Sull'acquiescenza servile di questo volgo incurioso ed inerme che

l'ignoranza, la paura e la superstizione hanno abbrutito, il Bonaparte

era ben certo di poter far calcolo: le minaccie di feroci rappresaglie,

seguite dai sanguinosi esempi di Binasco, di Pavia e di Lugo, furono più

che sufficienti a mettere un freno alle velleità di resistenza, cui qua

e là — specie nelle campagne — parve dapprima che esso, per i consigli e

le istigazioni altrui, volesse cedere. Ciò però non bastava al

Bonaparte: egli voleva formare — come scrisse al Direttorio — l'opinione

pubblica, _donner la tournure à l'esprit_, per modo da renderlo

favorevole alla rivoluzione che portava in Italia. Per ciò egli cercò

subito e di proposito di attirare a sè le classi più alte e più colte.

La conquista degli animi fu metodica, come metodico e quasi uniforme era

stato, ne' più minuti particolari, il procedimento che egli ed i

generali francesi avevano adoperato fin dal principio nell'occupare le

città e gli Stati italiani.

Il Bonaparte sa di essere venuto in mezzo ad un popolo conservatore per

indole e religioso per fede e per abitudine: perciò s'adopra prima di

tutto a rassicurarlo che nè la religione nè la proprietà saranno

toccate. Lascia che gli ardenti, che gli ingenui, che coloro i quali,

nulla avendo da temere o da perdere per sè, son sempre pronti a ficcarsi

in prima fila, diano la stura a tutto il repertorio della rettorica

democratica; lascia che costoro — rassicurati e fatti audaci dalla

presenza delle armi francesi — si abbandonino a manifestazioni esagerate

del loro patriottismo di fresca data e dei loro nuovi principii, ma

esteriormente soltanto e in quanto tali manifestazioni possono essere

buon lievito a gonfiare l'ardore delle masse e stimolo a chi ha bisogno

d'essere spronato per muoversi. Ma quando vorrebbero e potrebbero

scendere all'azione cui egli sembrava li avesse spinti, li contiene e li

frena, perchè nè il sentimento religioso dei più ne riceva ombra od

offesa, nè le classi più alte e più agiate abbiano ragione di temere

pericoli per sè o per le cose loro. Agli uomini del medio ceto composto,

fra noi, di avvocati, di letterati, di medici, di artisti, di

commercianti, molti de' quali son già disposti dalla loro educazione ad

accogliere le dottrine che da un pezzo la filosofia francese ha messe di

moda, il Bonaparte apre le braccia e fa credere d'esser venuto per

scuotere il giogo che li opprime e che per verità ad essi era parso

molto leggiero: ne solletica la vanità o l'ambizione: offrendo impieghi

ed onori fa brillare ai loro sguardi ideali di grandezza e di libertà.

Ma per accoglier costoro non respinge da sè il clero e la nobiltà: chè

quello è autorevole e questa non suscita odii ardenti, come in Francia,

ed ha molte aderenze: clero e nobiltà dal canto loro, per abitudine e

per educazione, sono concilianti e quasi senza resistenza si prestano,

parte per paura del peggio, parte per speranza del meglio, a secondarlo.

Quanti nobili e quanti prelati, fatti cittadini, non accompagnarono poi

nelle fortunose vicende della sua vita il giovane côrso del quale

vedevano allora spuntare l'aurora! E come pronto ed acuto fu l'occhio di

lui a penetrare nel cuore e nella mente di quanti lo avvicinavano e a

discernere, fra la folla degli adulatori che gli faceva calca intorno,

gli uomini, fino allora ignoti a sè stessi, che per le qualità

dell'ingegno e dell'animo eran degni ch'ei facesse calcolo sopra di

loro; e come seppe senza esitare stendere ad essi la mano per innalzarli

e metterli al suo fianco! Alla folla il trastullo delle pompe e delle

forme, l'ebbrezza delle esagerazioni: questi pochi, tratti nell'intimità

e nella fiducia sua, educava e provava alla vita pubblica, rendeva

devoti e legava a sè, aprendo alle loro menti nuovi orizzonti e facendo

ad essi balenare lontane speranze per la lor patria, forse allora

sincere.

Intanto ben diversa e dolorosa era la realtà che il Bonaparte poteva

loro offrire. Questa Italia che egli sentiva essere sua personale

conquista e per la quale vedeva disegnarsi e andava vagheggiando ideali

che pochi anni dopo l'egoismo suo, prevalendo, troncò, la sapeva

riserbata, nei reconditi disegni del Direttorio e dalle necessità

politiche della Francia, a pagare le spese della pace con l'Austria dopo

che avesse pagate alla Francia quelle della guerra. Ei doveva perciò

sfruttarla, dissanguarla, cavarne tutto il succo vitale per provvedere

ai bisogni dell'esercito, alimentare la sua impresa, e non offrire

all'Austria che un limone spremuto. E doveva in pari tempo impedirle di

acquistare tale saldezza di ordinamenti, così larga unione delle sue

parti e così libera autonomia di esistenza che potessero poi esser

d'ostacolo al mercato per cui la conquista era fatta. Onde la

instabilità degli effimeri stati democratici che all'ombra delle sue

vittorie o col conforto di molte promesse, lasciò sorgere nella

penisola.

Piccole repubbliche che si pavoneggiavano nei nomi gloriosi

dell'antichità classica, ma che funzionavano sopra una copia, ridotta

per comodo dei Francesi e per illusione degli Italiani, della

costituzione dell'anno V; che menavano vanto e discutevano con calore e

a grandi frasi dell'esercizio della libertà cui eran chiamati, che

evocavano ad ogni momento le ombre di Bruto, degli Scipioni e magari di

Camillo ed erano poi allo sbaraglio del primo caporale Gallo che volesse

essere insolente. Generali, commissari, agenti ordinatori, requisitori

straordinari ed ordinari, civili e militari venuti di Francia, tutti

comandavano, tutti insolentivano con prepotenza, tutti credevano di

avere il diritto di prendere per un orecchio e trattar da padroni questi

uomini liberi. E, come tutti comandavano, così tutti intascavano.

Parevano uccelli di rapina calati su di un campo di battaglia: non erano

mai sazii: tutto faceva per loro: oro, argento, viveri, quadri, oggetti

d'arte, persino i pegni del Monte di Pietà! Nel nome del Direttorio la

spogliazione si eseguiva in grande con la garanzia di trattati e di

compromessi e per mezzo di dotti e non dotti ufficialmente investiti

nella missione di far scelta — in lingua più povera si direbbe _rubare_

— del meglio che trovassero nelle gallerie, nei musei e nelle casse

pubbliche. Ma alla spogliazione ufficiale s'aggiungeva la privata.

Chiedendo a titolo di dono i più riguardosi, gli altri mettendo gli

artigli _impudentemente_ — la parola è del Bonaparte — su quel che loro

piaceva, ciascuno cercava di non tornare a mani vuote al di là delle

Alpi. E non era giusto che gli Italiani pagassero il beneficio della

libertà che i Francesi — bontà loro — avevano portato? i _Romani nella

Grecia_ non avevano fatto lo stesso? Ma Mummio, erano gli Italiani che

lo ricordavano: i Francesi parlavano invece di Catone e continuavano a

frugare nelle tasche dei loro nuovi fratelli. — “Cappello in testa e

mani nelle tasche!„ — consigliava in quei giorni di democrazia invadente

il Parini ad un campagnolo che per timidità o per abito di cortesia non

sapeva stare dinanzi ai magistrati col capo scoperto. Il Parini, al

quale il Monti nella Mascheroniana pone in bocca:

il dolor della meschina

Di cotal nuova libertà vestita

Che libertà nomossi e fu rapina.

Serva la vide, ohimè, serva schernita.

Oh l'Italia pagò cara questa libertà! e s'avvide da ultimo di non

stringere che un pugno di mosche. Quando il Bonaparte lasciò la penisola

e a questa venne meno con esso anche il freno che fino allora aveva

contenuto la più sfacciata ruberia ed impedito il trionfo della

demagogia piazzaiuola, già della libertà erano stanchi anche coloro che

più sinceramente le erano mossi incontro. I più abili ed i più onesti,

dopo avere indarno tentato di reagire contro tanta rovina delle loro

speranze e dei loro ideali, dopo aver cercato inutilmente di arrestare

l'onda invadente nella vita pubblica degli elementi più torbidi e più

violenti che il cieco favor popolare e il non disinteressato favore dei

generali e commissari francesi sospingevano innanzi, s'erano ritirati in

disparte. Il contrastare degli avidi, il rubare dei disonesti, le

piccole prepotenze dei cittadini che avevano il governo di nome e le

grandi dei Francesi che lo esercitavano di fatto, la confusione delle

attribuzioni, gli odii, le calunnie, la intemperanza del linguaggio

avevano, in tre anni, gettato l'Italia nello stato della più completa

anarchia.

*

Allora appunto, nel 1799, cominciò la reazione antifrancese: ma, come la

rivoluzione, anch'essa venne fra noi dal di fuori.

Quasi ad un tempo fu trionfante alle due estremità della penisola.

Dalle Alpi calò in Lombardia il maresciallo Suwaroff, il terribile

tartaro che aveva massacrati gli ultimi eroi della libertà polacca, e

guidava Austriaci e Russi: piombò in Calabria dalla Sicilia il cardinale

Fabrizio Ruffo e lo seguiva un'orda disordinata di borbonici, di

briganti, di preti, di frati e di contadini che lungo il cammino diventò

folla. Un medesimo odio contro la rivoluzione guidava l'uno e l'altro,

il fanatico maresciallo scismatico, l'accorto principe della Chiesa

romana: pronti erano entrambi a qualunque eccesso pur di far trionfare

Cristo ed il diritto divino dei re.

Nuovo Attila, il Suwaroff, e come lui terribile nella bruttezza

ripugnante del volto e della piccola persona, si gittava furibondo in

mezzo alla mischia cogli occhi iniettati di sangue, e tenendosi ritto su

di un selvaggio cavallo della steppa, correva seminudo sotto una bianca

e lunga camicia tartara, donde pendevano decorazioni e reliquie, fra le

file de' suoi incitando alla strage, dandone l'esempio: i suoi urli

erano di belva inferocita, le pose e i gesti teatrali: quando

s'incontrava in una croce o in una immagine sacra scendeva da cavallo,

si gettava bocconi e colla testa beluina nella polvere baciava il suolo.

Il Ruffo, maestoso nella eleganza signorile della porpora cardinalizia,

incedeva sereno in mezzo alle turbe furibonde e fanatiche de' suoi nuovi

crociati. Dalla sua bocca di miele uscivano parole che suonavano pace e

perdono cristiano, ma che sulle turbe le quali lo ascoltavano col cuore

invasato di sacro odio producevano l'effetto di staffilate: gli

sciagurati che s'eran fatti nemici della religione e del re e che

conveniva richiamare, per salvezza delle anime loro e per tranquillità e

sicurezza degli altri, alla fede di cristiani e di sudditi, ei li

additava con la punta della spada: con la croce benediceva le schiere

che tornavano dalle stragi sanguinose: di tratto in tratto fermava i

suoi ad una chiesa ed intonava il _Tedeum_ al Dio della vittoria.

Una lunga traccia di incendi, di stupri, di saccheggi, di rapine, di

lascivie per cui il Suwaroff menava vanto e gli brillavano gli occhi di

gioia e il Ruffo mostrava di vergognarsi e dolersi, segnava il passaggio

in Lombardia e nel Regno delle milizie oltremontane e nostrane della

Santa Fede: e dietro la traccia, e per allargarla, accorrevano, come

iene attratte dall'odore della preda e del sangue, sempre nuove turbe di

insorgenti e più feroci, fiutando se vi eran superstiti alle prime

stragi, cercando se trovavano avanzi delle prime rapine, insaziabili per

timore che le vittime venissero loro a mancare.

Col successo il contagio si diffonde dalle estremità nel centro

d'Italia. Un selvaggio furore sembra invadere le tranquille e gentili

popolazioni della Toscana, dell'Umbria e delle Marche: cadono gli alberi

della libertà e sorgono per ogni dove le croci; cessano lo squillar

delle trombe e il rullar dei tamburi; fra un lento e continuo suonar di

campane, echeggiano da ogni parte grida selvaggie di _Morte ai

Giacobini, Viva Maria!_ Moltitudini sterminate di contadini armati di

picche, di falci, di fucili si muovono quasi in processione militare dai

loro borghi, si organizzano in bande, improvvisano capi. Centro

dell'armata della fede è in Toscana, Arezzo: generalessa una donna,

Alessandra Mari da Montevarchi che, novella Giovanna d'Arco, portando

un'imagine della Vergine, precede a cavallo la turba aretina e la

conduce delirante d'odio e di fede, fra il canto delle sante litanie,

alla caccia dei Francesi, dei giacobini, degli ebrei, di tutti i nemici

della fede.

D'onde in ogni parte di questa Italia, che ieri pareva delirare

d'entusiasmo per i Francesi, d'amore per la libertà, sono sbucate

d'improvviso tante _masse cristiane_ e così numerosi sanfedisti? Dove si

tenevano finora nascosti, e come tanto odio non visto covava? E dove

sono ora i molti che smaniosi di godere e di esercitare i diritti del

cittadino facevano ressa attorno ai pubblici uffici? i non mai sazi di

libertà? gli energumeni, i declamatori delle tribune, dei giornali,

delle piazze che parevan non trovar sufficienti parole per affermare e

ripetere il loro risoluto proposito di sacrificare la vita piuttosto che

la libertà acquistata?

Non si vedono più: si direbbe che una voragine li ha inghiottiti tutti.

È bastato che l'esercito francese vinto dagli Austro-Russi in campali

giornate, investito ed incalzato in ogni parte dalle bande degli

insorgenti, fosse costretto a sottrarre alle libere repubbliche italiane

il suo appoggio, perchè queste, come castello di carta al primo soffio,

crollassero. Per i loro ideali di libertà e di ordinato viver civile,

per l'esistenza di quello Stato che con fede di compiere cosa santa

avevano fondato pochi mesi prima, lottarono da eroi fino all'ultimo gli

uomini della Repubblica Partenopea, soli: ma non erano che un pugno di

forti e la reazione li soffocò col numero nel sangue. Abbandonarono

invece il campo, vergognosamente inerti, tutti gli altri nelle altre

parti d'Italia. I più compromessi fautori della libertà seguirono

l'esercito francese nella ritirata: quelli che credettero di rimanere

sul patrio suolo e che non poterono ottenere d'esser dimenticati o anche

di far accogliere i loro servigi dai nuovi vincitori, furono o

massacrati nel primo momento dal furor delle turbe o carcerati o

esiliati o tratti a morte più tardi, quando cominciò per mezzo di

persecuzioni e di processi la più misurata, ma non meno feroce e

sanguinaria, epurazione a freddo dei sospetti di civismo. Alle stragi di

Mario succedono le proscrizioni di Silla.

A spiegare tanta e così subitanea mutazione non basta dire che le

violenze e le ruberie dei Francesi, che l'anarchia dei governi da loro

istituiti avevano ingenerato odio a sazietà siffatta che gli Italiani

avrebbero accolto come liberatore anche il turco: conviene ammettere,

come io dicevo da principio, che al soffio delle idee francesi la

superficie soltanto della vita italiana si era mossa: che era spuma e

non onda quella che s'era sollevata. La natura italiana, nonostante

l'apparente consenso generale, non era stata toccata profondamente nel

suo organismo dalle novità francesi: un accesso violento di febbre che

la paura ed il contatto coi Francesi avevano provocato, l'aveva turbata

momentaneamente: passata la paura, cessato il contatto, le tendenze

naturali, sentendosi di nuovo libere di sè, avevano ripreso il

sopravvento ed avevano per reazione ecceduto nel volere dalla vita

italiana espellere ciò che l'importazione straniera vi aveva introdotto.

*

Altri stranieri avevano dominato nei secoli precedenti l'Italia; ma

nessuno, prima dei Francesi, aveva voluto d'un tratto e per forza

innestare la propria vita, le proprie idee, le proprie ispirazioni nella

vita italiana: ciò che delle costumanze e del pensiero spagnuolo era

rimasto fra noi, era stato assorbito per lento e spontaneo infiltramento

nel volgere di molti anni. Del resto, che la violenta imposizione dei

principii della rivoluzione francese non solo si sia esercitata sopra un

terreno che in nessun modo era disposto ad accoglierla, ma che sia

venuta ad interrompere bruscamente il naturale svolgimento della vita

italiana, quando appunto cominciava a rinnovarsi da sè, lo mostra il

fatto che neppure il vivere più composto e ordinato di altri quindici

anni della dominazione francese restaurata fra noi nel primo anno del

secolo, hanno potuto radicarli. Certo per legge di adattamento essi

poterono in quegli anni guadagnar terreno e lasciarono traccia di sè in

molti che si erano trovati in condizione di vederne e di gustarne i

benefici: ma la grande massa del popolo italiano fu lieta che la

reazione del 1815 — più fortunata e più durevole di quella del 1799 —

rimettesse le cose come erano prima che i Francesi ponessero il piede in

Italia, e s'adagiò soddisfatta nel suo nuovo sonno, dal quale soltanto

la lenta e graduale preparazione di mezzo secolo potè destarla e

metterla in condizione di poter guardare con occhio sicuro il sole della

libertà.

Un uomo avrebbe potuto anticipare l'aurora di questo sole: Napoleone

Bonaparte se egli, quando fu padrone di sè e non doveva render conto ad

alcuno, come prima al Direttorio, dell'opera sua, avesse voluto essere

italiano soltanto e si fosse proposto di riprender le fila della

tradizione italiana là dove l'orrore per la rivoluzione francese, poi le

armi di Francia le avevano spezzate. Ma quando calò per la seconda volta

nella penisola per metter fine alla reazione che da tredici mesi vi

imperversava, e d'un sol salto, colla battaglia di Marengo, fu in sella

e di nuovo ebbe in mano il freno di lei ch'era “fatta indomita e

selvaggia„ egli non era più il giovane generale invaso dalla voglia

d'afferrare per i capelli la gloria e la fortuna dovunque le avesse

trovate. Gloria e fortuna le aveva già raggiunte e le teneva strette nel

ferreo pugno. Era il primo console, il vero signore della Francia: se in

altri tempi egli aveva potuto accarezzare la possibilità di congiungere

la propria fortuna alle sorti d'Italia e di far servire gli interessi e

le aspirazioni di questa alle sue personali mire d'ambizione e di

dominio, ora che il 18 brumaio aveva trasformato i suoi più alti sogni

in una realtà e trascinata la Francia ai suoi piedi, l'egoismo suo s'era

immedesimato del tutto con questa. Non vedeva più che la Francia

nell'Europa, e solo sè nella Francia: tutto nel mondo, l'Italia per la

prima, la più cara delle sue conquiste, doveva servire alla gloria, alla

grandezza, agli interessi della Francia perchè queste erano la gloria,

la grandezza, l'interesse di lui.

L'uomo della rivoluzione era finito col secolo ch'era morto. Colui che

con Marengo aveva aperto il secolo nuovo, dalla rivoluzione, attraverso

la quale era salito, aveva cominciato a staccarsi: non ne aveva più

bisogno, anzi la temeva e voleva per ciò all'opera distruggitrice e

disgregatrice del popolo far succedere quella ricostruttrice ed

ordinatrice dell'uomo di Stato. Disgraziatamente l'uomo di Stato non era

meno rivoluzionario del popolo: le forme della ricostruzione furono

diverse perchè personali, ma il metodo finì coll'essere lo stesso: la

prepotenza, l'arbitrio, la violenza, il capriccio, la collera, la

passione.

Al popolo italiano s'annunciò uomo d'ordine nelle prime parole che gli

diresse dopo la vittoria: “Il popolo francese viene per la seconda volta

a spezzare le vostre catene. Quando il vostro territorio sarà

compiutamente sgombro dal nemico, la repubblica sarà riorganizzata sulle

basi immutabili della _religione_, dell'_eguaglianza_ e del _buon

ordine_.„ Dell'antica formula rivoluzionaria restava la sola

_eguaglianza_: ciò che anche di questa restava, poteron scorgere subito

i Milanesi quando, dopo la vittoria di Marengo, videro il Bonaparte

andare in Duomo per assistere al _Tedeum_ sotto il baldacchino che

soleva essere preparato per i soli sovrani, circondato da uno stato

maggiore tutto oro e ricami, preceduto e seguito dalle guardie

consolari, con isfoggio di divise, di livree, di velluti, di pennacchi e

di ornamenti che ricordavano le pompe spagnolesche del tempo antico.

Cominciava il Bonaparte ad avvezzare gli occhi dei liberi cittadini,

prima di trasformarli in sudditi, alla teatralità dello spettacolo della

sua grandezza: non è lontano il tempo che tutto il mondo sarà in livrea

per far cornice e contrasto al suo grigio cappotto.

L'Italia non ebbe per il momento che ordinamenti provvisori: altre cure

chiamavano altrove lui che da solo voleva sostenere il carico della

reazione dell'Europa intiera. Soltanto allorchè ebbe costretto tutte le

orgogliose monarchie dell'antica Europa a stringere la mano vittoriosa

con cui offriva loro la pace, pensò ad ordinare più stabilmente la

nostra penisola. Era tempo: la _verace e saggia libertà_ che si era

attesa da lui non era venuta; le corruzioni, i disordini, le prepotenze

degli amministratori e delle amministrazioni provvisorie, le

spogliazioni, le requisizioni, le rapine, naturali conseguenze della

guerra, si erano rinnovate, come dal primo triennio della dominazione

francese ed avevano di nuovo resa odiosa la libertà.

V'era in Italia una popolazione che il Bonaparte prediligeva fra tutte:

quella che dalle Alpi per le pianure lombarda, emiliana e romagnola si

stende al di qua ed al di là del Po fino all'Esino. In mezzo ad essa,

nel 1796, aveva vissuto i suoi giorni migliori, quelli delle prime

glorie, che son sempre le più care, e gli pareva che là battesse il vero

cuore della nazione italiana: certo di là gli eran venuti gli uomini che

meglio fra noi lo avevano compreso e secondato e che ancora lo

circondavano. Per ciò, dopo Campoformio e contro le istruzioni del

Direttorio, le aveva permesso di formare col nome di repubblica

Cisalpina una forte unità di Stato, ed alla nuova repubblica aveva

dedicato cure e lasciato intravvedere alti destini e più larga unità.

Se il Bonaparte non volle mai dell'Italia tutta

le disciolte

Membra legarle in un sol nodo e stretto,

lasciò però, che anche dopo il suo ritorno nella penisola questa unità

cisalpina risorgesse e rimanesse, della intiera nazione italiana, quasi

il simbolo, in attesa — ei lasciava creder di prometterle — che tempi

migliori le permettessero di esserne il nucleo. Ma intanto volle esserne

egli il padrone e la guida. Conclusa la pace generale, ne chiamò a

consulta i rappresentanti perchè studiassero un nuovo ordinamento di

repubblica rispondente ai bisogni della lor nazione ed alla volontà sua;

li chiamò a Lione, in terra straniera, davanti ai suoi ministri francesi

ed a sè stesso e della lor nuova repubblica volle che lo eleggessero

presidente.

Che importava? Ma con la nuova repubblica, che fu detta _italiana_,

usciva finalmente e per la prima volta dopo tanti secoli di storia

assumeva valore politico questo nome significativo di ideali e di

speranze che già erano nell'intimo pensiero o almeno nel sentimento di

molti; ma della nuova repubblica il Bonaparte affidava le redini, come a

vice presidente, al Melzi, l'italiano per integrità di carattere, per

altezza d'ingegno, per nobiltà di propositi più rispettato, l'uomo che

dell'avvenire d'Italia ebbe forse la più chiara visione e la più sicura

coscienza. Le circostanze e la volontà del Bonaparte non permisero che

quel nome d'_italiana_ assumesse più largo e più vero significato: chè

delle altre parti d'Italia già pervenute in mano di lui o che vi

pervennero poi, preferì o formare dipartimenti francesi o mantenerle

isolate o aggrupparle artificiosamente fra loro, anzichè allargare i

confini della repubblica italiana. Ma le speranze che nel Melzi erano

state concepite, cominciarono a divenir realtà: egli purgò la repubblica

dalla corruzione, restaurò il senso morale e la giustizia, ed iniziò con

mano tranquilla, con larghezza di vedute e con audacia temperata dal

senso pratico ch'egli aveva della vita, un'opera lenta di ricostruzione

sociale e politica, la quale poteva assicurare allo Stato lunga vita e

sicura. Parve un'êra nuova di prosperità e di benessere che s'aprisse:

pur troppo non fu lunga nè libera di difficoltà e di ostacoli. I

maggiori di questi venivano di Francia. Il Bonaparte aveva detto alla

Consulta di Lione: “Voi avete bisogno di leggi generali e di costumi

generali. Non avete eserciti, bensì avete gli elementi per crearli.„ E

la repubblica italiana ebbe per opera del Melzi savie leggi generali, e

pose le basi di quell'esercito che doveva essere la miglior scuola della

nazione italiana e che restò la visione gloriosa e più di frequente

evocata dai forti italiani, quando tornò per loro il tempo dell'inerzia.

I Francesi in Italia (1796-1815) La vita italiana durante la Rivoluzione francese e l'Impero · 第 2 / 3 段