CAPITOLO I.

La Sardegna vuol essere amata. — Le città della Sardegna. —

Cagliari. — I giardinetti e un pazzo di San Bartolomeo. — Sassari

e una lezione di storia. — Le grandi e le piccole borgate della

Sardegna. — I villaggi e gli stazzi.

Ho messo il piede in Sardegna con viva curiosità e dopo un lungo giro

ho lasciato quell’isola con caldo amore: prima di conoscerla, era per

me cosa curiosa; dopo averla conosciuta era per me cosa cara. Gli

Italiani della penisola hanno un grave torto di dimenticare questa

gemma del Mediterraneo; essi devono studiarla ed amarla; gli Italiani

di Sardegna hanno il grave torto di spegnere la loro energia in

queruli lamenti, cercando fuor di sè stessi l’origine e il rimedio dei

loro mali. Or conviene che isola e penisola si perdonino a vicenda

i loro peccati, e stringendosi in un potente amplesso, si preparino

a tempi nuovi, e si mettano con forze comuni a fecondare una terra

quasi deserta e che ha dinanzi a sè un avvenire senza confini, più

splendido del suo passato ai tempi di Roma. Io sento nel cuore molti

debiti verso la Sardegna e i suoi cortesi abitanti: come membro della

Commissione d’inchiesta farò coi colleghi quanto sta in me, perchè il

nostro lavoro non riesca infecondo; come operaio della penna vorrei

con queste poche pagine far amare la Sardegna da tutti gli Italiani,

invitarli a studiarla, ad accarezzarla. Io ho viaggiato gran parte

del nostro pianeta e ho portato il piede in regioni quasi ignote a

calcagno europeo: eppure ho trovato in questa italianissima nostra

isola molte cose nuove, e belle e originali; e più d’una volta coi miei

cari compagni di viaggio ho dovuto esclamare in coro: Oh perchè mai gli

Italiani ignorano queste bellezze della loro patria? Oh perchè mai non

vi portano i loro occhi per ammirare, le loro braccia per lavorare, il

loro oro per raddoppiarlo?

La Sardegna è pur terra feconda e originale! Quasi ignota alle

invasioni germaniche, è tesoro per l’etnografo e l’archeologo; e

altrove non si saprebbero trovare alcuni tipi che in quell’isola

rimasero purissimi, segregati dall’incrociamento moltiforme del medio

evo. Un filologo e un antropologo troverebbero nello studio comparato

dei dialetti e dei cranii sardi tali tesori da farne una scienza nuova

e da ricostruire con facile e feconda fatica la fisiologia delle più

antiche stirpi italiane. L’amante del bello trova in Sardegna paesaggi

svariatissimi: coste dentellate come le foglie delle mimose; vergini

foreste; pianure e stagni; colli e vere Alpi, dove il granito mostra

i più bei fianchi ch’io m’abbia veduti al mondo. Costumi pittoreschi

intatti da più secoli: tipi umani profondamente scolpiti; poesia

popolare, passioni calde; rozze e ardenti nature poco o nulla mutate

dagli attriti sociali, nè lisciate dalla pialla della moda francese;

scene della natura geologica e umana, quali è difficile trovare altrove

e ai tempi nostri; tutta una tavolozza di colori vivi e svariati

che può dare materia d’opere immortali al poeta, allo scrittore,

all’artista.

E poi in questo secolo affamato d’oro, tu trovi in Sardegna monti

solcati da cento e mille filoni di piombo e sul piombo strati di zinco;

e presso il piombo e lo zinco altri metalli che non aspettano che la

mano del minatore per versare una larga vena di ricchezza nel sangue

italiano. E su quei monti una terra che scalda e profuma i pampini

delle vigne di Spagna e di Portogallo e promette in epoca non lontana

una mina a fior di terra più ricca di quella metallica che s’addensa

nelle viscere dei monti. E nel piano una terra che per ritornare ad

essere granaio d’Italia, non aspetta che la magia d’una parola, _il

drenaggio_.

Su questa terra benedetta dal sole, ricca di metalli, e di vino;

di biade e di poesia, batte l’ali fuligginose un triste vampiro,

la _malaria_; ma questa può e deve esser vinta dall’uomo, purchè

il voglia. Nelle vene dei Sardi, intelligenti e morali, serpeggia

un veleno più infesto della malaria alla salute di un popolo, ed è

l’_inerzia_: malaria ed inerzia, le due grandi malattie della Sardegna;

ma malattie curabili, perchè l’organismo è robusto e malgrado la ricca

storia, ancor giovine; perchè quest’isola dà già segni di reazione

della natura medicatrice; perchè quest’isola incomincia a voler essere

medico di sè stessa. Anche Londra aveva la _malaria_ e per opera

dell’uomo è fra le città più salubri del mondo: anche i Tedeschi furono

per anni e secoli inerti; ma l’inerzia fu vinta; e la Germania, dopo

essersi messa a capo della scienza, ha fatto Sadowa.

* * *

Cagliari e Sassari son le due gemme della Sardegna, e son gemme

rivali, e di un’antica rivalità, come già lo scrisse Cattaneo col suo

scalpello da scultore. «Il solo vincolo che unisce le città sarde,

era quello della rivalità anzi dell’odio. La stessa mano che fomentava

altrove i rancori tra Palermo e Messina, tra Milano e Pavia, opponeva

studiosamente Cagliari e Sassari, Sassari e Alghero. In Alghero si

fece statuto, che i Sassaresi non vi si potessero mostrare colla spada

al fianco; e in Sassari vi si rispose argutamente, ordinando che li

Algheresi non potessero venire a Sassari se non cinti di due spade. La

vita delle nazioni era concentrata nei pochi municipi. Cagliari fondava

un’Università, e Sassari non rimaneva indietro, e ne fondava un’altra.»

— Ed io aggiungerò, che al dì d’oggi la rivalità fra le due prime città

dell’isola non è astiosa, e va assottigliandosi di giorno in giorno coi

contatti cresciuti; finchè le ferrovie la facciano sparire del tutto.

Del resto Cagliari non può essere confrontata a Sassari, così come una

bella bruna non può compararsi con una bella bionda. Cagliari ha più

pittoresca posizione e s’adagia in un panorama più grandioso; Sassari

è più lieta e si circonda di più amena cornice di colli e di oliveti.

La prima città è più severa, più accigliata e più sporca; Sassari

è più vivace, più rumorosa, più pulita. Cagliari è città ufficiale,

burocratica, con tinta soffusa di orientale e di spagnolesco; Sassari è

città più italiana, d’aspetto più moderno, di tinta siciliana; e mi si

perdoni il pericoloso confronto in nome dell’amor grandissimo che porto

alla Sardegna. L’Italia è così ricca di belle e svariate città, che si

dovrebbe poter ragionar senza fiele di ogni gemma che adorna il nostro

ricco diadema.

Quando si contempla il golfo di Cagliari dall’alto del bellissimo

giardino pubblico, o del castello, o meglio ancora dalla torre di San

Pancrazio, si gode d’uno dei bellissimi fra i belli spettacoli che

offrono al viaggiatore le cento città d’Italia. Un golfo ampio, dinanzi

a cui l’uomo deve arrossire col microscopico porto che offre alle navi;

e il faro lontano, e le saline, colle loro piramidi bianchissime, quasi

tende di un guerresco accampamento; e gli stagni vicini, veri laghi,

popolati da grosse borgate; e il promontorio di Sant’Elia col Bagno di

San Bartolomeo; e la città che dal Castello scende a Stampace e alla

Marina, quasi volesse imbarcarsi sul mare, e la vasta fascia di agavi

americane che cingono il Castello d’una fortezza primitiva; e i lontani

gruppi di palme e i tamarischi e le altre piante tropicali danno

all’occhio infinita ricchezza di sensazioni; e l’occhio beato si riposa

lungamente e amorosamente su quelle mille incantevoli bellezze.

Il Castello è il quartiere più alto e più salubre della città, e

s’arrampica sopra un alto colle: ha vie dirette da nord a sud, poco

larghe, ripide, con case alte. E strette sono anche le vie di Cagliari

alla Marina: vecchia abitudine dei nostri padri, che, vivendo giorni e

mesi all’aria libera, volevano nelle loro case ombra e frescura più che

aria e luce. Nel quartiere del Castello avete la Cattedrale dedicata a

Santa Cecilia e sette altre chiese.

Discendendo dal Castello per la piccola porta del Balice, vi trovate

nel quartiere di Stampace, che è il centro del commercio e degli

affari. Se per la via di Yenne vi dirigete verso il mare, guardando

a destra e a manca le migliori botteghe della città, giungerete alla

piazza di San Carlo, che si continua in quella del mercato; e là vi

convien sorridere, ma di un sorriso senza amarezza, guardando sopra

un gran piedestallo di granito, un re Carlo Felice, fatto di bronzo,

con elmo, corazza e paludamento; graniti e bronzi e vesti romane che,

davvero, poco convengono ad un re pacifico; due volte pacifico.

Quando siete in Stampace non avete a dimenticare il mercato, che è

sempre uno dei quadri più importanti di una città. Vi troverete molto

pesce; montagne di arancie dorate e profumate raccolte sotto capanne

pittoresche, quasi indiane; vedrete il ricco e svariato selvaggiume

della Sardegna. Vi offriranno una pernice per una lira, una beccaccia

per dieci soldi; filze di otto tordi polputi e grassi, lessati nelle

montagne e ravvolti nel mirto: filze degne di Nembrodde e di Lucullo e

che i Sardi chiamano _taccole_. Fra le capanne dei venditori d’arancie,

e le botteghe a ciel sereno dei pesciajuoli, dei salumieri e dei beccai

vedrete aggirarsi la gente minuta coi suoi costumi variopinti, quasi

sempre pieni di gusto.

Le case di Cagliari son popolate da cento balconi e in molte di esse

ogni finestra è un balcone, ciò che non è bello a vedersi, ma è comodo

assai per le fanciulle e le signore, che escono assai poco di casa e

da quei loro osservatorii studiano il mondo esterno e fanno all’amore.

L’amore onesto si fa anzi da una signora che guarda dal balcone e da un

giovinotto che impavido e instancabile passa le ore inchiodato nella

via come una statua, contemplando la fiamma del suo cuore. E come sia

cosa seria il far l’innamorato in Sardegna, lo vedremo più innanzi.

Se dalle vie principali della città vi addentrate nei viottoli e

più ancora se cercate i più poveri quartieri, il naso si arriccia

e l’igiene pubblica fa sentire i suoi lamenti. Nel quartiere di

Villanuova ho veduto le vie convertite in fogne, e anche in alcune case

di Stampace ho veduto atrii che devono essere molto pericolosi agli

uomini di corta vista. In Villanuova la vita del povero è pubblica nel

senso più preciso della parola. Le case per lo più non hanno finestre;

e l’aria, la luce e gli sguardi dei curiosi entrano liberissimamente

a spiare i costumi degli abitanti. Quando il tempo è buono, non fa

bisogno neppure di spinger lo sguardo oltre la soglia delle case,

perchè tutta la famiglia si rovescia nella via, dove si lavora, si

chiacchiera e si mangia. In Villanuova io mi credevo davvero in Africa,

e le donne che mi parevan tutte sorelle, avean gli occhi orizzontali e

piccoli, il colorito terreo e quella fisonomia di obelisco che ci hanno

tramandati i monumenti egiziani.

E quella gente dal volto egiziano è cortese e sorride al forestiero.

Colle migliori grazie del mondo mi lasciarono entrare in casa e mi

accorsi che molte di quelle abitazioni sembravan fatte per una cosa

sola, adatte ad una sola industria, quella del mugnaio. Le sedie son

poche e spesso brillano per la loro assenza, e così dei tavoli e degli

altri mobili; ma la nostra attenzione è tutta attratta da un asinello

grullo grullo, arruffato, poco più grosso d’un mastino e che così

poco rassomiglia a cosa viva da sembrar di legno, quando si arresta

nel suo monotono, sempiterno giro intorno alla macina che muove.

Quell’animaluccio, il dio penate, la prima ricchezza della casa, costa

da cinque a dieci lire, è più parco di un arabo; e divide il tetto col

padrone e i suoi figliuoli. Fabbrica il pane alla famiglia e produce

spesso il piccolo frutto di macinar il grano ai vicini, industria

rovinosa che speriamo veder scomparire dalle classi povere della

Sardegna. Le donne della casa son occupate per tre e fin quattro giorni

della settimana a fabbricare la farina che stacciano e raffinano con

infinite cure per mezzo di crivelli e stacci puliti, fini ed eleganti,

intrecciati a varii colori con cannucce di paglia e fibre di palma

e che vedete appiccati al muro della casa, di cui insieme a qualche

immagine di Santo formano l’unico ornamento.

Il mulino casalingo della Sardegna è la _mola asinaria_ o _machinaria_

degli antichi: poco diversa dalla χειρομύλη dei Greci. Potete vedere in

Vaticano sopra un bassorilievo una _mola machinaria_ romana, dove anche

il cavallo che la muove ha gli occhi coperti come i rachitici asinelli

macinatori della Sardegna. Se son rachitici e nani, son però valenti

e pazienti, perchè lavoran fin quindici e diciassette ore al giorno, e

Matzan aggiunge, ridendo a proposito, che quei somarelli devono esser

anche grandi filosofi, dacchè Pittaco di Mitilene passava molte ore,

macinando colla χειρομύλη, movimento che aveva trovato favorevole alla

meditazione.

Quando si pensa però che tutte le donne e spesso anche i fanciulli

d’una famiglia sono occupati in null’altro che a far pane, è a

desiderarsi che la legge del macinato abbia almeno in Sardegna

questo vantaggio di far sparir la falsa e fatale industria dei mulini

casalinghi.

Cagliari può vantarsi di possedere nel suo Museo un vero tesoro

archeologico, a nessuno secondo e che è opera quasi intiera di un

solo uomo, il Canonico Giovanni Spano, una delle prime glorie della

Sardegna; più che instancabile, miracoloso nella sua attività e

ardentissimo e innamoratissimo illustratore del suo paese.

L’Università di Cagliari e la sua minore sorella di Sassari sono una

vera vergogna per l’Italia. Non è lecito ad un governo, per quanto

povero, lasciare queste larve di insegnamento superiore, dove la

povertà dei mezzi concessi alla scienza fiacca e avvilisce i migliori

ingegni e la volontà dei buoni è spesso impotente e rabbiosa contro

le lesinerie burocratiche dell’alta sfera governativa. Speriamo che

per onor nostro questo obbrobrio sarà cancellato. Ho conosciuto a

Cagliari e a Sassari ottimi uomini che pur vorrebbero studiare; giovani

intelligenti e operosi che pur potrebbero far avanzare la scienza, ma

li ho veduti aggirarsi come larve irrequiete per quei muti corridoj e

quelle aule deserte che con superba parola si chiamano Università: veri

_idalghi_ spagnuoli che domandano l’elemosina con piglio altero e i

vestiti laceri.

La penna irata mi richiama alla mente un tristo ricordo di Cagliari,

ed è la mia visita all’Ergastolo di San Bartolomeo; primo passo in una

_via crucis_ che dovetti percorrere in Sardegna, visitando tutte le

carceri e tutte le galere.

A San Bartolomeo si sta assai bene, molti assassini vi ingrassano a

meraviglia, nel lavoro salubre delle saline, negli ampii dormitorii e

con sani alimenti. In altre carceri però e specialmente a San Pancrazio

in Cagliari e a Sassari e altrove sentii il tanfo di una lenta asfissia

e mi si inchiodò nel capo un pensiero che non mi abbandona mai, ed è

questo che la società si vendica col suo codice delle pene assai più

spesso di quel che si difende; incrudelisce assai più di quello che

educa.

Nell’Ergastolo di San Bartolomeo si fondò una colonia agricola

penitenziaria che promette assai per l’avvenire. Dinanzi al palazzo

della vendetta vedete giardini fioriti che appartengono agli impiegati

della galera: ho veduto bambine rosee nel volto, coi nastri rosei

pendenti da un lindo cappellino di paglia di Firenze correre per

quelle aiuole fiorite dietro le farfalle; mentre uomini dalla faccia

patibolare passavano dinanzi a quei giardinetti e coi loro sguardi

contaminavano quelle bambine.

E quei galeotti avevano diversi berretti, dacchè anche fra essi

v’ha una gerarchia. L’uomo è un animale da gerarchia e pur che ne

abbiate tre riuniti avete subito: plebe, aristocrazia e mezzo ceto; è

privilegio di tutte le bestie sociali e socievoli e possiamo menarne

vanto. Il berretto rosso vuol dire _condanna a tempo_, berretto verde

_condanna a vita_, fiocco nero _omicidio_ e così via. Le bambine dai

nastri rosei conoscono tutte queste differenze e ve le spiegano; e

il Procuratore del re, passeggiando col sorriso sul volto mi diceva:

_stanno benissimo: la è gente fortunata, che mangia e lavora e gode di

ottima salute. Nell’ultima epidemia di febbri miasmatiche in Cagliari

ebbero tutti la febbre e questi galeotti si serbarono sanissimi_; ed

egli rideva.

Io però, passeggiando nelle sale destinate ai malati, mi fermai dinanzi

ad un volto che parea impietrito nel dolore; un Laocoonte del cuore;

sempre vivo e sempre tormentato. Era melanconico e tormentato tratto

tratto da accessi di delirio di persecuzione credeva che tutti lo

volessero ammazzare. Era divorato dai rimorsi. Era un povero muratore,

che, trovandosi senza pane, andò dal suo antico padrone, chiedendogli

lavoro. Gli fu negato; ritornò più volte e sempre invano. Un giorno la

fame era maggiore del solito: era rabbiosa; egli insiste nell’implorare

il lavoro: _Ho sei figliuoli; signor padrone. — Oh va all’inferno, tu

e i tuoi figliuoli._ — Una mazza era sul suolo fra vari attrezzi di

muratore e un momento dopo il padrone era steso al suolo cadavere: e

il povero muratore condannato nella galera di San Bartolomeo è pazzo di

dolore e di rimorsi[1]. —

A San Bartolomeo però si sta bene e si ingrassa; e i giardinetti degli

impiegati sono fioriti. Io vi ho vedute le più belle viole del mondo

e vi ho colta una rosa più profumata di quelle d’Arabia; i bambini vi

acchiappano le più brillanti farfalle; ma a due passi v’è un uomo pazzo

di dolore, perchè la società si vendica più di quel che si difende.

I nostri figliuoli, però, ne son sicuro, prepareranno ai posteri una

giustizia più umana.

* * *

Quando voi avete percorso le noiose, lunghe e tristi lande sterili

che separano Bosa da Macomer e avete attraversati i paesaggi poco

interessanti di Torrealba e i rari boschi di quercie che trovate nella

monotona pianura; voi vi accorgete di esser vicini a Sassari, quando

la natura diviene ridente; quando i monti, rizzandosi più alti intorno

a voi, frastagliano il cielo e la terra in modo da formare quadri

svariati e pittoreschi. Ascendete un monte tutto pieno di magnifici

olivi, coltivati colla stessa sollecitudine e tenerezza con cui si

coltiva un orto cittadino. Io percorsi quei boschi d’argento nel

tempo della raccolta e vidi liete schiere di fanciulle e di ragazzi

che raccoglievano il frutto in lindi canestri, e a quando a quando

interrompevano il lavoro per cantare e ballare. Parevano stormi di

passerotti vivaci e protervi; e raccoglievano le olive colla stessa

cura e lo stesso amore con cui si farebbe bottino di cosa carissima e

preziosissima. E davvero che l’olivo è per Sassari una mina d’argento:

mi si diceva che in quest’anno, fortunato fra gli altri, si farebbero

200,000 barili d’olio, che è quanto dire una bella cifra rotonda di

sette ad otto milioni di lire. Di questa ricchezza mi accorsi anche

entrando in Sassari, dove molte case nuove si stavano rizzando ed erano

le olive trasformate in muri e marmi. L’olio di Sassari potrebbe esser

fatto meglio: se ne manda a Nizza, dove raffinato cresce di valore e

piglia un nome che per la sua squisitezza nativa ben si ha meritato.

L’olivo dovrebbe anche esser difeso nei dintorni di Sassari dai

cacciatori che spietatamente lo tormentano colle loro fucilate, quando

vanno a far bottino di tordi: ma è difficile persuadere quei cacciatori

che hanno torto di flagellare la prima ricchezza del paese, quando

portano a casa fin sessanta e settanta tordi in una mattinata.

Sassari è città lieta e serena per la bellezza del suo cielo, per la

pulita bianchezza di molte sue case, per la rumorosa vivacità dei suoi

abitanti. In ogni guida voi troverete la descrizione delle chiese,

delle piazze, del castello; ed io non mi son dato a voi per cicerone

della Sardegna, e con voi soltanto voglio scorrere le pagine del mio

portafoglio di viaggiatore, e voglio far nascere molti desiderii di

curiosità e appagarne pochissimi, sicchè nasca in voi il desiderio di

veder coi vostri occhi la Sardegna, di toccarla colle vostre mani. Per

me la cosa più interessante di Sassari è il monumento di Azuni, nella

piazza che ne porta il nome. Quando una città ha la fortuna di aver

dato la luce ad un grand’uomo e di ornare una delle piazze colla sua

statua, rammenta al viaggiatore una pagina gloriosa della sua storia

e può andarne onestamente superba. È la civiltà moderna che demolisce

il castello del feudatario e colle vecchie pietre rizza una nuova

scuola; è la nuova generazione che ai santi del calendario sostituisce

le statue dei santi del progresso. Nella biblioteca dell’Università

ho guardato con commozione un manoscritto inedito di Azuni che portava

un bel titolo: _Dei caratteri della natura umana_. Nell’Università ho

veduto un altra cosa per me carissima: il rozzo tavolo anatomico su cui

Rolando scrutò i misteriosi labirinti del cervello umano.

Ho visitato anche la fontana di Rosello, celebre per la sua

architettura; e pei suoi asinelli che portan l’acqua in città e

che Valery, il dotto bibliotecario di Versailles, tentò di rendere

immortali, descrivendoli con molto amore e cantandone le virtù

infinite. Io confesso di non aver sentito l’eguale ammirazione nè

l’egual compassione per quelle rachitiche creature, tutte pelo e

ossa; e ho trovato che i Sassaresi, che chiamano ironicamente quelle

bestioline col nome di _filumene_ (capinere), hanno più spirito del

Valery.

I dintorni di Sassari sono belli assai; ed io li vidi bellissimi;

perchè su quelle molli colline inargentate dagli ulivi ho potuto

ammirare i cupi boschetti di aranci carichi di frutti; e perchè insieme

all’oro delle arancie in quella stagione sorridevano i peschi fioriti

e un profumo di calda primavera m’inebbriava i sensi e mi faceva

innamorare di quella terra e di quel cielo.

Presso a questo quadro ridente a pochi passi da Sassari avete una

scena malinconica e una severa lezione di storia. Se dopo aver

ammirato i lieti giardini dei Sassaresi e le bianche e liete ville,

voi vi dirigete a Porto-Torres; avete una landa sterile, che sente

lo squallore e la malaria, e in mezzo a quella solitudine fra le

erbe folte vedete rizzarsi gli archi spezzati d’un antico acquedotto

romano. Il terreno è tristo, o bruciato dal sole o reso pantanoso dalle

pioggie; pecore brulle e nere rodono gli arbusti spinosi e le erbe

gialliccie; vi regna un’aria di povertà e di febbre; ma quella triste

terra si apre e dal crepaccio alza il capo l’antica civiltà romana

coi suoi archi e i suoi acquedotti. È un gigante mal sepolto; la terra

divenuta piccina a stento può coprirne le ossa, e dalla tomba ne vedete

escir fuori gli stinchi mal coperti. È l’Italia di Roma che sogghigna

beffarda all’Italia dell’oggi. La lezione è dura e poco lieta; ma non è

finita. Tirate avanti che la lezione continua.

A Porto-Torres poche case, fanciulli cenciosi, un porto che sembra

stagno di rospi: eppure voi siete sul suolo dell’antica Torres, una

delle maggiori fra le antiche città dell’isola; eppure voi vedete fra

i giunchi della palude alzarsi le gigantesche rovine del tempio della

Fortuna che con barbara parola chiamano _Palazzo del re barbaro_.

A quelle rovine gloriose strapparono alcune colonne magnifiche che

insieme ad altre d’origine romana fanno coro nella Basilica di san

Gavino. Son ventotto colonne d’ogni stile e d’ogni pietra, di granito,

di marmo bianco, di marmo grigio, di marmo cipollino. Il tetto di

quella Basilica, che è tutta una poesia, è degno di quelle colonne,

perchè è fatto di travi immensi di ginepro, come non ne sapreste

trovare al dì d’oggi un sol tronco in tutta l’isola. Sopra i giganti

dell’arte romana, i giganti della natura; membra spolpate del mondo

antico, stinchi di marmo che sostengono cadaveri di tronchi dieci volte

secolari, e duri e aromatici ancora; cresciuti nel pacifico silenzio

dei deserti sardi, quando l’uomo fenicio, corridore dei mari, non vi

aveva ancora messo il piede. Sotto quei cadaveri di ginepro; sotto

quei cadaveri di marmo avete poi nel santuario sotterraneo tre altri

cadaveri di santi martiri, san Gavino, san Proto e san Gianuario: tre

cimiteri sovrapposti l’uno all’altro e che si tollerano l’un l’altro

con eterna pazienza; il mondo della natura vergine, il mondo romano,

il mondo cristiano: ginepri, grandi come le quercie e dopo tanti secoli

non tarlati ancora; colonne di marmo; tombe onorate da cento fiammelle

di cera. Quanta poesia e quanta storia in sì angusto terreno!

Udite a completare il quadro una pagina di storia:

«Gavinus o Gabinus discendeva dalla famiglia romana Papilia e da un

Cajus Papilius Sabellus, e si chiamava Gabinus Sabellus. Esso era

stato nominato dall’Imperatore Diocleziano comandante d’una corte

di cavalleria, ed in questa qualità si trovava in Torres, dove

ebbe occasione di ascoltare le predicazioni di San Proto e di San

Gianuario ch’eran stati ordinati preti dal Papa Cajo. Questi, essendo

stati accusati di sommuover il popolo, furono assoggettati a crudeli

tormenti: come Gavino, per dovere della sua carica fu obbligato di

assistere agli atti di barbarie, così fu sorpreso dalla loro costanza

e promise di seguitare il loro esempio, e siccome queste due vittime

destinate alla morte furono affidate a lui, così egli profittò di

iniziarsi nella nuova fede e di battezzarsi; indi mise in libertà i due

prigionieri e si presentò al preside Barbaro, dicendogli che anch’esso

era cristiano. Fu tosto arrestato, e condotto all’orlo del mare, in un

sito detto _Balai_, ivi venne decapitato; il di lui corpo colla testa

fu gettato nelle onde, ma pietose persone raccolsero le spoglie e le

depositarono in una tomba vicina scavata nelle roccie. Là pure furono

collocati i corpi di San Proto e Gianuario, martirizzati nello stesso

sito dopo poco tempo. Il martirio di San Gavino accadde nel 25 ottobre

dell’anno 300.

«La principal festa di San Gavino occorre il secondo giorno di

Pentecoste, e vi accorre molto popolo. È curioso il vedere le pratiche

religiose alle quali si danno i divoti: alcuni fanno in ginocchio il

giro delle colonne della Chiesa, e le bacian, come pure bacian il piede

del cavallo di San Gavino di legno dipinto, come è la sua cavalcatura.

Si crede nel paese che una di queste colonne fosse portata in questo

luogo dal Santo, che la prese dal fondo del mare e la portò dritta

nell’arcione della sella del suo cavallo. La festa è molto frequentata

ed animata; vi si vedono i costumi di tutti i villaggi della parte

settentrionale dell’isola. Allorchè la festa è finita, e che i

visitatori parton nel martedì per restituirsi nei loro focolari, si

vedono di quelli che colle loro donne alla groppa fanno entrare i loro

cavalli nel mare sino al petto: ciò fanno coll’idea che i loro cavalli

restano benedetti nell’uscir dell’acqua dove una volta furon gettati i

corpi Santi, e dove San Gavino prese in seguito la colonna di cui sopra

si è parlato. Nel 4 maggio vi si celebra un altra festa coll’intervento

del corpo municipale di Sassari, come patrono della Chiesa: essa è meno

frequentata che la precedente....»[2]

* * *

Le città minori della Sardegna hanno tutte una fisonomia propria, e il

lungo isolamento l’ha resa più saliente e durevole.

Quando voi avete attraversato a cavallo i monti e i boschi pittoreschi

che separano Perfugas da Tempio, voi vi trovate dinanzi uno dei più bei

panorama della Sardegna e dall’altipiano ricco di vigne e di seminati,

in cui si adagia quella montana città, voi vi vedete dinanzi lo

splendido monte di Limbara, uno dei più maestosi colossi di granito che

abbia il nostro paese. Dopo aver passate lunghe ore a cavallo in mezzo

a boschi deserti, a valli deserte, per burroni deserti, voi salutate

i primi frutteti di Tempio con vera gioia, e affrettate il passo per

salutare la città, di cui sentite già vicino il tiepido fiato. L’uomo

non ama la solitudine che per vendetta o per malattia, non ama i

deserti che per un ora, o quando il deserto è per lui un quadro agli

occhi e non una casa o un soggiorno.

La città di Tempio colle sue case di pietre granitiche grigie senza

intonaco bianco, e unite da argilla bigia; colle sue vie magnificamente

lastricate di granito, ha un aspetto severo e malinconico e sopratutto

un colore montano. Non vi vedete intorno che colori oscuri: case

grigie, pavimenti grigi, chiese grigie; uomini dal cappuccio e dai

calzoni neri; ma su quella città ride un cielo eternamente limpido e

azzurro e per le vie e alle finestre vedete volti intelligenti, uomini

gagliardi e donne dagli occhi neri e ardenti.

* * *

Da Tempio, salto con voi ad Alghero, perchè, non scrivendo io una

guida, nè un’itinerario, seguo il filo conduttore della statistica e

rendo omaggio anch’io alla legge, che misura la potenza degli Stati,

la felicità dei popoli, il prosperare delle città dal numero dei loro

abitanti. Se Tempio coi suoi 10,447 abitanti sta dopo Sassari, Alghero

vien subito dopo Tempio, perchè ne conta 8,573. Alghero chiusa fra il

mare e una angusta cerchia di bastioni respira male, sente il miasma

dei luoghi chiusi e aspira ardentemente a rompere la vecchia corazza

che la cinge e la stringe, per respirare nelle campagne vicine un’aria

più pura.

Ad Alghero il mare è bello e consola gli abitanti, tristi della

strettura in cui li tengono i bastioni. Un golfo grande col Capo

della Caccia e la sua famosa grotta di Alghero, una delle più belle e

sgraziatamente più difficili grotte che si possano visitare; e dietro

quel Capo, il Porto Conte, preparato stupendamente per un popolo di

naviganti che non giunge ancora. Vedo nel porto schierate con ordine

militare molte barche peschereccie e dinanzi ad esse quei trabocchetti

di rete che chiaman _nasse_. Nel lontano orizzonte vedo una vela: è

una barca corallina che coi suoi uomini di ferro fra stenti inauditi,

strappa ai profondi scogli del mare, quel polipo porporino che andrà

poi a posarsi invidiato sul collo delle belle signore d’Italia e sulle

spalle delle odalische d’Oriente.

I pescatori di corallo che vengono ad Alghero con più di 200 barche

ogni anno; son quasi tutti napoletani e toscani; fanno ottimi guadagni,

ma menano una vita d’inferno. Dormono quattro ore al giorno, lottano

col sole ardente, cogli aquiloni, colla fame, colle pioggie: le loro

mani son rese così callose dal remo e dal maneggio dell’argano che

alza e affonda l’ordigno pescatore che, se tu getti loro una moneta sul

suolo, non possono spesso piegar le dita a raccoglierla; ma battendola

con una mano la fanno balzare nell’altra. La pesca dura dal febbraio

alla prima settimana di ottobre, e Alghero, letto di corallo, non dà

alla pesca che 24 barche coralline. Eppure una _paranza_ corallina dà

in un triennio un guadagno netto di 25 a 26 mila lire.

Nel porto di Alghero vedo molleggiarsi soavemente sull’onda un bel

bastimento mercantile, domando a chi appartiene. È di un genovese che

porta il soprannome di _Miseria_, soprannome onorevolissimo per lui.

Era il più povero degli uomini; fu accolto in Alghero malato, per

elemosina assistito e medicato; ora è milionario, è alla testa del

commercio, possiede due case, molte navi. — Oh perchè l’Italia non è

tutta Liguria?

Le case d’Alghero son bianche e qua e là alza sopra di esse il suo

ciuffo maestoso una palma. Sopra la palma torreggia un campanile di

bella architettura e la cattedrale è ricca di marmi d’ogni colore.

Sopra la città s’innalza con triste cipiglio un altro grande edifizio:

l’_Ergastolo_. La città ha però molte viuzze strette e sucide. Il

teatro è bello e mi dissero che fu fatto specialmente per opera e

col denaro dei canonici; dei quali formicola Alghero. È certo che i

canonici vanno assiduamente al teatro, con minor ipocrisia che fra noi,

e furon veduti con santa compunzione assistere alla _Traviata_, col

libretto dell’opera fra le mani.

Gli abitanti di Alghero si dividono in tre grandi classi; pescatori

e marinai; pastori e agricoltori; agiati che vivono sonnecchiando

sulle loro rendite. Parlan tutti l’_algherese_, che è poi il dialetto

catalano quasi puro. Questa lingua in tutta la Sardegna non si parla

che ad Alghero e fin dal 1354, anno in cui la città venne assediata

per terra e per mare dal Re D. Pietro _Il Ceremonioso_: l’assedio durò

lungamente e fu poi convenuto che gli antichi abitanti sarebbero tutti

usciti e fu occupata da una colonia di catalani. La fisonomia degli

algheresi mi parve catalana e ligure, ma la razza è incrociata di

elementi sardi, fors’anche napoletani e d’altre provincie italiane. La

lingua non è sempre battesimo di sangue.

Se andate ad Alghero, dovete visitare il palazzo del Municipio, dopo

aver letto una pagina di storia, che vi consolerà di esser nati tre

secoli più tardi di Carlo V e vi farà tollerare con calma e pace serena

le miserie dei nostri tempi.

»Questa è l’antica casa d’Albis, appartenente ora agli eredi del Conte

Maramaldo della Minerva, vi si conserva la memoria del soggiorno di

Carlo V, quando nel 1541 visitò la sua cara città di Alghero. I fatti

che in allora vi succedettero nelle due giornate di _mezza festa e di

mezzo saccheggio_, come dice il Valery, hanno un impronto dell’epoca

tutta particolare.

»Il primo pensiero che si presero i cittadini d’Alghero all’annunzio

dell’arrivo del loro sovrano, fu di radunare la più gran quantità

di viveri che fosse possibile per farne regalo alla flotta che

accompagnava l’Imperatore, questi prima di sbarcare accettò una partita

di caccia nel vicino Monte Doglia, dove immantinenti un cinghiale ebbe

l’onore di morire dalle mani auguste. Dopo questa illustre impresa si

diresse verso la città, ma prima di entrare volle fare col suo battello

il giro delle fortificazioni che riguardavano il mare. Davanti al

molo si era preparato un ponte posticcio, perchè Sua Maestà Imperiale

discendesse comodamente in terra e l’avevano ornato di ricche stoffe.

Le persone che aspettavano l’Imperatore in questo sito, vedendo il

battello diretto altrove, credettero che sbarcasse in altro punto della

spiaggia, ed abbandonarono in un istante il posto, in allora i soldati

di Cesare si lanciarono sopra il ponte, lo misero a ruba, e tolsero

tutte le tappezzerie di cui era coperto. Questa scena fu lontana

di disgustare Sua Maestà, la divertì molto. Egli montò subito sopra

un magnifico cavallo che gli avevano offerto col quale fece il giro

interno delle fortificazioni, poi entrò nella casa in discorso, che in

allora apparteneva ad un certo D. Pietro di Ferrera. Là si affacciò

alla finestra che dava alla strada, e fu testimonio allegro d’una

scena, degno compimento di quella del saccheggio del ponte, che l’aveva

divertito tanto. I soldati spagnuoli, discesi a terra coll’imperatore,

principiarono a perseguitar e ad infilzare colle loro spade, sotto

i suoi propri occhi, le bestie che si trovavano radunate in questa

piazza e nelle strade vicine: queste bestie erano quelle destinate per

regalo alla flotta, e furono scialacquate da una soldatesca sfrenata

ed avida di saccheggio, sotto gli occhi del loro sovrano. Si racconta

pure che uno degli uffiziali dell’Imperatore dimandò se era permesso

di distaccare dalle muraglie le ricche tappezzerie in seta che ornavano

l’interno della casa dove questo principe ricevette l’ospitalità, e si

dice che Carlo V, rivolto al magistrato che l’accompagnava, gli dicesse

ridendo: _Jurado, mirad que no hagan danos estos locos_ (Jurado, badate

che questi pazzi non facciano danno).»

In quei tempi esser saccheggiato da una selvaggia soldatesca, servir di

spasso ad un Imperatore eran delizie per un popolo. Vedete:

»Appena che Sua Maestà se ne partì, questa finestra fu diligentemente

murata, come la è sino al presente, affinchè non fosse profanata da

un altro mortale. La casa dove soggiornò il Principe per 48 ore, ha

goduto da quell’epoca sino ai tempi a noi vicini, del diritto di asilo,

una catena di ferro con due pilastrini collocati davanti alla porta

d’ingresso serviva di rifugio alle persone inseguite dalla giustizia

o minacciati d’essere arrestati. Il tempo finalmente ha fatto sparire

questa scioccheria»[3].

* * *

Ozieri è città pittoresca, che sembra accampata fra i monti che

danno la mano da una parte ai colossi granitici di Alà e di Buddusò e

dall’altra si legano colla catena di Monterasu. È città ad anfiteatro,

colle case disposte a piani diversi. Di sera un cinguettìo e un coro

di risa rumorose guidano i vostri passi ad una gran fontana messa nel

centro della città e dove cento lavandaje d’ogni età a lume di candela

lavano e battono spietatamente i panni e schiamazzano fino a tre ore

dopo la mezzanotte.

Serberò finchè vivo lieta memoria di Ozieri, perchè vi ebbi la più

lieta accoglienza del mondo e mi parve nell’industriosa attività di

quelli abitanti di leggere uno splendido avvenire. Quando Terranova

rannoderà la Sardegna al continente italiano, Ozieri diverrà una delle

città più importanti dell’isola e i nuovi tesori del commercio faranno

lieta compagnia alle ricchezze avite dell’agricoltura.

* * *

Oristano è città antica, resa triste dalle sue lagune che la ravvolgon

tutta quanta quasi in un funebre lenzuolo di miasmi e di febbri. Se

venite da Uras, entrate nella città attraverso una porta antichissima

con un castello pittoresco, antica residenza dei giudici di Arborea;

se escite per la via che conduce a Sassari passate ancora attraverso

un altra porta antica e un altro castello. Fra quell’entrata e

quell’uscita da medio evo avete molte case vecchie anch’esse e con

balconi pittoreschi e arabescati. Per le vie molti preti, molti

accattoni; ad onta del freddo vedi molta gente minuta colle gambe e i

piedi nudi e spesso montano a cavallo, legandosi lo sperone al piede

nudo. Vedi passar uomini a cavallo con una cappa nera da beduino e un

nero cappuccio sopra un volto nero e accigliato; veri arabi d’Italia.

Un sobborgo d’Oristano è tutto abitato dai _Congiolarius_, che di

padre in figlio si trasmettono l’arte di far terraglie, e le impastano

e le foggiano all’aria libera. La cosa più interessante d’Oristano

è però il Museo privato di antichità sarde del giudice Spano, il più

bizzarro, il più originale, il più galantuomo degli archeologi ch’io

m’abbia conosciuto. Abita un vecchio castello, che fu forse casa

della Giudichessa Eleonora; vive fra i suoi camei preziosissimi, fra

i suoi vetri di Tharros dai mille colori, fra le sue urne cinerarie:

una polvere secolare posa su quelle ricchezze e il Dio di quel tempio

appena serba a sè stesso un posticino, il più modesto della casa, che

non è casa; perchè è fortezza, è castello, è museo; qua e là nido di

gufi. Il giudice Spano fra quelle rovine e fra quei tesori, in quel

mondo di cose antichissime e in mezzo a quella polvere antichissima

serba l’entusiasmo più giovanile e quando accende le sue candele per

farvi ammirare i riflessi iridiscenti dei suoi vetri di Tharros, i

suoi occhi fiammeggiano fra quelle urne e quelle ragnatele, come lampi

di un uomo felice, di un uomo _terque quaterque_ felice; dacchè una

nobile passione lo riscalda; ed egli toglie a sè gli agi della vita

per lasciare una delle più splendide raccolte archeologiche che abbia

l’Italia.

Oristano serba una gloriosa tradizione, quella della Giudichessa

Eleonora, di cui potete vedere il ritratto in Cagliari, regalato

dal Canonico Spano alla Biblioteca dell’Università. Quella donna fu

soldato, fu generale, fu re, fu legislatore.

Non scrivo storie, ma vi invito a studiare la vita di quella sapiente e

generosa principessa. Eccovi un solo tratto della finezza legislativa

di Eleonora. Anche ai suoi tempi vi eran donne infedeli e uomini

maldicenti: la Giudichessa sapiente per conservare la pace delle

famiglie decretò che dovesse pagare lire 15 di multa chiunque avesse

chiamato becco un cittadino dei suoi Stati e lire 30 se avesse provato

che quel titolo gli era dovuto; e chi non volesse crederlo, legga la

_Carta de logu della Giudichessa di Arborea Eleonora_.

* * *

Bosa è fra le piccole città della Sardegna una delle più simpatiche:

posta sulla sponda destra del Temo, il Temus di Tolomeo, ha vini; oggi

nettare di pochi, ma destinati a glorie mondiali; vicina al mare e

sopra un fiume che serpeggia fra colli e campagne fertilissime. Una

gita in barca sul Temo è una delle passeggiate più deliziose che si

possano fare: in alto sui monti, colonne di basalto che sembran rovine

di città e di templi sepolti; in basso cotogni, e olivi e melagrani

e aranci e palme che scendono fino a bagnarsi i piedi nell’onda

del fiume. Bosa è al piede di una collina su cui si arrampica, ed è

dominata dal Castello dei Malaspina, scena pittoresca, che completa

la bellezza del quadro. Le lingue malediche vi dicono che a Bosa si

beve molto; ma e chi non beverebbe di quei vini, degni fratelli del

Xeres e del Tintilla di Rota? Le stesse lingue aggiungono che i preti

sono in Bosa padroni di molte coscienze e di altre cose ancora; ma

vi ho trovato già sul tramonto la loro influenza, un tempo davvero

onnipotente; e vi dicono ancora che i Bosani sono egoisti; ma io non lo

credo, tanto mi parvero splendidamente ospitali.

* * *

Badate che nel presentarvi le città sarde seguo sempre i gradini

della gerarchia numerica, e dopo Bosa vi presento Iglesias che ha una

popolazione di più che 6000 abitanti e sempre crescente per la potente

attrazione che esercitano la mine vicine di piombo e di zinco e delle

quali il Sella ci darà una storia compiuta; fatta con lungo studio e

molto amore.

Iglesias potrebbe lavarsi meglio la faccia e i piedi, ricca com’è di

fontane e avendo quella di _Corradino_ e _Cixeddu_ e _Maimone_: ha vie

molto strette, mal lastricate, sporche, dominate dalla cattedrale e

da un palazzo arcivescovile nero nero. L’unico albergo della Vittoria

è appena abitabile. Per le vie ad ogni passo tegami di terra pieni di

carbone acceso: in molte case non v’è camino e si fa focolaio della

via, sicchè quando soffia il vento vi schizzano fra le gambe faville

d’ogni grandezza che appiccan frequenti incendii. Anche al primo piano

del Palazzo Vescovile vidi una sera un di quei tegami infuocati, su cui

il vento soffiava con tal forza da farlo sembrare un piccolo vulcano, e

scintille e faville volavano per ogni parte.

Nelle vie più povere le case non sembran fatte per uomini; entrai in

uno di quei covili ed era poco più alto d’un uomo. Nessuna sedia e

nemmeno finestre; per la porta entravano la luce e l’aria e per un

foro fatto nella parete di fango seccato (_ladderi_) esciva il fumo.

In un angolo del fuoco e intorno intorno ammonticchiati dieci o dodici

persone, accosciate per non rimaner spente dal fumo; eran bambini e

fanciulli e donne e vecchi. In fondo a quella sala due buchi quadrati,

uno più basso e più grande senza uscio, conduceva in una tana dove era

un letto pei genitori: gli altri dormivano per terra in un mucchio.

Sopra quel buco quadrato un altro più piccolo che s’apriva in un

panteon domestico; dispensa, magazzino per tutto e per tutti. Coperto

da una cassa di legno grugniva accanto al gruppo umano del focolare, un

porchetto; il beniamino, il Dio penate della famiglia; me lo mostrarono

con amore, lo abbracciarono con tenerezza: trovai anch’io che era

grazioso e quasi parente prossimo di quei poverelli che pagavano per

l’affitto di quella tana cento lire all’anno(!).

Sulla città di Iglesias pendono accigliate alcune rovine pisane che

vi ricordano il conte Ugolino, una volta padrone e donno di tutta la

città e del suo territorio. Deve essere cosa grande il leggere in quel

castello il canto XXXIII dell’Inferno.

* * *

Sopra un altipiano di granito alto 581 metri sul mare, trovate Nuoro,

circondata da bellissimi monti e da valli fiorite; ha una bella e

antica cattedrale, ma è più famosa per i suoi abitanti che per le sue

industrie o i suoi monumenti; e ne parleremo più innanzi, quando dopo

aver veduto le città e i villaggi entreremo nelle case a conoscere gli

uomini.

Osilo è una delle più grosse borgate della Sardegna, e gli Osilesi

hanno da secoli fama di fieri e di indomiti. Di essi si potrebbe dire

anche oggi quel che Tacito scriveva dei Brettoni e Lamarmora ripeteva

degli antichi Sardi: _jam domiti ut pareant, nondum ut serviant_. Il

canonico Spano ci racconta che nei primi anni di questo secolo vi era

ancora accesa una guerra tra due potenti famiglie di Osilo, i Serra

e i Fadda. Anche le donne presero parte ai fatti che accaddero in

quell’epoca e le rovine stesse del Castello servirono di rifugio e di

fortezza ad uno dei partiti.

* * *

E la mia corsa nelle città e nelle borgate della Sardegna è ornai

finita. Se avessi spazio dovrei ancora parlarvi di Cagliari fatta

ad anfiteatro sopra la lava di spenti vulcani; di Sanluri, che ha

storia gloriosa e campi fertili di biade; di Terranuova adagiata

sull’antica Olbia, colla fisonomia prosaica di borgo mercantile e

consolare; di Lanusey ricca d’acqua ottima e di vini deliziosi, famosa

per salubrità; di Macomer fabbricata sul basalto, patria del celebre

poeta e improvvisatore Melchiorre Murena, cieco dall’infanzia e che

pagò con morte violenta le sue belle poesie satiriche; dovrei parlarvi

di Oschiri, di Orosei, di cento altre borgate e villaggi che vanno

scendendo la gran scalea della gerarchia che rannoda Cagliari e Sassari

all’ultimo _stazzo_ della Gallura.

In Sardegna anche i contadini vivono agglomerati nei piccoli e nei

grossi villaggi, ed è questa una fra le massime sventure pei campi che

rimangono abbandonati alle rapine dei pastori nomadi, che rimangono

vedovi dell’occhio paterno del padrone. È questa un’antica consuetudine

venuta fino a noi e sorta in quei tempi, nei quali le continue e facili

incursioni dei pirati rendevano pericoloso il vivere isolati in mezzo a

campi deserti e smisurati.

V’è un gruppo di villaggi fra Cagliari e Iglesias che hanno una

fisonomia così argentina da far credere al viaggiatore che egli

si trovi nell’America Meridionale. Una lunga fila di case fatte di

fango impastato colla paglia e battuto e che porta il nome latino di

_ladderi_ (tapias degli Argentini). E quelle case bigie hanno tutte il

solo piano terreno, e sulle mura che cingono il cortile e l’orto vedete

piantati i cacti, d’un verde bigio anch’essi, e fra l’una e l’altra

schiera di case di fango, vie larghe e piene di fango anch’esse; ora

polverose e fetide; ora palustri e fetidissime. Altrove i villaggi sono

meno tristi, ma sempre sucidi assai, con un immondo comunismo di bipedi

e quadrupedi, di stalla e di cucina; spettacolo umiliante e triste.

Convien però ricordare che quella gente vive più che può a ciel sereno,

che fa de’ campi, dei monti, dei boschi la propria casa; e nella

capanna s’accovaccia per dormire e macinarvi il grano. Anche l’uccello

più pulito e più poetico s’accontenta di un nido piccino e fatto spesso

di fango, perchè è padrone dell’aria infinita e chiama suoi i campi

del Signore. Nell’uomo del nord il culto della casa non è soltanto

prova di vita più civile, ma è anche il frutto del cielo inclemente e

burrascoso.

All’infuori dei villaggi di _ladderi_ del Campidano che hanno fisonomia

propria e caratteristica, gli altri pigliano contorni diversi secondo

l’argilla o la pietra che l’uomo ha trovato vicino a sè per farsi la

propria casa.

Gli _stazzi_ della Gallura son le case dei pastori che si raggruppano

tra loro con forma di federazione naturale che chiamano _cussorgie_.

Più d’una volta trovate nella stazzo mobilia pulita e qualche agio

della vita, qualche crepuscolo d’arte; trovate sempre splendida

ospitalità.

Da qualche tempo intorno allo _stazzo_ vi sorride un campo coltivato a

biade o a patate, con qualche frutteto. È il pastore selvaggio che si

fa agricoltore; primo passo verso una civiltà più matura, più feconda;

terreno di transizione che riunisce due epoche geologiche nella storia

dell’uomo.

Profili e paesaggi della Sardegna · 第 3 / 23 题