L'acquisto di cognizioni, l'esercizio della nostra ragione ed

immaginativa, ed il lieto corso di una libera conversazione occupar

possono il tempo di un animo culto. Queste ricreazioni però si

rigettavano con orrore, o ammettevansi con estrema cautela dalla

severità de' Padri, che disprezzavano qualunque cognizione, che non

fosse utile alla salute spirituale, e riguardavan ogni leggerezza di

discorso, come un colpevole abuso del dono della parola. Nello stato in

cui siamo presentemente, il corpo è tanto inseparabilmente connesso

coll'anima, che sembra nostro interesse di gustare innocentemente, e con

moderazione i piaceri, de' quali è suscettibile quel fedele compagno.

Assai diverso era il ragionamento de' nostri devoti predecessori, che

vanamente aspirando ad imitare la perfezione degli Angeli, sdegnavano, o

affettavano di sdegnare ogni terreno e corporale diletto[527]. Alcuni

de' nostri sensi veramente son necessari per la conservazione, altri per

la sussistenza, ed altri finalmente per l'instruzione dell'uomo, e così

era impossibile affatto di non ammetterne l'uso. Ma la prima sensazion

di piacere notavasi come il primo momento del loro abuso. L'insensibile

candidato del Cielo era preparato non solo a resistere a' più grossolani

allettamenti dell'odorato o del gusto, ma anche a chiuder gli orecchi

all'armonia profana de' suoni, ed a rimirar con indifferenza le più

finite produzioni dell'arte umana. Supponevasi, che l'uso di

abbigliamenti galanti, di case magnifiche e di eleganti suppellettili

riunisse il doppio vizio d'orgoglio e di sensualità: una semplice e

mortificata apparenza era più conforme al Cristiano, il quale era certo

delle proprie colpe, ed incerto della sua salvezza. I Padri nel

censurare la voluttà son minuti e circostanziati all'estremo[528]; e fra

vari articoli, ch'eccitano la pietosa loro indignazione, possiam contare

la chioma finta, gli ornamenti di ogni colore, eccettuato il bianco,

gl'istrumenti di Musica, i vasi d'oro e d'argento, i guanciali molli

(poichè Giacobbe avea posato il suo capo sopra una pietra,) il pane

bianco, i vini forestieri, le pubbliche salutazioni, l'uso de' bagni

caldi, e quello di radersi la barba, che secondo l'espressione di

Tertulliano è una bugia contro i nostri propri volti, ed un empio

tentativo di migliorar le opere del Creatore[529]. Quando il

Cristianesimo si diffuse fra la gente ricca e pulita, l'osservanza di

queste leggi singolari fu abbandonata, come si farebbe presentemente, a

que' pochi che aspiravano ad una santità superiore. Ma egli è sempre

facile non meno che soddisfacente per i ceti più bassi degli uomini di

farsi un merito col disprezzo di quelle pompe e di quei piaceri, che la

fortuna pose al di là della loro portata. La virtù dei primitivi

Cristiani era molto spesso difesa, come quella de' Romani antichi, dalla

povertà, e dall'ignoranza.

La casta severità de' Padri in tutto ciò, che risguardava il commercio

de' due sessi, nasceva dall'istesso principio, cioè dall'abborrimento

che avevano per ogni diletto, che soddisfar potesse la natura sensuale

dell'uomo, e degradarne la spirituale. Era opinione lor favorita, che se

Adamo conservato si fosse obbediente al Creatore, avrebbe vissuto per

sempre in uno stato di virginal purità, ed in qualche innocente maniera

di vegetazione sarebbesi popolato il Paradiso di una razza di esseri

puri, ed immortali[530]. Solo permettevasi l'uso del matrimonio alla

decaduta posterità come un espediente necessario per continuare la

specie umana, e come un freno, quantunque imperfetto, alla natural

licenza dei desiderj. La dubbiezza de' casisti ortodossi rispetto a

quest'interessante soggetto, scuopre l'imbarazzo di quelli che non

vogliono approvare un instituto, che son costretti a tollerare[531].

L'enumerazione delle più capricciose leggi, ch'essi con la massima

minutezza imposero al letto maritale, farebbe sorridere i giovani, ed

arrossire le belle. Era concorde lor sentimento, che il primo unico

matrimonio fosse conforme a tutti i fini della natura e della società.

La sensual congiunzione innalzavasi a rappresentar la mistica unione di

Cristo colla sua Chiesa, e si pronunziava indissolubile tanto pel

divorzio, che per la morte. L'uso delle seconde nozze era diffamato col

nome di legale adulterio; e le persone, colpevoli di tale scandalosa

mancanza contro la purità Cristiana, venivano spesso escluse dagli

onori, e fino dallo limosine della Chiesa[532]. Poichè si risguardava il

desiderio come un delitto, ed il matrimonio si tollerava come un

difetto, era ben coerente a questi principj di considerar lo stato del

celibato, come il più prossimo alla perfezione Divina. Con la massima

difficoltà potea soffrire l'antica Roma l'instituzione di sei

Vestali[533], ma la primitiva Chiesa era piena di un gran numero di

persone dell'uno e dell'altro sesso, che si eran obbligate a professare

una perpetua castità[534]. Alcune poche di queste, fra le quali numerar

possiamo il dotto Origene, crederono prudentissimo consiglio quello di

disarmare il tentatore[535]. Alcuni erano insensibili, altri invincibili

agli assalti della carne. Sdegnando un'ignominiosa fuga, le vergini del

caldo clima dell'Affrica affrontavano il nemico nella più stretta

battaglia; esse permettevano a' Preti ed a' Diaconi di aver luogo ne'

loro letti, e gloriavansi fra le fiamme dell'intatta lor purità. La

natura insultata vendicava qualche volta i propri diritti, e questa

nuova specie di martirio serviva soltanto ad introdurre un nuovo

scandalo nella Chiesa[536]. Molti però fra gli Ascetici (nome che presto

acquistarono a motivo de' lor penosi esercizj) essendo meno presuntuosi,

ebbero probabilmente miglior successo. La mancanza de' sensuali piaceri

si compensava, e si suppliva dall'orgoglio spirituale. Anche la

moltitudine de' Pagani era disposta a stimare il merito del sacrifizio

per la sua apparente difficoltà; ed in lode di queste caste spose di

Cristo i Padri hanno versato il torbido fiume della loro eloquenza[537].

Tali sono le antiche tracce de' principj, e degli instituti monastici,

che ne' posteriori tempi hanno bilanciato tutti i vantaggi temporali del

Cristianesimo[538].

Non erano i Cristiani meno alieni dagli affari, che da' piaceri di

questo mondo. Essi non sapevano come conciliar la difesa delle proprie

persone e sostanze con la tollerante dottrina, che ordinava loro

un'illimitata dimenticanza delle passate ingiurie, e il domandarne delle

nuove. Offendevasi la loro semplicità dall'uso de' giuramenti, dalla

pompa delle magistrature e dall'attiva contenzione della vita pubblica,

nè la loro mite ignoranza potea convincersi, che in qualche occasione si

potesse legittimamente spargere il sangue de' nostri prossimi con la

spada o della giustizia, o della guerra; quantunque anche i lor ostili,

o criminali attentati minacciasser la pace, e la sicurezza dell'intera

Repubblica[539]. Si confessava, che sotto una legge meno perfetta si

esercitava la potestà nel Governo Giudaico da inspirati Profeti, e da Re

unti coll'approvazione del Cielo. I Cristiani sentivano, ed accordavano,

ch'eran necessari pel presente sistema del mondo tali instituti, e

sottoponevansi di buona voglia all'autorità de' loro Pagani Governatori.

Ma nel tempo che inculcavano le massime d'un'ubbidienza passiva,

ricusavano di prender attivamente alcuna parte nella civile

amministrazione, o militar difesa dell'Impero. Poteva per avventura

concedersi qualche dispensa per quelle persone, che avanti di convenirsi

erano già impegnate in tali violente, e sanguinarie occupazioni[540]; ma

era impossibile, che i Cristiani, senza rinunciare a' più sacri doveri,

potessero assumere il carattere di soldati, di magistrati, o di

Principi[541]. Questa indolente, o anche colpevole noncuranza della

pubblica salute gli esponeva al disprezzo, ed a' rimproveri de' Pagani,

che bene spesso dimandavano quale mai sarebbe stato il destino

dell'Impero attaccato per ogni parte da' Barbari, se tutti adottato

avessero i pusillanimi sentimenti della nuova setta?[542] A tale

insultante questione gli Apologisti Cristiani rendevan oscure ed ambigue

risposte, non volendo manifestar la secreta opinione della lor

sicurezza, vale a dire l'opinione in cui erano, che avanti l'intera

conversione dell'uman genere, la guerra, il Governo, il Romano Impero,

ed il Mondo stesso non sarebbero più. È da notarsi, che anche in questo

caso la situazione de' primi Cristiani molto felicemente coinciderà co'

loro scrupoli religiosi, e che la loro avversione ad una vita attiva

contribuiva piuttosto a scusarli dal servizio, che ad escluderli dagli

onori dello Stato, e dell'esercito.

V. Ma per quanto il carattere degli uomini possa venir innalzato, o

depresso da un passeggiero entusiasmo, tornerà poi a grado a grado al

suo proprio, e naturale livello, e riprenderà quelle passioni, che

sembrano le più adattate alla sua presente condizione. I primitivi

Cristiani eran morti agli affari, ed a' piaceri del Mondo; ma l'amor

dell'azione, che non può mai estinguersi totalmente, presto risorse in

loro, e trovarono un'occupazione novella nel governo della Chiesa. Una

società a parte, che attaccava la religione dominante dell'Impero,

doveva prescriversi qualche forma di regolamento interno, e deputare un

sufficiente numero di ministri, a' quali affidasse non solo le funzioni

spirituali, ma ancora la temporale direzione della Cristiana Repubblica.

La sicurezza di tal società, l'onore, e l'ingrandimento della medesima

producevano eziandio negli animi più devoti uno spirito di patriottismo,

simile a quello, che i primi Romani avevan sentito per la Repubblica, ed

alle volte anche una simile indifferenza rispetto all'uso di qualunque

sorta di mezzi, che potessero probabilmente condurre a sì desiderabile

fine. L'ambizione d'innalzar se stessi, o i loro amici agli onori ed

agli uffizi della Chiesa, coprivasi con la lodevole intenzione di

sacrificare al pubblico vantaggio il potere e la stima, che solo per tal

oggetto erano essi in dovere di procacciarsi. Nell'esercizio delle lor

funzioni molto frequentemente occorreva di scoprire gli errori

dell'eresia, o gli artifizi della fazione, di opporsi a' disegni de'

malvagi fratelli, di mostrarne le persone colla meritata infamia, e di

escluderli dal seno di una società, la cui pace e felicità tentato

avevano di turbare. Gli Ecclesiastici direttori de' Cristiani dovevano

unire la prudenza del serpente coll'innocenza della colomba; ma come la

prima si andò raffinando, così la seconda insensibilmente corruppesi per

l'abitudine del Governo. Nella Chiesa ugualmente che nel Mondo, le

persone, costituite in qualche pubblico impiego, si rendevan

considerabili per la loro eloquenza e fermezza, per la cognizione degli

uomini, e per la destrezza negli affari, e mentre nascondevano agli

altri, e forse a se medesimi i segreti motivi della lor condotta,

ricadevano troppo frequentemente in tutte le tumultuarie passioni della

vita attiva, le quali avevano acquistata la tintura di un maggior grado

di amarezza, e di ostinazione per l'infusione dello spirituale.

Il Governo della Chiesa spesso è stato il soggetto non meno che il

guiderdone di religiose contese. Gli ostinati disputanti di Roma, di

Parigi, di Oxford, e di Ginevra si sono sforzati ugualmente per ridurre

ciascuno la prima ed apostolica forma di governo[543] alla propria

costituzione. Que' pochi, i quali hanno discusso tale articolo con più

candore ed imparzialità, son d'opinione[544], che gli Apostoli

evitassero l'uffizio di legislatori, e piuttosto volessero soffrire

alcuni scandali, e divisioni particolari, che togliere ai futuri

Cristiani la libertà di variar le forme del loro ecclesiastico

regolamento, secondo le variazioni de' tempi, e delle circostanze. Può

vedersi qual sistema di governo fosse colla loro approvazione adottato

per l'uso del primo secolo nella pratica delle Chiese di Gerusalemme,

d'Efeso, e di Corinto. Le società, erette nelle città dell'Impero, erano

soltanto unite fra loro co' vincoli della carità e della fede.

L'indipendenza, e l'uguaglianza formavano la base dell'interna loro

costituzione. Supplivasi alla mancanza di cultura e di sapere umano,

secondo le occasioni, mediante l'aiuto de' _Profeti_[545], ch'eran

chiamati a tale uffizio, senza distinzione alcuna d'età, di sesso, o di

naturali talenti, e che ogni qual volta sentivano il divino impulso,

mandavano fuori le effusioni dello spirito nell'assemblea de' fedeli. Ma

i Profetici Dottori spesso abusarono o fecero cattive applicazioni di

questi doni straordinari. Essi ne facevan pompa fuor di tempo,

presumevano d'interrompere le sacre funzioni dell'assemblea, e col loro

orgoglio o falso zelo indussero specialmente nella Chiesa Apostolica di

Corinto una lunga e trista serie di disordini[546]. Siccome l'instituto

de' Profeti divenne inutile, ed anche dannoso, ne fu tolta di mezzo la

potestà, ed abolito l'uffizio. Le pubbliche funzioni della Religione

furono solamente affidate a ministri già stabiliti nella Chiesa, vale a

dire a Vescovi, ed a Preti: nomi, che nella lor prima origine sembra,

che indicassero lo stesso ministero, ed ordine di persone. Quello di

Prete esprimeva la loro età, o piuttosto la lor gravità e saviezza;

quello poi di Vescovo denotava l'ispezione che avevano sopra la fede, ed

i costumi de' Cristiani, commessi alla pastorale lor cura.

Proporzionatamente al numero de' fedeli, una maggiore o minor quantità

di questi _Preti Episcopali_ governava ogni nascente congregazione con

uguale autorità, e con union di consigli[547].

Ma la più perfetta uguaglianza di libertà esige la direzione di un

Magistrato superiore; e l'ordine delle pubbliche deliberazioni, ben

presto introduce l'uffizio d'un Presidente, che almeno abbia l'autorità

di raccogliere le opinioni, e di eseguire i decreti dell'assemblea. Un

riguardo alla pubblica tranquillità, che sarebbe stata frequentemente

interrotta dalle annuali, o accidentali elezioni, mosse i primitivi

Cristiani a stabilire una perpetua, ed onorevole magistratura, ed a

scegliere uno de' più prudenti e santi fra' loro Preti per eseguire,

finchè viveva, i doveri di loro ecclesiastico direttore. In

quest'occasione fu che il sublime titolo di Vescovo s'incominciò ad

innalzare sopra l'umile denominazione di Prete; e mentre quest'ultima

continuò ad indicare la più natural distinzione fra' membri di ogni

Senato Cristiano, quello fu appropriato alla dignità del nuovo

Presidente di esso[548]. I vantaggi di questa forma di Governo

Episcopale, che sembra essere stato introdotto avanti il fine del

primo secolo[549], erano tant'ovvj, ed importanti per la futura

grandezza, ugualmente che per la pace attuale del Cristianesimo, che

fu adottato senza dilazione da tutte le società, ch'erano già sparse

per l'Impero. Aveva esso molto per tempo acquistato l'approvazione

dell'antichità[550], ed è stato sempre rispettato dalle Chiese più

potenti, sì Orientali che Occidentali, come un primitivo, ed anche

Divino stabilimento[551]. È superfluo di osservare, che i devoti ed

umili Preti, che a principio insigniti furono del titolo Episcopale, non

potevan avere, e probabilmente ricusato avrebbero la potenza e la pompa,

che adesso circonda la tiara del Romano Pontefice, o la mitria di un

Prelato Alemanno; ma possiam definire in poche parole gli stretti limiti

della primiera loro giurisdizione, ch'era principalmente spirituale,

sebbene in qualche caso riguardasse anche le cose temporali[552].

Riducevasi questa all'amministrazione de' sacramenti, alla disciplina

Ecclesiastica, alla sopraintendenza de' riti sacri, che insensibilmente

crescevano in numero e in verità, alla consacrazione dei ministri

ecclesiastici, a' quali si assegnavan dal Vescovo le rispettive

funzioni, al maneggio del pubblico tesoro, ed alla decisione di tutte

quelle controversie, che i Fedeli non volevano esporre avanti al

tribunale di un Giudice idolatra. Queste facoltà per breve tempo si

esercitarono secondo il consiglio del collegio presbiterale, e col

consenso e coll'approvazione dell'assemblea de' Cristiani. Gli antichi

Vescovi si risguardavan soltanto come i primi fra' loro uguali, e gli

onorevoli servi di un popolo libero. Quando vacava per la morte del

Vescovo la cattedra Episcopale, si eleggeva fra i Preti un nuovo

Presidente per mezzo de' voti di tutta la congregazione, ogni cui membro

si stimava investito di un carattere sacro e sacerdotale[553].

Questo fu il dolce, ed uguale regolamento, con cui si governavano i

Cristiani più di cento anni dopo la morte degli Apostoli. Ogni società

formava da se una separata e indipendente Repubblica; e quantunque i più

distanti fra questi piccoli Stati mantenessero un reciproco, ed

amichevol commercio di deputazioni e di lettere, pure non era il Mondo

Cristiano ancora congiunto mercè di alcuna suprema autorità, o

legislativa assemblea. Siccome il numero de' Fedeli appoco appoco s'era

moltiplicato, si videro i vantaggi, che provenir potevano da una più

stretta unione d'interessi, e di disegni. Verso il finire del secondo

secolo le Chiese della Grecia e dell'Asia adottarono le vantaggiose

instituzioni de' sinodi provinciali, e può giustamente supporsi, che

prendessero il modello de' Concilj rappresentativi da celebri esempi del

lor Paese, quali sono quello degli Anfizioni, la lega Achea, o le

assemblee delle Città della Jonia. Tosto fu stabilito come un costume,

ed una legge, che i Vescovi delle Chiese indipendenti si trovassero, ne'

tempi determinati della primavera e dell'autunno, insieme nella capitale

della Provincia. Le loro deliberazioni erano assistite dal consiglio di

pochi Preti distinti, e moderate dalla presenza di una moltitudine di

uditori[554]. I loro decreti, che si chiamavano Canoni, regolavano

qualunque importante questione di fede, e di disciplina: ed era naturale

di credere, che nella riunione de' delegati del popolo Cristiano si

sarebbe sparsa un'abbondante effusione dello Spirito Santo.

L'instituzione de' sinodi era così confacente all'ambizione privata, ed

all'interesse pubblico, che nello spazio di pochi anni fu ricevuta per

tutto l'Impero. Si stabilì una regolare corrispondenza fra' Concilj

provinciali, che reciprocamente si comunicavano, ed approvavano i

rispettivi loro atti; e la Chiesa cattolica prese in breve la forma, ed

acquistò la forza di una gran Repubblica federativa[555].

Siccome restò insensibilmente sospesa per l'uso dei concilj l'autorità

legislativa delle Chiese particolari, così ottennero i Vescovi, mediante

la loro confederazione, una porzione molto maggiore di potestà esecutiva

ed arbitraria; e tosto che si trovarono uniti da un sentimento di comune

interesse, furono in istato di attaccare con unito vigore gli originarj

diritti del Clero e del popolo. I Prelati del terzo secolo mutarono

appoco appoco il linguaggio d'esortazione in quel di comando; sparsero i

semi delle future usurpazioni; e supplirono con allegorie scritturali, e

con declamazioni rettoriche alla mancanza di forza e di ragione. Essi

esaltavano l'unità ed il poter della Chiesa, quale rappresentavasi

nell'_Uffizio Episcopale_, di cui godeva ogni Vescovo un'uguale ed

indivisa porzione[556]. Si andava spesso ripetendo, che i Principi, ed i

Magistrati vantar potevano un terreno diritto, ed un passaggiero

dominio, ma l'Episcopale autorità era la sola che derivasse da Dio, e si

estendesse a questo, ed all'altro mondo. I Vescovi erano i vicari di

Cristo, i successori degli Apostoli, e quelli che furono misticamente

sostituiti al sommo Sacerdozio della legge Mosaica. Il privilegio

esclusivo che avevano di conferire il carattere sacerdotale, invase la

libertà dell'elezioni del Clero e del Popolo, e se nell'amministrazione

della Chiesa qualche volta consultavano il giudizio de' Preti, o

l'inclinazione popolare, avevan grandissima cura d'inculcare il merito

di tal volontaria condiscendenza. I Vescovi riconoscevano l'autorità

suprema, che risedeva nell'assemblea de' loro fratelli; ma nel governo

delle particolari lor Diocesi, ciascheduno di essi dal proprio _Gregge_

esigeva l'istessa implicita obbedienza, come se quella favorita metafora

fosse stata letteralmente giusta, ed il Pastore fosse stato di una più

sublime natura che le sue pecore[557]. Questa obbedienza però non fu

imposta senza qualche sforzo per una parte, e senza qualche resistenza

per l'altra. La parte democratica della costituzione fu in molti luoghi

con gran calore sostenuta dalla zelante, od interessata opposizione del

Clero inferiore. Ma si diedero al loro patriottismo gl'ignominiosi nomi

di fazione, e di scisma; e la causa Episcopale dovè il suo rapido

progresso alle fatiche di molti attivi Prelati, che riunivano in se

stessi, come Cipriano di Cartagine, le arti del più ambizioso uomo di

Stato colle virtù Cristiane, che sembrano attagliarsi al carattere di un

santo, e di un martire[558].

Le medesime cagioni, che avevan distrutto a principio l'uguaglianza de'

Preti, introdussero una preeminenza di grado fra' Vescovi, e quindi una

superiorità di giurisdizione. Ogni volta che nella primavera, e

nell'autunno adunavansi nel Concilio provinciale, sentivasi molto

notabilmente la differenza del merito e della riputazion personale fra i

membri dell'assemblea, ed era governata la moltitudine dalla dottrina, e

dall'eloquenza dei pochi. Ma l'ordine degli atti pubblici richiedeva una

distinzione più regolare e meno invidiosa; fu conferito l'uffizio di

presedere in perpetuo ai Concilj di ogni Provincia a' Vescovi della

città principale, e questi ambiziosi Prelati, che tosto acquistarono i

titoli eminenti di Metropolitani e di Primati, si preparavan

segretamente ad usurpare sopra i loro episcopali fratelli quell'autorità

istessa, che i Vescovi avevano ultimamente assunta sopra il collegio de'

Prelati[559]. Nè passò molto tempo, che s'introdusse una emulazione di

preeminenza, e di potere fra' Metropolitani medesimi, affettando

ciascheduno di essi di mostrare ne' termini più fastosi gli onori e i

vantaggi temporali della Città, a cui presedeva, il numero e l'opulenza

de' Cristiani sottoposti alla pastorale sua cura, i Santi ed i Martiri,

ch'erano sorti fra loro, e la purità con cui mantenevasi la tradizione

della fede, qual era stata trasmessa per una serie di Vescovi ortodossi

dagli Apostoli, o da' lor Discepoli, a' quali attribuivasi la fondazione

di quella Chiesa[560]. Per ogni motivo, sì Ecclesiastico che civile, era

facile a prevedersi che Roma avrebbe goduto il rispetto, ed in breve

pretesa l'obbedienza delle Province. Ivi la società dei Fedeli era in

una giusta proporzione colla Capitale dell'Impero; la Chiesa Romana era

il più grande, il più numeroso, e nell'Occidente il più antico di tutti

gli stabilimenti Cristiani, molti de' quali avevano ricevuta la

religione dalle pie fatiche de' Missionari della medesima. Supponevasi,

che avesse onorato le rive del Tevere non già un solo fondatore

Apostolico, al che si riduceva il più alto vanto di Antiochia, d'Efeso,

o di Corinto, ma la predicazione, ed il martirio de' due più eminenti

fra gli Apostoli[561]; e molto prudentemente i Vescovi di Roma

pretendevano d'essere eredi di qualsivoglia prerogativa, che attribuita

fosse alla persona, o all'uffizio di S. Pietro[562]. I Vescovi della

Italia, e delle Province eran disposti ad accordar loro un primato

d'ordine, e d'associazione (come molto accuratamente si esprimevano)

nella Cristiana aristocrazia[563]. Ma la potestà di Monarca rigettavasi

con orrore, e l'ambizioso genio di Roma trovò nelle nazioni dell'Asia, e

dell'Affrica una resistenza contro lo spirituale di lei dominio, più

vigorosa di quella che anticamente aveva sperimentato contro il

temporale. Il patriottico Cipriano, che regolava, col più assoluto

potere la Chiesa di Cartagine, ed i sinodi Provinciali, si oppose

risolutamente, e con successo, all'ambizione del Romano Pontefice;

artificiosamente unì la propria causa con quella de' Vescovi Orientali,

e, come Annibale, cercò nuovi alleati nel cuore dell'Asia[564]. Se

questa guerra Punica si fece senz'alcuna effusione di sangue, ciò debbe

molto meno attribuirsi alla moderazione, che alla debolezza de'

combattenti Prelati. Le sole armi, che usarono, furono invettive e

scomuniche: e queste, nel corso di tutta la disputa, eglino si

scagliarono un contro l'altro con ugual furia e devozione. I moderni

cattolici si trovano angustiati dalla dura necessità di censurare la

condotta, o di un Papa, o di un Santo e d'un Martire, quando son

costretti a riferire le particolarità di una disputa, nella quale i

Campioni della Religione secondarono quelle passioni, che sembravano

meglio adattate al Senato, od al Campo[565].

L'avanzamento dell'autorità Ecclesiastica fece nascere la memorabile

distinzione fra lo stato laicale e clericale, che non era stato in uso

nè fra' Greci, nè fra' Romani[566]. Il primo comprendeva il corpo del

popolo Cristiano; l'altro, secondo il significato di quella voce, la

parte scelta, ch'era stata destinata pel servizio della Religione;

celebre ordine di persone, che ha somministrato i più importanti,

quantunque non sempre i più edificanti soggetti all'Istoria moderna. Le

lor vicendevoli ostilità qualche volta disturbarono la pace della Chiesa

nascente, ma si univan lo zelo e l'attività loro nella causa comune, e

l'amor della potenza, che (sotto i più artificiosi colori) s'insinuava

nei petti de' Vescovi e de' Martiri, gli animava ad accrescere il numero

de' loro sudditi, e ad estendere i limiti dell'Impero Cristiano. Essi

eran privi di ogni forza temporale, e per lungo tempo furono scoraggiati

ed oppressi, anzichè assistiti, dal Magistrato civile: avevano però in

mano, ed esercitavano nell'interno regolamento delle lor società i due

più efficaci strumenti del governo, i premj e le pene; traevano i primi

dalla pia liberalità, e le seconde dalla devota apprensione de' Fedeli.

I. La comunione de' beni, che aveva tanto piacevolmente occupato

l'immaginativa di Platone[567], e che sussisteva in qualche modo

nell'austera setta degli Essenj[568], fu per breve tempo adottata nella

primitiva Chiesa. Il fervore de' primi proseliti gl'indusse a vendere

quelle mondane possessioni, che disprezzavano, a portarne il prezzo a'

piedi degli Apostoli, ed a contentarsi di riceverne una parte uguale

agli altri nella generale distribuzione[569]. L'accrescimento de'

Cristiani fece che si rilassasse, ed a grado a grado restasse abolito

questo generoso instituto, che in mani meno pure di quelle degli

Apostoli si sarebbe troppo presto corrotto, e convertito in abuso dal

proprio interesse, a cui la natura umana è sempre condotta; e fu

permesso a' convertiti, che abbracciavan la nuova religione, di ritenere

il possesso del lor patrimonio, di ricever legati ed eredità, e di

accrescere ciascheduno i propri averi per tutti i mezzi legittimi del

commercio e dell'industria. Invece di un intero sagrifizio de' beni di

ognuno, da' ministri dell'Evangelio ne fu accettata una moderata

porzione, e nelle loro eddomadali, o mensuali adunanze ogni fedele,

secondo che esigeva l'occasione, ed a misura della propria ricchezza e

pietà, presentava la sua volontaria offerta per uso della società

comune[570]. Nessuna cosa, quantunque tenue si ricusava; ma

premurosamente inculcavasi che rispetto alle decime la legge Mosaica era

sempre di obbligazione divina; che essendo stato comandato agli Ebrei,

sotto una disciplina meno perfetta, di pagare la decima parte di tutto

ciò che possedevano, era ben conveniente che i discepoli di Cristo si

distinguessero con una maggior liberalità[571], ed acquistassero qualche

merito col privarsi di un bene superfluo, che sì presto dovevasi

annichilare insieme col mondo[572]. Egli è quasi superfluo l'osservare,

ch'essendo l'entrata d ogni Chiesa particolare così fluttuante ed

incerta, debb'essere stata varia secondo la povertà, o l'opulenza de

fedeli, e secondo che si trovavano dispersi in oscuri villaggi, od uniti

nelle grandi Città dell'Impero. Nel tempo dell'Imperator Decio era

opinione de' Magistrati, che i Cristiani di Roma, possedessero grandi

ricchezze, che si usassero nel loro culto religioso vasi d'oro o

d'argento, e che molti fra' proseliti avessero vendute le proprie terre

e case per accrescere le pubbliche sostanze della comunità, a spese in

vero degl'infelici lor figli, che si trovavan mendichi, perchè i loro

padri erano stati santi[573]. Dovremmo con diffidenza prestare orecchio

ai sospetti degli stranieri e nemici: in quest'occasione però acquistano

un colore molto specioso o probabile dalle seguenti due circostanze, le

sole giunte a nostra notizia, che diffiniscano una somma precisa, o

dieno una idea distinta. Quasi nel medesimo tempo il Vescovo di

Cartagine da una società men opulenta di quella di Roma raccolse

centomila sesterzi (sopra mille settecento zecchini) in una subitanea

questua por redimere i fratelli della Numidia, ch'erano stati fatti

schiavi dai Barbari del deserto[574]. Circa cent'anni avanti al regno di

Decio, la Chiesa Romana in una sola donazione avea ricevuto la somma di

dugentomila sesterzi da uno straniero del Ponto, che avea determinato di

stabilirsi nella Capitale[575]. Si facevan queste oblazioni per la

massima parte in moneta; nè la società de' Cristiani era bramosa, o

capace di acquistare l'imbarazzo de' beni stabili in grande estensione.

Era stato provvisto da varie leggi, promulgate col medesimo spirito dei

nostri statuti delle mani morte, che non si donassero, nè si lasciassero

fondi reali ad alcun corpo collegiato, senza un privilegio speciale, o

una particolar dispensa dell'Imperatore, o del Senato[576], i quali rare

volte eran disposti a concederla in favor d'una setta, che fu a

principio l'oggetto del lor disprezzo, e finalmente de' lor timori, e

della lor gelosia. Si riferisce però un atto sotto il regno d'Alessandro

Severo, il quale dimostra, che tal proibizione qualche volta restava

elusa o sospesa, e che si permetteva a' Cristiani di reclamare, e di

posseder terre dentro i confini dell'istessa Roma[577]. Il progresso del

Cristianesimo, e le civili turbolenze dell'Impero contribuirono a

rilassare la severità delle leggi, ed avanti la fine del terzo secolo

molti fondi considerabili si acquistarono dalle opulente Chiese di Roma,

di Milano, di Cartagine, di Antiochia, di Alessandria, e delle altre

grandi Città dell'Italia e delle Province.

Il natural Tesoriere della Chiesa era il Vescovo; il comun fondo

affidavasi alla cura di lui senza che fosse soggetto a rendimento di

conti o a revisione; i Preti si limitavano alle funzioni loro

spirituali, e soltanto impiegavasi l'inferiore nome de' Diaconi pel

maneggio, e per la distribuzione dell'Ecclesiastiche rendite[578]. Se

può darsi fede alle veementi declamazioni di Cipriano, v'erano

moltissimi fra' suoi Affricani fratelli, che nell'esercizio del loro

impiego violavano ogni precetto, non solo di evangelica perfezione, ma

anche di virtù morale. Alcuni di quest'infedeli dispensatori

scialacquavano i beni della Chiesa in sensuali piaceri, altri

gl'impiegavano in negozi di privato guadagno, di fraudolenti acquisti, e

di rapace usura[579]. Ma finchè le contribuzioni del Popolo Cristiano

furono libere e volontarie, l'abuso della fiducia di lui non poteva

essere molto frequente, e gli usi a' quali tal liberalità in generale

applicavasi, facevan onore alla società religiosa. Se ne riservava una

conveniente porzione pel mantenimento del Vescovo, e del suo Clero;

un'altra sufficiente somma era destinata per le spese del Culto

pubblico, di cui formavan la parte più essenziale e piacevole i

banchetti di carità, o come allora dicevansi, le _agape_; e tutto il

resto era patrimonio sacro de' poveri. Secondo la discrezione del

Vescovo si impiegava in alimentare le vedove e gli orfani, gli

storpiati, gl'infermi, ed i vecchi della società, in aiutar gli

stranieri e pellegrini, ed in sollevare le angustie dei carcerati e

degli schiavi, specialmente se i lor patimenti erano cagionati da un

forte amore alla causa della religione[580]. Un generoso commercio di

carità univa le più distanti Province, e le più povere congregazioni

venivano di buona voglia assistite dalle elemosine de' loro più opulenti

fratelli[581]. Tale instituto, che risguardava meno il merito, che la

miseria delle persone, molto materialmente favoriva l'accrescimento del

Cristianesimo. I Gentili i quali erano animati da un sentimento

d'umanità, nel tempo che deridevano le dottrine, confessavano la

beneficenza della nuova setta[582]. La vista dell'immediato sollievo, e

della protezione futura, invitava al seno ospitale di lei molte di

quelle infelici persone, che la trascuratezza del mondo avrebbe

abbandonate alle miserie dell'indigenza, della malattia e dell'età. Vi è

qualche ragione ancora di credere, che un gran numero di fanciulli,

secondo la crudel pratica di que' tempi, esposti da' loro genitori,

fossero frequentemente preservati dalla morte, battezzati, educati e

mantenuti dalla pietà de' Cristiani, ed a spese del pubblico

Tesoro[583].

II. Ogni società senza dubbio ha diritto di escludere dalla sua

comunione e dai suoi benefizi que' membri, che rigettano o

trasgrediscono le regole stabilite di comune condenso. Nell'esercizio di

tal potestà le censure della Chiesa Cristiana eran principalmente

dirette contro i peccatori scandalosi, ed in ispecie contro i rei

d'omicidio, di frode o d'incontinenza, contro gli autori o seguaci di

qualunque eretica opinione, che fosse stata condannata dal giudizio de'

Vescovi, e contro quelle infelici persone, che, o liberamente o per

forza, si eran macchiate, dopo il battesimo, con qualche atto di culto

idolatrico. Le conseguenze della scomunica risguardavano il temporale

non meno che lo spirituale. Il Cristiano, contro di cui pronunciavasi,

era privato di qualunque parte nelle oblazioni de' fedeli. Si

scioglievano i legami di ogni religiosa e privata amicizia. Diveniva

egli un oggetto profano d'abborrimento per le persone, ch'ei più

stimava, o dalle quali amavasi prima con la maggior tenerezza; e per

quanto l'espulsione da una società rispettabile potea imprimere nel

carattere di lui un contrassegno d'ignominia, era generalmente sfuggito,

o tenevasi per sospetto da tutti. La situazione di questi esuli

disgraziati era molto penosa e trista in se stessa, ma i lor timori,

come suole avvenire, sopravanzavano anche molto i loro tormenti. I beni

della comunion Cristiana eran quelli dell'eterna vita, nè potevano essi

cancellare da' loro spiriti la terribile opinione, che Dio aveva date le

chiavi dell'Inferno e del Paradiso a quegli Ecclesiastici direttori, da'

quali ricevuto avevano la condanna. Gli Eretici, in vero, che potevano

sostenersi colla coscienza delle loro intenzioni, e colla lusinghiera

speranza di aver essi soli scoperta la vera strada della salute,

procuravano di riacquistare nelle separate loro assemblee quelle

temporali e spirituali consolazioni, che non potevano più ritrarre dalla

gran società de' Cristiani. Ma quasi tutti coloro, che avevano con

ripugnanza ceduto alla forza del vizio o dell'idolatria, sentivano

l'umiliazione del loro stato, ed ansiosamente desideravano di essere

ristabiliti ne' diritti della comunione Cristiana.

Quanto al trattamento di questi penitenti, la primitiva Chiesa era

divisa fra due opinioni, l'una di giustizia, l'altra di misericordia. I

più rigorosi ed inflessibili casisti negavan per sempre e senz'eccezione

il più basso luogo nella santa comunione a coloro, che essi avevano

condannati o abbandonati, e lasciandoli in preda a' rimorsi di una

colpevol coscienza, accordavan loro soltanto un debole raggio di

speranza, che la compunzione loro, in vita ed in morte, potrebbe forse

esser gradita all'Ente supremo[584]. Ma un sentimento più mite fu

abbracciato in pratica ed in teorica dalle più rispettabili, e pure

Chiese Cristiane[585]. Rare volte si chiusero al convertito penitente le

porte della riconciliazione e del Cielo; ma fu instituita una severa e

solenne forma di disciplina, la quale nell'atto medesimo, che serviva ad

espiarne il delitto, con efficacia potesse allontanare gli spettatori

dall'imitarne l'esempio. Umiliato da una pubblica confessione, emaciato

dal digiuno, e vestito di sacco, stava il penitente prostrato alla porta

dell'assemblea, chiedendo con lacrime il perdono delle sue colpe, ed

implorando in suo favore le preghiere de' fedeli[586]. Se il peccato era

molto grave, interi anni di penitenza non si credevano sufficienti a

soddisfare adequatamente la divina giustizia; e sempre per mezzo di

lenti e penosi gradi il peccatore, l'eretico o l'apostata restituivasi

al seno della Chiesa. La sentenza però di scomunica perpetua si

riservava per alcuni delitti di straordinaria enormità, e specialmente

per le inescusabili ricadute di que' penitenti, che avevano già fatta

prova, ed abusato della clemenza degli Ecclesiastici lor superiori.

L'esercizio della disciplina Cristiana era vario secondo le circostanze

o il numero delle colpe, a giudizio de' Vescovi. Furon celebrati verso

il medesimo tempo i Concilj d'Ancira e d'Elvira, l'uno nella Galazia,

l'altro nella Spagna, ma sembra che i rispettivi lor canoni, che tuttora

esistono, abbiano uno spirito assai diverso. Il Galata, che dopo il

Battesimo avea più volte sacrificato agl'idoli, poteva ottenere il

perdono mediante una penitenza di sette anni, e se aveva sedotto altri

ad imitare il suo esempio, tre soli anni di più erano aggiunti al

termine del suo esilio. Ma l'infelice Spagnuolo, che avea commosso la

medesima colpa, rimaneva privo della speranza di riconciliazione, anche

in punto di morte: la sua idolatria stava alla testa di altri

diciassette delitti, contro i quali fu pronunziata una non meno terribil

sentenza; fra' quali si può distinguere l'inespiabil reato di calunniare

un Vescovo, un Prete, od anche un Diacono[587].

La ben temperata unione di liberalità e di rigore, la distribuzion

giudiziosa de' premj e delle pene secondo le massime della politica e

della giustizia, formarono la forza _umana_ della Chiesa. I Vescovi, la

cui paterna cura estendevasi al governo del mondo spirituale e corporeo,

sentivan bene l'importanza di queste prerogative, e coprendo la loro

ambizione col bel pretesto dell'amore dell'ordine, eran gelosi di ogni

rivale nell'esercizio di una disciplina tanto necessaria per prevenire

la diserzione di quelle truppe, che si erano arrolate sotto lo stendardo

della Croce, ed il numero delle quali ogni giorno diveniva maggiore.

Dalle imperiose declamazioni di Cipriano dovremmo naturalmente

concludere, che le dottrine della scomunica, e della penitenza, formavan

la parte più essenziale della religione; ed era molto meno pericoloso ai

discepoli di Cristo il trascurar l'osservanza de' morali doveri, che il

disprezzar le censure e l'autorità de' lor Vescovi. Alle volte

c'immagineremmo d'udire la voce di Mosè, quando comandò alla terra di

aprirsi per inghiottir nelle fiamme consumatrici que' ribelli, che

ricusavano ubbidienza al Sacerdozio d'Aronne; ed alle volte ci parrebbe

di ascoltare un Console Romano, che sostenendo la maestà della

Repubblica, dichiarasse la sua risoluzione inflessibile di mantenere il

rigore delle leggi.

«Se impunemente si soffrono irregolarità di tal sorta» (così riprende il

Vescovo di Cartagine la dolcezza del suo collega) «finisce il vigor

Episcopale[588], finisce la divina sublime potestà di governare la

Chiesa; finisce il Cristianesimo stesso.» Cipriano avea rinunziato

quegli onori temporali, che probabilmente non avrebbe ottenuti giammai;

l'acquisto però di tale assoluto comando sulle coscienze e

sull'intelletto di una congregazione, sia quanto si voglia oscura o

disprezzabile dal mondo, è veramente più grato all'orgoglio del cuore

umano, che il possesso della più dispotica potenza, acquistata, per

mezzo delle armi e della conquista, sopra un popolo ricalcitrante.

Nel corso di questa importante, quantunque forse tediosa ricerca, ho

tentato di esporre le secondarie cagioni, che tanto efficacemente

assisterono la verità della religione Cristiana. Se fra quelle cagioni

ho scoperto qualche artificiale ornamento, qualche accidental

circostanza, o qualche mistura d'errore e di passione, non deve parer

sorprendente che sugli uomini abbiano sensibilmente influito que'

motivi, ch'eran conformi all'imperfetta loro natura. Coll'aiuto di tali

cagioni, vale a dire dello zelo esclusivo, dell'aspettazione immediata

di un altro mondo, della pretension de' miracoli, della pratica di

rigorosa virtù, e della costituzione della primitiva Chiesa, il

Cristianesimo si sparse con tanto successo nell'Impero Romano. Alla

prima di queste dovevano i Cristiani quell'invincibil valore, per cui

sdegnavano di capitolar col nemico, ch'essi eran risoluti di vincere. Le

tre seguenti porgevano al lor valore le armi più formidabili. L'ultima

ne riuniva il coraggio, ne dirigeva le armi, ed a' loro sforzi dava

quell'irresistibil peso, che sì frequentemente ha renduto anche una

piccola truppa di ben agguerriti ed intrepidi volontarj superiore ad una

moltitudine indisciplinata, ignorante del soggetto, e non curante

l'esito della guerra. Fra le diverse religioni del Politeismo, alcuni

vagabondi fanatici dell'Egitto, e della Siria, che dirigevansi alla

credula superstizione del volgo, formavano forse l'unico ordine di

Sacerdoti[589], che traessero tutto il proprio mantenimento e credito

dalla professione sacerdotale, e che fossero molto efficacemente

impegnati da un personale interesse per la sicurezza o prosperità de'

tutelari lor Numi. Tanto in Roma, quanto nelle principali Province i

ministri del politeismo erano per la maggior parte uomini di nobil

estrazione e di abbondante ricchezza, che ricevevan come una distinzione

onorevole la cura di un celebre tempio, o di un pubblico sacrifizio;

molto spesso rappresentavano a loro spese i giuochi sacri[590], e con

fredda indifferenza eseguivano gli antichi riti secondo le leggi, e

l'usanze del lor paese. Siccome occupavansi negli affari comuni della

vita, rare volte, il loro zelo e la lor divozione erano animati da un

sentimento d'interesse o dalle abitudini di un carattere sacerdotale.

Limitati a' rispettivi lor tempj ed alle loro rispettive città,

restavano senza connessione alcuna di governo o di disciplina; e

riconoscendo essi la suprema giurisdizione del Senato, del Collegio de'

Pontefici e dell'Imperatore, que' magistrati civili si contentavano

della facile cura di mantenere in pace, e con dignità, il culto già

stabilito fra gli uomini. Abbiam veduto poi quanto varie, quanto libere,

ed incerte fossero le religiose opinioni de' Politeisti. Si abbandonavan

quasi senza ritegno alle naturali operazioni di una superstiziosa

fantasia. Le accidentali circostanze della vita, e della situazione loro

determinavan l'oggetto, ed il grado della lor divozione, e poichè la

loro adorazione successivamente prostituivasi a mille Divinità, egli era

appena possibile, che i loro cuori potessero essere capaci di una molto

sincera, e viva passione per alcuna di quelle.

Quando comparve nel mondo il Cristianesimo, anche queste deboli, ed

imperfette impressioni eransi appoco appoco ridotte a nulla. La ragione

umana, che mediante la propria forza, non aiutata dalla rivelazione, non

è capace d'intendere i misteri della fede, aveva già ottenuto un facil

trionfo sopra la follìa del Paganesimo; e quando Tertulliano o Lattanzio

si affaticano in esporne la stravaganza e la falsità, son costretti a

far uso dell'eloquenza di Cicerone, o dell'ingegno di Luciano. Si era

diffuso il contagio di questi scettici scritti molto al di là del numero

de' lor lettori. Era passata la moda dell'incredulità, dal Filosofo

all'uomo di piacere o di affari, dal nobile al plebeo, e dal padrone al

domestico schiavo, che serviva alla tavola di lui, e che attentamente ne

ascoltava la libertà de' discorsi. Nelle pubbliche occasioni la parte

filosofica del genere umano affettava di trattar con decenza e con

rispetto le religiose instituzioni della loro patria; ma traspariva il

lor segreto disprezzo a traverso la debole mal coperta finzione, ed

anche la plebe, scuoprendo che i propri Numi venivan rigettati e derisi

da quelli, de' quali era solita di rispettare il posto o la scienza, si

trovava piena di dubbj e di apprensioni circa la verità di quelle

dottrine, alle quali accordato aveva la più implicita fede. La rovina

degli antichi pregiudizi lasciava moltissimi in una penosa situazione,

priva d'ogni conforto. Uno stato di scetticismo, e di sospensione può

piacere a ben pochi spiriti investigatori; ma la pratica della

superstizione è sì naturale alla moltitudine degli uomini, che qualora

vengano per forza illuminati, compiangon sempre la perdita del lor

piacevole inganno. Il loro amore del maraviglioso, e del soprannaturale,

la lor curiosità intorno al futuro, e la forte inclinazione ad estendere

le speranze e i timori oltre i limiti del monito visibile, furon le

principali cagioni che favorirono lo stabilimento del Politeismo. È così

urgente nel volgo la necessità di credere, che alla caduta d'un sistema

di mitologia è probabilissimo abbia da succedere sempre qualche altro

genere di superstizione di nuovo introdotta. Alcune deità, di forma più

nuova e alla moda, presto avrebbero occupato gli abbandonati tempj di

Giove e d'Apollo, se in quel decisivo istante la saggia Providenza non

avesse interposta una genuina rivelazione, atta ad inspirare la stima e

la persuasione più ragionevole, nel tempo stesso che godeva di tutti gli

adornamenti, che attrar potevano la curiosità, lo stupore, e la

reverenza del popolo. Nell'attual disposizione, in cui trovavansi gli

uomini, siccome quasi erano affatto staccati dagli artificiosi lor

pregiudizi, ma suscettibili, e bramosi ugualmente di qualche religioso

attaccamento, anche un oggetto di merito molto minore sarebbe stato

capace di riempiere il posto vacante ne' loro cuori, e soddisfar

l'incerto fervore delle loro passioni. Quelli che sono disposti ad

analizzare tali riflessioni, lungi dall'osservare con meraviglia il

rapido avanzamento del Cristianesimo, saranno forse sorpresi che non

fosse anche più rapido, e più generale.

È stato con non minor verità che naturalezza osservato, che le conquiste

di Roma prepararono, e facilitaron quelle del Cristianesimo. Nel secondo

capitolo di quest'opera si è procurato di spiegare in qual modo le più

culte province dell'Europa, dell'Asia, e dell'Affrica si riunirono sotto

il dominio di un sol Sovrano, ed appoco appoco si collegarono co' più

forti vincoli delle leggi, de' costumi, e del linguaggio. Gli Ebrei

della Palestina, che avevano ansiosamente aspettato un liberator

temporale, riceverono sì freddamente i miracoli del divino Profeta, che

si stimò superfluo di pubblicare, o almeno di conservare alcun Evangelio

Ebraico[591]. Le storie autentiche delle azioni di Cristo si scrissero

in Greco ad una considerabil distanza da Gerusalemme, e dopo che fu

sommamente cresciuto il numero de' Gentili convertiti alla fede[592].

Appena tali storie furono tradotto in Latino, divennero perfettamente

intelligibili a tutti i sudditi di Roma, eccettuati solamente i

contadini della Siria e dell'Egitto, per comodità de' quali si fecero

dopo particolari versioni. Le pubbliche strade ch'erano state fatte per

uso delle legioni, aprivano un facil passaggio a' missionari Cristiani

da Damaso a Corinto, e dall'Italia fino all'estremità della Spagna o

della Britannia; nè incontravano quegli spirituali conquistatori alcuno

degli ostacoli, che, ordinariamente ritardano, o impediscon

l'introduzione di una religione straniera in lontani paesi. Vi sono le

più forti ragioni di credere, che avanti l'Impero di Diocleziano e di

Costantino, si fosse predicata la fede di Cristo in ogni Provincia, ed

in tutte le principali Città dell'Impero; ma lo stabilimento delle

diverse congregazioni, il numero de' fedeli che le componevano, e la

proporzione, in cui erano cogl'infedeli, sono cose presentemente sepolte

nell'oscurità, o colorite dalle favole e dalla declamazione. Noi ciò

nonostante proseguiremo adesso ad esporre quelle imperfette notizie, che

giunte son fino a noi rispetto all'accrescimento del nome Cristiano

nell'Asia e nella Grecia, nell'Egitto, nell'Italia, e nell'Occidente,

senza trascurare i veri o immaginarj acquisti fatti oltre le frontiere

dei Romano Impero.

Le ricche Province, che si estendono dall'Eufrate al mare Jonio, furono

il principal teatro, in cui l'Apostolo delle Genti spiegò la sua pietà

ed il suo zelo. I semi dell'Evangelio, che aveva egli sparso in un

fertil terreno, furon coltivati con diligenza da' suoi discepoli; e

parrebbe che pei primi due secoli si contenesse il più considerabil

corpo di Cristiani dentro que' limiti. Fra le società che si eressero

nella Siria non ve ne fu alcuna più antica, o più illustre di quelle di

Damasco, di Berea o d'Aleppo, e d'Antiochia. La profetica introduzione

dell'Apocalisse ha descritte ed immortalale le sette Chiese dell'Asia,

Efeso, Smirne, Pergamo, Tiatira[593], Sardi, Laodicea, e Filadelfia; e

tosto si sparsero le lor colonie per quel popolato paese. Le isole di

Cipro e di Creta, e le Province della Tracia e della Macedonia, fecer

molto per tempo una grata accoglienza alla nuova religione; e presto si

formaron Cristiane Repubbliche nelle città di Corinto, di Sparta, e

d'Atene[594]. L'antichità delle chiese Greca, ed Asiatica somministra un

sufficiente spazio di tempo per l'accrescimento, o per la

moltiplicazione loro, e gli sciami stessi dei Gnostici, e di altri

eretici, servono a dimostrare il florido stato della Chiesa ortodossa,

mentre si è sempre applicato il nome di eretici al partito men numeroso.

A queste domestiche testimonianze possiamo aggiunger la confessione, i

lamenti, e le apprensioni de' Gentili medesimi. Dagli scritti di

Luciano, filosofo che aveva studiato gli uomini, e che descrive i loro

costumi co' più vivaci colori, possiam rilevare, che sotto il regno di

Commodo, il suo paese nativo del Ponto era pieno d'Epicurei, e di

_Cristiani_[595]. Dentro il corso di ottant'anni dopo la morte di

Cristo[596] l'umano Plinio si lamenta della grandezza del male, ch'egli

procurava invano di sradicare. Nella sua molto curiosa epistola

all'Imperatore Traiano asserisce, che i tempj erano quasi deserti, che

le sacre vittime appena trovavano compratori, e che la superstizione

aveva non solo infettate le città, ma erasi anche sparsa per i villaggi,

e nell'aperta campagna del Ponto, e della Bitinia[597].

Senza discendere ad un minuto esame dell'espressioni, o de' motivi di

quegli scrittori, che o celebrano o deplorano il progresso del

Cristianesimo nell'Oriente, può in generale osservarsi, che nessun di

loro ci ha lasciato alcun fondamento, su cui formar si possa una giusta

stima del vero numero de' fedeli in quelle Province. Si è conservata

però fortunatamente una circostanza, che sembra spargere una luce più

chiara su quest'oscuro, ma interessante soggetto. Nel regno di Teodosio,

dopo che il Cristianesimo avea goduto per più di sessant'anni l'influsso

del favore Imperiale, l'antica ed illustre Chiesa d'Antiochia consisteva

in centomila persone, tremila delle quali erano alimentate con le

pubbliche oblazioni[598]. Lo splendore, e la dignità della Regina

dell'Oriente, la nota popolazione di Cesarea, di Seleucia, e

d'Alessandria, e la distruzione di dugento cinquantamila anime nel

terremoto, che afflisse Antiochia sotto Giustino il Vecchio[599], sono

altrettante convincenti prove, che tutto il numero degli abitanti non

era meno di mezzo milione, e che i Cristiani, per quanto moltiplicati

fossero dallo zelo, e dalla potenza, non eccedevano la quinta parte di

quella grande Città. Quanto diversa dovrà essere la proporzione, se

paragoniamo la Chiesa perseguitata colla medesima trionfante,

l'Occidente coll'Oriente, remoti villaggi con popolate città, e paesi di

fresco convertiti alla fede con luoghi dove i credenti riceverono la

prima volta la denominazione di Cristiani? Non bisogna per altro

dissimulare, che in un altro luogo Grisostomo, al quale noi dobbiamo

quest'util notizia, conta la moltitudine de' fedeli, come anche

superiore a quella de' Giudei o de' Pagani[600]. Ma facile e naturale è

la soluzione di quest'apparente difficoltà. L'eloquente predicatore fa

un paralello fra la civile, ed ecclesiastica costituzione d'Antiochia,

fra il catalogo de' Cristiani che avevano acquistato il Paradiso

mediante il Battesimo e quello de' Cittadini, che avevano un diritto di

partecipare della pubblica libertà. Nel primo si comprendevano schiavi,

forestieri, e fanciulli, ch'erano esclusi dal secondo.

L'esteso commercio d'Alessandria, e la sua vicinanza alla Palestina

diede un facile ingresso alla nuova Religione. Fu primieramente

abbracciata da un gran numero di Terapeuti, o di Essenj della palude

Mareotide, setta Ebraica, la quale avea perduto una gran parte della sua

venerazione per le cerimonie di Mosè. L'austera vita degli Essenj, i

loro digiuni, e le scomuniche, la comunione de' beni, l'amor del

celibato, il loro zelo pel martirio, ed il fervore, benchè non la purità

della loro fede, presentava già una vivissima immagine della primitiva

disciplina[601]. Sembra che nella scuola di Alessandria la teologia

Cristiana prendesse una forma regolare, e scientifica: e quando Adriano

visitò l'Egitto, vi trovò una Chiesa composta di Greci e di Ebrei,

abbastanza riguardevole per meritar la notizia di quel Principe

investigatore[602]. Ma il progresso del Cristianesimo fu per lungo tempo

ristretto dentro i limiti di una sola Città, ch'era ella stessa una

colonia straniera, e fino al termine del secondo secolo i predecessori

di Demetrio furono i soli Prelati della Chiesa d'Egitto. Si consacrarono

tre Vescovi per le mani di Demetrio medesimo, e ne fu accresciuto il

numero fino a venti da Eracla successore di lui[603]. Il corpo de'

nazionali, popolo distinto per un'ostinata inflessibilità di

carattere[604] riceveva la nuova dottrina con ripugnanza e freddezza; ed

anche al tempo d'Origene, gli era ben raro d'incontrare un Egiziano, che

avesse vinto gli antichi suoi pregiudizi a favore degli animali sacri

del suo Paese[605]. Ma tosto che la religione Cristiana occupò il trono,

lo zelo di que' Barbari obbedì alla forza che prevalse; le città

dell'Egitto si riempirono di Vescovi e i deserti della Tebaide si

popolarono d'Eremiti.

Un fiume perpetuo di stranieri e di provinciali scorreva nell'ampio seno

di Roma. Tutto ciò ch'era odioso o stravagante, chiunque fosse colpevole

o sospetto, nell'oscurità di quell'immensa Capitale sperar poteva

d'eludere la vigilanza delle leggi. In un miscuglio di sì diverse

nazioni ogni predicatore o di verità, o di falsità, ogni fondatore di

qualunque o virtuosa o viziosa assemblea, poteva facilmente moltiplicare

i propri discepoli o complici. I Cristiani di Roma, nel tempo

dell'accidentale persecuzion di Nerone, si rappresentano da Tacito come

ascendenti già ad una moltitudine assai numerosa[606], ed il linguaggio

di quel grande Istorico è quasi simile allo stile che adopera Livio,

quando riferisce l'introduzione e la soppressione de' riti di Bacco.

Dopo che i Baccanali ebbero eccitata la severità del Senato, temevasi

ancora che una grandissima moltitudine, quasi fosse un _altro Popolo_,

si fosse iniziata in quegli abborriti misteri. Mediante una più

diligente ricerca, tosto si venne in chiaro che i colpevoli non

passavano il numero di settemila; numero in vero che dà sufficiente

apprensione, quando riguardasi come l'oggetto della pubblica

giustizia[607]. Dovremmo candidamente far l'istessa diminuzione

interpretando le incerte espressioni di Tacito, ed in un caso più

antico, di Plinio, nell'esagerar ch'essi fanno la moltitudine de'

fanatici delusi, che abbandonato avevano il culto stabilito de' Numi. La

Chiesa di Roma era senza dubbio la prima e la più numerosa dell'Impero;

ed abbiamo ancora un autentico monumento, che dimostra lo stato della

Religione in quella città verso la metà del terzo secolo, e dopo una

pace di trent'otto anni. Il Clero, in quel tempo, era composto di un

Vescovo, di quarantasei Preti, di sette Diaconi, di altrettanti

Suddiaconi, di quarantadue Accoliti, e di cinquanta Lettori, Esorcisti,

ed Ostiarj. Il numero delle vedove, degl'infermi, e de' poveri, che si

mantenevano con le oblazioni de' Fedeli, ascendeva a mille

cinquecento[608]. Fondati sulla ragione, ugualmente che sull'analogia

d'Antiochia, possiam valutare per avventura il numero de' Cristiani di

Roma a circa cinquantamila. Non si può forse determinare con esattezza

la popolazione di questa gran Capitale; ma il più moderato calcolo non

la ridurrà certo a meno di un milione d'abitanti, de' quali i Cristiani

potevan formare al più la ventesima parte[609].

Sembra che i Provinciali d'Occidente ricevesser la cognizione del

Cristianesimo per la medesima via, per cui si erano sparsi fra loro la

lingua, i sentimenti, ed i costumi di Roma. In questa più importante

occasione, l'Affrica e la Gallia si conformarono a grado a grado al

gusto della Capitale. Pure nonostanti le molte favorevoli congiunture,

che invitar potevano i Missionari di Roma a visitare le lor Province

Latine, essi non passaron che tardi le alpi ed il mare[610]; nè possiam

ravvisare in que' vasti paesi alcun certo vestigio di fede o di

persecuzione che sia anteriore al Regno degli Antonini[611]. Il lento

progresso dell'Evangelio nel freddo clima della Gallia fu sommamente

diverso dal fervore, con cui par che fosse ricevuto nelle ardenti arene

dell'Affrica. I fedeli Affricani presto formarono una delle principali

parti della primitiva Chiesa. Il costume, introdotto in quella

Provincia, di assegnar Vescovi alle più piccole città, e bene spesso a'

più oscuri villaggi, contribuì ad estendere lo splendore, o l'importanza

delle lor società religiose, che nel corso del terzo secolo animate

furono dallo zelo di Tertulliano, dirette dai talenti di Cipriano, e

adornate dall'eloquenza di Lattanzio. Laddove, se noi volgiamo gli occhi

verso la Gallia, non si potranno scuoprire, al tempo di Marco Antonino,

che le deboli ed unite congregazioni di Lione e di Vienna; e fino anche

al Regno di Decio, sappiam di certo che solo in poche città, come Arles,

Narbona, Tolosa, Limoges, Clermont, Tours, e Parigi, si sostenevano

alcune sparse Chiese dalla devozione di un piccol numero di

Cristiani[612]. Il silenzio in vero è molto coerente alla devozione, ma

siccome rare volte è compatibile collo zelo, noi possiam rilevare e

compiangere il languido stato del Cristianesimo in quelle Province, che

avevan mutato la lingua Celtica nella Latina; mentre ne' primi tre

secoli non han prodotto neppure un solo scrittore ecclesiastico. Dalla

Gallia, che giustamente pretendeva d'avere una preeminenza di autorità e

di dottrina sopra tutti gli altri paesi da questa parte delle alpi, la

luce dell'Evangelio fu più debolmente riflessa nelle rimote Province

della Spagna e della Britannia; e se può darsi fede alle veementi

asserzioni di Tertulliano, esse avevan già ricevuti i primi raggi della

Fede, quando egli mandò la sua apologia a' magistrati dell'Imperator

Severo[613]. Ma si è fatta sì negligentemente menzione dell'oscura ed

imperfetta origine delle Chiese occidentali dell'Europa, che volendo

riferire il tempo ed il modo della lor fondazione, bisognerebbe supplire

al silenzio dell'Antichità con quelle leggende, che lungo tempo dopo,

l'avarizia o la superstizione dettò a' Monaci fra le neghittose tenebre

de' lor Conventi[614]. Fra questi santi romanzi, quello solo

dell'Apostolo S. Giacomo per la singolar di lui stravaganza può meritare

che se ne prenda notizia. Di un pacifico pescatore del lago di

Gennesaret egli fu trasformato in un valoroso guerriero, che combatteva

alla testa della cavalleria Spagnuola nelle battaglie contro de' Mori. I

più gravi Storici ne han celebrate le imprese; il miracoloso reliquiario

di Compostella ne dimostrava il potere; e la spada d'un ordine militare,

assistita da' terrori dell'Inquisizione, fu sufficiente a toglier di

mezzo qualunque obbiezione della profana critica[615].

Il progresso del Cristianesimo non si limitò all'Impero di Roma, e

secondo gli antichi Padri, che interpretano i fatti con le profezie, la

nuova religione aveva già visitato qualunque parte del globo dentro un

secolo dalla morte del suo divino Autore. «Non v'è popolo (dice Giustino

martire) o Greco, o Barbaro, o di qualunque altra nazione, distinto con

nomi o costumi di qualunque sorta, ignorante quanto si vuole

dell'agricoltura e delle arti, o abiti sotto le tende, o vada vagando in

carri coperti, appresso di cui non s'offrano in nome di Gesù Cristo

Crocifisso delle preghiere al Padre e Creatore di tutte le cose»[616].

Ma questa splendida esagerazione, che anche presentemente sarebbe assai

difficile di conciliare con lo stato reale dell'uman genere, può solo

considerarsi come lo smoderato trasporto di un devoto, ma negligente

scrittore, la misura della cui Fede si regolava da quella de' suoi

desiderj. Ma nè la Fede, nè le brame de' Padri possono alterar la verità

dell'istoria. Sarà sempre un fatto indubitato, che i Barbari della

Scizia e della Germania, i quali rovesciaron la Romana Monarchia, erano

involti nelle tenebre del Paganesimo; e che anche la conversione

dell'Iberia, dell'Armenia, o dell'Etiopia non fu tentata con qualche

successo, finchè lo scettro non fu nelle mani d'un Imperatore

Ortodosso[617]. Avanti quel tempo i varj accidenti della guerra e del

commercio non poterono spargere che un'imperfetta cognizione del Vangelo

fra le tribù della Caledonia[618] e fra gli abitanti delle rive del

Reno, del Danubio, e dell'Eufrate[619]. Al di là di quest'ultimo fiume,

Edessa si distingueva mediante un fermo ed antico attaccamento alla

Fede[620]. Da Edessa furono facilmente introdotti i principj del

Cristianesimo nelle città Greche e Siriache, le quali obbedivano a'

successori di Artaserse; ma non par che facessero alcuna profonda

impressione sulle menti de' Persiani; il cui religioso sistema, per

opera di un ordine ben disciplinato di sacerdoti, era stato costruito

con arte e solidità molto maggiore, che l'incerta mitologia della Grecia

e di Roma[621].

Da questa imparziale, quantunque imperfetta veduta del progresso del

Cristianesimo può rendersi per avventura probabile, che il numero de'

suoi proseliti sia stato magnificato all'eccesso, da una parte per

timore, e per devozione dall'altra. Secondo l'irrefragabil testimonianza

d'Origene[622], era molto piccolo il numero de' credenti, paragonati

alla moltitudine del mondo infedele. Ma siccome non abbiamo su questo

alcuna distinta notizia, è impossibile lo stabilire, ed anche difficile

il congetturare il vero numero de' primitivi Cristiani. Il calcolo, per

altro, più favorevole che dedurre si possa dagli esempi d'Antiochia e di

Roma, non ci permette di supporre che più della ventesima parte de'

sudditi dell'Impero si fosse arrolata sotto l'insegna della Croce, prima

dell'importante conversione di Costantino. Ma i loro abiti di fede, di

unione e di zelo, parevano moltiplicare il lor numero, e le medesime

cagioni, che contribuirono al futuro loro accrescimento, servirono anche

a render più apparente e più formidabile la lor forza attuale.

La costituzione della civil società è tale, che mentre pochi son

distinti per ricchezze, onori, e cognizioni, il grosso del popolo è

condannato all'oscurità, alla povertà e all'ignoranza. La Religion

cristiana, che dirigevasi a tutta la specie umana, dovè per conseguenza

raccogliere un molto maggior numero di proseliti da' ceti più bassi

degli uomini che da' superiori. Si è convertita questa innocente e

natural circostanza in una imputazione ben odiosa, che sembra esser meno

vigorosamente negata dagli apologisti, di quel che sia sostenuta da'

nemici della Fede, cioè che la nuova setta de' Cristiani era quasi del

tutto composta della feccia del popolo, di contadini ed artisti, di

fanciulli e di donne, di mendichi e di schiavi, gli ultimi de' quali

potevan qualche volta introdurre i Missionari nelle nobili e ricche

famiglie, alle quali appartenevano. Questi oscuri maestri (tal era

l'accusa della malizia e dell'infedeltà) sono altrettanto muti in

pubblico, quanto loquaci e dommatici in privato. Mentr'essi cautamente

sfuggono il pericoloso incontro de' filosofi, si mescolano con la rozza

ed ignorante turba, e vanno insinuandosi in quegli spiriti, che l'età,

il sesso e l'educazione ha meglio disposti a ricevere la impressione de'

superstiziosi terrori[623].

Questa svantaggiosa pittura, quantunque non affatto priva di una debole

somiglianza, fa conoscere coll'oscuro suo colorito e con le contraffatte

figure un pennello nemico. A misura che l'umile fede di Cristo

diffondevasi pel mondo, fu abbracciata da varie persone, che si

conciliavano qualche riguardo pei vantaggi della natura e della fortuna.

Aristide, che presentò un'eloquente apologia all'Imperatore Adriano, era

un filosofo d'Atene[624]. Giustino martire avea cercato la cognizione di

Dio nelle scuole di Zenone, di Aristotile, di Pitagora e di Platone,

avanti che fortunatamente gli si accostasse un vecchio, o piuttosto un

Angelo, che rivolse l'attenzione di lui allo studio de' Profeti

Giudei[625]. Clemente Alessandrino aveva fatto acquisto di una molto

estesa letteratura nella Greca lingua, e Tertulliano nella Latina.

Giulio Affricano ed Origene, possedevano una parte assai considerabile

del sapere de' loro tempi, e quantunque lo stile di Cipriano sia molto

diverso da quello di Lattanzio, se ne può quasi dedurre che ambidue

quegli scrittori fossero maestri pubblici di rettorica. Finalmente anche

lo studio della filosofia s'introdusse fra' Cristiani, ma non produceva

sempre i più salutevoli effetti; la scienza dava spesse volte origine

all'eresia, come alla devozione, e può con ugual proprietà applicarsi

alle varie Sette, che resisterono a' successori degli Apostoli, la

descrizione, con cui si rappresentarono i seguaci d Artemone. «Presumono

d'alterar le sante Scritture, di abbandonare l'antica regola di fede, e

di formare le loro opinioni secondo i sottili precetti della logica.

Trascurano la scienza della Chiesa per lo studio della geometria e

perdono di vista il cielo, mentre s'impiegano a misurare la terra. Hanno

continuamente in mano Euclide. Aristotele e Teofrasto sono gli oggetti

della lor ammirazione; e dimostrano una straordinaria venerazione per le

opere di Galeno. I loro errori son derivati dall'abuso delle arti e

delle scienze degl'Infedeli, ed essi corrompono la semplicità del

Vangelo co' raffinamenti della umana ragione[626].»

Neppure si può asserire con verità, che sempre i vantaggi della nascita

e della fortuna separati fossero dalla professione del Cristianesimo.

Molti cittadini Romani furon condotti avanti al tribunale di Plinio, ed

egli presto scuoprì che un gran numero di persone di _ogni ordine_

avevano abbandonato nella Bitinia la religione de' lor maggiori[627].

Alla non sospetta testimonianza di lui può in questo caso prestarsi più

fede, che all'audace disfida di Tertulliano, allorchè si rivolge al

timore non meno che all'umanità del Proconsole dell'Affrica,

assicurandolo, che se persiste nelle sue crudeli intenzioni, dovrà

decimar Cartagine, e che troverà fra' colpevoli molti del suo proprio

grado, Senatori e Matrone dell'estrazione più nobile, e gli amici o i

parenti de' suoi più intimi amici[628]. Sembra però che circa

quarant'anni dopo, l'Imperator Valeriano fosse persuaso della verità di

quest'asserzione, mentre in uno de' suoi rescritti evidentemente

suppone, che Senatori, Cavalieri Romani e Dame di qualità fossero

impegnate nella setta Cristiana[629]. La Chiesa continuava sempre ad

accrescere il proprio esterno splendore, a misura che andava perdendo

l'interna sua purità, e nel Regno di Diocleziano, il Palazzo, le Corti

di Giustizia, ed anche l'esercito ricettavano una moltitudine di

Cristiani, che procuravan di conciliar gl'interessi della vita presente

con quelli della futura.

Contuttocciò tali eccezioni o son troppo poche in numero o troppo

recenti in tempo per togliere intieramente di mezzo l'imputazione

d'ignoranza e d'oscurità, che tanto arrogantemente fa attribuita a'

primi proseliti del Cristianesimo. Invece di servirci per nostra difesa

delle finzioni de' passati secoli, sarà più prudente partito quello di

convenire in soggetto d'edificazione ciò che diede motivo di scandalo.

Le serie nostre considerazioni ci suggeriranno, che dalla Previdenza si

scelsero gli stessi Apostoli fra' pescatori della Galilea, e che quanto

più abbassiamo la temporal condizione de' primi Cristiani, tanto più

avrem ragione di ammirarne il merito ed il buon successo. A noi tocca di

rammentarci accuratamente, che il Regno de' Cieli fu promesso al povero

di spirito, e che gli animi afflitti dalla calamità e dal disprezzo

degli uomini, lietamente ascoltano la divina promessa della futura

felicità, mentre i fortunati vivono soddisfatti col possesso de' beni di

questo mondo, ed i sapienti malamente impiegano in dubbi e dispute la

vana superiorità della loro ragione e della loro dottrina.

Abbiam bisogno di tali riflessioni per consolarci della perdita di vari

illustri soggetti, che a' nostri occhi parrebbe, che fossero stati

degnissimi del dono celeste. I nomi di Seneca, de' due Plinj, il Vecchio

ed il Giovane, di Tacito, di Plutarco, di Galeno, dello schiavo Epiteto,

e dell'Imperatore Marc'Antonino adornano il secolo, in cui fiorirono, ed

esaltano la dignità della natura umana. Ciascheduno di loro riempì di

gloria la respettiva sua condizione, sì nella vita contemplativa che

nell'operativa; migliorarono essi collo studio il lor sublime

intelletto, purgarono colla filosofia le loro menti da' pregiudizi della

superstizion popolare; e passarono i loro giorni nella ricerca della

verità e nella pratica della virtù. Eppure tutti questi saggi (è questo

un oggetto di sorpresa non meno che di dolore) perderono di vista, o

rigettarono la perfezione del sistema Cristiano. Il loro linguaggio od

il loro silenzio discuopre ugualmente il disprezzo che avevano per la

crescente setta, che ne' loro tempi erasi diffusa per l'Impero Romano.

Quelli fra loro, che hanno la condiscendenza di rammentare i Cristiani,

li consideran solo come ostinati e perversi entusiasti, ch'esigevano una

tacita sommissione alle lor misteriose dottrine, senza esser capaci di

produrre un solo argomento, che potesse trarre a se l'attenzione degli

uomini dotti e sensati[630].

Può dubitarsi almeno, se alcuno di questi filosofi leggesse le apologie,

che i primitivi Cristiani pubblicaron più volte in difesa di se

medesimi, e della lor religione; ma v'è molto da dolersi che simil causa

non fosse difesa da più abili avvocati. Espongono essi con superfluo

spirito ed eloquenza la stravaganza del Politeismo; muovono la nostra

compassione con esporre l'innocenza ed i patimenti de' loro ingiuriati

fratelli; ma quando voglion dimostrare l'origine divina del

Cristianesimo, insistono molto più fortemente sulle predizioni che

l'annunciarono, che su' miracoli che accompagnarono la venuta del

Messia. Il favorito loro argomento potea servire a edificare un

Cristiano, o a convertire un Giudeo, mentre ambidue riconoscono

l'autorità di quelle profezie, e son obbligati ad investigarne con

devota riverenza il senso ed il compimento. Ma questa maniera di

persuadere perde molto del suo peso e della sua forza, quando si dirige

a quelli, che nè intendono nè rispettano la legge Mosaica ed il

profetico stile[631]. Nelle imperite mani di Giustino e de' successivi

Apologisti, la sublime intelligenza degli oracoli Ebrei svanisce in

lontane figure, in affettati concetti, ed in fredde allegorie; e la loro

autenticità rendevasi anche sospetta ad un Gentile non illuminato per la

mescolanza di pie falsità, che sotto i nomi di Orfeo, di Ermete e delle

Sibille[632] gli si volevan far credere di ugual valore, che le genuine

inspirazioni del Cielo. I sofismi, e le frodi, che si usano in difesa

della Rivelazione, ci rammentano bene spesso la poco giudiziosa condotta

di que' poeti, che caricano i loro _invulnerabili_ Eroi con un peso

inutile d'incomode o fragili armi.

Ma come potrem noi scusare la supina disattenzione de' Pagani e Filosofi

a quelle prove, che si presentavano dalla mano dell'Onnipotenza, non

alla loro ragione, ma a' loro sensi? Durante la vita di Cristo, degli

Apostoli e de' primi loro Discepoli, la dottrina, che predicavano,

veniva confermata da innumerabili prodigi. Camminavano gli storpiati,

vedevano i ciechi, eran sanati gl'infermi, risorgevan i morti, eran

cacciati i demonj, e continuamente si sospendevan le leggi della natura

in favor della Chiesa. Ma i Savj della Grecia e di Roma volgevano

altrove gli occhi dal tremendo spettacolo, e pare che attenti alle

occupazioni ordinarie della vita e dello studio, ignorassero qualunque

alterazione accadesse nel governo del mondo sì morale che fisico. Sotto

il regno di Tiberio tutta la Terra[633], o almeno una celebre Provincia

del Romano Impero[634], si trovò involta in una naturale oscurità di tre

ore. Anche questo fatto miracoloso, che avrebbe dovuto eccitar la

maraviglia, la curiosità e la devozione dell'uman genere, passò senza

che se ne facesse menzione in un secolo della scienza e della

Istoria[635]. Esso accadde nel tempo che vivevan Seneca e Plinio il

Vecchio, i quali debbono aver sentiti gl'immediati effetti, o ricevuta

prestissimo notizia di quel prodigio. Ciascheduno di questi filosofi ha

rammentato in una laboriosa opera tutti i grandi fenomeni della natura,

terremoti, meteore, comete ed ecclissi, che l'instancabile curiosità

loro potè raccogliere[636]. Ma tanto l'uno che l'altro han trascurato di

far parola del più gran fenomeno, di cui l'occhio mortale sia stato mai

testimonio dalla creazione del mondo. Plinio destinò un capitolo apposta

per gli ecclissi di straordinaria natura e d'insolita durata[637]; ma si

contenta solo di descrivere la singolar mancanza di luce, che seguì dopo

la morte di Cesare, allorchè per la massima parte di un anno il disco

solare comparve pallido e senza splendore. Questo tempo d'oscurità, che

non può sicuramente paragonarsi con la non naturale oscurità della

Passione, fu celebrato dalla maggior parte dei poeti[638] o degli

Istorici di quel secolo memorabile[639].

Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 02 · 第 16 / 21 题