Per una settimana, Salvatore non si potè levar di capo il ricordo della
serata della marchesa.
— Com'erano magnifici quei grandi saloni, con quei grossi tappeti
sotto i piedi, con tante galanterie e tante ricchezze!... Già, quando
s'era trovato nel giardino, dinanzi alla signora, egli non aveva capito
come l'amico Agostino ne potesse parlar male: era tanto buona, tanto
affabile! S'ha un bel dire, ma il garbo e la distinzione si trovano
soltanto in casa della nobiltà! Perfino i servi avevano belle maniere,
e il cameriere che lo aveva accompagnato in giardino, e poi nella sala
dei rinfreschi, pareva avesse fatto strada a un barone, a dir poco!
Soltanto quel gelato non gli era andato nè per dritto nè per traverso,
perchè, sul più bello, era entrato a rotta di collo un diavolino,
strillando e pestando coi piedi, domandando i dolci, e poi era venuta
la governante, vestita come una dama, e l'aveva portato via, chiedendo
scusa a lui, Salvatore, con un'aria e una voce così gentili, che egli
non era riuscito neppure a rispondere: Ma nulla!
— Che ne dite? Un bel pezzo di ragazza, quella Fanny? — chiedeva
intanto l'amico Agostino. — Quei fianchi, li avete visti?... e il
resto?...
— Sempre a una cosa voi pensate? — rispose Salvatore, ridendo un po'
tra i denti.
— Io? Guardate cos'è il mondo! Io pensavo al bene, e se vi dico che è
una bella ragazza, gli è perchè farebbe giusto per voi.
Salvatore lasciò cadere il discorso, affinchè quello se ne andasse. La
testa gli frullava ancora da quella sera, e l'imagine di Fanny non gli
si voleva levar via dagli occhi. La vedeva ancora, come se gli stesse
innanzi, bionda, graziosa, elegante; gli risuonava ancora all'orecchio
l'accento simpatico e per lui nuovo della sua voce melodiosa.
— Non dev'essere delle nostre parti; anche il nome lo dice.