Anche quello che il Bonaparte aveva chiamato il costume, cioè il

carattere ed il sentimento nazionale, si era proposto e si studiò il

Melzi di formare: aveva accettato di essere l'uomo del Bonaparte

rispetto alla nazione italiana e voleva essere — ei diceva — anche

l'uomo della nazione rispetto al Bonaparte; ma perchè potesse

raggiungere così nobile intento conveniva che cessasse l'asservimento

alla Francia. Il contatto coi Francesi era troppo continuo, perchè non

fosse cagione di spiacevoli contrasti: la dipendenza dalla Francia

troppo diretta e troppo presente perchè gli interessi di questa non

avessero a prevalere su quelli che avrebbe imposto la nazionalità della

serva e più bisognosa sorella. E invece che diminuire l'asservimento

diventava ogni giorno più duro, e più ferrea e più imperiosa si faceva

sentire la volontà di Napoleone. Prima erano consigli e raccomandazioni

al Melzi: diventarono poi ordini e ingiunzioni fatte — nonostante

l'affetto e la grande stima che il Bonaparte nutriva per il patrizio

milanese — con quel tono secco di militaresca villania che al Talleyrand

faceva dire col suo fine sorriso: — “Peccato che un uomo di tanto

ingegno sia tanto male educato!„ Il Melzi era costretto quasi sempre a

piegare il capo: non vi si rassegnava però che riluttante e dopo di

avere con coraggio, che era già di pochi e che presto non sarebbe stato

di nessuno, tentato di persuadere e di resistere.

Di mano in mano che il Bonaparte si avvicinava alla corona imperiale,

tanto più invadente, accentratrice si faceva la personalità sua: ogni

azione altrui dalla sua restava soffocata e distrutta: una volontà sola,

una sola vita vi doveva essere in Europa, la sua.

Il Bonaparte fu chiamato _il primo dei controrivoluzionari_: e per vero

egli aveva creduto di fermar l'opera della rivoluzione rimettendo la

società sopra le basi donde la rivoluzione l'aveva spostata: l'ordine e

la religione. L'operosa ricostruzione interna del consolato, la pace

generale con l'Europa, il Concordato col papa parevano nel 1801 voler

mantenere la promessa. Ora il Cesarismo lo aveva ricondotto di nuovo là

dove la rivoluzione con la violenza era giunta. Non la Francia soltanto,

ma l'Europa intera turbata; principi e popoli in istato di continua

instabilità ed in pericolo di sovvertimento ad un sol cenno di lui; il

Pontefice, come ai tempi della rivoluzione, strappato alla sua sede e

trascinato in Francia e le coscienze religiose turbate.

Seguirlo in questa fase ultima della sua vita politica non tocca a me

nell'ordine di queste letture; è giunto il momento in cui la

individualità del Bonaparte ha talmente assorbito la vita di tutta

l'Europa da formare con essa una sola ed indivisibile cosa. Napoleone è

già il Giove terreno che fulmina, che riceve gli incensi, che si sente

al difuori e al disopra del genere umano.

E torrenti di luce il sol diffuse

Napoleone Dio, Napoleone!

Rispondeva la terra, e il ciel si chiuse.

Miseri mortali costretti a vivere fuor delle loro condizioni normali, ad

obbedire senza discutere, ad ammirare sempre; sempre in attesa di

qualche colpo di scena che d'un tratto muti le loro sorti; sempre nel

timore che un segno di penna annulli la loro esistenza, che li privi

delle sostanze, che strappi i lor figli alla casa paterna e li balzi qua

e là per tutta l'Europa. Mai la ragion di Stato aveva annientato tanto

l'individuo! Nulla aveva più valore nella vita dell'uomo privato, nè in

quella dei popoli. Che importa alla storia sapere quali principi

Napoleone abbia posto sui troni o quali ne abbia balzati? restano ombre

prive di corpo, nomi vani, quando attraverso ad essi non si vada a

cercare il sole che li illumina e li vivifica. Che importa sapere come

Napoleone abbia riunito all'impero francese l'uno dopo l'altro il

Piemonte, poi Genova con la Liguria, poi Parma, Piacenza, Lucca, poi la

Toscana, dopo averne fatto un effimero regno d'Etruria, e da ultimo

Roma? Quali destini serbava all'eterna città quando, attingendo ancora

una volta alla forza della sua tradizione gloriosa, faceva di essa la

seconda metropoli dell'impero, poi del figlio lungamente desiderato, un

re di Roma? Ne voleva far centro della nuova nazione italiana? Chi può

seguirlo attraverso il fantasmagorico mutare e rimutare della sua

volontà, e cogliere in mezzo il barattare continuo di troni e provincie,

quale sia l'ultima mira dell'azione sua?

Il bel nome italico rimaneva al regno, in cui la repubblica italiana

s'era trasformata: ma il Melzi non v'era più a governarla. Al suo posto

Napoleone aveva posto un giovanetto francese, il figliastro suo Eugenio:

e francesi, come Eugenio, tratti dalla famiglia di Giove furono pure

Giuseppe e Gioacchino Murat che successivamente Napoleone fe' passare

sul trono abbandonato da Ferdinando di Borbone. Continua nel regno

italico, s'inizia nel regno di Napoli il rinnovamento legislativo,

economico e militare del paese; e possono, ne' primi momenti del fasto

teatrale delle nuove Corti e della gloria militare cui sono chiamate a

partecipare, restare abbagliate le popolazioni italiane. Ma la realtà

finisce coll'imporsi: al fasto principesco, alla gloria militare erano

sacrificati gli interessi del popolo; per la grandezza dell'impero di

Francia prosciugate le risorse pubbliche, seminate di lutti le case dei

cittadini. Resistere alla volontà di chi disponeva della loro sorte non

osavano i principi, era impotente il popolo: ond'è che gli Italiani

ricaddero di nuovo in quello stato di inerzia passiva che già altra

volta era succeduto alla momentanea effervescenza che l'amore per la

libertà pareva avesse destato fra noi: di nuovo nel segreto del cuore

covarono gli Italiani l'odio contro gli stranieri oppressori. Ma l'odio

questa volta era più intenso perchè più lunga era stata l'educazione

politica, più sicuri erano divenuti i criteri per distinguere il bene

dal male, l'apparenza dalla realtà: ed il contrasto stesso che nella

repubblica e nel regno italico gli Italiani avevano avuto sotto gli

occhi, dei benefici che da savi ordinamenti liberi avrebbero potuto

ritrarre coi mali che per l'assoggettamento a Francia nel fatto ne

ritraevano, acuiva l'odio ed il dolore.

Il Franchetti in una delle sue migliori monografie su questi tempi ha

dimostrato che l'odio sorto fra noi dalle sofferenze, dalle prepotenze,

dalle delusioni subite durante la dominazione francese fu il fuoco sacro

che ha acceso il sentimento patrio italiano, prima dell'89 vivo soltanto

nella comunanza del linguaggio, della coltura e delle tradizioni

storiche. Un medesimo odio e una comune miseria hanno fatto cercare la

medesima salvezza; così la coscienza unitaria della nazione italiana fu

formata. Dal male nasce più spesso che in altro nido il bene: e

basterebbe ciò perchè a questa età tumultuosa noi dovessimo rivolgere

grati lo sguardo, quando anche non le dovessimo d'averci richiamato alla

milizia e dato l'esempio dei primi larghi ordinamenti legislativi che

rimasero poi fermi nella nostra tradizione.

La coscienza nazionale italiana portava però ancora con sè il segno del

peccato d'origine: era nata dall'odio e non poteva per anco aver altro

carattere che distruttivo; non sentiva allora altra necessità

all'infuori che quella di togliersi di dosso chi la soffocava, e per il

momento non vedeva e non cercava come le sarebbe stato poi concesso nel

fatto di costruire l'unità della patria.

Per ciò il popolo italiano assistè plaudendo al crollo della fortuna

napoleonica, dove non diè mano esso stesso a quella rovina: per ciò

respinse con repugnanza le offerte di indipendenza che la voce francese

del vanitoso Gioacchino Murat gli vantò da Rimini e respinse anche

quelle di Eugenio di Beauharnais, che pur era degno di miglior sorte. Ma

poichè l'odio solo l'avea mosso e non avea pronta e chiara davanti agli

occhi la vera soluzione del suo avvenire, dopo esser corso dietro alle

speranze — e fu errore scontato collo Spielberg — di una restaurazione

liberale ed autonoma sotto gli auspici dell'Austria, finì col cadere

nella servitù e passare da una ad un'altra dominazione straniera, la

quale gli tolse anche quelle speranze di libertà e quelle illusioni di

gloria che la dominazione francese gli concedeva.

Eppure, se fra tanto tumulto di passioni l'Italia avesse prestato

attento orecchio, avrebbe inteso una voce che dalle pagine ora

dimenticate di un tenue opuscolo, dirigendo un _Appello ad Alessandro

imperatore autocrate di tutte le Russie sul destino d'Italia_, additava

con mano sicura donde la salvezza futura sarebbe venuta. “Offrasi —

diceva la voce dell'anonimo solitario — offrasi a questa nazione

l'indipendenza, l'unione e la scelta di un governo.... Gli occhi d'ogni

italiano, nel di cui petto arde il sacro amor di patria e a cui l'onore

nazionale è caro, rivolti sono da gran tempo sopra quello che tutto

appella a far nostro capo e sovrano. Restaci ancora un principe

legittimo e degno di esserlo, la di cui famiglia tutto ha nelle vene il

più puro sangue italiano. Un principe nato fra noi, fra noi allevato,

che noi tutti conosciamo e che conosce noi tutti. Egli ha i nostri

costumi e le inclinazioni nostre, le nostre abitudini. L'illustre casa

di Savoia è italiana e gli avi suoi sono dell'Italia la gloria e

l'orgoglio. Che i monarchi alleati, che Vostra Maestà la richiamino al

proprio antico dominio non solo, ma che a regnare s'inviti su tutti gli

Italiani che desideran divenirne sudditi. Si presenti il Re di Sardegna

agli Italiani tutti come il centro della loro unione e gli Italiani

tutti accetteranno con viva gioia e trasporto il magnanimo dono e

benediranno la mano donatrice: correre tosto scorgerebbonsi da ogni lato

dell'afflitta Italia giovani ardenti a salutare l'augusto, il nazional

sovrano e ad offrirgli le braccia ed il sangue loro.„

La voce del solitario italico che con occhio così limpido vedeva la

futura missione rendentrice di Carlo Alberto e di Vittorio Emanuele II e

preannunziava i plebisciti dell'Italia nuova, cadde allora nel silenzio.

Altro odio doveva nascere da altre e più dure ed umilianti sofferenze;

dolorosi sacrifici di sangue e di ideali dovevano essere imposti dalle

esperienze fallite cercando per vie diverse la patria, prima che la

coscienza nazionale italiana fosse compiuta e che non più soltanto dalle

elucubrazioni politiche dei pensatori ma dalla educazione generale del

popolo si invocasse e si imponesse la redenzione del nostro paese.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo

senza annotazione minimi errori tipografici.

I Francesi in Italia (1796-1815) La vita italiana durante la Rivoluzione francese e l'Impero · 第 3 / 3 段