altro a che si riduce? Ad esporre il piatto di marmo al sole, od a
presentarlo per poco d'ora innanzi al fuoco d'un cammino, o al più
tenerlo su d'un piccolo braciere ove sia o cener calda, o pochi carboni
accesi), io suggerirò il mezzo di dispensarsene molte volte; basta
dare alla faccia piana del marmo una buona mano di vernice copal, da
asciugarsi quindi in una stufa ben calda o in un forno tantochè prenda
un color d'ambra tirante al bruno. La vernice medesima d'ambra sarà
ottima, siccome pure la lacca. Con ciò non solo i buoni, ma i cattivi
marmi eziandio serviranno mirabilmente all'intento (che è pure un
gran vantaggio) serviranno senza previo riscaldamento, o almeno senza
continuarlo loro durante l'esperienza; quando però l'ambiente non sia
molto umido, e quando per raccogliere sufficiente elettricità non debba
stare la lamina metallica troppo lungo tempo, 8, o 10 minuti es. gr.
posata su tal piano di marmo verniciato; che allora converrebbe per lo
più mantenere esso piano un po' caldetto.
XVII. Appigliandosi allo spediente della vernice si può benissimo in
luogo del piatto di marmo far servire una lamina di metallo eguale
all'altra lamina o sia scudo, e resa perfettamente combaciante. Se la
vernice si desse ad amendue le faccie combacianti, non sarebbe male;
ma basterà anche il darla all'una o all'altra: in questo caso però una
mano sola di vernice, che sarebbe più che sufficiente per la lastra di
marmo, forse non basteria per la lamina metallica, ma ce ne vorrebbe
una seconda, ed anche una terza mano.
XVIII. Ma con ciò, mi si dirà, noi siam ricondotti ad un vero piatto
d'elettroforo, giacchè l'intonaco di vernice tien qui luogo del sottile
strato di resina. Io non voglio negarlo; anzi dirò, d'aver provato che
e il metallo e il marmo singolarmente così inverniciati, son tali, che
l'elettricità vi si affigge facilmente per comunicazione, e non men
facilmente vi si eccita per istrofinamento, talchè il solo strisciare
che faccia lo scudo sulla superficie inverniciata del piatto, o il
percuoterla con qualche forza mentre si viene a posarvi sopra cotesto
scudo, basta perchè poi dia segni sensibili di elettricità allorchè
se ne distacca. Talora anzi non è possibile d'impedire che questo
succeda, per quanto si procuri di posar lo scudo pian piano, e di
alzarlo senza punto strofinare. Tal importuna elettricità però è
debolissima, e non si suscita che nel caso in cui il piatto verniciato
si trova asciugatissimo, e ancor tiepido dal sole o dal fuoco. Sì fatto
riscaldamento adunque non solo non è necessario per il più delle nostre
esperienze quando adoperiamo un piano verniciato, com'è necessario
quasi sempre ove s'adoperi marmo nudo (§. XIII. XV. XVI.), ma è di più
pregiudizievole, perciò che dando luogo ai fenomeni d'_elettroforo_,
può facilmente produrre equivoci, ed incertezze (§. VIII.).
XIX. Qual vantaggio adunque mi si dirà un'altra volta, nell'adoperare
in luogo di un piatto incrostato, al solito degli Ettrofori, di
resina, un piatto solamente verniciato? Altronde si è pur detto che
vuol preferirsi un piatto nudo di marmo (§. XI. e seg.). Il vantaggio
del piatto verniciato sopra un ordinario d'elettroforo è: I.º che la
vernice sarà sempre più sottile di qualunque incrostatura resinosa;
II.º che quella meglio che questa può lasciare la superficie del
piatto, sia di marmo sia di metallo, piana e liscia in modo, che lo
scudo vi s'adatti ancora quasi a coesione: due circostanze, quali
veduto già abbiamo (§. VI. VII. XIV.) quanto influiscano alla buona
riuscita delle sperienze di cui si tratta. Riguardo al piatto nudo di
marmo, egli è ben vero che questo può servire egualmente bene, e forse
meglio s'egli è d'ottima qualità, o allorchè si tenga convenevolmente
riscaldato (§. XIII.); ma valutando bene le cose, l'incomodo, cioè di
tal preparazione, qualunque egli sia (§. XVI.), e la difficoltà d'aver
il marmo perfetto (§. XV.), credo che convenga ancora l'espediente
della vernice, che vi dispensa da tutto questo salvo solamente
qualche prova che duri assai lungo tempo (§. XVI.) quando ex. gr.
l'elettricità atmosferica è sì poca che devon passare più minuti prima
che se ne possa raccorre una quantità sensibile. Vi resta è vero,
l'altro inconveniente di potersi per poco affiggere l'elettricità alla
superficie di detta vernice; ma oltrecchè anche il marmo perfettamente
asciutto, e molto più se caldo, non va esente da tal incomoda
disposizione, egli non è poi tanto difficile di ciò scansare adoperando
le debite attenzioni; e l'accurato sperimentatore non lascierà di
assicurarsi coi mezzi che già si sono indicati (§. VIII.), che non
trovisi neppur ombra di elettricità impressa alla faccia verniciata,
quando imprende a fare col Condensatore delle sperienze delicate.
XX. Al piatto di marmo, o di metallo inverniciate va di paro un piano
qualunque coperto di buona tela incerata secca, e monda, di taffettà
cerato, o gommato, di raso o d'altro drappo di seta il quale più
che è sottile è meglio: dico, che questi piani così vestiti van di
paro agl'altri verniciati, stante che non han bisogno che d'avere
cotal veste ben asciutta, e al più un pocolino riscaldata prima di
servirsene; anzi pure e la tela e il taffettà incerati non attraendo
molto l'umido, non hanno di ordinario neppur bisogno d'esser posti al
sole o al fuoco innanzi farne uso. Il ciambelotto, il feltro, ed altri
drappi di pelo son buoni anche essi, ma men della seta; quei di lana,
o di cotone, meno ancora; e più infelici sono quei di canape, e di
lino: ad ogni modo un buon asciugamento, e un gentil calore continuato
possono abilitare anche questi, siccome pure abilitano la carta, il
cuojo, il legno, l'avorio, e gli altri ossi: tutti in somma i corpi che
sono da se stessi imperfettissimi conduttori, anzi non conduttori, ma
che sono troppo bibaci dell'umido, cui perciò convien espellere fino a
un certo segno.
XXI. Dico _fino a un certo segno_: perchè un troppo grande isolamento
è pregiudizievole anzichè nò, come si è già accennato (§. XII.), e
come si farà più chiaramente vedere nella 2.ª parte di questa memoria.
Or dunque se i detti corpi vengano spogliati affatto d'umido, posti
per esempio a seccare nel forno, in tal caso siccome diverranno veri
e perfetti coibenti al par delle resine; così non serviranno più al
nostro intento, a men che non sian ridotti ad uno strato sottile, e
questo strato venga applicato ad un conduttore (ivi) in modo che ne
risulti un vero piatto di elettroforo.
XXII. Non lascerò da ultimo di dire, che si può rendere l'apparecchio
ancor più semplice, se si applichi, sia l'intonaco di vernice, sia la
veste d'incerato, sia il taffettà od altro velo di seta, sia infine
qualunque materia semi coibente, alla lamina superiore cioè allo
_scudo_, in luogo di coprirne l'inferiore cioè il _piatto_; il qual
piatto in questo caso diventa inutile, servendo allora in sua vece un
piano qualunque egli sia, una tavola di legno o di marmo, anche non ben
asciutti, una lastra di metallo, un libro, od altro conduttore, buono
o cattivo che sia, sol che vi si possa applicare convenientemente la
faccia vestita dello scudo.
E in vero altro più non si ricerca per la buona riuscita delle
sperienze, se non che l'elettricità la quale tende a passare dall'uno
all'altro dei piani combaciantisi, incontri sull'una delle superficie
tale resistenza, che valga a trattenerla, come si è già accennato
(§. XI.), e si farà chiaro nella stessa seconda parte; dove al dipiù
mostrerassi, come a tale effetto basti anche una piccola resistenza.
Ciò posto: che lo strato sottile coibente o quasi coibente tenga al
piano di sotto, o a quel di sopra, egli è lo stesso; quello che importa
è che si combacino bene (§. VII): la qual cosa non è sì facile ottenere
allorchè si posa lo scudo su d'una tavola, od altro piano non preparato
a bella posta. Egli è solo per questa ragione, per ottenere cioè un più
esatto combaciamento, che io dò la preferenza a due piani lavorati un
sopra l'altro, che intonaco poscia, od amendue, o quel solo, che più mi
piace (§. XIV. XVII). Del resto la comodità d'avere per tutto apparato
una sola lamina di metallo inverniciata da un lato, o coperta di
taffettà, e dall'altro guarnita di tre cordoncini di seta, fa che io me
ne serva più comunemente; e la riuscita, se non agguaglia per avventura
quella dell'altro apparecchio composto dei due piani lavorati un sopra
l'altro, è tale però che basta d'ordinario all'intento.
XXIII. Fin quì abbiamo considerato l'utile che si può ritrarre
dal nostro _apparecchio condensatore_, applicato ai conduttori per
esplorare l'elettricità atmosferica, allorchè è debole affatto, ed
impercettibile[51]. Questo però, a cui vien destinato principalmente,
non è il solo uso che far se ne possa, nè il solo vantaggio che esso ci
procura: il medesimo serve altresì molto per l'elettricità artificiale,
a discoprirla cioè ove per altra via non si manifesterebbe, o renderne
i segni assai più cospicui. Molti sono i casi, in cui l'elettricità,
che è nulla in apparenza o molto dubbia, vi si renderà chiara, e
sensibilissima coll'ajuto di tal apparecchio: ne andrò accennando per
modo d'esempio alcuni.
XXIV. 1.º Una boccia di Leyden caricata, e quindi addotta alla scarica,
coll'applicarvi tre, o quattro volte l'arco conduttore, o con replicati
toccamenti della mano, chi non crederebbe che fosse omai spogliata
affatto della sua elettricità? Così sembra infatti esplorandola
con qualsivoglia Elettrometro anche de' più sensibili. Pure toccate
coll'uncino di tal boccia la lamina metallica posata convenevolmente
(cioè sopra qualunque piano, s'ella è ben inverniciata nella faccia
inferiore, o vestita di taffettà ec. oppur s'è nuda sopra un sottile
strato resinoso, o su d'un incerato, o su drappo di seta, o sopra
tavola di legno inverniciata, o sopra lastra di marmo ben asciutto),
e tosto alzata cotal lamina o scudo interrogatela che ne avrete segni
elettrici sensibilissimi: dal che concluderete che l'elettricità della
boccia non era già tutta spenta, come appariva. Che se questa avesse
mai una carica sensibile a segno di attrarre un leggier filo, in tal
caso lo scudo toccato dal di lei uncino anche per un sol momento, e
quindi alzato, vibrerà vivace scintilla: riposto lo scudo, ritoccato
coll'istesso uncino della boccia, e rialzato di nuovo, ne otterrete
una seconda scintilla, nulla o poco men vivace della prima; e un tal
giuoco potrassi continuare per molte e molte volte con pari diletto, e
meraviglia.
Cotesto artificio di produrre scintille, e replicarle a piacimento
con una boccia, che non ha carica sufficiente per darne neppur una
da se sola, vi appresta una grande comodità per varie sperienze
dilettevoli, come quelle della mia _pistola_, e della mia _lucerna
ad aria infiammabile_, massimamente trovandovi provveduto d'una di
quelle boccette preparate alla maniera del Sig. Tiberio Cavallo[52], le
quali si possono portare cariche in tasca molto tempo. Queste, poichè
conservano una carica sensibile alcuni giorni, ne conserveranno una
insensibile per settimane, e mesi: insensibile dico, senza l'ajuto del
nostro apparecchio condensatore; ma con questo sensibilissima, e più
che sufficiente all'uopo di accendere l'aria nella pistola ec.
XXV. 2.º Avete una macchina elettrica meschina, così mal in ordine,
e in tali circostanze sfavorevoli d'umido ec., che non potete trarre
la più piccola scintilla dal conduttore, il quale appena attrae un
leggerissimo filo, o non giugne neppur a tanto? Or via fate toccare
a tal conduttore inerte il nostro apparecchio, ossia lo scudo posato
come conviene sul piano, e lasciate che il toccamento duri per qualche
minuto, tenendo intanto in azione la macchina; e vi riuscirà di
ottenere col solito giuoco di staccare lo scudo dal sottoposto piano,
una buona scintilla, ed ogn'altro segno vivace.
XXVI. 3.º Sia pure la macchina buona, e agisca a dovere; ma il suo
conduttore trovisi così male isolato, che l'elettricità non vi si possa
accumulare a segno di dar scintilla, e neppure di attrarre un filo:
come accade quando l'istesso conduttore tocca al muro della stanza,
o quando una catena pende da esso sopra una tavola, e fin sopra il
pavimento della stanza. In simil caso crederete che l'elettricità per
quelle comunicazioni si disperda intieramente, ma cercando più oltre,
ricorrendo cioè al condensatore, troverete che un poco se ne trattiene
ad ogni momento nel conduttore tuttochè non isolato, tanto che durando
l'azione della macchina qualche tempo, i molti pochi raccolti insieme
nello scudo, per la vantaggiosa disposizione ch'egli ha di tirar sopra
di se l'elettricità (§. II.), fanno ch'il medesimo sia poi in istato di
dar segni abbastanza forti.
XXVII. 4.º L'ordinaria maniera di strofinare alcuni corpi, e quindi
presentarli ad un elettrometro, onde vedere se per tal mezzo abbiano
o nò contratto qualche elettricità, è in molti casi insufficiente,
dimodochè sovente si crede che sia nulla, sol perchè debolissima. Si
trae dunque un gran vantaggio strofinando i corpi dubbi collo scudo
o lamina metallica del nostro apparecchio, che in questo caso deve
esser nuda, poi levatala in alto isolata, interrogando lei medesima,
la quale darà segni abbastanza sensibili per qualunque piccola ed
insensibile elettricità eccitata nel corpo contro cui si è strofinata,
e dinoterà quale specie di elettricità quello abbia contratta, giacchè
si sa che debbe essere nei due contraria. Anche il Sig. Cavallo
si serviva di questo mezzo per iscoprire l'elettricità in molti
corpi[53]. Ma ve n'è uno a certi riguardi migliore, che certamente
nè egli nè altri, ch'io sappia, han conosciuto. Quando il corpo, di
cui si vuol provare la virtù, non è tale che vi si possa addattare
in piano la lamina metallica per dimenarla sopra strofinando, si
faccia in vece così: posata la lamina o scudo sopra il solito piano
semicoibente, si strofini essa, o meglio si percuota a vari colpi
col corpo in questione; il che fatto si levi la lamina, e si osservi
se è elettrizzata: lo sarà senza meno nel caso che vi siate servito
a percuoterla di una striscia di cuojo, di una corda, d'un pezzo di
panno, di feltro, o simili cattivi conduttori; e lo sarà assai più che
se l'aveste sferzata, o strofinata per egual maniera coi medesimi corpi
stando essa lamina metallica isolata. In somma coll'uno, o coll'altro
degl'indicati mezzi voi otterrete elettricità da corpi che non avreste
mai creduto che godessero di questa virtù; la otterrete, anche da
corpi non secchi, da tutti infine, eccetto solo i metalli, e i carboni:
dirò di più, ch'io ne ho ottenuto qualche volta strofinando la lamina
metallica col rovescio della mano nuda.
XXVIII. 5.º Si è cercato se il calore, l'evaporazione, le fermentazioni
ec. producano qualche grado di elettricità, ossia cagionino qualche
alterazione alla dose naturale del fluido elettrico nei corpi che
subiscono coteste azioni, e in quelli che sono in contatto coi
medesimi. La ricerca era di grande importanza per fissar pure qualche
idea sull'origine dell'elettricità naturale, ossia atmosferica. Io
so di molti che hanno tentato specialmente sull'evaporazione delle
sperienze invano (_Franklin, De Saussure, Wenly, Cavallo_), e che
hanno infine rinunciato alla speranza di ottenere per tal mezzo segni
elettrici; nè so d'alcuno che sia ancor giunto ad ottenerli. Le mie
proprie sperienze non avean avuto miglior successo; con tuttociò
ben lungi di rinunciare ad ogni speranza, io le andava sempre più
nodrendo. Da gran tempo fissato mi era in mente che le dissoluzioni,
le effervescenze, le volatilizzazioni ec. sconvolgendo le minime
particelle dei corpi, e forma, e posizione mutandone, doveano
coll'alterazione delle forze mutue di esse particelle, aumentare o
diminuire le respettive capacità dei corpi medesimi sottoposti a quei
moti intestini (le capacità dico, a contenere il fluido elettrico);
e conseguentemente occasionare dove condensazione, dove rarefazione
di esso fluido: io ne era così persuaso, che non sapeva darmi pace
che l'elettricità non si manifestasse per alcuno di tai processi;
di tal mancanza di segni pertanto io ne accagionava parte alla
debolezza dell'elettricità che per tal modo si eccitava, parte alla
dissipazione di essa prodotta dai vapori medesimi che si sollevano
durante il processo, e distruggono quasi intieramente l'isolamento:
mi compiaceva però sempre a pensare, che l'avrei un giorno potuta
scoprire cotesta elettricità fugace, moltiplicando le sperienze,
e mettendovi più d'attenzione, e di accuratezza[54]. Due anni sono
allorchè fui passo passo condotto alla maniera di condensare a un segno
sì grande l'elettricità coll'apparecchio qui descritto, i miei pensieri
si rivolsero nuovamente all'oggetto delle antiche mie ricerche, e
concepii molto più fondata speranza di poter iscoprire qualche cosa,
e già mi proponeva di applicarmi a tali sperienze, quasi presagendone
la riuscita; ma varj accidenti le ritardarono fino al Marzo, e Aprile
di quest'anno, in cui intraprese avendole a Parigi in compagnia di
alcuni membri dell'Accademia R. delle Scienze, mi riuscì finalmente di
ottenere segni non dubbj di elettricità, (che dico segni non dubbj?)
fin la scintilla elettrica dall'evaporazione dell'acqua, dalla semplice
combustione dei carboni, e da varie effervescenze, segnatamente da
quelle che producono l'aria infiammabile, l'aria fissa, e l'aria
nitrosa.
XXIX. Terminerò la prima parte di questa memoria col dire, che oltre
gli accennati vantaggi, ed altri del medesimo genere, che ne procura
il nostro condensatore considerato semplicemente come istromento atto
ad ingrandire i segni dell'elettricità; le varie sperienze che possono
farsi con esso spargono eziandio molto lume sulla teoria elettrica, per
quella parte massimamente che riguarda l'azione delle _atmosfere_: lo
che andiamo a vedere nella Parte seconda.
_PARTE SECONDA._
_In qual maniera un conduttore accostandosi a un altro sotto certe
condizioni acquisti una straordinaria capacità di ricevere e contenere
l'elettricità._
XXX. Le sperienze riportate nella prima parte, di questa Memoria ci
hanno abbastanza mostrato come una lamina metallica, o qualsivoglia
piano conduttore, cui soglio appellare _scudo_, applicato ad un altro
piano, il quale opponga, o per la qualità sua di cattivo conduttore,
o per l'interposizione di un sottile strato coibente, una certa non
grande resistenza alla trasfusione dell'elettricità, come dissi, tale
scudo in siffatta posizione atto sia a tirare sopra di se, e raccorre
nel suo seno maggiore copia di elettricità, che se si trovasse in
qualsivoglia modo perfettamente isolato. Abbiam veduto come facendolo
toccare all'uncino di una boccia di Leyden, al conduttore di una
macchina elettrica, o a quello dell'elettricità atmosferica, infine
a qualunque potenza o sorgente elettrica, anche quando l'elettricità
è debolissima, e affatto impercettibile, pur gli se ne comunica tanto
da poter manifestarsi quindi con segni molto vivaci, tosto che si leva
esso scudo in alto. Or quì intraprendiamo di spiegare un tal fenomeno:
e la spiegazione medesima servirà più ch'altra cosa a facilitare la
pratica delle sperienze di questo genere.
XXXI. Adunque il tutto si riduce a questo: che la lamina, o scudo ha
molto, e molto maggiore capacità nel 1.º caso, quando cioè posa sul
piano avente le condizioni indicate (prec. e 11, 12, 22), che nel 2.º,
in cui tiensi ex. gr. in alto sospeso per i suoi cordoncini di seta, o
per un manico isolante, oppur che posa sopra un grosso strato coibente,
o sopra un piatto isolato.
Per dilucidare questo punto essenziale, prendiam le cose da più lontano.
XXXII. Non vi vuol molto a comprendere, che ivi è maggiore capacità,
dove una data quantità di elettricità sorge a minor intensità, o che
è lo stesso, quanto maggior dose di elettricità è richiesta a portare
l'azione a un dato grado d'intensità; e _viceversa_: a dir breve,
la _capacità_, e l'_azione_, o _tensione_ elettrica sono in _ragione
inversa_.
Farò quì osservare sul principio ch'io dinoto col termine di
_tensione_ (che volentieri sostituisco a quello d'intensità) lo
sforzo che fa ciascun punto del corpo elettrizzato per dissiparsi
della sua elettricità, e communicarla ad altri corpi: al quale sforzo
corrispondono generalmente in energia i segni di attrazione, ripulsione
ec., e particolarmente il grado a cui vien teso l'elettrometro.
XXXIII. Ciò che abbiam detto comprendersi facilmente che la _tensione_
debb'essere _in ragione inversa delle capacità_, ci viene poi mostrato
nella maniera più chiara dall'esperienza. Siano due verghe metalliche,
di egual diametro, una lunga 1 piede, e l'altra 5. S'infonda alla prima
tanto di elettricità, che giunga a vibrare un elettrometro annesso a
60 gradi: se in questo stato si farà toccare quella all'altra verga,
l'elettricità compartendosi equabilmente ad ambedue, diminuirà di
tensione tanto appunto, quanto la capacità si trova ora accresciuta,
cioè 6 volte: lo chè ci farà vedere l'elettrometro, discendendo dai 60
ai 10 gradi[55]. Così se l'istessa quantità di elettricità venisse a
diffondersi in un conduttore 60 volte più capace, non rimarrebbe che
1/60 della primiera tensione, cioè un grado solo; come _viceversa_
la tensione di 1 sol grado di cotesto gran conduttore, o d'altro
qualunque, salirebbe a 60 gr., ove la di lui elettricità venisse a
raccorsi, e condensarsi in una capacità 60 volte minore.
XXXIV. Or non solo conduttori di mole, e massa diversi hanno diversa
capacità; ma anche l'istesso conduttore può averne una maggiore, o
minore, secondo varie circostanze; alcune delle quali non sono per anco
state considerate, come si conviene. È stato osservato che l'istesso
conduttore acquista, o perde in capacità, a misura che si aggrandisce,
o si ristringe di superficie; secondo che una catena metallica ex.
gr. si dispiega in lungo, o si ammucchia; secondo che vari cilindri
contenuti un nell'altro, (come quelli d'un canocchiale) si traggono
fuori, o si fanno rientrare ec. Quindi si è concluso generalmente
che la capacità non è _in ragion della massa_, ma bene _in ragion
della superficie_ del conduttore, come Franklin ha dimostrato appunto
coll'indicato sperimento della catena.
XXXV. Questa conclusione è giusta, ma non comprende ancor tutto;
perocchè anche con superficie egualmente grandi si ha maggiore, o
minore capacità, se siano i conduttori diversamente conformati. Essa
si troverà maggiore di molto in quel conduttore che avrà più lunghezza
comunque sia d'altrettanto men grosso, cosicchè la quantità della
superficie rimanga eguale: come Watson, ed altri aveano già osservato,
e come io mi lusingo d'aver posto in miglior lume nella mia memoria
sulla capacità de' conduttori semplici, nella quale dimostro il grande
vantaggio di un conduttore costrutto di molte verghe di legno coperte
di foglia metallica, e collocate in lungo punta a punta sopra gli
ordinarj conduttori assai più grossi, e meno lunghi. Se l'istesso
conduttore colla grossezza, e lunghezza medesima non sia diritto, ma
assai curvo, e molto più se essendo ex. gr. un fil di ferro, abbia
molti torcimenti, o si ripieghi indietro, avrà minore capacità;
così pure l'avranno minore le indicate verghette, se invece d'esser
collocate punta a punta in linea retta, lo siano ad angolo, e peggio se
s'accostino parallele.
Le sperienze, ed osservazioni da me rapportate in quello scritto,
ed infinite altre, massimamente quelle intorno al così detto _pozzo
elettrico_, concorrono tutte a provare, che la capacità è in ragione
non delle superficie qualunque esse sieno, ma delle _superficie
libere dall'azione delle atmosfere omologhe_: nella quale rettificata
proposizione converranno tutti quelli, che si faranno a considerare i
principali fenomeni delle atmosfere elettriche.
XXXVI. Ma v'è di più ancora, e questo è propriamente che fa al nostro
caso. L'istesso conduttore ritenendo la stessa superficie, e la
forma sua non mutata acquista maggiore capacità allorachè in luogo di
rimanere isolato solitariamente si affaccia a un'altro conduttore non
isolato; e l'acquista tanto sempre maggiore, quanto vi si affaccia più
davvicino, e quanto le superficie che si presentano un l'altro sono più
larghe. Io chiamo quel conduttore isolato che ne ha un'altro di fronte
(sia questo non isolato, come nel caso nostro, sia anche isolato,
elettrizzato, o nò), lo chiamo _conduttore conjugato_; e già io aveva
promesso nella mentovata dissertazione, trattato avendo della capacità
de' _conduttori semplici_, o _solitarj_, di trattare in seguito di
quella dei _conduttori conjugati_.