Ma Washington, in mezzo a tanta avversità, non disperava della salute

pubblica. Era maravigliosa la sua costanza; e non che facesse fuori

alcun segno di dubitazione o di timore, si dimostrava all'esercito suo

travagliato ed oppresso con volto sereno, e quasi colla certa speranza,

che l'avvenire dovesse portare congiuntura migliore. La rea fortuna non

aveva potuto non che vincere, piegare quell'animo invitto. Nè minore

costanza dimostrava il congresso disposto, per arrivare al fine suo, di

tentare ogni fortuna. Pareva, che anzi colle avversità crescesse in

quegli animi pertinaci l'ardire. A questa grandezza d'animo dei Capi

americani dee la finale vittoria, e l'independenza sua l'America

riconoscere. Pigliava Washington tutte quelle risoluzioni, che per la

brevità del tempo, e per la strettezza delle circostanze più utili alla

mente sua si offerivano, a fine d'ingrossar di nuovo il suo esercito,

non colla speranza di poter a quei dì arrestare il corso delle cose

favorevole al nemico, ma piuttosto per non parere di aver del tutto

abbandonata la Repubblica, e per tener rizzata al vento una qualche

insegna, sino a tanto che la pietà divina, o la benignità della fortuna

conducessero più fondate occasioni di risorgere. Aveva egli qualche

tempo prima, siccome di già abbiam notato, comandato al generale Lee,

che con una parte dell'esercito tenesse il paese verso le rive superiori

del fiume del Nort, perchè potesse all'esercito canadese soccorrere, il

quale combatteva contro le genti di Carleton in sui laghi. Ma veduti i

bisogni della Nuova-Cesarea, ed il vicino pericolo della città di

Filadelfia, alla volta della quale l'inimico s'incamminava difilato, gli

mandò facendo grande instanza, perchè venisse a congiungersi con lui. Il

che tanto più sicuramente si poteva eseguire, che si ebbe poi l'avviso,

che Carleton, occupato Crown-point, e fattosi padrone del lago

Champlain, siccome si vedrà nel progresso di queste Storie, non avendo

voluto tentar Ticonderoga, si era ritirato. Scrisse eziandio al generale

Schuyler, che dall'esercito canadese mandasse, senza frappor tempo in

mezzo, alla volta sua le genti della Pensilvania e della Cesarea. Ordinò

medesimamente al generale Mercer, il quale conduceva una massa di genti

leggieri, e spedite a Berghen, venisse subitamente a raccozzarsi con

esso lui. Ma però poca speranza si poteva in questi aiuti collocare pei

presenti bisogni; stantechè il cammino era lungo, le strade difficili,

vicine a compiersi le ferme dei soldati, ed il nemico vittorioso instava

senza dar respitto. Nè trascurava il generale americano gli aiuti delle

cerne, o sia milizie. Aveva scritto ai principali maestrati della

Pensilvania mostrando loro il presentissimo pericolo di Filadelfia, se

con pronti ed efficaci ajuti non si soccorreva all'esercito, e

pregandogli molto instantemente, gli avviassero le milizie della

provincia. Ma avendo queste lettere poco o nissuno effetto partorito,

mandò a quella volta il generale Mifflin, che in quella provincia aveva

gran credito, ed era persona molto grata a quei popoli, acciò coi più

vivi colori dipignesse loro il presente pericolo, e la necessità di

correre grossi ed unanimi alle difese. Scriveva parimente al governatore

della Nuova-Cesarea, per farlo avvisato, che s'ei non raccoglieva le

bande paesane, e non le faceva speditamente marciare alla volta

dell'esercito, impossibil era, che il nemico non corresse vittorioso

tutta la provincia, e che, valicata la Delawara, non s'impadronisse di

Filadelfia. Ma ogni diligenza in questa parte riuscì quasi del tutto

vana. Le contrade più basse della provincia o mal affette, o sbigottite

non volevano muoversi; e le superiori a stento si risolvevano a pigliar

le armi per marciar in soccorso della patria.

In mezzo a queste incerte speranze, e nell'aspettazione di questi deboli

rinforzi, gl'Inglesi non istavano punto a bada, e, seguitando

sollecitamente la prosperità della fortuna, cacciavano di luogo a luogo

le schiere americane. Si erano queste ritirate dietro l'Hackensack; ma

questo fiume poco grosso non poteva riputarsi un riparo sufficiente

contro la furia inglese. Ed oltre a ciò trovandosi alle spalle ed in

poca distanza la Passaica correvano le genti di Washington il pericolo,

abbondando gli altri di stracorridori, di esser fra questi due fiumi

rinserrate. Perlochè il generale americano, varcato la Passaica sul

ponte di Acquackannunc, andò a pigliare i suoi alloggiamenti a Newarck

sulla destra riva di questo fiume. Il che fatto, gl'Inglesi, passato

l'Hackensack, corsero il paese sino alla Passaica. Ma approssimandosi

molto gagliardo Cornwallis, Washington, lasciate anche le rive di

questo, si ritirò al di là del fiume Rariton ad una Terra detta

Nuovo-Brunswick. Quivi le bande marilandesi e cesariane, essendo

compiute le ferme loro, abbandonato il restante esercito, alle case loro

se ne ritornarono. Disertarono parimente alcune bande pensilvanesi, e

quello che già era sì debole, diventò quasi stremo di genti.

Sopraggiungevano a stormo gl'Inglesi. Washington, fatte prima con quei

miserabili avanzi alcune dimostrazioni, come se non solo difendersi, ma

offendergli volesse, diè luogo, e, lasciato Lord Stirling con dodici

centinaia di soldati a Princetown, acciò speculassero le mosse del

nemico, si ritirò colle restanti genti a Trenton sulla sinistra riva

della Delawara. Nè potendo sperare di mantenervisi lungo tempo,

trasportò al di là del fiume i malati, le bagaglie e le munizioni, e fe'

sgombrar all'opposta riva tutte le barche, acciò gl'Inglesi non se ne

potessero valere per valicare. Determinava di rimanersene tuttavia sulle

rive della Cesarea, acciocchè, se qualche occasione si offerisse di

ritardare il progresso dei nemici, la potesse pigliare. Anzi avendo tra

cittadini armati di Filadelfia, ed il battaglione tedesco ricevuto un

rinforzo di due migliaia di soldati, si spinse avanti, intendendo di

ritornare a Princetown. Ma rinforzandosi vieppiù la fama che Cornwallis

veniva contro molto potente da Brunswick per diverse vie, dimodochè

poteva la strada al fiume venirgli mozza, indietreggiò di nuovo, ed il

dì otto decembre, lasciate le rive della Cesarea intieramente in balìa

del nemico, si ritirò sulla destra riva della Delawara, non senza aver

prima rotti i ponti, guastate le strade, e sgombrate le navi. Appena

aveva la dietroguardia toccato la destra riva, che comparirono sulla

sinistra i primi feritori inglesi. Ma questi non trovando modo a passare

il fiume si ristettero. Così in questo momento non rimaneva altra difesa

alle genti americane, che il fiume Delawara, il quale se avessero

gl'Inglesi potuto passare, la città di Filadelfia sarebbe subitamente

venuta in poter loro. E certamente l'acquisto di sì nobil città, ch'era

il capo di tutta la lega, nella quale sedeva il governo con tutti i

principali maestrati, e si trovavano ammassate le munizioni di guerra e

gran copia di vettovaglie, avrebbe tale effetto prodotto sulla mente di

quei popoli, che forse gl'Inglesi avuto ne avrebbero la totale vittoria,

od almeno le cose si sarebbero talmente a favor loro inclinate, che

presto avrebbero potuto sperare il fine della guerra. Ma Cornwallis

aveva troppo lungo tempo, seguendo gli ordini del generale Howe, che non

governò questa cosa così calda, come avrebbe dovuto, soprastato a

Brunswick, sicchè fu fatta facoltà a Washington di porre tutti

gl'impedimenti al passaggio del fiume. Nè non si può non riprendere nei

capitani inglesi la negligenza di non aver fatto apprestare dapprima

tutte le cose necessarie a far i ponti, e di non aver sul fatto

construtti foderi per passare. Perciocchè su quella prima giunta

avrebbero in tal modo potuto trasportarsi all'opposta riva. Forse

credettero nella sicurezza della vittoria, che la guerra fosse vinta

affatto, e che avrebbero potuto, ogni volta che, e quando il volessero,

traversar il fiume, ed insignorirsi di Filadelfia. Caso notabile, che

nelle cose di guerra, più che in qualunque altra azione umana, non si

dee credere di aver tutto fatto, quando qualche cosa rimane ancora a

farsi. Egli è ben certo, che questo inaspettato indugio degl'Inglesi

operò in tutto il corso della guerra a danno loro, ed in salute degli

Americani. Gl'Inglesi posarono il principal alloggiamento a Trenton, e

colle due ali si distendettero su e giù sulla riva del fiume. Questo,

correndo prima da maestro a scirocco, giunto a Bordenton, e fatto ivi un

gomito, ovvero angolo, si torce ad un tratto, andando verso Filadelfia,

a garbino, di maniera che quando gl'Inglesi lo avessero passato

superiormente a Trenton ad un luogo detto Coriell's-Ferry, od in quei

contorni, si sarebbero trovati altrettanto vicini a quella città, che

gli Americani stessi, i quali guardavano le sponde del fiume opposte a

Trenton. E che tale fosse il disegno loro lo dimostrava il tentativo

fatto, quantunque riuscito vano per la diligenza di lord Stirling,

d'impadronirsi di certi battelli a Coriell's-Ferry. Per impedir quel

passo faceva fare il generale americano certe trincee, alle quali

soprantendeva il generale Putnam, ingegnere molto pratico, dallo

Schuilkil sino alle alture di Springatsburg. Ma siccome gl'Inglesi

riparavano i ponti sotto Trenton, e molto s'ingrossavano a Bordenton,

così temettero gli Americani, che intendessero di passare il fiume ad un

tratto di sopra a Coriell's-Ferry, e di sotto verso Burlington; ed in

questo modo corresser loro alle spalle, e tutte le genti loro

rinchiudessero dentro quella punta di terra la quale la Delawara

abbraccia col suo rivolgimento. Per ovviare a questo pericolo Washington

faceva stanziar nei luoghi opportuni le galee, acciocchè, e subito

avvisassero, ed il nemico valicante ributtassero. Per altro, essendo

maggiore il pericolo verso le parti superiori, le sue migliori genti vi

disponeva per modo, che guardar potessero i luoghi più pericolosi. Si

facevano puntoni qua e là, e si munivano di artiglierie. Ordinava

eziandio, che in caso d'infelice evento, e che il nemico passasse il

fiume, si facesse la massa generale a Germantown, grosso borgo poco

distante da Filadelfia. I capitani britannici, vedute le difese del

nemico, o forse sperando di poter sicuramente valicare il fiume, quando

pel rigor del freddo sarebbe gelato, il che, secondo il solito della

stagione, che già molto era inoltrata, non poteva tardar ad avvenire,

invece di seguir gli Americani in sulla ritirata, e non dar loro spazio

di rifarsi, non tentato il passo, posero le genti alle stanze.

Quattromila soldati presero gli alloggiamenti sulla sponda medesima del

fiume a Trenton, a Bordenton, al Caval Bianco, ed a Burlington. Grosse

bande stanziarono a Princeton, ed a Brunswick, dov'era la massa delle

vettovaglie e delle munizioni. Il rimanente alloggiò qua e là in

differenti luoghi della Cesarea.

Arrestatosi in tal modo l'esercito inglese sulle rive della Delawara o

per negligenza, o per troppa confidenza de' suoi capitani, ovvero per la

costanza e la prudenza del generale americano, aspettava questi i

rinforzi sia di milizie, che di soldati d'ordinanza. A questo fine

nissuna diligenza si lasciava indietro. I generali Mifflin e Amstrong,

l'uno e l'altro uomini riputatissimi e di grandissimo seguito nella

Pensilvania, trascorrevano questa provincia, esortando i popoli a

pigliar le armi per correre alla difesa della città capitale e della

patria. Queste esortazioni, e l'imminente pericolo partorirono i soliti

effetti. Molti andavano sotto le insegne, quantunque non con quella

prontezza che si desiderava. Ed acciocchè le genti stanziali servissero

come quasi di nodo, attorno al quale venissero volentieri a congiungersi

le bande paesane, aveva Washington ordinato al generale Gates, che

dall'esercito canadese partendo colle migliori sue schiere venisse ad

accozzarsi rattamente con esso sulle sponde della Delawara, lasciati

però guardati i passi più forti dalle milizie della Nuova-Inghilterra.

Arrivava Gates all'esercito pensilvanico il giorno venti di dicembre.

Similmente aveva fatto replicatamente gran pressa al generale Lee,

perchè, posti dall'un de' lati tutti gli indugj, venisse a congiungersi

colle restanti genti sulla Delawara. Ma egli mal volentieri eseguiva i

comandamenti del capitano generale, ed andava ponendo tempo in mezzo,

ossiachè per ambizione amasse meglio comandare ad un esercito separato,

ossiachè credesse, più opportuna cosa fosse il tenere i luoghi superiori

e montagnosi della Nuova-Cesarea per esser pronto in tal modo ad

avventarsi sul fianco destro dell'oste britannica. In mezzo a questi

suoi indugj gli sopravvenne un caso, che lo ridusse ad una miserabile

cattività, e riempì di rammarico tutta l'America, la quale aveva posto

nel suo zelo, nell'ingegno e nella perizia delle cose della guerra

grandissima confidenza. Trovandosi egli in un luogo detto Baskinbridge

lontano a venti miglia dai quartieri dei nemici, si credeva fuori di

ogni pericolo, e stava a mala guardia. Alloggiava un dì discosto molto

dal grosso delle sue genti con alcuni pochi soldati. Il colonnello

Harcourt, il quale co' suoi cavalleggieri scorazzava la contrada, ebbe

per mezzo di un Leale avviso della cosa, ed a corsa si avviò al luogo,

dove tanto incautamente stanziava Lee. Arrivatovi sprovvedutamente, si

assicurò senza strepito delle sentinelle, ed entrato a furia nella casa

gli pose le mani addosso, e lo arrestò. Fattolo poscia immantinente su

d'un veloce cavallo montare, colla medesima prestezza e felicità lo

condusse prigione nella Nuova-Jork. La qual cosa conosciuta dagli

Americani ne sentirono somma molestia, mentre gl'Inglesi ne presero

grandissimo contento, i quali andavano vantandosi, aver acquistato il

palladio americano. Di questo fatto se ne fecero grandi allegrezze in

Inghilterra, e perfino nella Corte, come se fosse stata vinta qualche

gran battaglia, o come se questo fosse più prospero avvenimento

dell'invasione stessa della Cesarea, e dell'acquistate speranze di

entrar di corto nella città di Filadelfia. Nacque poi da questo

accidente una molto acerba contesa tra i generali delle due parti in

rispetto al modo, col quale esso generale Lee, e tutti gli altri

prigionieri di guerra dovessero esser trattati. A' tempi di Gage non

aveva mai questi voluto consentire allo scambio dei prigionieri. Dal che

ebbero origine molte crudeltà dall'una parte, e dall'altra. Ma quando

Howe pigliò egli il generalato, o sia per la natura sua, che più umana

fosse di quella del suo antecessore, o per le istruzioni, che intorno a

ciò avesse ricevuto dal governo, o sia veramente, che per bella forza

fosse indotto a ciò fare per la gran quantità degl'Inglesi, che venuti

erano in mano degli Americani, era calato agli scambj, i quali avevano

luogo di quando in quando. Ma, preso Lee, non volle il generale inglese

far con questo a buona guerra, e lo fe' confinare in una stretta

prigione, nella quale era molto diligentemente custodito, come se un

prigioniero di Stato fosse. Allegavasi dal canto suo, che essendo Lee

descritto come uffiziale negli eserciti inglesi doveva disertore e

traditore riputarsi. Nel che è da sapersi, che Lee tirava prima la mezza

paga come uffiziale inglese; ma in sul bel principio della guerra

americana aveva chiesto la licenza, e rassegnato il grado suo in

Inghilterra, per potersi, come libero, agli stipendj dell'America

condurre. Ma o sia, che la rinunziazione non fosse arrivata in tempo, o

che nella mente del governo, o dei generali inglesi più potesse l'odio

veramente grande, che concetto avevano contro di lui, che l'uso delle

polite nazioni, lo volevan credere e trattare piuttosto come prigioniero

di Stato, che di guerra. Non avendo Washington in poter suo alcun

uffiziale inglese, che fosse constituito nel grado di Lee, aveva fatto

la proposta a Howe di scambiarlo con sei uffiziali essiani; ed in caso

la proposta accettata non fosse, richiedevalo, fosse Lee trattato a quel

modo, che al suo grado si conveniva, e ch'era conforme non solo all'uso

delle civili nazioni, ma ancora a quello, che gli Americani medesimi

tenuto avevano verso gli uffiziali inglesi prigionieri di guerra.

L'Inglese ricusò. Il congresso decretò, si rappigliasse; e che il

luogotenente colonnello Campbell con cinque uffiziali essiani fossero

incarcerati e trattati, come Lee. Ciò fu eseguito. Ma i Massacciuttesi,

trovandosi Campbell in Boston, arrosero molto sulla risoluzione del

congresso, e lo confinarono in fondo di una prigione ad uso dei

malfattori, dove gli era usato un grandissimo rigore. Washington non

avrebbe voluto, si procedesse tant'oltre, stantechè Lee era bensì

imprigionato, ma non già maltrattato. Temeva anche delle rappresaglie,

essendo più Americani in mano degl'Inglesi, che non di questi in mano di

quelli. Ne scrisse con parole molto gravi al congresso. Ma egli stette

alla dura, e non vi fu modo, che Campbell e gli Essiani fossero

liberati, finchè non ebbe Howe consentito a tener Lee nel grado di

prigioniero di guerra.

In mezzo a queste altercazioni si sospendè il cambio dei prigionieri.

Quei che si trovavano nella Nuova-Jork ebbero a provar ogni sorta di

maltrattamento. Eran essi rinchiusi nelle chiese, ed in altri luoghi

esposti a tutte le intemperie dell'aria. Non era loro concesso cibo

sufficiente, pane poco e pessimo, companatico nissuno o non mangereccio.

Gli ammalati misti coi sani, l'immondizia incredibile, scherniti dalle

soldatesche, ed ancor più dai leali. Niuna specie di conforto. Ne

nacquero un tanfo intollerabile, e malattie mortalissime. Meglio, che

quindici centinaia passarono di questa vita in poche settimane.

Credevasi, tanta crudeltà fosse a sciente per costringere i prigionieri

a pigliar soldo nell'esercito inglese. Il che noi non ardiremmo

affermare. Vero è bene, che a ciò fare erano esortati instantemente

dagli uffiziali del Re. Ma ricusavano, preferendo una morte certa

all'abbandonamento della patria. Poco più accettevol era la condizione

degli uffiziali. Svaligiati prima e spogliati dagli avari soldati, eran

poi nella cattività loro bersaglio ad ogni tristo. Alcuni furon tratti,

feriti come erano, e quasi nudi a dileggio di popolo sulle carrette per

le contrade della Nuova-Jork. Gli chiamavano, in mezzo agli scherni ed

alle imprecazioni ribelli e traditori. Alcuni altri ebbero anche a

toccar del bastone, perchè si studiavano di procurare qualche

alleggiamento ai gregarj, i quali morivano di fame e di morbo

negl'infetti abituri. Si era Washington doluto acerbamente coll'Howe, e

fattogli spessi e gravi richiami sull'inumano procedere verso i

prigionieri. Questi parte negava, parte si scusava, parte incolpava. Ma

che non fosse netto, il pruova l'aver egli ricusato la proposta

dell'Americano, acciò permettesse, che un agente suo venisse a far

dimora nella Nuova-Jork, a fine di provvedere di ogni bisognevole i

cattivi. Da questo la nimistà fra i due popoli diventava più intensa, e

gli odj si rincappellavano. In fine i sopravviventi furon liberati e

mandati allo scambio. Ma tal era la miserabil condizione loro, che molti

ne morirono per istrada, prima di poter rivedere la patria, e ciò che

tenevano più caro. Nacquero quindi nuove altercazioni, e di molto agre

parole tra i due capitani generali, pretendendo l'Inglese, che gli si

restituissero i suoi cattivi anche a ragguaglio dei morti, e negandolo

l'Americano. In somma da tutta questa bisogna dei prigionieri si può

comprendere, che nelle guerre cittadine gli amici diventano peggio che

nemici, e le nazioni più civili, barbare. Ma gl'Inglesi vi ebbero di

gran lunga maggior colpa.

Tornando ora, donde partimmo, il generale Sullivan, il quale, fatto

cattivo Lee, era sottentrato nel comando in luogo suo, obbediendo agli

ordini di Washington, traversata la Delawara a Filippoburgo, andò a

congiungersi con questo sul finir di dicembre, dimodochè a quei dì

montava la somma dell'esercito americano a sette migliaia di soldati, od

in quel torno. Ma per altro la più parte compivano le ferme coll'anno, e

si temeva di breve la totale dissoluzione.

Mentre l'esercito inglese perseguitava le reliquie dell'americano sulle

terre della Nuova-Cesarea, e che, varcata da queste a fatica la

Delawara, a sì debil filo si attenevano le speranze degli Americani, non

si dimostrava più benigna la fortuna loro sulle spiagge dell'Isola di

Rodi. Eran partiti a bordo d'un sufficiente navilio l'ammiraglio

Peter-Parker, ed il generale Clinton con due brigate inglesi, e due

d'Essiani per andar sopra quella provincia, e sottrarla dall'obbedienza

della lega. Non aspettando gli Americani questo assalto, non avevano le

difese apprestate, e perciò inabili al resistere si ritirarono,

lasciandola affatto in poter degl'Inglesi. La occuparon questi l'istesso

dì, che Washington varcò la Delawara. Fu questa una grave perdita alla

parte americana, sia per l'opportunità dei luoghi, e sia perchè

trovandosi in quelle acque l'armatetta dell'Hopkins, e molti armatori

che avevan fatto gran danni alle navi inglesi, furon tutti obbligati di

ritirarsi a gran fretta su pel fiume della Provvidenza, dove bloccati

dal nemico furono messi in silenzio, e stettero inutili gran tempo.

Occuparono anche gl'Inglesi le due isole vicine di Conanicut e della

Prudenza. Si ebbero due pezzi d'artiglieria. Furon pochi i prigioni.

Riuscì eziandio questa fazione dell'Isola di Rodi di molta utilità alla

parte degl'Inglesi; poichè di quindi potevano travagliare le cose del

Massacciusset; e gli ajuti, i quali raccolti sotto l'imperio del

generale Lincoln dovevano da quest'ultima provincia recarsi ad ingrossar

l'esercito di Washington, furon fatti soprastare, per tener a bada

Clinton, ed impedire che non perturbasse la quiete di quella provincia.

Lo stesso Connecticut era tenuto in gelosia, e non potette inviare

rinforzi alle genti, che militavano sulla Delawara.

Storia della Guerra della Independenza degli Stati Uniti di America, vol. 2 · 第 24 / 30 段