l'ignoranza, la paura e la superstizione hanno abbrutito, il Bonaparte
era ben certo di poter far calcolo: le minaccie di feroci rappresaglie,
seguite dai sanguinosi esempi di Binasco, di Pavia e di Lugo, furono più
che sufficienti a mettere un freno alle velleità di resistenza, cui qua
e là — specie nelle campagne — parve dapprima che esso, per i consigli e
le istigazioni altrui, volesse cedere. Ciò però non bastava al
Bonaparte: egli voleva formare — come scrisse al Direttorio — l'opinione
pubblica, _donner la tournure à l'esprit_, per modo da renderlo
favorevole alla rivoluzione che portava in Italia. Per ciò egli cercò
subito e di proposito di attirare a sè le classi più alte e più colte.
La conquista degli animi fu metodica, come metodico e quasi uniforme era
stato, ne' più minuti particolari, il procedimento che egli ed i
generali francesi avevano adoperato fin dal principio nell'occupare le
città e gli Stati italiani.
Il Bonaparte sa di essere venuto in mezzo ad un popolo conservatore per
indole e religioso per fede e per abitudine: perciò s'adopra prima di
tutto a rassicurarlo che nè la religione nè la proprietà saranno
toccate. Lascia che gli ardenti, che gli ingenui, che coloro i quali,
nulla avendo da temere o da perdere per sè, son sempre pronti a ficcarsi
in prima fila, diano la stura a tutto il repertorio della rettorica
democratica; lascia che costoro — rassicurati e fatti audaci dalla
presenza delle armi francesi — si abbandonino a manifestazioni esagerate
del loro patriottismo di fresca data e dei loro nuovi principii, ma
esteriormente soltanto e in quanto tali manifestazioni possono essere
buon lievito a gonfiare l'ardore delle masse e stimolo a chi ha bisogno
d'essere spronato per muoversi. Ma quando vorrebbero e potrebbero
scendere all'azione cui egli sembrava li avesse spinti, li contiene e li
frena, perchè nè il sentimento religioso dei più ne riceva ombra od
offesa, nè le classi più alte e più agiate abbiano ragione di temere
pericoli per sè o per le cose loro. Agli uomini del medio ceto composto,
fra noi, di avvocati, di letterati, di medici, di artisti, di
commercianti, molti de' quali son già disposti dalla loro educazione ad
accogliere le dottrine che da un pezzo la filosofia francese ha messe di
moda, il Bonaparte apre le braccia e fa credere d'esser venuto per
scuotere il giogo che li opprime e che per verità ad essi era parso
molto leggiero: ne solletica la vanità o l'ambizione: offrendo impieghi
ed onori fa brillare ai loro sguardi ideali di grandezza e di libertà.
Ma per accoglier costoro non respinge da sè il clero e la nobiltà: chè
quello è autorevole e questa non suscita odii ardenti, come in Francia,
ed ha molte aderenze: clero e nobiltà dal canto loro, per abitudine e
per educazione, sono concilianti e quasi senza resistenza si prestano,
parte per paura del peggio, parte per speranza del meglio, a secondarlo.
Quanti nobili e quanti prelati, fatti cittadini, non accompagnarono poi
nelle fortunose vicende della sua vita il giovane côrso del quale
vedevano allora spuntare l'aurora! E come pronto ed acuto fu l'occhio di
lui a penetrare nel cuore e nella mente di quanti lo avvicinavano e a
discernere, fra la folla degli adulatori che gli faceva calca intorno,
gli uomini, fino allora ignoti a sè stessi, che per le qualità
dell'ingegno e dell'animo eran degni ch'ei facesse calcolo sopra di
loro; e come seppe senza esitare stendere ad essi la mano per innalzarli
e metterli al suo fianco! Alla folla il trastullo delle pompe e delle
forme, l'ebbrezza delle esagerazioni: questi pochi, tratti nell'intimità
e nella fiducia sua, educava e provava alla vita pubblica, rendeva
devoti e legava a sè, aprendo alle loro menti nuovi orizzonti e facendo
ad essi balenare lontane speranze per la lor patria, forse allora
sincere.
Intanto ben diversa e dolorosa era la realtà che il Bonaparte poteva
loro offrire. Questa Italia che egli sentiva essere sua personale
conquista e per la quale vedeva disegnarsi e andava vagheggiando ideali
che pochi anni dopo l'egoismo suo, prevalendo, troncò, la sapeva
riserbata, nei reconditi disegni del Direttorio e dalle necessità
politiche della Francia, a pagare le spese della pace con l'Austria dopo
che avesse pagate alla Francia quelle della guerra. Ei doveva perciò
sfruttarla, dissanguarla, cavarne tutto il succo vitale per provvedere
ai bisogni dell'esercito, alimentare la sua impresa, e non offrire
all'Austria che un limone spremuto. E doveva in pari tempo impedirle di
acquistare tale saldezza di ordinamenti, così larga unione delle sue
parti e così libera autonomia di esistenza che potessero poi esser
d'ostacolo al mercato per cui la conquista era fatta. Onde la
instabilità degli effimeri stati democratici che all'ombra delle sue
vittorie o col conforto di molte promesse, lasciò sorgere nella
penisola.
Piccole repubbliche che si pavoneggiavano nei nomi gloriosi
dell'antichità classica, ma che funzionavano sopra una copia, ridotta
per comodo dei Francesi e per illusione degli Italiani, della
costituzione dell'anno V; che menavano vanto e discutevano con calore e
a grandi frasi dell'esercizio della libertà cui eran chiamati, che
evocavano ad ogni momento le ombre di Bruto, degli Scipioni e magari di
Camillo ed erano poi allo sbaraglio del primo caporale Gallo che volesse
essere insolente. Generali, commissari, agenti ordinatori, requisitori
straordinari ed ordinari, civili e militari venuti di Francia, tutti
comandavano, tutti insolentivano con prepotenza, tutti credevano di
avere il diritto di prendere per un orecchio e trattar da padroni questi
uomini liberi. E, come tutti comandavano, così tutti intascavano.
Parevano uccelli di rapina calati su di un campo di battaglia: non erano
mai sazii: tutto faceva per loro: oro, argento, viveri, quadri, oggetti
d'arte, persino i pegni del Monte di Pietà! Nel nome del Direttorio la
spogliazione si eseguiva in grande con la garanzia di trattati e di
compromessi e per mezzo di dotti e non dotti ufficialmente investiti
nella missione di far scelta — in lingua più povera si direbbe _rubare_
— del meglio che trovassero nelle gallerie, nei musei e nelle casse
pubbliche. Ma alla spogliazione ufficiale s'aggiungeva la privata.
Chiedendo a titolo di dono i più riguardosi, gli altri mettendo gli
artigli _impudentemente_ — la parola è del Bonaparte — su quel che loro
piaceva, ciascuno cercava di non tornare a mani vuote al di là delle
Alpi. E non era giusto che gli Italiani pagassero il beneficio della
libertà che i Francesi — bontà loro — avevano portato? i _Romani nella
Grecia_ non avevano fatto lo stesso? Ma Mummio, erano gli Italiani che
lo ricordavano: i Francesi parlavano invece di Catone e continuavano a
frugare nelle tasche dei loro nuovi fratelli. — “Cappello in testa e
mani nelle tasche!„ — consigliava in quei giorni di democrazia invadente
il Parini ad un campagnolo che per timidità o per abito di cortesia non
sapeva stare dinanzi ai magistrati col capo scoperto. Il Parini, al
quale il Monti nella Mascheroniana pone in bocca:
il dolor della meschina
Di cotal nuova libertà vestita
Che libertà nomossi e fu rapina.
Serva la vide, ohimè, serva schernita.
Oh l'Italia pagò cara questa libertà! e s'avvide da ultimo di non
stringere che un pugno di mosche. Quando il Bonaparte lasciò la penisola
e a questa venne meno con esso anche il freno che fino allora aveva
contenuto la più sfacciata ruberia ed impedito il trionfo della
demagogia piazzaiuola, già della libertà erano stanchi anche coloro che
più sinceramente le erano mossi incontro. I più abili ed i più onesti,
dopo avere indarno tentato di reagire contro tanta rovina delle loro
speranze e dei loro ideali, dopo aver cercato inutilmente di arrestare
l'onda invadente nella vita pubblica degli elementi più torbidi e più
violenti che il cieco favor popolare e il non disinteressato favore dei
generali e commissari francesi sospingevano innanzi, s'erano ritirati in
disparte. Il contrastare degli avidi, il rubare dei disonesti, le
piccole prepotenze dei cittadini che avevano il governo di nome e le
grandi dei Francesi che lo esercitavano di fatto, la confusione delle
attribuzioni, gli odii, le calunnie, la intemperanza del linguaggio
avevano, in tre anni, gettato l'Italia nello stato della più completa
anarchia.
*
Allora appunto, nel 1799, cominciò la reazione antifrancese: ma, come la
rivoluzione, anch'essa venne fra noi dal di fuori.
Quasi ad un tempo fu trionfante alle due estremità della penisola.
Dalle Alpi calò in Lombardia il maresciallo Suwaroff, il terribile
tartaro che aveva massacrati gli ultimi eroi della libertà polacca, e
guidava Austriaci e Russi: piombò in Calabria dalla Sicilia il cardinale
Fabrizio Ruffo e lo seguiva un'orda disordinata di borbonici, di
briganti, di preti, di frati e di contadini che lungo il cammino diventò
folla. Un medesimo odio contro la rivoluzione guidava l'uno e l'altro,
il fanatico maresciallo scismatico, l'accorto principe della Chiesa
romana: pronti erano entrambi a qualunque eccesso pur di far trionfare
Cristo ed il diritto divino dei re.
Nuovo Attila, il Suwaroff, e come lui terribile nella bruttezza
ripugnante del volto e della piccola persona, si gittava furibondo in
mezzo alla mischia cogli occhi iniettati di sangue, e tenendosi ritto su
di un selvaggio cavallo della steppa, correva seminudo sotto una bianca
e lunga camicia tartara, donde pendevano decorazioni e reliquie, fra le
file de' suoi incitando alla strage, dandone l'esempio: i suoi urli
erano di belva inferocita, le pose e i gesti teatrali: quando
s'incontrava in una croce o in una immagine sacra scendeva da cavallo,
si gettava bocconi e colla testa beluina nella polvere baciava il suolo.
Il Ruffo, maestoso nella eleganza signorile della porpora cardinalizia,
incedeva sereno in mezzo alle turbe furibonde e fanatiche de' suoi nuovi
crociati. Dalla sua bocca di miele uscivano parole che suonavano pace e
perdono cristiano, ma che sulle turbe le quali lo ascoltavano col cuore
invasato di sacro odio producevano l'effetto di staffilate: gli
sciagurati che s'eran fatti nemici della religione e del re e che
conveniva richiamare, per salvezza delle anime loro e per tranquillità e
sicurezza degli altri, alla fede di cristiani e di sudditi, ei li
additava con la punta della spada: con la croce benediceva le schiere
che tornavano dalle stragi sanguinose: di tratto in tratto fermava i
suoi ad una chiesa ed intonava il _Tedeum_ al Dio della vittoria.
Una lunga traccia di incendi, di stupri, di saccheggi, di rapine, di
lascivie per cui il Suwaroff menava vanto e gli brillavano gli occhi di
gioia e il Ruffo mostrava di vergognarsi e dolersi, segnava il passaggio
in Lombardia e nel Regno delle milizie oltremontane e nostrane della
Santa Fede: e dietro la traccia, e per allargarla, accorrevano, come
iene attratte dall'odore della preda e del sangue, sempre nuove turbe di
insorgenti e più feroci, fiutando se vi eran superstiti alle prime
stragi, cercando se trovavano avanzi delle prime rapine, insaziabili per
timore che le vittime venissero loro a mancare.
Col successo il contagio si diffonde dalle estremità nel centro
d'Italia. Un selvaggio furore sembra invadere le tranquille e gentili
popolazioni della Toscana, dell'Umbria e delle Marche: cadono gli alberi
della libertà e sorgono per ogni dove le croci; cessano lo squillar
delle trombe e il rullar dei tamburi; fra un lento e continuo suonar di
campane, echeggiano da ogni parte grida selvaggie di _Morte ai
Giacobini, Viva Maria!_ Moltitudini sterminate di contadini armati di
picche, di falci, di fucili si muovono quasi in processione militare dai
loro borghi, si organizzano in bande, improvvisano capi. Centro
dell'armata della fede è in Toscana, Arezzo: generalessa una donna,
Alessandra Mari da Montevarchi che, novella Giovanna d'Arco, portando
un'imagine della Vergine, precede a cavallo la turba aretina e la
conduce delirante d'odio e di fede, fra il canto delle sante litanie,
alla caccia dei Francesi, dei giacobini, degli ebrei, di tutti i nemici
della fede.
D'onde in ogni parte di questa Italia, che ieri pareva delirare
d'entusiasmo per i Francesi, d'amore per la libertà, sono sbucate
d'improvviso tante _masse cristiane_ e così numerosi sanfedisti? Dove si
tenevano finora nascosti, e come tanto odio non visto covava? E dove
sono ora i molti che smaniosi di godere e di esercitare i diritti del
cittadino facevano ressa attorno ai pubblici uffici? i non mai sazi di
libertà? gli energumeni, i declamatori delle tribune, dei giornali,
delle piazze che parevan non trovar sufficienti parole per affermare e
ripetere il loro risoluto proposito di sacrificare la vita piuttosto che
la libertà acquistata?
Non si vedono più: si direbbe che una voragine li ha inghiottiti tutti.
È bastato che l'esercito francese vinto dagli Austro-Russi in campali
giornate, investito ed incalzato in ogni parte dalle bande degli
insorgenti, fosse costretto a sottrarre alle libere repubbliche italiane
il suo appoggio, perchè queste, come castello di carta al primo soffio,
crollassero. Per i loro ideali di libertà e di ordinato viver civile,
per l'esistenza di quello Stato che con fede di compiere cosa santa
avevano fondato pochi mesi prima, lottarono da eroi fino all'ultimo gli
uomini della Repubblica Partenopea, soli: ma non erano che un pugno di
forti e la reazione li soffocò col numero nel sangue. Abbandonarono
invece il campo, vergognosamente inerti, tutti gli altri nelle altre
parti d'Italia. I più compromessi fautori della libertà seguirono
l'esercito francese nella ritirata: quelli che credettero di rimanere
sul patrio suolo e che non poterono ottenere d'esser dimenticati o anche
di far accogliere i loro servigi dai nuovi vincitori, furono o
massacrati nel primo momento dal furor delle turbe o carcerati o
esiliati o tratti a morte più tardi, quando cominciò per mezzo di
persecuzioni e di processi la più misurata, ma non meno feroce e
sanguinaria, epurazione a freddo dei sospetti di civismo. Alle stragi di
Mario succedono le proscrizioni di Silla.
A spiegare tanta e così subitanea mutazione non basta dire che le
violenze e le ruberie dei Francesi, che l'anarchia dei governi da loro
istituiti avevano ingenerato odio a sazietà siffatta che gli Italiani
avrebbero accolto come liberatore anche il turco: conviene ammettere,
come io dicevo da principio, che al soffio delle idee francesi la
superficie soltanto della vita italiana si era mossa: che era spuma e
non onda quella che s'era sollevata. La natura italiana, nonostante
l'apparente consenso generale, non era stata toccata profondamente nel
suo organismo dalle novità francesi: un accesso violento di febbre che
la paura ed il contatto coi Francesi avevano provocato, l'aveva turbata
momentaneamente: passata la paura, cessato il contatto, le tendenze
naturali, sentendosi di nuovo libere di sè, avevano ripreso il
sopravvento ed avevano per reazione ecceduto nel volere dalla vita
italiana espellere ciò che l'importazione straniera vi aveva introdotto.
*
Altri stranieri avevano dominato nei secoli precedenti l'Italia; ma
nessuno, prima dei Francesi, aveva voluto d'un tratto e per forza
innestare la propria vita, le proprie idee, le proprie ispirazioni nella
vita italiana: ciò che delle costumanze e del pensiero spagnuolo era
rimasto fra noi, era stato assorbito per lento e spontaneo infiltramento
nel volgere di molti anni. Del resto, che la violenta imposizione dei
principii della rivoluzione francese non solo si sia esercitata sopra un
terreno che in nessun modo era disposto ad accoglierla, ma che sia
venuta ad interrompere bruscamente il naturale svolgimento della vita
italiana, quando appunto cominciava a rinnovarsi da sè, lo mostra il
fatto che neppure il vivere più composto e ordinato di altri quindici
anni della dominazione francese restaurata fra noi nel primo anno del
secolo, hanno potuto radicarli. Certo per legge di adattamento essi
poterono in quegli anni guadagnar terreno e lasciarono traccia di sè in
molti che si erano trovati in condizione di vederne e di gustarne i
benefici: ma la grande massa del popolo italiano fu lieta che la
reazione del 1815 — più fortunata e più durevole di quella del 1799 —
rimettesse le cose come erano prima che i Francesi ponessero il piede in
Italia, e s'adagiò soddisfatta nel suo nuovo sonno, dal quale soltanto
la lenta e graduale preparazione di mezzo secolo potè destarla e
metterla in condizione di poter guardare con occhio sicuro il sole della
libertà.
Un uomo avrebbe potuto anticipare l'aurora di questo sole: Napoleone
Bonaparte se egli, quando fu padrone di sè e non doveva render conto ad
alcuno, come prima al Direttorio, dell'opera sua, avesse voluto essere
italiano soltanto e si fosse proposto di riprender le fila della
tradizione italiana là dove l'orrore per la rivoluzione francese, poi le
armi di Francia le avevano spezzate. Ma quando calò per la seconda volta
nella penisola per metter fine alla reazione che da tredici mesi vi
imperversava, e d'un sol salto, colla battaglia di Marengo, fu in sella
e di nuovo ebbe in mano il freno di lei ch'era “fatta indomita e
selvaggia„ egli non era più il giovane generale invaso dalla voglia
d'afferrare per i capelli la gloria e la fortuna dovunque le avesse
trovate. Gloria e fortuna le aveva già raggiunte e le teneva strette nel
ferreo pugno. Era il primo console, il vero signore della Francia: se in
altri tempi egli aveva potuto accarezzare la possibilità di congiungere
la propria fortuna alle sorti d'Italia e di far servire gli interessi e
le aspirazioni di questa alle sue personali mire d'ambizione e di
dominio, ora che il 18 brumaio aveva trasformato i suoi più alti sogni
in una realtà e trascinata la Francia ai suoi piedi, l'egoismo suo s'era
immedesimato del tutto con questa. Non vedeva più che la Francia
nell'Europa, e solo sè nella Francia: tutto nel mondo, l'Italia per la
prima, la più cara delle sue conquiste, doveva servire alla gloria, alla
grandezza, agli interessi della Francia perchè queste erano la gloria,
la grandezza, l'interesse di lui.
L'uomo della rivoluzione era finito col secolo ch'era morto. Colui che
con Marengo aveva aperto il secolo nuovo, dalla rivoluzione, attraverso
la quale era salito, aveva cominciato a staccarsi: non ne aveva più
bisogno, anzi la temeva e voleva per ciò all'opera distruggitrice e
disgregatrice del popolo far succedere quella ricostruttrice ed
ordinatrice dell'uomo di Stato. Disgraziatamente l'uomo di Stato non era
meno rivoluzionario del popolo: le forme della ricostruzione furono
diverse perchè personali, ma il metodo finì coll'essere lo stesso: la
prepotenza, l'arbitrio, la violenza, il capriccio, la collera, la
passione.
Al popolo italiano s'annunciò uomo d'ordine nelle prime parole che gli
diresse dopo la vittoria: “Il popolo francese viene per la seconda volta
a spezzare le vostre catene. Quando il vostro territorio sarà
compiutamente sgombro dal nemico, la repubblica sarà riorganizzata sulle
basi immutabili della _religione_, dell'_eguaglianza_ e del _buon
ordine_.„ Dell'antica formula rivoluzionaria restava la sola
_eguaglianza_: ciò che anche di questa restava, poteron scorgere subito
i Milanesi quando, dopo la vittoria di Marengo, videro il Bonaparte
andare in Duomo per assistere al _Tedeum_ sotto il baldacchino che
soleva essere preparato per i soli sovrani, circondato da uno stato
maggiore tutto oro e ricami, preceduto e seguito dalle guardie
consolari, con isfoggio di divise, di livree, di velluti, di pennacchi e
di ornamenti che ricordavano le pompe spagnolesche del tempo antico.
Cominciava il Bonaparte ad avvezzare gli occhi dei liberi cittadini,
prima di trasformarli in sudditi, alla teatralità dello spettacolo della
sua grandezza: non è lontano il tempo che tutto il mondo sarà in livrea
per far cornice e contrasto al suo grigio cappotto.
L'Italia non ebbe per il momento che ordinamenti provvisori: altre cure
chiamavano altrove lui che da solo voleva sostenere il carico della
reazione dell'Europa intiera. Soltanto allorchè ebbe costretto tutte le
orgogliose monarchie dell'antica Europa a stringere la mano vittoriosa
con cui offriva loro la pace, pensò ad ordinare più stabilmente la
nostra penisola. Era tempo: la _verace e saggia libertà_ che si era
attesa da lui non era venuta; le corruzioni, i disordini, le prepotenze
degli amministratori e delle amministrazioni provvisorie, le
spogliazioni, le requisizioni, le rapine, naturali conseguenze della
guerra, si erano rinnovate, come dal primo triennio della dominazione
francese ed avevano di nuovo resa odiosa la libertà.
V'era in Italia una popolazione che il Bonaparte prediligeva fra tutte:
quella che dalle Alpi per le pianure lombarda, emiliana e romagnola si
stende al di qua ed al di là del Po fino all'Esino. In mezzo ad essa,
nel 1796, aveva vissuto i suoi giorni migliori, quelli delle prime
glorie, che son sempre le più care, e gli pareva che là battesse il vero
cuore della nazione italiana: certo di là gli eran venuti gli uomini che
meglio fra noi lo avevano compreso e secondato e che ancora lo
circondavano. Per ciò, dopo Campoformio e contro le istruzioni del
Direttorio, le aveva permesso di formare col nome di repubblica
Cisalpina una forte unità di Stato, ed alla nuova repubblica aveva
dedicato cure e lasciato intravvedere alti destini e più larga unità.
Se il Bonaparte non volle mai dell'Italia tutta
le disciolte
Membra legarle in un sol nodo e stretto,
lasciò però, che anche dopo il suo ritorno nella penisola questa unità
cisalpina risorgesse e rimanesse, della intiera nazione italiana, quasi
il simbolo, in attesa — ei lasciava creder di prometterle — che tempi
migliori le permettessero di esserne il nucleo. Ma intanto volle esserne
egli il padrone e la guida. Conclusa la pace generale, ne chiamò a
consulta i rappresentanti perchè studiassero un nuovo ordinamento di
repubblica rispondente ai bisogni della lor nazione ed alla volontà sua;
li chiamò a Lione, in terra straniera, davanti ai suoi ministri francesi
ed a sè stesso e della lor nuova repubblica volle che lo eleggessero
presidente.
Che importava? Ma con la nuova repubblica, che fu detta _italiana_,
usciva finalmente e per la prima volta dopo tanti secoli di storia
assumeva valore politico questo nome significativo di ideali e di
speranze che già erano nell'intimo pensiero o almeno nel sentimento di
molti; ma della nuova repubblica il Bonaparte affidava le redini, come a
vice presidente, al Melzi, l'italiano per integrità di carattere, per
altezza d'ingegno, per nobiltà di propositi più rispettato, l'uomo che
dell'avvenire d'Italia ebbe forse la più chiara visione e la più sicura
coscienza. Le circostanze e la volontà del Bonaparte non permisero che
quel nome d'_italiana_ assumesse più largo e più vero significato: chè
delle altre parti d'Italia già pervenute in mano di lui o che vi
pervennero poi, preferì o formare dipartimenti francesi o mantenerle
isolate o aggrupparle artificiosamente fra loro, anzichè allargare i
confini della repubblica italiana. Ma le speranze che nel Melzi erano
state concepite, cominciarono a divenir realtà: egli purgò la repubblica
dalla corruzione, restaurò il senso morale e la giustizia, ed iniziò con
mano tranquilla, con larghezza di vedute e con audacia temperata dal
senso pratico ch'egli aveva della vita, un'opera lenta di ricostruzione
sociale e politica, la quale poteva assicurare allo Stato lunga vita e
sicura. Parve un'êra nuova di prosperità e di benessere che s'aprisse:
pur troppo non fu lunga nè libera di difficoltà e di ostacoli. I
maggiori di questi venivano di Francia. Il Bonaparte aveva detto alla
Consulta di Lione: “Voi avete bisogno di leggi generali e di costumi
generali. Non avete eserciti, bensì avete gli elementi per crearli.„ E
la repubblica italiana ebbe per opera del Melzi savie leggi generali, e
pose le basi di quell'esercito che doveva essere la miglior scuola della
nazione italiana e che restò la visione gloriosa e più di frequente
evocata dai forti italiani, quando tornò per loro il tempo dell'inerzia.