CAPITOLO IV.

La poesia popolare in Sardegna. — La giunta municipale di

Bortigiadas. — Gli improvvisatori e le loro lotte poetiche. —

Poesie amorose. — Poeti sacri, antichi e moderni. — I misteri.

— Poeti epici ed elegie. — Satire festevoli ed amare. — Poesie

bernesche. — Poesie sardolatine dell’abate Madao.

La Sardegna ha una ricca vena di poesia popolare; e nella svariata

forma delle vesti e nei costumi e nel linguaggio pittoresco e

nell’accento concitato e prorompente, e nella danza e nelle canzoni

tu ti accorgi subito che è quello un popolo che sente le delizie

dell’ideale e sa vestire di splendide forme le passioni del cuore e le

nebulose aspirazioni della speranza. La poesia popolare di Sardegna ha

tutti i difetti e tutte le virtù dei frutti agresti, cresciuti senza

le carezze dell’arte; ma venuti fra le rugiade e gli aquiloni, fra

i diluvii del temporale e l’arsura dei lunghi soli; è poesia che ha

profumo e asprezza, licenza di forme senza confini; e balzi improvvisi,

più arditi di quelli del capriolo e del muflone; or monotona e triste,

ora ardente e lasciva. Essa è ispirata quasi sempre dall’amore e dalla

religione; la prima gioia e l’ultima speranza della vita; e trovate

più d’un poeta, erotico nella giovinezza, divenuto poi salmista;

Tibullo trasformato in Manzoni coi primi capelli bianchi. Le bellezze

della natura e la storia del passato ispirano di raro il poeta sardo;

egli canta le grazie della sua donna o la vita dei santi; qualche

volta scherza e morde, nè la vena satirica è in lui sterile di amari

inchiostri.

È difficile trovare una poesia nazionale che abbia più ricca natura

e arte più povera della sarda; molti dei poeti suoi sono contadini, o

pastori; spesso analfabeti. Cantano come l’usignuolo e la capinera, e

se alcuno non è presente che raccolga quelle ispirazioni, esse vanno

perdute come le note di quegli uccelli silvestri, e la brezza dei monti

le trasporta lontano e le disperde nel grande oceano della natura; da

cui ci viene e a cui ritorna ogni bellezza.

Altre volte il poeta muore povero e sconosciuto come era nato, ma i

suoi versi si tramandano senza nome d’una in altra generazione; sicchè

anche al giorno d’oggi li senti ripetere dai montanari e dai pastori.

Sia lode allo Spano, al Pischedda e agli altri che hanno raccolto quei

tesori di poesia che finora furono affidati ai venti o che rimasero

nascosti nell’oscurità di una valle, nel nido d’una capanna solitaria.

Anche il Maltzan nella sua ultima opera sulla Sardegna ha studiato

con molto amore e con finissimo gusto artistico la poesia popolare dei

Sardi.

Anch’io ho udito molte canzoni popolari, anch’io ho trovato nel mio

viaggio molti e molti che il volgo non chiamava poeti, solo perchè

al loro linguaggio pittoresco e fantastico mancava la rima; ma che lo

erano nel senso più sublime della parola. A Tempio si presentò dinanzi

alla Commissione d’inchiesta la Giunta municipale d’uno dei villaggi

più oscuri e più dirupati della Gallura. Erano tre montanari dai volti

abbronziti, con capelli e barba vergini come le loro foreste, col volto

scarno, solcato come i graniti delle loro montagne, coll’occhio acuto

come le loro aquile; gente fiera e semplice, calma e forte. Uno di

essi prese la parola e con un linguaggio di biblica bellezza lamentò la

miseria del suo villaggio, implorò il soccorso del Parlamento; dipinse

con lirico ardimento l’abisso che separava la loro povertà dalla nostra

potenza. Così potessi io aver stenografato quel suo discorso poetico,

eloquente, tenerissimo.

Eccovene in ogni modo la pallida ombra: «_Giunse sulle cime dei nostri

monti la lieta notizia che uomini mandati dal Re e dal Parlamento,

erano venuti fin qui a riconoscere i bisogni delle popolazioni; e noi

siamo venuti da Bortigiadas per stringervi la mano e ringraziarvi a

nome dell’ultimo, del più povero dei villaggi della Sardegna, per i

patimenti che avete sofferto nel vostro viaggio, per tutto ciò che

farete per noi. Bortigiadas è il più infelice paese del mondo; non ha

strade, non ha scuole; è isolato dal consorzio degli uomini; la neve

nell’inverno ci fa prigionieri; nell’estate i torrenti ed il sole ci

rubano spesso le poche spighe che abbiamo seminato. Infelice chi nasce

in Bortigiadas! Malo Spirito Santo vi ha illuminati e voi siete venuti

qui a vederci, e a riparare ai nostri mali. Accettate questo scritto

in cui vi parliamo dei nostri bisogni; studiateli, e vi assicuro che

noi insegneremo alle donne di Bortigiadas i vostri nomi, e le madri

insegneranno ai loro figliuoli a benedirli. Non vi preghiamo per noi:

siamo già vecchi, abbiamo già sofferto e vissuto abbastanza; noi presto

riposeremo nella pace del nostro piccolo cimitero; noi vi preghiamo,

noi vi scongiuriamo pei nostri figliuoli che hanno ancora dinanzi

un lungo avvenire. Che se voi non ascoltaste le nostre preghiere, oh

infelici tre volte quelli che nasceranno in Bortigiadas!_»

E quando quel buon vecchio, che era commosso fino alle lagrime, si

accomiatò da noi e coi suoi compagni ci ebbe baciate le mani, noi

lo accompagnammo fino alla porta; ed egli, alzando il braccio con

veneranda e olimpica maestà, ci disse: _Che Dio vi benedica, che lo

Spirito Santo vi illumini!_ Anch’io era commosso e pensavo alla ricca

vena di poesia che è nascosta nel popolo sardo.

La Sardegna ha molti improvvisatori, e il più spesso son contadini

che danno sfogo al loro estro poetico nelle feste sacre o nelle

fiere, senza per questo far pompa ciarlatanesca o commercio dei loro

versi. Più che il guadagno li stimola l’amore dell’arte, li sprona

l’alloro della vittoria. Come nei tempi dell’Antica Grecia convengono

alle feste dei loro monti e delle loro valli per contendersi il

primato della poesia; e fra essi siede a giudice un sacerdote o un

altro improvvisatore emerito. Il parroco d’un villaggio, Melchior

Dore, quello stesso che pubblicò nel 1842 un epopea _Sa Jerusalem

victoriosa_, ebbe spesso la palma dell’improvvisazione, come pure se

la guadagnò più volte un poeta di Osilo che aveva lo stesso cognome

dell’epico curato, Pietro Dore.

Più d’una volta la sentenza del giudice è proclamata in versi

improvvisi.

Dogunno si la boghet dai testa[10]

Chi Pedru inoghe su panno hat leadu,

Cando ch’a Tomas Satta ch’hat bogadu

Alteros che nde bogat in sa festa.

_Ognuno se lo levi dalla testa che Pietro qui ha preso il

panno[11], quando ha messo fuori Tommaso Satta altri ne mette fuori

nella festa._

Questo Tommaso Satta, che qui compare in questo certame poetico non è

che un contadino di Ploaghe, morto nel 1823, ed uno dei primi poeti e

improvvisatori della Sardegna; ma le sue poesie più che amorose sono

lascive.

Melchior Murenu è un altro improvvisatore sardo fra i più celebrati ed

era cieco; egli aveva un rivale potente in Pietro Cherchi di Tissi,

cieco e poeta anch’egli. Questi, secondo quel che ce ne racconta il

Maltzan, era così infocato e rapido nel suo estro, che spesso era quasi

involontariamente trascinato a dettar versi. Una volta, trovandosi

presente a una lotta fra due improvvisatori, ad un tratto si slanciò

fra essi, gridando:

A su zegu dade logu

E cantemos totos tres

Ca mi bessin dai pes

Fiammaridas de fogu.

_Fate posto al cieco e cantiamo tutti tre, che mi escon dai piedi

scintille di fuoco._

E quel cieco ardente tirava innanzi su questo stile, improvvisando

strofe a josa. Per la psicologia è curioso il sapere che questo povero

cieco aveva perduta la vista a due anni, ciò che non gli impediva di

cantare nei suoi versi le svariate bellezze delle fanciulle del suo

villaggio.

Un altro illustre improvvisatore nel genere erotico e lirico ebbe la

Sardegna in Francesco Cesaracciu di Ploaghe, analfabeto, morto nel

1803; e a questo poeta è a mettersi vicino il gesuita Matteo Madau,

profondo filologo, morto nel 1800, il quale cominciava in questo modo

una delle sue più celebrate poesie amorose:

Lassami, amore in sussegu

Ca ses pizzinu traitore

Non bi jogo pius, amore.

Ca mi das colpos de zegu.

Sunt bellas sas artes tuas

Faghes de su bell’in cara,

E mi trappassas insara

Su coro e pustis tis cuas

Mil’has fatt’un’otta e duas

Bene conosco s’errore.

_Lasciami, amore, in pace, che tu sei un fanciullo traditore, non

giuoco più, o amore, che mi dai colpi di cieco. Son belle le tue

arti, mi fai il bello in faccia, ma mi trafiggi in cuore e poi ti

nascondi, me l’hai fatta una e due volte, ben conosco l’errore._

Anche Bosa ebbe un grande improvvisatore in Giovanni Maria Pintus,

quasi contadino, che moriva nel 1857 e che amava cantare l’amor felice,

a differenza degli altri colleghi suoi che effondevano più spesso le

loro liriche aspirazioni in lamenti erotici, e a differenza sopratutto

del suo paesano Gavino Passino (morto nel 1804) che alla sua lira

amorosa non aveva che la corda di Geremia. E col Passino sono da

mettersi insieme Paolo Massa di Bonorva, vivo anche oggi, e il medico

Antonio Manchia di Oschiri (morto nel 1854) e il vecchio Pietro Pisurgi

(morto nel 1799).

Dalle poesie improvvisate dei Sardi mi è facile passare alla loro

poesia erotica, che è fra le più ricche di quel paese; e le eruzioni

del verso improvviso sono più facili là dove il suolo è sparso di

vulcani e dove ribolle profonda e tenace la lava d’amore.

Eccovi un saggio d’una delle più antiche poesie amorose, di cui è

ignoto l’autore. Il tema è questo:

Non ti mi poto olvidare

Sende de me veru accisu,

Sempre et cando est prezzisu

Columba! de t’istimare

_Io non ti posso dimenticare, essendo tu, parte intima del mio

cuore, e sempre io son costretto, o colomba, ad amarti._

E la prima strofa suona così:

Sempre ti tenzu in su coro

Sempre di jutto in sa mente,

Continu t’hapo presente,

Non mi olvides, melà e oro,

Tue ses veru tesoro!

Su veru incantu et majïa!

Chi non vid’hapo, bella mia,

Alter’in ojos che tue,

Pro custa candida nue

Non ti mi poto olvidare.

_Ti tengo sempre nel cuore, sempre ti porto nella mente, di

continuo t’ho presente, non mi dimenticare, mela d’oro, tu sei

vero tesoro, un vero incanto e magia, che io non ho, bella mia,

altri negli occhi che te, per questa candida nube io non ti posso

dimenticare._

Antichissimo è pure questo lirico battibecco fra due amanti:

Convertidas sunt in iras

Sas amorosas fiamas,

Isconzas si sunt sas paghes

Non ti miro, nè mi miras,

Non ti bramo, nè mi bramas,

Su chi ti fatto mi faghes

Non t’aggrado, nè mi piaghes,

Ti nd’infadas, mind’infado,

No m’aggradas, ni t’aggrado

Ambos hamos cumbinadu.

Sono convertite in ira le amorose fiamme, rotte son le paci, io non

ti guardo, nè tu mi guardi, non ti bramo, nè mi brami, ciò che ti

faccio e tu mi fai; non ti piaccio, nè mi piaci; tu ti secchi di

me, io mi secco di te; non mi piaci, nè ti piaccio, ambedue andiam

d’accordo.

Possiam darvi invece il nome del poeta (Francesco Serraluzzu di

Cuglieri) di questa serenata che l’amante canta alla porta della sua

bella dormente.

Isculta, bella su cantu

O virgine, tota fiore,

Ch’est bennid’a ti cantare

Attrividu benz’a tantu

In cumpagnia e amore

Ista notte a t’ischidare

Ai custu cantu t’ischida,

Virgine bella e dechida,

Virgine bella e dechida!

_Ascolta, o bella, il canto, o vergine, tutta un fiore, che venuto

a cantarti, vengo ardito a tanto in compagnia d’amore questa notte

a svegliarti, a questo canto ti sveglia, vergine bella e graziosa,

vergine bella e graziosa._

Il Padre Lucas di Pattada (morto nel 1829) è uno di quelli che cantò

santi e amore sulla stessa lira e vedete quanto grazioso sia questo suo

saluto alla bella:

Donosa Elisa mia!

Innantis de mi ponner in su mare

Mandare ti cheria

Un imbasciada pro di salutare.

Sas dies passo tristas

Ca non isco, donosa, coment’istas

Non mi poto allegrare

In su ritiru, ca non bido a tie,

Mi pongo a ti chircare

Faltu de sas montagnas nott’e die

Chirco litos e mattas

Clamand a tie, Elisa, e non t’agattas.

_Graziosa Elisa mia; prima di mettermi in mare ti vorrei mandare

un messaggio per salutarti. Passo tristi i giorni, perchè non so,

cara, come stii, non mi posso rallegrare nel ritiro, perchè non ti

posso vedere. Mi metto a cercarti per le montagne notte e giorno,

cerco lande e macchie, chiamando te, Elisa, e non ti trovo._

E perchè possiate fare un prezioso raffronto, eccovi un altro saluto

all’amata del poeta vivente Ignazio Sanna di Cuglieri:

Oh triste despedida

So chi fatto dai te, columb’amada!

Est zerta sa partida,

Ma pius che inzerta sa torrada

So zertu de andare,

Pero non isco cand’hap’a torrare.

_O triste commiato quel che faccio da te, colomba amata, è certa la

partenza, ma più che incerto è il ritorno. Son certo d’andare, ma

non so quando avrò a tornare._

Pietro Cherchi[12], quel povero cieco che abbiamo già conosciuto, ci ha

lasciato una delle più belle poesie amorose: è il lamento d’un amante

tradito:

Ojos, coment’istades

Pasados, e de coro non pianghides?

Cum piantu restades,

Ca sa chi tant’amades non bibides

Cum piantu restades,

Ca non bidides sa chi tant’amades

Restades cum piantu

Ca non bidides sa ch’amades tantu

Sa chi tant’imprimida

Tenizis in sa nina cumpassiva,

Ite piaga cumplida!

Incrudelida piaga ezzessiva

Ite piaga cumplida!

Ezzessiva piaga incrudelida

Cumplida ite piaga!

Incrudelida ezzessiva piaga

Custa paga hapo tentu

In ricompensa de tantu servire!

Su crudele turmentu!

Pro mi occhire fele violentu

Su turmentu crudele!

Pro mi occhire violentu fele.

_Occhi come state pacati e di cuore non piangete? Rimanete in

pianto che non vedete quella che tanto amate. Con pianto restate

chè non vedete quella che tanto amate. Restate nel pianto che non

vedete colei che tanto amate._

_Quella che tanto impressa tenevate in cuore appassionato. Qual

piaga compiuta! Una piaga eccessiva e incrudelita. Qual piaga

compiuta! Eccessiva piaga incrudelita. Qual piaga compiuta! Una

eccessiva piaga incrudelita!_

_Questa mercede m’ebbi per tanto servire, un crudele tormento,

per uccidermi un fiele violento, un crudele tormento; un tormento

crudele, un fiele violento per uccidermi._

Fra i poeti amorosi il Maltzan chiama Giorgio Filippi di Bitti (morto

nel 1838) il poeta delle signore, distinto per la tenerezza dei suoi

pensieri e i lusinghieri accenti rivolti alle figlie d’Eva. Altro poeta

amoroso è un cappuccino, Antonio Giuseppe Pirisina di Ploaghe (morto

nel 1834) imitatore fortunato di Tibullo. Vicino ad un capuccino ci

duole dover mettere il nome di una gentile poetessa di Sassari, che

scrive sotto il nome semi-incognito di Donna Maria Grazia M. e che

canta soavemente amori felici e dolci tenerezze del cuore.

Lirica e poesia amorosa sono in Sardegna quasi una cosa sola; e fra

i più antichi dei lirici può collocarsi Antonio Delogu, contadino di

Tissi, che scrisse in versi appajati e rimati due a due; forma che i

Sardi chiamano _sinfonia_.

Sul principio di questo secolo brillava fra i poeti sardi un nobile

campagnuolo, pressochè analfabeto, ma ricco di cuore, di poesia, e

di quattrini, tre cose che vanno ben di raro insieme. Nella stessa

epoca era ritenuto principe dell’improvvisazione lirica l’analfabeto

Francesco Alvaru di Berchidda, ma di lui sgraziatamente poco ci è

rimasto. Molti altri lirici e poeti erotici potrei nominare, ma lo

spazio non mel consente e rimanderò alle raccolte dello Spano, del

Pischedda e di altri, e all’opera di Maltzan.

La poesia sarda, dopo l’amore, canta i beati del Paradiso, le feste

della Chiesa cattolica e i santi fervori del sentimento religioso.

Più d’una volta lo stesso poeta è negli stessi versi innamorato delle

donne e del cielo e le due corde dell’amore e della religione vibrano

unissone. Miglior esempio di questo dualismo estetico non saprei

trovare che nella _Sa femina onesta_ del Padre Cubeddu delle Scuole

Pie, nato a Patada nel 1748 e morto nel 1829. Eccovene alcune strofe,

alle quali metterò di contro una bella traduzione italiana fatta da un

altro padre e letterato sardo, l’abate Tommaso Pischedda.

. . . . . . . . . . . . . . .

. . . . . . . . . . . . . . .

Iscultami benigna, Clori hermosa

Hymnos de alabanzia hap’ad cantare;

Pro qui de te Sardigna andet fastosa,

Una corona t’hapo ad praeparare

Facta non de giacintu, non de rosa,

Qu’in pagu tempus si solet siccare:

Ma t’hapo ad praeparare una corona

Coglida frisca frisca in Helicona.

Ater cantet de te, nympha dechida,

Qu’andant cum tegus gratias et bellesa;

Ater s’indole bella favorida

De talentu, de briu et gentilesa,

Ater qu’in logu nobile nasquida,

In mesu ad sas delitias, et grandesa,

Qui ses distincta, et pagas nd’has eguales

In benes de fortuna et naturales.

. . . . . . . . . . . . . .

. . . . . . . . . . . . . .

_M’odi benigna, deh! Clori vezzosa_

_Inni di gloria sol ti canterò;_

_Perchè Icnusa di te vada fastosa,_

_Un serto al crine t’apparecchierò_

_Non di giacinto o di purpurea rosa,_

_Che l’uno e l’altra inaridir si può,_

_Intesserò al tuo crine una corona_

_Colta subito fresca in Elicona._

_Altri canti di te, ninfa graziosa_

_Che teco van le grazie e la bellezza;_

_Altri la bella tempra avventurosa_

_D’ingegno, di valor, di gentilezza,_

_Altri la stirpe nobile e fastosa,_

_Le tue delizie e insiem le tue grandezze_

_Che ben sì chiare, e poche pari avesti_

_Di sorte e di beltà quando nascesti._

Neren’ipsos qui ses in tantu honore

Quant’un alta Dïosa nde mèritat,

Neren’qu’ in oyos tuos rïet Amore;

Neren’qu’ in larar sa rosa t’habitat,

Su qui ti dat resaltu, et pius valore

Est sa virtude qui ti nobilitat,

Virtute bella in anima costante

Ti faghet praetiosa que diamante.

Su qu’est in te de plus surprendente

Est qui de sas grandezas posta in mesu,

Ti conservas que turtura innozente,

Qui de ogni bruttura bolat attesu,

Ses bella, ses modesta, ses comente,

Giardinu amenu de muros defesu,

Dezente allegra, forte et invincibile

Que roca in altu mare inaccessibile.

Ses que lughe qui exit de Oriente,

Passat in s’horizonte bella et pura;

Toccat su mare, et non s’infundet niente,

Toccat su monte, et non si parat dura,

Passat in fogu, et nie, indifferente

Non s’infrittat, non brujat, nè hat paura

Qui l’appizzighet macula nisciuna

De quantas be i nd’hat subta sa luna

. . . . . . . . . . . . . . . .

_Dican pur che salisti a tant’onore_

_Quanto mai s’abbia vergine vezzosa,_

_Dican che gli occhi tuoi ridon d’amore_

_Ch’hai sulle labbra la vermiglia rosa,_

_Ciò che crescon i tuoi pregi e il tuo valore_

_È sol virtù ch’è ben divina cosa_

_Alma virtù che in anima costante_

_Ti fa preziosa al par dell’adamante._

_Ciò che s’ammira in te di più parvente_

_Si è, che mentre grandeggi in tanta altura,_

_Ti serbi ognor qual tortora innocente,_

_Lunge volando d’ogni rea bruttura;_

_Sei pur bella, modesta, sei ridente,_

_Qual ameno giardin cinto di mura,_

_Tu sì lieta, gentil, torre saldissima_

_Sì, come rupe in alto mare altissima._

_Luce tu sembri ch’esce dall’Oriente,_

_Che passa in l’orizzonte bella e pura,_

_Entra nell’onda e bagnar non si sente,_

_Tocca marmi e macigni e non s’indura,_

_Sul gel passeggia, e sulle bragie ardente,_

_E non arde, non gela, nè ha paura_

_Che si veggia bruttar da labe alcuna_

_Fra quante macchie v’ha sotto la luna._

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

L’abate Tommaso Pischedda, che ha messo questa poesia fra i _Canti

popolari dei classici poeti sardi_, dice che «siccome la maggior parte

delle poesie del Padre Cubeddu si aggirano su temi profani, e poco

interessanti al nostro fine, noi ce ne passeremo, e daremo tra tutte

la preferenza a quella che tratta felicemente un tema cotanto nobile,

qual si è l’onestà d’una sarda donzella che serba intemerato il giglio

castissimo della sua verginità.» Noi però, chiedendone licenza al colto

abate, confessiamo di sentire nei versi castissimi del Padre Cubeddu

distintissimi i due profumi dell’ambra e dell’incenso, dell’harem e

della chiesa; cose e luoghi che nel mondo dell’arte non son poi tanto

lontani come da molti si crede.

I canti sacri e popolari della Sardegna son molto antichi, innumerevoli

come le arene del mare, e per la più parte di autore ignoto. La pietà

dei fedeli li ha raccolti; e ogni villaggio ha i suoi prediletti, così

come ha i suoi santi particolari. Eccovi un saggio di queste poesie, in

onore di Sant’Antioco, il martire di Sulcis.

De sa Cresia Santo honore

Terrore de su Paganu

Sant’Antiogu Sulcitanu

Siades nostru intercessore.

Cumparzistis in s’Oriente

De mama jamada Rosa.

Ch’in sa fide fervorosa

Bos educat santamente

Comente e sole lughente

Diffundistis s’isplendore.

_Onore della Santa Chiesa, terrore del Pagano, Sant’Antioco

sulcitano, siate nostro intercessore._

_Nasceste nell’Oriente da una madre chiamata Rosa, che nella fede

fervorosa vi educò santamente, come un sol lucente diffondeste lo

splendore._

Antichissima deve essere l’invocazione dell’angelo custode alla culla

del bambino e che il canonico Spano, già settuagenario, udì dalle

labbra di sua nonna:

Su lettu meu est de battor cantones

Et battor anghelos si bei ponen,

Duos in pes et duos in cabitta

Nostra Segnora a costazu m’ista

E a mie narat, dormi e reposa

No hapas paura de mala cosa,

No hapas paura de malu fine.

S’Anghelu Serafine

S’Anghelu Biancu

S’Ispiridu Santu

Sa Virgine Maria

Tote siant in cumpagnia mea.

Anghelu de Deu

Custodiu Meu

Custa nott’illuminame!

Guarda e difende a mie

Ca eo mi incommando a tie.

_Il letto mio è di quattro angoli, e quattro angeli vi si mettono,

due ai piedi e due alla testa. La Nostra Vergine mi sta vicino e

mi dice: Dormi e riposa, non aver paura di cattive cose, non aver

paura di cattivo fine._

_L’Angelo Serafino, l’Angelo bianco, lo Spirito Santo, la Vergine

Maria, sian tutti in mia compagnia. Angelo di Dio, mio custode,

illuminami questa notte, guardami e difendimi, ch’io mi raccomando

a te._

Un genere singolarissimo di poesia sacra popolare è quello che ci è

dato in Sardegna dai così detti _misteri_ o _commedie sacre_ in versi.

Quell’instancabile Canonico Spano, che, parlando di Sardegna, conviene

citare ad ogni pagina, ha redento dall’oscurità, ora è poco, uno di

questi misteri che correva solo nella bocca del popolo a Ploaghe;

giovandosi dell’opera del curato di quel villaggio, Salvatore Cossu; e

che fu assai bene illustrato anche da Maltzan.

È un vero tipo della specie. _S’Historia de Juseppe Hebreu, Dramma

Sard_, in due atti; ognuno dei quali ha dodici scene. Noi non daremo

che la scena fra Giuseppe e la moglie di Putifarre. Udite la poco casta

signora:

Juseppe bello, non fuas

Mirami una pagu in cara;

Et dae me, Juseppe, impara

Ad m’istimare.

Pro te mi querzo olvidare

S’isfera et s’istadu meu;

Non fuas no, o bellu Ebreu,

Dae quie t’amat.

Istuda custa fiama

Qui giuto in pectus accesa!

Non t’accendet sa belleza?

Juseppe mira....

_O bel Giuseppe, non fuggire, guardami un poco in faccia, da

me, Giuseppe, impara ad amarmi; per te mi voglio dimenticare il

rango e il mio stato, non fuggire, no, bell’Ebreo, da chi ti ama.

Spegni questa fiamma che tengo in petto accesa! Non ti accende la

bellezza? mira o Giuseppe_...

E il troppo casto Giuseppe risponde:

Femina, guardemi Deu

Dae simile peccadu!

Non t’amo, et nemmancu amadu

Querzu, qui sia.

_O femmina, guardami Dio da simile peccato! Io non ti amo e nemmen

voglio essere amato._

Fra i canti popolari sacri dei poeti classici stanno quelli di

Pintor Sirigu nato in Cagliari nello scorso secolo, e a lui dobbiamo:

_S’Existentia de Deus, Sa Natividade de N. S. G. Cristu; Sa Natividade

de sa V. Maria_, ecc. Citeremo anche i nomi, se non i versi del

distinto filologo e parroco di Sassari, Maurizio Serra, di Osilo

(morto nel 1834); il capuccino e celebre predicatore Gavino Achena di

Ozieri (morto nel 1829); l’ex-gesuita Bonaventura Licheri di Neoneli,

il poeta della Beata Vergine. Forse il più popolare fra tutti fu

Giovanni Battista Madeddu, parroco di Tadasune che parafrasò i salmi

e innalzò inni alla Vergine, a Sant’Antioco, il martire di Sulcis e a

San Giorgio, vescovo di Barbagia, i due santi nazionali della Sardegna.

È anche suo l’inno che cantano i contadini quando fanno le loro

processioni per implorare la pioggia dal cielo:

Sos chelus hazis serradu

Pro non nos dare alimentu;

Sas abbas hazis detentu

Sos trigos hazis siccadu

Cum costu hazis accabadu

Sa nostra fragilidade.

Abba Deus imploramus,

E abba Deus pedimus,

Pro s’abba Deus pianghimus,

Et pro s’abba suspiramus,

Cum sas abbas ch’ispettamus

Sas terras fertilidade.

_Avete chiusi i cieli per non darci alimento; avete trattenuto le

acque, avete seccato i grani, con questo avete finito la nostra

fragilità._

_Acque, o Dio imploriamo, e acqua Dio domandiamo, per l’acqua o

Dio piangiamo, e per l’acqua sospiriamo, e con le acque aspettiamo

fertilità alla terra._

La poesia sarda è povera di poemi e potremmo appena citare _Sa

Jerusalem victoriosa_ di Melchior Dore e alcuni poemetti di Raimondo

Congiu (morto nel 1813) del Padre Lucas e di Antonio Demontis Licheri

che celebrano fatti eroici della storia moderna di Sardegna. Francesco

Carboni che l’abate Pischedda chiama _genio prepotente d’eloquenza

latina_, nato a Bunnannaro nel 1746 scrisse due poesie latine: _De

Sardua Intemperie et de Coralliis_. Lo stesso Pischedda, parlando della

prima di queste epopee dice che «trovò tanta accettazione ne’ dotti che

disaminato a fondo e con giusta bilancia, ravvisarono in essa la grazia

di Catullo, la purità di Lucrezio in fatto di stile; la robustezza, la

maestà e la vivissima espressione di Virgilio nelle sue descrizioni,

e la profondità d’Orazio in molti de’ suoi concetti. Le poesie più

scielte del Carboni furono raccolte in un volume e pubblicate per cura

del Reverendo Monsignore Don Emmanuele Marongio. Uno dei suoi più cari

ed intimi amici, il famoso Dettori di Tempio lo salutava col nome

di _Latinissimo_, il Roberti gli dava il glorioso titolo di Doctae

_Sardiniae decus novellum_; e l’Accademia italiana l’onorava col nome

di _Primo latinista del secolo_[13].

Anche di elegie propriamente dette non è ricco il parnaso sardo. Ecco

un lamento di Marcello in cui piange le sterili sue ricerche di una

sposa:

Tota sa vida caminende so

In chirca de mi poter cojuare.

Sa chi cherz’eo na mi cherent dare

Sa chi mi dana, non la cherzo no.

Andadu so a parte e Campidanu

A su Marghine, fin’a a Bortigale,

Giovana mai bidu ne uguale.

Ma si non l’hat in pe l’hat in sa manu,

E usant un istile suberanu

Pro lograre su istadu maritale,

Bendent s’honore pro uno reale.

Et timidu hapo pro coronare.

_Per tutta la vita io vo cercando di prender moglie. Quella che

voglio io, non me la vogliono dare; quella che mi danno non la

voglio io._

_Sono andato al Campidano, al Marghine fino a Bortigali, non ho mai

veduto una giovane eguale, ma se non ha un difetto, ne ha un altro,

e usano uno stile sovrano per conseguire lo stato maritale, poi

vendono l’onore per un reale e io ho paura di essere coronato._

Eccovi un altro lamento poetico del cieco Cherchi sulla sua vita

infelice:

Cando penso in sa trista vida mia,

Abbunda su piantu pius sobradu

Faltada est dai me cudda allegria,

Sa chi tantu m’haiat corteggiadu

Como fatto a sas penas cumpagnia

A chis m’hat sa sorte incumandadu

Et rodeadu dai sas matessi

Suspirare e piangher mi meressi.

_Quando penso alla mia triste vita, abbonda il pianto più

eccessivo. È mancata da me quella allegria, quella che tanto

m’aveva corteggiato, adesso faccio compagnia alle pene alle quali

m’ha la sorte raccomandato, e circondato dalle stesse mi tocca

sospirare e piangere._

Se mancano i veri poeti elegiaci, io trovo però nella poesia sarda una

tinta melanconica che mi pare uno dei caratteri più salienti. Io sento

in molti poeti una malinconica effusione di sentimenti non soddisfatti

e perfino l’amore che fa vibrare tutte le corde del cuore e della

fantasia usa più spesso in bocca loro la voce del lamento e rare volte

effonde il giubilo della vittoria o il grido di guerra. L’abate Gavino

Pes, che è giudicato da molti il più celebre poeta che abbia fiorito

nella Gallura nel secolo XVIII, e che si meritò il nome di _Metastasio

Sardo_ ha scritto cose tristissime, rimpiangendo nella fredda età

delle rughe le amorose follie della sua calda giovinezza. Eccovi

alcune strofe del _Lu Pentimentu_ colla bella traduzione in versi del

Pischedda.

La vicchiaia è vinuta

Candu mi figurava più piccinnu:

Drummitu era, e mi sciuta,

Gridendi: già se’ vecchiu, e senza sinnu,

Mallugratu haï l’anni

In middi pregiudizi, in midd’inganni

Simile a l’umbra vana

Sparisi amori, e briu, cant’aia:

L’alligria mundana

Fuggi la me’ canuta cumpagnia:

E l’amori mi scaccia,

Palch’anda nudu, e timi la mè jaccia.

_Vecchiezza è giunta e mi ha sorpreso questa_

_Quando più giovin mi saria creduto._

_Io dormiva, e dal sonno ella mi desta_

_Gridando: ah! vecchio, ’l senno hai tu perduto._

_Che di tua vita hai mal lograti gli anni_

_In mille pregiudizi, in mille inganni._

_Sparì, come sparisce un’ombra vana,_

_Tutto quel foco, e spirto, e vigoria;_

_Da me fuggendo ogni allegria mondana_

_Schiva la mia canuta compagnia,_

_Ed amor che va nudo ei pur mi scaccia_

_Temendo il freddo gel delle mie braccia._

Vedete, quanta vera poesia vi sia in questi altri suoi versi _Lu Tempu_:

Palchi no torri, di, tempu passata?

Palchi no torri, di, tempu paldutu?

Torra alta volta, torra a fatti meu;

Tempu impultantu, tempu prizïosu,

Tempu chi vali tantu quant’è Deu

Par un cor ben fattu e viltuösu.

Troppo a distempu, o tempu caru, arreu

A cunniscitti (oh pesu agunïosu!)

Quantu utilosu mi saresti statu,

Tempu, aënditi a tempu cunnisciutu!

Palchi no torri, di, tempu passatu?

Palchi no torri, di, tempu paldutu?

L’alburi tristu senza fiori e frondi,

Vinutu maggiu, acquista frondi e fiori;

A campu siccu tandu currispondi

Un beddu traciu d’allegri culori.

Supelbu salta d’inverru li spondi

Rïu d’istïu poaru d’umori;

E l’anticu vigore rinuatu

Non sarà maï in un omu canutu?

_Perchè non torni, di’, tempo passato?_

_Perchè non torni, di’, tempo perduto?_

_Deh ritorna, ritorna a farti mio_

_Tempo perduto, tempo prezioso_

_Tempo che vali tanto quanto Dio_

_Per un core ben fatto e virtuoso!_

_Deh ritorna a far pago il mio desio!_

_Ed oh! quanto mi è grave e doloroso_

_Il non averti più! Quanto giovato_

_M’avria l’averti in tempo conosciuto._

_Perchè, non torni, di’, tempo passato!_

_Perchè non torni, di’, tempo perduto!_

_L’arbor ch’è tristo senza fiori e fronde_

_Giunto maggio, riacquista e fronde e fiori;_

_Al biondo prato allora corrisponde_

_Un bel prospetto d’allegri colori_

_Nell’inverna stagion varca le sponde_

_Superbo un fiumicel d’estivi umori,_

_E l’antico vigore rinnovato_

_Non vedrassi in un uom veglio canuto?_

Tristi armonie trovate anche nell’_Instabilitad di la fultuna_ di D.

Salvadori Sanna di Tempio; nella _Miseria umana_ e in altre poesie del

dottor Girolamo Araolla di Sassari e le potrete gustare nella raccolta

del Pischedda.

Nella satira festevole e nell’amore si sono esercitati con molta

fortuna alcuni poeti sardi. Pasquale Capeu di Perfugas e nostro

contemporaneo aguzza la sua lingua contro le donne semidotte:

Perfugas nach est tontu e no est beru

Favola veramente calunniosa

Eo bos fatto idere una cosa,

Chi cum fazzilidade si cumprende,

Hamus tantas signoras imparende,

Chi faghene sa ficca a Cicerone;

In tres vocales de su cartellone

Sunt tres meses e mesu tipi tapa,

Hoc ischin s’aligarza, cras sa nappa,

Barigadu cugumere sinzeru.

_Dicono che Perfugas è ignorante e non è vero, favola veramente

calunniosa, io voglio farvi vedere una cosa._

_Che con facilità si comprende, abbiamo delle signore studiose

che fanno la fica a Cicerone in tre vocali del cartellone, già da

tre mesi e mezzo fanno chiasso, oggi sanno il ravanello, domani la

rapa, posdomani il vero citriuolo!_

Principe dei satirici sardi è giudicato Diego Mele di Bitti, il quale

ha dedicato una delle sue più belle poesie a canzonare i cittadini di

Ula che nel 1855 mostrarono troppo paura del colera. Egli ci racconta

il caso di un asino che giunto ad Ula da un paese infetto, viene

sottoposto a suffumigi e disinfezioni.

Gavino Cocco ha dedicato un sonetto satirico a un poeta, Matteo Madau,

che soleva andare in giro per il suo paese, vendendo le sue opere.

A me inghirias, Matteu, gas’arriadu

De pabiru, et chentu libereddos?

Che lattaju, ch’jughet moitteddos,

Chi chircat ispazare su cazadu

Ea quantos, cilene cherros, has leadu

Trinta soddos pro cussos tomigheddos?

Sos chi no balent trinta dinareddos;

Quantu, segundu cussu, has haer furadu?

Tue ses obbligadu a la torrare

Intera, cusa summa male binta,

Et no abbastat ancora a ti salvare

T’imparat sa morale mancu istrinta,

Cheres, Matteo, su dannu reparare?

Bendedi tua matessi a soddos trinta.

_Dove vai Matteo, così carico di carte e di cento libriciattoli?

Come lattajo che porta secchielli, che cerca di smerciare le

giuncate? Eh, quanto, senza volere, hai preso trenta soldi per

questi tomicini? Quei che non valgono trenta centesimi, quanto,

secondo questo, avresti rubato? Tu sei obbligato a restituire

intiera questa somma male avuta, e non basta ancora per salvarti.

La morale meno stretta ti insegna questo: Vuoi, Matteo, riparare al

danno, vendi te stesso per trenta soldi._

La poesia bernesca ha un buon rappresentante in Sardegna nel contadino

Pietro Canu di Chiaramonti, assassinato nel 1845 e di cui Maltzan ci ha

dato uno scherzo poetico, in cui l’infelice autore mette in ischerzo la

sua povertà, discorrendo della dote che vuol dare alla sua figliuola.

Come cosa più curiosa che bella, accennerò per ultimo alle poesie

sardo-latine dell’abate Madao, le quali dimostrano la grande ricchezza

di parole latine che posseggono i dialetti sardi. Vedete:

Salve, salve, o purissima

Sola columba candida,

Semper intacta et libera

De originale macula;

Non umbra est in te Virgine

Inter feminas unica,

De laesione adamitica,

Et de culpa primaria.

. . . . . . . . . . . . . . .

_Hymnu de Maria Virgine._

O fragiles creaturas, et errantes!

O tempus breve! o humanas mutationes!

Bene et male operamus inconstantes,

Ruimus, et vitamus occasiones,

Teneros nos sentimus, et amantes

Duros etiam, ingratos. O passiones!

Libera nos, o Deus, cum clementia,

Et clamores intende cum patientia.

In te Maria Virgine speramus,

Inter sanctos, et justos sancta, et pura

Gementes cum fervore, et supplicamus

Qui intercedas pro tanta creatura

Fragile et delinquente. Si imploramus

Auxiliù et patrociniù da et procura

Defendere tuos servos, qui anhelantes

Suspiramus in terra militantes.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

_Divina Providentia._

Possa questa rapida corsa fatta nel campo della poesia sarda averne

segnato il profilo saliente; possa destare in alcuno la voglia di

tradurne alcuna fra le più belle; onde gli Italiani possano tutti

gustare le bellezze poetiche di una italianissima fra le nostre

provincie.

Profili e paesaggi della Sardegna · 第 6 / 23 题