— Che bel nome! Un nome da romanzo.
Ora divorava volumi sopra volumi; aspettava ansiosamente le dispense
della _Mano del defunto_, le leggeva in un lampo e restava poi con la
testa intronata e gli occhi stanchi, a pensare ai casi proprii.
Le cure della bottega, il lavoro di ogni giorno, la conversazione delle
pratiche e degli amici cominciavano ad annoiarlo. Gli pareva mill'anni
di restar solo, senza far niente; gli pesava di sentir chiacchiere e di
sbattere saponata.
Ma l'amico Agostino gli era attorno, a tutti i momenti, cercando di
persuaderlo che egli avrebbe dovuto accasarsi, presto, altrimenti i
peli bianchi avevano tutto il tempo di spuntare; ripetendogli che Fanny
faceva proprio per lui, giacchè era stata sempre avvezza ad aver cura
della casa e dei ragazzi, e doveva anche aver messo dei soldi da parte;
senza contare che la marchesa le avrebbe fatto qualche grosso regalo,
pel matrimonio, com'è uso.
— Infine, che volete concludere? Volete aspettare di morir solo, come
un cane, senza nessuno che vi pianga? A chi volete lasciare quel poco
di ben di Dio? Resterete sempre in questo bugigattolo, ad affilar
rasoi e a veder volare le mosche, quando non levate la barba a qualche
straccione unto e pidocchioso? Ora che tutti gli scuoia-cani mettono
su di gran saloni e fanno la loro bella figura, con le mani in tasca a
comandare i giovani di bottega, voi solo non dovete tentar la sorte,
per migliorare la vostra posizione? Il pane non vi manca, ma non si
vive di solo pane! Con i denari che vi porterebbe Fanny c'è da far
tante cose, solo che una testa quadra vi guidi!...
Salvatore non aveva bisogno di tante istigazioni, perchè dal momento
che aveva vista la ragazza, in casa della marchesa, gli s'erano
risvegliati dei calabroni per la testa, e tutti quei ragionamenti
egli li aveva fatti da un pezzo. La sua bottega gli pareva ora ben
miserabile; le imposte tarlate si aprivano sgangherandosi, i quadri
delle quattro stagioni appesi alle pareti intonacate di un giallo
sporco s'erano scoloriti, il cerchio di ferro da cui pendevano le
filze dei denti vecchi girava continuamente ora da una parte e ora
dall'altra, e i bacili di rame sbattevano fra loro con un rumore di
casseruole sfondate.
Egli pensava a Fanny, alle ricchezze in mezzo a cui vivevano i signori,
al _Salone d'Europa_ tutto splendente di lumi, di specchi, di dorature,
dinanzi al quale la gente si fermava, ammirando.
— Lo sapete chi era prima quel Conterino? — diceva l'amico Agostino. —
Un morto di fame, peggio di me. Ora fa fortuna, col nuovo salone, alla
faccia degl'infingardi.
Salvatore avrebbe voluto parlargli di Fanny, ma aveva paura che quello
lo canzonasse. L'amico Agostino, invece, avviò lui il discorso.
— Sapete che l'altro giorno ho visto la Fanny, e s'è parlato di voi?
— Davvero? — rispose l'altro, studiando un tono indifferente. — E che
dicevate?
— Mi diceva che suonate come un angelo.
Quella sera Salvatore chiuse la sua bottega più presto del solito e si
mise a suonare sul mandolino l'aria del _Trovatore_. La musica non gli
aveva mai fatto un simile effetto; si sentiva correre dei brividi per
la pelle e tremar la mano, con una gran voglia di piangere.
— Se potessi rivederla!
Quando meno lo avrebbe sperato, il suo desiderio fu sodisfatto.
— La marchesa vi vuole a palazzo, domenica, per un altro concerto — era
venuto a dirgli il cocchiere.
Salvatore avrebbe voluto abbracciarlo.
— La marchesa mi onora ogni volta che mi comanda. E ci sarete anche voi?
— Mi tocca questa seccatura.
Per lui fu una festa. Il suo mandolino non aveva mai cantato così
dolce. Glie lo dissero, perchè egli non se n'era accorto; non s'era
accorto di nulla, tranne di Fanny che andava e veniva dall'appartamento
al giardino, come voleva il capriccio della marchesina. Se non era il
rispetto, egli avrebbe mangiata a baci la bambina quando aveva voluto
pizzicare il suo strumento.
— Abbia pazienza! Bisogna contentarla in tutto; altrimenti pover'a noi!
Salvatore non sapeva che rispondere, tutto sconvolto.
— Ma che, per carità!...
E abbandonava il suo strumento in mano di quel diavolino che se lo
trascinava dietro come un giocattolo.
— Ora gli sciupa ogni cosa! — esclamò la Fanny, raggiungendo la bambina.
— Ma la lasci stare!... non importa!... — insisteva Salvatore,
avvicinandosi, sfiorando le mani di lei nella breve contesa.
La marchesina, sdraiata sopra un sedile di ferro, col mandolino quasi
più grande di lei fra le gambe, strappava le corde una dopo l'altra,
come se volesse spezzarle.
— Mio Dio, che stridori! — diceva la Fanny, portando le mani alle
tempie e raggiustando lievemente con le dita le bande dei suoi capelli
d'oro. — Che differenza con poco fa! — aggiungeva, rivolgendosi a
Salvatore.
Egli tentava scusarsi:
— Bontà sua!... io non merito...
— No, no; le assicuro che lei suona divinamente. Così potessi avere
ancora questa distrazione!
— Conosce la musica?
— Ora? Più nulla! A casa mia, strimpellavo bene o male sul pianoforte.
Ma cosa vuole — aggiungeva, sospirando — quando non s'è più padroni!...
Salvatore non si stancava di contemplarla, pieno di commiserazione.
— E si trova da molto tempo con la marchesa?
— Da quasi due anni!
— Il suo paese, se è lecito?
— Sono veneziana. Mio padre era capitano nell'armata...
La marchesina chiamò da lontano:
— Fanny!...
— Sul punto di morte mi raccomandò a una famiglia di signori suoi
conoscenti, che per tutta protezione mi proposero di prendermi come
governante...
— Fanny! Fanny! — strillava la bambina.
— Dica lei cosa potevo fare, senza un aiuto, sola? Rassegnarmi!
— Fanny! — urlava la bambina, disperatamente.
Dal salotto, la marchesa chiamava anche lei, con voce breve:
— Fanny!
— Ecco quello che mi tocca! — mormorò lei. — Mi permetta, signore...
Salvatore restava ancora lì, senza saper dove fosse, con una grande
confusione nella testa. Era proprio lei, la Fanny, che gli aveva fatte
quelle confidenze? Ed erano dirette proprio a lui, Salvatore? Tutto
questo non era un romanzo?... Si guardava attorno: il giardino era
oramai deserto e silenzioso; i lampioncini rossi pendenti dagli alberi,
come tanti poponi, si andavano spegnendo. La rotonda era vuota; dietro
le finestre del salone, vivamente illuminate, si vedevano passare delle
ombre, al suono affievolito del pianoforte.
— Un romanzo! un vero romanzo! — pensava egli continuamente.
A un tratto si udì chiamare:
— Salvatore, ohè? — Era Raffaele, il cocchiere. — Volete restare
all'aria aperta fino a domani?
— Vengo subito — rispose, cercando il suo strumento da un sedile
all'altro.
— Che avete fatto di bello?
— Nulla; s'è chiacchierato colla governante della marchesina.
— La governante? Quale governante?
— Ma... la Fanny... la figlia del capitano...
Il cocchiere si mise a ridere:
— Ci siete cascato anche voi? Che capitano e che governante! La
cameriera, volete dire.
— Ecco com'erano! — pensava Salvatore. — Ecco in mezzo a qual gente era
costretta a vivere quella povera creatura! Che sorte le toccava!
Egli si sentiva intenerire profondamente, ogni volta che ripensava a
tutto quello che aveva dovuto soffrire, lei così buona, lei così degna
di miglior sorte.
— Ah, se!...
Ma poi disperava, rivedendosi nella sua botteguccia, all'idea della
distanza che lo separava da lei.
— Che!... Che!...
— Cos'ha mai Salvatore? — si chiedevano Santoro, Lisani e gli altri
amici, nel vederlo sempre rabbuiato. — Guai grossi ci sono, dunque? —
domandavano ad Agostino, che passava per il suo confidente.
— Infine — gli disse questi, dopo che i suoi discorsi avevano avuto
tempo di fare effetto — perchè sospirate tutto il giorno come un
mantice? Pensate sempre a Fanny?.. E spiegatevi chiaro, in nome di Dio!
Perchè dunque non la sposate?
— E lei mi vorrà?
Agostino partì a ridere, vedendo la faccia lunga dell'amico.
— Dovete sapere che Pulcinella, quando era innamorato di qualcuna,
diceva che mezzo matrimonio era fatto!
— E dunque?
— Dunque, all'altro mezzo penserò io.
Così egli fece portare l'ambasciata, da sua sorella, che era amica di
Fanny, e un bel giorno tornò con la risposta.
— Insegnatemi il mandolino! — cominciò a dire, con una serietà studiata.
— Che vi salta in testa, adesso?
— Insegnatemi il mandolino, v'ho detto!
— Va bene, ve l'insegnerò; ma almeno spiegatemi....
— Vi spiego che le avete fatto girar la testa, col vostro pizzicato.
— E che ha detto?
— Dice di sì, birbante!