
elettrizzata _negativamente_, la quale potrà a sua posta occasionare
coll'influsso della propria atmosfera l'elettricità _positiva_ in una
terza, ec. in questa maniera s'intende benissimo come si possano avere
sovente ne' conduttori atmosferici segni di elettricità _negativa_ a
cielo più che coperto; e come ne' temporali specialmente, ove molte
nubi si veggono pensili, e staccate vergere al basso, e or ondeggiare
per qualche tempo, ora scorrere le une sotto le altre, or trasportarsi
rapidamente, l'elettricità cambi più volte, e spesso a un tratto da
_positiva_ in _negativa_, e vice versa.
Or anche non fia più stupore, che l'eruzioni de' vulcani, siano state
sovente accompagnate da fulmini: in ispecie quella strepitosissima del
Vesuvio dell'anno 1779, in cui infinite saette si son vedute guizzare
entro gl'immensi globi di fumo. Le poche sperienze fatte mi han dato
a vedere che la quantità di elettricità prodotta dalle effumazioni,
dipenda molto e dalla copia de' fumi che s'alzano, e singolarmente
dalla rapidità. Or quale e quanta non dee essere l'elettricità in
simili eruzioni?
_Fine della Parte I. del Tomo I._
INDICE
DELLE MATERIE CONTENUTE IN QUESTA
PARTE PRIMA DEL TOMO PRIMO
_De Vi Attractiva Ignis Electrici ad Joannem
Baptistam Beccariam. Dissertatio Epistolaris_ Pag. 1
_Novus ac simplicissimus Electricorum tentaminum
apparatus etc. _ 61
_Lettere sull'Elettroforo perpetuo_ 103
_Sopra la capacità de' Conduttori Elettrici.
Lettera al Sig. De Saussure_ 165
_Del Condensatore. Memoria letta alla Società
R. di Londra_ 219
[Illustrazione: T. I. — Tav. I.]
[Illustrazione: T. I. — Tav. II.]
NOTE:
[1] Parad, c. 2. v. 96.
[2] Nuovi Commentarj dell'Accademia di Pietroburgo, T. 7.
[3] Trans. Filosof. di Londra dell'an. 1759.
[4] Mem. dell'Accad. di Parigi an. 1761. p. 248.
[5] Miscellan. Taurin. T. 3.
[6] _Dissertatio epistolaris de attractione ignis electrici_ etc., che
è la prima della presente collezione.
[7] Ivi pag. 34.
[8] Ivi T. 1. Par. 1. pag. 165.
[9] Questa lettera è la prima della presente collezione accennata di
sopra.
[10] Elettr. Art. §. 134.
[11] »Je verrai avec bien du plaisir votre nouveau système sur les
causes de l'électricité, quand vous le ferez paroître: je serai
surpris, si vous tirez de l'attraction Newtonienne des explications
physiques des phénomènes de ce genre; il me semble, qu'en laissant
subsister les loix, qu'on attribue à cette espèce de vertu, il est
bien difficile de rendre raison des principaux faits: personne jusqu'à
présent n'a osé l'entreprendre; il sera glorieux pour vous de l'avoir
fait avec succès«.
[12] Plurima congessit Musschembroekius _Essai de Physique_. Vide etiam
_Nouveau Cours de Chymie selon les principes de Newton, et de Sthal_.
[13] Theoria Philosophiae Naturalis ad unicam legem redacta virium in
Natura existentium.
[14] Censeo ego quidem concursum ferri et magnetis a principio
attractionis pendere, contendant licet plurimi impulsu fieri
effluviorum magneticorum.
[15] Haec fuerunt argumenta, quae pro vi attractiva ignis electrici
primo mihi se obtulerunt, quaeque ad theoriam vitrorum me deducebant,
cujus specimen jam ab anno 1763 exhibui Nolleto. Res erat tunc quidem
male digesta: nam nihil ferme adduxeram, praeter exemplum magnetis, cui
maxime insistebam.
[16] Cum ea, quae puteo in apertura redacto consequuntur pervidere
juvat, experimentum ego similiter, ac Tu faciebas, instituo in tubo
charta crassiori inaurata conflato, cujus chartae ita involutae limbos
staminibus sericis distraho, atque ad planam superficiem distendo.
[17] Haec etiam in tibiali serico optime eveniunt etc.
[18] Quest'Operetta fu dedicata dall'Autore al celebre Spallanzani, a
cui pure inviò una piccola macchina elettrica con disco ed isolatori di
legno ben tostati.
[19] In Lectionibus Physicae experiment. tom. VI. lect. XX. pag. 188.
Italicae edit.
[20] L'Autore mi ha avvisato con lettera che qui converrebbe fare una
correzione, ed è: quando scrisse quest'Opuscolo guidicò dalla citata
lezione di Nollet che Ammersino non avesse conosciuto che i legni
fritti nell'Olio divenissero ancora _Idiolettrici_ eccitabilissimi.
Alcuni anni dopo però venne in cognizione che il detto Ammersino avea
sì bene conosciuta questa proprietà, che intitolò la sua Operetta _De
Electricitate ligni_.
[21] Pag. 27, et seq.
[22] Dissert. de vi attract. ignis elect. pag. 31.
[23] Contingit etiam ut paucis aestivis diebus in deterius abeant
ligna, quae per hiemem ad plures menses integra virtute servantur.
[24] Carbones inter haec corpora ii sunt, qui majorem picis dosim
requirunt.
[25] Phaenomenum hoc _aurae electricae_ nullibi probe expensum, ut
meretur, inveni. Ego quidem jam olim ex lege motuum electricorum illud
repetere non dubitavi. Nolleto enim contendenti hanc _auram_ verum
esse effluxum ignis e corpore electrico, atque hoc ipsum obtrudenti,
ut evinceret e corporibus, quae apud nos sunt electrica _defectu_,
ignem effluere, non secus ac a corporibus electricis _excessu_,
siquidem ut in his, in illis _aura_ persentitur, hoc, inquam. Cl. Viro
objicienti respondebam: nullatenus esse ipsum ignem qui cutem impactu
suo titillat; verum aerem legi motuum electricorum obtemperantem
hoc praestare: quod sane innuit sensus ipse, quem in cute percipimus
ventuli nempe lenis frigidiusculi admota manu cuspidi catenae fortiter
electricae, vel admoto ori tubo nuper perfricato cujusdam titillationis
illi non absimilis, quam persentimus cum levis aranea ori impingit.
Quod si _aura_ verus esset ignis electrici effluxus, an censemus leni
illo ac ferme cunctanti motu procederet, ac cutem veluti lamberet
fluidum istud actuosum, ac ultra captum tenuissimum, cujus ingenium est
et vis corpora, ut est manus, _deferentia_ quam celerrime permeare?
[26] Consulatur Dissert. de vi attract. ignis elect. pag. 18 et seq.
[27] Ibid.
[28] A pag. 26 ad pag. 31.
[29] Pag. 33 et seq. et pag. 46 ad pag. 57.
[30] Dissert. de vi attract. pag. 19, 20.
[31] _Aquam gummatam_ vocum egestate usurpo pro eo quod nobis est
vernice.
[32] Estratto dai Vol. 9.º e 10.º della Scelta d'Opus. di Milano.
[33] (Beccaria §. 939 Elettricismo artificiale), (pagina 196
Elettricismo naturale) il Tomo 7. de' nuovi Commentari di Pietroburgo.
Beccaria Observat. atque exper., quibus Electricitas vindex late
constituitur, atque explicatur.
[34] Dell'Elettricismo artificiale, 1772, pag. 404 e seg.
[35] Si propone di dare in una Memoria a parte il dettaglio di varie
delicate sperienze con le combinazioni non che d'una lastra, e dello
snudamento d'una faccia, ma di ambe le faccie sì d'una lastra che
di due. Per questo ho trovato ultimamente potermi valere di lastre
di vetro intonacate di mastice; giacchè anche con esse ottengo la
maravigliosa durevolezza de' segni. La Memoria tratterà _dell'Azione
dell'Atmosfere Elettriche, e de' fenomeni che ne derivano negli strati
isolanti_.
[36] Estratti dai Vol. 12º, e 14º della Scelta d'Opuscoli di Milano.
[37] La presente lettera fu dall'autore scritta in Francese, ed è
riportata (tradotta in Italiano) nel Vol. 20 della Scelta d'Opuscoli di
Milano pag. 32.
[38] Il P. Beccaria nella grande sua Opera dell'Elettricismo
Artificiale 1772 n. 953 propone le seguenti questioni. «I. Quando
stropiccio un nastro sopra di un piano, e dopo lo stropicciamento
gli resta aderente, ritiene egli in tale stato l'Elettricità sua,
ovvero la smarrisce in esso, e non ritiene che la disposizione di
ripigliarla quando ne è disgiunto? II. Quando il nastro bianco, o
nero per l'attuale elettricità contraria, cui hanno, volano ad unirsi
l'uno, all'altro, o quando uno di essi vola ad unirsi alla tavola,
al muro ec., ritengono essi in tale stato di adesione le attuali
loro elettricità, ovvero vogliamo dire, che le smarriscano, e che
non ritengano che la disposizione di riacquistarle nell'attuale
disgiungimento?» Prosiegue n. 954. «Pare, che siasi opinato, che
gl'isolanti elettrizzati condotti al detto stato di adesione ritengano
le attuali loro elettricità; e ognuno ha dovuto tanto più facilmente
condiscendere a tale opinione, quantochè la particolare adesione
non insorge tra un corpo isolante, e un altro isolante, o tra un
corpo isolante, e uno deferente, se non in quanto gl'isolanti sono
attualmente elettrizzati; sicchè l'adesione particolare permanente pare
un indicio della permanente elettricità. Oltrechè la elettricità, che
si osserva di nuovo dopo il disgiungimento, pare, se non si facciano
altre considerazioni, che ne addimandi la permanenza nello stato di
adesione.»
Queste infatti sono le ragioni ch'io avea esposte, e incalzate nella
già nominata dissertazione _De vi attractiva ignis electrici_, per
sostenere la permanenza d'una dose di elettricità ne' _coibenti_ nello
stato di adesione, e conseguentemente nelle lastre dopo la _scarica_:
alle quali ragioni aggiugneva pur quella della difficoltà, e lentezza
di moto, con cui, sebbene sbilanciato entra o esce il fluido elettrico
ne' detti corpi coibenti, per condursi al naturale equilibrio; a cui
perciò non può giugnere, che dopo lungo tratto di tempo. Il P. Beccaria
non ha creduto per tante ragioni addotte dover recedere dall'opinione
sua, ma contrapponendone altre a suo giudizio di maggior peso, che
vien esponendo dal n. 955 al 960, ha conchiuso novellamente: «I. Che
gl'isolanti elettrizzati nel passare allo stato di adesione smarriscono
l'attuale loro elettricità. II. E che nell'atto del disgiungimento
la ripigliano». Ora studiandomi io di ribattere queste sue ragioni,
mi fermai singolarmente intorno alla prima, la risoluzion della
quale credetti bastar potesse a decider la questione. Ecco come da
lui si propone. «Primamente io osservo che nell'atto che al bujo
disgiungo un nastro da un tavolino, sopra cui l'ho stropicciato, nè
successivi luoghi del progressivo disgiungimento appare un solco di
luce, in conseguenza del quale ogni parte ultimamente disgiunta dà
già i convenienti segni di elettricità a differenza della parte, che
resta ancora aderente, la quale, fintantochè resta aderente, non dà
niunissimo segno. E però il detto solco, cui ho osservato anche ne'
successivi disgiungimenti, a me vale di prova significantissima della
elettricità, che il nastro dopo lo stropicciamento aveva dismessa
nel deferente piano, e che nell'atto dello stropicciamento (deve dir
_disgiungimento_) sta ripigliando» Egli opina adunque (facciam il caso
più determinato, ed esperimentiamo sopra un quadro di vetro; giacchè
conviene egli nello stabilire n. 964. «Che la legge della elettricità
vindice nelle lamine isolanti compatte, v. g. nelle lastre di cristallo
generalmente è la stessa, che la legge della elettricità vindice ne'
corpi isolanti rari, v. g. ne' nastri») che quando la faccia del vetro
è elettrica _in più_, e le si applica la sua _veste_, ossia una sottil
lamina metallica, vi deponga realmente tutta la sua elettricità, cioè
il fuoco ridondante, che poi venga a ripigliare dalla veste medesima
nell'atto del disgiungimento; in conseguenza, che i tratti di luce, che
ne spuntano seguano lo scorrimento del fluido elettrico dalla detta
_veste_ alla faccia del vetro snudata. Non poteva egli altrimenti
conchiudere ne' suoi principj: io conchiuder doveva l'opposito ne'
miei. Stabilendo io, che la faccia isolante del vetro sebben applicata
alla lamina metallica non deponga già tutto il fuoco ridondante,
ma ne ritenga buona parte; che perciò miri a scacciare altrettanto
di nativo dalla stessa lamina, onde ottenere, in luogo del vero, ed
assoluto equilibrio (che non le si dà per l'impedito moto del fluido
incappato dirò così nelle parti del vetro medesimo) un supplemento a
questo, o, come amerei chiamarlo, un _equilibrio di compenso_; che indi
nasca l'adesione della veste colla faccia del vetro, l'azione tutta
rivolta indentro, e la niuna apparenza de' segni al di fuori ec.; che
in una parola, divenga la veste elettrica _per difetto_, mentre la
faccia del vetro persevera ad esserlo _per eccesso_, standosi unite:
stabilendo, dico, tali principj ne veniva in seguito, che la luce, che
appare per lo snudamento, debba essere luce del fluido che scorre dal
vetro elettrico _in più_ alla lamina elettrica _in meno_. In mio senso
adunque que' discorrimenti di luce non dinotano l'elettricità, che
estinta già, venga di bel nuovo ad indursi; ma sibbene la permanente,
ed attuale nella faccia del vetro con la contraria nella veste, che
scappa in parte, e si dissipa.
Fra queste contrarietà il fatto semplicemente dovea decidere; e ben
mi parve, che il solo contemplar attentamente la forma, che veston
que' tratti di luce bastar potesse a por la cosa in chiaro. Osservai
difatto, che caricata una lastra di vetro, e scaricatala, nell'atto
indi di alzar con fili di seta la laminetta metallica, che vestiva la
faccia _ridondante_, i piccoli getti di luce non avevan più la figura
di _fiocchi_ spandentisi dalla lamina al vetro (come esser dovrebbono
nella supposizione del P. Beccaria), ma quella anzi di luce affluente
alla stessa veste, con apparire più che altrove distintissime le
_stellette_ agli orli, e sugli angoli di essa. Il contrario accadeva
snudando l'altra faccia _deficiente_ del vetro; la foglietta metallica
divenuta nella scarica, secondo i miei principj, elettrica _in più_
tostochè alzavasi spandeva d'attorno bellissimi _fiocchi_. Fui dunque
sicuro non per conseguenza solo de' meditati principj, ma per dirette
osservazioni, e prove di fatto, che la faccia della lastra all'atto
dello snudamento non ripigliava il suo primo fuoco _ridondante_ a spese
dirò così della veste, che anzi questa ne tirava a se per rifarsi d'un
già sofferto spogliamento (il contrario s'intende nello snudamento
della faccia _difettiva_): che dunque la luce trallo disgiungimento
mirava non già ad indurre elettricità in ambedue, bensì a dissipar la
esistente, segnatamente quella della veste. Allora conchiusi, che ove
trovassi mezzo di sofocare, od impedire in molta parte questa luce,
che vuol dire un cotal disperdimento di elettricità, ottenuta l'avrei
più vigorosa nella veste separata, e di tanto appunto più vigorosa,
quanto a minor effusione di luce fosse lasciato luogo. Il mezzo mi
suggerì ben tosto, come era ovvio: si trattava di scansar ogni angolo
nell'armatura, essendo dagli angoli, e dalle punte singolarmente,
che scappa l'elettricità: tanto ho io praticato, surrogando alle
sottili lamine metalliche per armatura quella foggia di _scudo_
convenientemente grosso ben ritondato, e forbito.
Or l'evento respondendo per intiero all'aspettazione, nuovamente, e
invincibilmente confermò l'opinion mia: che l'atto dello snudamento
non va inducendo elettricità, piuttosto ne eccita a dissiparsi;
che in conseguenza quella, che mostrano respettivamente contraria
la faccia _isolante_, e l'_armatura_ separate, l'aveano già prima
stando unite; che finalmente nell'isolante è parte della stessa,
e propria sua elettricità, di quella cioè, che regnava prima della
scarica (onde pare, che converrebbe di chiamarla col termine piano
di _permanente_, anzichè con quello più specioso che proprio di
_vindice_); nell'armatura si è l'elettricità contraria indotta mercè
del toccamento, o scarica, per l'azione appunto di quella _permanente_
intesa a portare tal fatta di equilibrio, che son venuto a distinguer
col nome di _equilibrio per compenso_. Ma non è quì luogo di stendermi
intorno a questo fecondissimo principio, che abbraccia quello delle
_atmosfere elettriche_, anzi è lo stesso in fondo, e che verrò
ampiamente svolgendo, e confermando nella memoria già da qualche tempo
promessa.