CAPITOLO XI.

_Regno di Claudio. Disfatta dei Goti. Vittorie, trionfo e morte

di Aureliano._

Sotto i deplorabili regni di Valeriano e di Gallieno, l'Impero fu

oppresso e quasi distrutto dai Soldati, dai Tiranni e dai Barbari. Lo

salvò una serie di gran Principi, che traevano un'oscura origine dalle

marziali province dell'Illirico. Nel giro di quasi trenta anni Claudio,

Aureliano, Probo, Diocleziano, ed i suoi colleghi trionfarono degli

stranieri e de' domestici nemici dello Stato; ristabilirono la militar

disciplina, la forza delle frontiere, e meritarono il glorioso titolo di

Ristauratori del Mondo Romano.

La caduta di un effemminato tiranno aprì la strada ad una successione di

Eroi. L'indignazione del popolo imputava a Gallieno tutte le sue

calamità; e la maggior parte, invero, erano conseguenze de' suoi costumi

e della indolente sua condotta nel governo. Era privo perfino del

sentimento di onore, che supplisce sì spesso alla mancanza della

pubblica virtù; e finchè potè godere il possesso dell'Italia, una

vittoria riportata dai Barbari, la perdita di una provincia, o la

ribellione di un Generale, raramente disturbò il tranquillo corso de'

suoi piaceri. Finalmente un esercito considerabile, accampato sul

Danubio superiore, rivestì della porpora Imperiale il suo condottiero

Aureolo, che sdegnando un angusto ed infecondo regno sulle montagne

della Rezia, passò le Alpi, occupò Milano, minacciò Roma, e sfidò

Gallieno a disputare in campo la sovranità dell'Italia. Provocato

dall'insulto l'Imperatore, ed intimorito dall'imminente pericolo,

subitamente mostrò quell'ascoso vigore, che qualche volta si manifestava

a traverso l'indolenza del suo carattere. Staccatosi con violenza dagli

agi del palazzo, comparve armato in fronte alle sue legioni, e si avanzò

ad incontrare di là dal Po il suo competitore. Il corrotto nome di

Pontirolo[1] conserva ancora la memoria di un ponte sull'Adda, che,

durante l'azione, debbe essere stato un oggetto della maggiore

importanza per ambo gli eserciti. Il Retico usurpatore, dopo aver

ricevuto una totale disfatta ed una pericolosa ferita, si ritirò in

Milano. Ne fu immediatamente formato l'assedio; furon le mura battute

con ogni macchina dagli antichi usata; ed Aureolo, incerto della interna

sua forza, e senza speranza di straniero soccorso, si presagì fin

d'allora le funeste conseguenze di una inutile ribellione.

[A. D. 268]

L'ultimo suo espediente fu un tentativo di sedurre la lealtà degli

assediatori. Sparse pel loro campo de' libelli, ne' quali invitava le

truppe ad abbandonare un indegno Sovrano, che sacrificava al suo lusso

la pubblica felicità, e le vite dei suoi più stimabili sudditi ai più

leggieri sospetti. Gli artifizj di Aureolo diffusero i timori, gli

scontenti tra i principali Uffiziali del suo rivale. Una cospirazione fu

tramata da Eracliano Prefetto del Pretorio, da Marciano Generale di alto

grado e di riputazione, e da Cecrope, che comandava un numeroso corpo di

guardie dalmatine. La morte di Gallieno fu risoluta, e non ostante il

lor desiderio di prima terminare l'assedio di Milano, l'estremo

pericolo, che accompagnava ogni momento d'indugio, gli obbligò ad

affrettare l'esecuzione del loro ardito disegno. Sull'ultim'ora della

notte, mentre l'Imperatore tuttavia prolungava i piaceri della tavola,

gli fu portata improvvisamente la nuova, che Aureolo, alla testa di

tutte le sue forze, avea fatta dalla città una disperata sortita;

Gallieno, che non mancò mai di valor personale, balzò dal suo serico

letto, e senza frappor dimora per armarsi o per adunar le sue guardie,

montò a cavallo, e corse veloce al luogo del supposto assalto.

Circondato dai suoi dichiarati o nascosti nemici, in mezzo al tumulto

notturno ricevè ben presto un colpo mortale da incerta mano. Prima di

spirare, un sentimento di patriottismo, risvegliatosi nell'animo di

Gallieno, lo indusse a nominare un degno successore, e l'ultima sua

domanda fu che si dessero gli ornamenti imperiali a Claudio, che allora

comandava un corpo staccato d'armata nelle vicinanze di Pavia. Almeno

questa voce fu diligentemente propagata, e l'ordine con piacere eseguito

dai congiurati, i quali avevan di già convenuto di metter Claudio sul

trono. Alla prima nuova della morte dell'Imperatore, mostrarono le

truppe qualche sospetto e risentimento, finchè l'uno fu dissipato, e

l'altro addolcito con un donativo di venti monete d'oro ad ogni soldato.

Ratificarono essi allora l'elezione, e riconobbero il merito del loro

nuovo Sovrano[2].

L'oscurità, che ricopriva l'origine di Claudio, benchè fosse di poi

abbellita da alcune adulatrici finzioni[3], manifesta abbastanza la

bassezza della sua nascita. Questo solamente si può sapere, ch'egli era

nativo di una delle Province confinanti col Danubio; che la sua gioventù

fu consumata tra l'armi, e che il suo modesto valore meritò il favore e

la confidenza di Decio. Il Senato ed il Popolo già lo consideravano come

un eccellente Uffiziale, degno dei più importanti impieghi; e

censurarono la disattenzione di Valeriano, che lo teneva nel posto

subordinato di Tribuno. Ma distinse non molto dopo quell'Imperatore il

merito di Claudio, dichiarandolo primo Generale della frontiera Illirica

col comando di tutte le truppe nella Tracia, nella Mesia, nella Dacia,

nella Pannonia e nella Dalmazia, collo stipendio del Prefetto

dell'Egitto, con gli onori del Proconsole dell'Affrica, e con la sicura

speranza del Consolato. Per le sue vittorie sopra i Goti egli meritò dal

Senato l'onore di una statua, ed eccitò i gelosi timori di Gallieno. Era

impossibile che un soldato stimar potesse un Sovrano così dissoluto, ed

un giusto disprezzo si può difficilmente celare. Alcune imprudenti

espressioni proferite da Claudio, furono officiosamente riportate a

Gallieno. La risposta dell'Imperatore ad un Uffiziale di confidenza,

dipinge al vivo il carattere di lui e quello dei tempi. «Niente vi è che

dar mi possa un più serio disgusto che la notizia contenuta nell'ultimo

vostro dispaccio[4]; che alcune maligne suggestioni abbiano indisposto

contro noi l'animo del nostro amico e _Padre_ Claudio. Per quella

fedeltà che ci dovete, usate ogni mezzo per quietare il suo

risentimento, ma conducete l'affare con secretezza; non venga questo a

notizia dei soldati della Dacia; sono essi già provocati, e ciò potrebbe

infiammare il loro furore. Io stesso ho mandati a lui alcuni doni; sia

vostra cura ch'egli con piacere li accetti. Sopra tutto fate ch'ei non

sospetti ch'io sono informato della sua imprudenza. Il timor del mio

sdegno potrebbe indurlo a disperate risoluzioni»[5]. I doni che

accompagnavano questa umile lettera, colla quale il Monarca, procurava

di riconciliare a sè il malcontento suo suddito, consistevano in una

considerabil somma di danaro, in abiti magnifici ed in un ricco

vasellame d'oro e d'argento. Con tali arti Gallieno addolcì lo sdegno, e

dissipò i timori del suo illirico Generale; ed in tutto il rimanente di

quel regno fu la formidabile spada di Claudio sempre sguainata per la

causa di un Sovrano da lui disprezzato. Vero è, ch'egli ricevè

finalmente dai congiurati l'insanguinata porpora di Gallieno; ma egli

era stato lontano dal loro campo e dai loro consigli; e benchè forse

lodasse il fatto, possiamo francamente presumere, ch'egli non fosse reo

di alcuna antecedente notizia[6]. Quando Claudio salì sul trono, era

quasi nell'età di cinquantaquattr'anni.

L'assedio di Milano fu tuttavia continuato, ed Aureolo presto si avvide,

che i suoi artifizj non avevano avuto altro successo che di suscitargli

un più risoluto avversario. Tentò egli di aprire con Claudio un trattato

di alleanza e di divisione. «Ditegli» (replicò l'intrepido Imperatore)

«che se tali proposizioni fossero state fatte a Gallieno, _egli_ forse

le avrebbe pazientemente ascoltate, ed avrebbe accettato un collega

disprezzabile al pari di lui[7].» Questo duro rifiuto, ed un ultimo

infelice sforzo obbligarono Aureole a rendersi con la città alla

discrezione del vincitore. Il giudizio dell'esercito lo dichiarò degno

di morte, e Claudio, dopo una debole resistenza, consentì che fosse la

sentenza eseguita. Nè lo zelo dei Senatori fu meno ardente per la causa

del loro nuovo Sovrano. Ratificarono forse con un sincero trasporto

d'animo l'elezione di Claudio, e siccome il Predecessore si era mostrato

personal nemico del loro ordine, così esercitarono sotto il velo della

giustizia una severa vendetta contro gli amici o la famiglia di lui. Fu

permesso al Senato di addossarsi l'odioso uffizio del castigo, e

l'Imperatore si riservò il piacere ed il merito di ottener con la sua

intercessione un atto di generale perdono[8].

Questa ostentata clemenza mostra meno il vero carattere di Claudio di

quel che il faccia una frivola circostanza, nella qual sembra ch'egli

abbia obbedito ai dettami del suo cuore. Le frequenti ribellioni delle

province avevano involto quasi ogni persona nel reato di tradimento,

quasi ogni patrimonio nel caso di confiscazione, e Gallieno spesso

mostrava la sua liberalità distribuendo tra i suoi uffiziali i beni dei

sudditi. All'avvenimento di Claudio, una vecchia donna si gettò a' suoi

piedi, lagnandosi che ad un Generale dell'ultimo Imperatore era stato

arbitrariamente donato il di lei patrimonio. Questo Generale era Claudio

stesso, che non era rimasto interamente illeso dalla corruzione dei

tempi. Arrossì l'Imperatore a questo rimprovero, ma si mostrò degno

della confidenza che quella avea avuta nella sua giustizia. La

confessione del suo fallo fu accompagnata da una subita ed ampia

restituzione[9].

Nell'arduo impegno, che Claudio aveva preso di ristabilire l'Impero nel

suo antico splendore, era prima necessario di ravvivare tra le sue

truppe un sentimento d'ordine e di obbedienza. Con l'autorità di un

veterano Comandante, rappresentò loro, che il rilassamento della

disciplina avea introdotta una lunga serie di disordini, dei quali

finalmente i soldati stessi provavan gli effetti; che un popolo rovinato

dall'oppressione, e indolente per la disperazione, non potea più

lungamente somministrare ad un numeroso esercito il mantenimento non che

le spese di lusso; che il pericolo di ogni individuo era cresciuto col

dispotismo dell'ordine militare, poichè i Sovrani, che tremavan sul

trono, provvedevano alla loro salvezza col pronto sacrifizio di ogni

suddito colpevole. L'Imperatore si estese su i mali di uno sregolato

capriccio, che i soldati potean soddisfare soltanto a spese del proprio

sangue; giacchè le sediziose loro elezioni eran così spesso state

accompagnate dalle guerre civili, che consumavano il fiore delle legioni

o sul campo di battaglia o nel crudele abuso della vittoria. Dipinse

egli coi più vivi colori lo stato dell'esausto tesoro, la desolazione

delle province, il disonore del nome Romano, e l'insolente trionfo dei

rapaci Barbari. Contro questi Barbari adunque egli dichiarò di voler

dirigere il primo sforzo delle loro armi. Regnasse pur Tetrico per

qualche tempo in Occidente, e conservasse pure Zenobia il dominio

dell'Oriente[10]; questi usurpatori erano suoi personali nemici: nè

potea egli pensare a soddisfare alcun privato risentimento, finchè

salvato non avesse un Impero, la cui imminente rovina avrebbe (non

essendo a tempo prevenuta) oppresso e l'esercito e il popolo.

[A. D. 269]

Le varie nazioni della Germania e della Sarmazia, che combattevano sotto

le gotiche insegne, avevan già raccolta un'armata più formidabile di

qualunque altra che mai fosse uscita dall'Eusino. Sulle rive del

Niester, uno dei gran fiumi che sboccano in quel mare, essi costruirono

una flotta di duemila o veramente di seimila vascelli[11], numero, che

per incredibil che possa sembrare, non sarebbe stato bastante a

trasportare la loro pretesa armata di trecentoventimila Barbari.

Qualunque esser potesse la forza reale dei Goti, il vigore ed il

successo della spedizione non furono adeguati alla grandezza dei

preparativi. Nel loro passaggio pel Bosforo gl'inesperti piloti furon

vinti dalla violenza della corrente; e mentre la moltitudine dei loro

vascelli era ristretta in un angusto canale, molti si ruppero urtando

l'uno contro l'altro o contro la terra. Fecero i Barbari alcune discese

sopra varie coste dell'Europa e dell'Asia, ma l'aperto paese era stato

già devastato, ed essi furono con vergogna e perdita rispinti da molte

fortificate città. Si sparse nella flotta lo sbigottimento e la

divisione, e molti dei loro capi fecero vela verso l'isole di Creta e di

Cipro; ma il grosso dell'armata, seguitando un corso più costante, si

ancorò finalmente vicino alle falde del monte Atos, ed assalì la città

di Tessalonica, opulenta capitale di tutte le province della Macedonia.

I loro assalti, nei quali mostravano un feroce ma sregolato valore,

furono presto interrotti dal rapido avvicinarsi di Claudio, che si

affrettava ad una scena d'azione degna della presenza di un Principe

bellicoso, alla testa di tutte le rimanenti forze dell'Impero. Non

volendo sopportar la battaglia, i Goti levarono subito il campo,

abbandonarono l'assedio di Tessalonica; e lasciando le loro navi al

piede del monte Atos, traversarono le colline della Macedonia, e si

spinsero avanti ad assalire l'ultima difesa dell'Italia.

Abbiamo ancora una lettera originale scritta da Claudio in questa

memorabile occasione al Senato ed al Popolo. «Padri coscritti (scrive

l'Imperatore) sappiate che trecentoventimila Goti hanno invaso il

territorio romano. Se io vinco, la vostra gratitudine ricompenserà i

miei servigi. Se cado, rammentatevi che sono successor di Gallieno.

L'intera Repubblica è affaticata ed esausta di forze. Combatteremo dopo

Valeriano, dopo Ingenuo, Regilliano, Lolliano, Postumo, Gelso, e mille

altri che un giusto disprezzo per Gallieno spinse alla sedizione. Noi

manchiamo di dardi, di lance e di scudi. La forza dell'Impero, la Gallia

e la Spagna sono usurpate da Tetrico, e con rossore confessiamo che gli

arcieri dell'Oriente servono sotto le insegne di Zenobia. Qualunque

impresa facciamo, sarà questa grande abbastanza[12].» Lo stile

malinconico e risoluto di questa lettera annunzia un Eroe che non cura

il suo fato, conosce il pericolo, ma ricava però dai suoi propri talenti

una ben fondata speranza.

[A. D. 270]

L'evento superò l'espettazione di lui e quella del Mondo. Colle più

segnalate vittorie liberò l'Impero da quell'esercito di Barbari, e fu

distinto dalla posterità colla gloriosa denominazione di Claudio Gotico.

Le storie imperfette di una guerra irregolare[13] non ci forniscono

materiali bastanti per descrivere l'ordine e le circostanze delle

imprese di lui; ma se ci fosse permessa una somigliante espressione,

distribuir potremmo in tre atti questa memorabil tragedia. I. La

decisiva battaglia fu data vicino a Naisso, città della Dardania. A

principio le legioni diedero in volta, oppresse dal numero, e disanimate

dalle loro sventure. Inevitabile era la rovina loro, se non avesse

l'abilità dell'Imperatore preparato un opportuno soccorso. Un grosso

distaccamento di soldati, uscendo dai secreti e difficili passi delle

montagne, che per ordine di lui avevan occupati, assalì improvvisamente

la retroguardia dei vittoriosi Goti. L'attività di Claudio profittò del

favorevol momento. Rianimò egli il coraggio delle sue truppe, riordinò

le lor file, ed incalzò i Barbari da ogni parte. Narrasi che fossero

cinquantamila uomini uccisi nella battaglia di Naisso. Vari numerosi

corpi di Barbari, coprendo la loro ritirata con una mobile

fortificazione di carriaggi, si ritirarono, o piuttosto fuggirono da

quel campo di strage. II. Possiamo presumere che qualche insuperabile

difficoltà, forse la stanchezza, forse la disubbidienza dei vincitori,

non permettesse a Claudio di compire in un giorno la distruzione dei

Goti. La guerra si sparse per le province della Mesia, della Tracia e

della Macedonia, e le sue operazioni si ridussero a varie mosse, e

sorprese, e tumultuari combattimenti sì per mare che per terra. Quando i

Romani soffrirono qualche perdita, ordinariamente ciò avvenne o per la

loro codardia o per la loro temerità; ma i superiori talenti

dell'Imperatore, la sua perfetta pratica dei paesi, e la giudiziosa sua

scelta de' provvedimenti e degli Uffiziali, assicurarono in moltissime

occasioni il buon successo delle sue armi. L'immenso bottino, frutto di

tante vittorie, consisteva la maggior parte in bestiami e schiavi. Uno

scelto corpo della gotica gioventù venne ricevuto nelle truppe

Imperiali; fu il rimanente venduto in ischiavitù; e fu il numero delle

donne prigioniere tanto considerabile, che n'ebbe ogni soldato due o tre

per sua parte: circostanza dalla quale si può concludere, che

gl'invasori aveano qualche disegno di stabilirsi, non meno che di

saccheggiare; giacchè in una navale spedizione ancora erano accompagnati

dalle loro famiglie. III. La perdita della lor flotta, che fu o presa o

sommersa, aveva impedita la ritirata dei Goti. I Romani avendo formato

un vasto cerchio di posti, distribuiti con arte, sostenuti con coraggio,

e che si ristringevano a poco a poco verso un centro comune, forzarono i

Barbari a ritirarsi nelle più inaccessibili parti del monte Emo, dove

trovarono un sicuro rifugio, ma una sussistenza assai scarsa. Nel corso

di un rigoroso verno, nel quale furono assediati dalle truppe

dell'Imperatore, la fame e la peste, la diserzione e la spada

continuamente diminuirono quella imprigionata moltitudine. Al ritorno

della primavera, non comparve in arme che una feroce e disperata truppa,

residuo di quell'oste possente, che si era imbarcata alla foce del

Niester.

La peste, che tanti Barbari uccise, divenne finalmente fatale al lor

vincitore. Dopo un breve ma glorioso regno di due anni, Claudio morì in

Sirmio, in mezzo alle lagrime ed alle acclamazioni de' sudditi.

Nell'ultima sua malattia convocò i principali Ministri dello Stato e

dell'esercito, e in lor presenza raccomandò Aureliano, uno dei suoi

Generali, come il più degno del trono, ed il più atto ad eseguir il gran

disegno, ch'egli stesso avea potuto soltanto intraprendere. Le virtù di

Claudio, il suo valore, l'affabilità[14], la giustizia e la temperanza,

il suo amor per la gloria e per la patria lo pongono nel piccol numero

di quegl'Imperatori, che aggiunsero lustro alla Romana porpora. Queste

virtù per altro furono celebrate con particolar zelo e compiacenza dai

cortigiani Scrittori del secolo di Costantino, il quale era bisnipote di

Crispo, fratello maggiore di Claudio. La voce dell'adulazione imparò

presto a ripetere, che gli Dei, i quali avean così frettolosamente tolto

Claudio alla terra, ricompensarono il suo merito e la sua pietà

perpetuando l'Impero nella sua famiglia[15].

Non ostante questi oracoli, la grandezza dei Flavj (nome che a loro

piacque di assumere) fu differita per più di vent'anni, e lo stesso

innalzamento di Claudio cagionò l'immediata rovina del suo fratello

Quintilio, il quale non ebbe moderazione o coraggio bastante per

discendere nella privata condizione, a cui lo avea condannato il

patriottismo dell'ultimo Imperatore. Senza indugio o riflessione egli

prese la porpora in Aquileia, dove comandava forze considerabili; e

benchè il suo regno durasse diciassette giorni soltanto, egli ebbe tempo

di ottenere la sanzione del Senato, e di provare una sedizion delle

truppe. Appena egli seppe che la grande armata del Danubio avea

conferita l'autorità Imperiale al ben conosciuto valor di Aureliano, si

sentì vinto dalla gloria e dal merito del suo rivale, e facendosi aprire

le vene, prudentemente si ritirò dalla ineguale contesa[16].

Il general disegno di quest'opera non ci permette di minutamente

riferire le azioni di ogni Imperatore dopo il suo avvenimento al trono,

molto meno di rintracciare le varie fortune della sua vita privata.

Osserveremo soltanto che il padre di Aureliano era un contadino del

territorio di Sirmio, il quale occupava una piccola tenuta appartenente

ad Aurelio, ricco Senatore. Il bellicoso suo figlio, arrolato nelle

truppe come soldato comune, divenne successivamente centurione, tribuno,

prefetto di una legione, ispettore del campo, generale, ovvero (come

allor si chiamava) duce di una frontiera; e finalmente nella guerra

Gotica esercitò l'importante uffizio di primo comandante della

cavalleria. In ogni grado si distinse per l'impareggiabil valore[17],

per la rigida disciplina, e per una fortunata condotta. Fu egli

rivestito del Consolato dall'Imperator Valeriano, che lo chiama, nel

pomposo linguaggio di quel secolo, il liberatore dell'Illirico, il

ristauratore della Gallia, ed il rivale degli Scipioni. Per la

raccomandazione di Valeriano, un Senatore del grado e del merito più

cospicuo, Ulpio Crinito, il cui sangue derivava dalla stessa sorgente di

quel di Traiano, adottò il contadino della Pannonia, diedegli in

matrimonio la sua figlia, e sollevò con l'ampio suo patrimonio l'onorata

povertà, che Aureliano avea mantenuta inviolata[18].

Il regno di Aureliano durò solamente quattr'anni e quasi nove mesi; ma

ogni momento di quel corto periodo fu illustrato da qualche memorabil

prodezza. Egli terminò la guerra Gotica, castigò i Germani che

invadevano l'Italia, ricuperò la Gallia, la Spagna, la Britannia dalle

mani di Tetrico, e distrusse la superba monarchia, che Zenobia avea

nell'Oriente innalzata sulle rovine dell'afflitto Impero.

Dovè Aureliano la continua fortuna delle sue armi alla rigorosa

attenzione posta agli articoli anche più minuti della disciplina. I suoi

militari regolamenti sono contenuti in una lettera assai concisa ad un

subalterno Uffiziale, al quale comanda di porli in vigore, se desidera

di divenir tribuno, o se gli è cara la vita. Il giuoco, il bere, e le

arti della divinazione erano severamente proibite. Aureliano pretendeva

che i suoi soldati fossero modesti, frugali e laboriosi; che sempre si

mantenesser lucenti le loro armi, aguzze le spade, pronti i vestiti e i

cavalli all'immediato servizio; che vivessero nei loro quartieri con

castità e sobrietà, senza danneggiare i campi di grano, senza rubare

neppure una pecora, un volatile, un grappolo di uva, senza esigere dai

loro ospiti nè sale, nè olio, nè legna. «La pubblica paga (continua

l'Imperatore) è bastante al loro sostentamento; le ricchezze debbono

ricavarsi dalle spoglie de' nemici e non dal pianto dei

Provinciali[19].» Un solo esempio servirà a mostrare il rigore, anzi la

crudeltà di Aureliano. Un soldato avea sedotta la moglie del proprio

ospite. Fu il misero colpevole legato a due alberi, che piegati a forza

l'uno con l'altro, e di poi violentemente separandosi, stracciarono le

di lui membra. Pochi consimili esempi impressero una salutevol

costernazione. I castighi di Aureliano eran terribili, ma raramente ebbe

occasione di punire due volte uno stesso delitto. La sua propria

condotta dava la sanzione alle sue leggi, e le sediziose legioni

temevano un Capo, che aveva imparato ad ubbidire, ed era degno di

comandare.

La morte di Claudio avea rianimato il languente spirito dei Goti. Le

truppe, che difendevano i passi del monte Emo e le rive del Danubio,

erano state richiamate pel timore di una guerra civile, e sembra

probabile, che il rimanente corpo delle Tribù Gotiche e Vandaliche,

abbracciando la favorevole occasione, abbandonasse i suoi stabilimenti

dell'Ucrania, attraversasse i fiumi, ed accrescesse con nuova

moltitudine la devastatrice armata de' suoi concittadini. Le loro

truppe, riunite, furono alfine incontrate da Aureliano, ed il sanguinoso

e dubbio conflitto finì solamente col venir della notte[20]. Spossati

per tante calamità da loro vicendevolmente date e sofferte in una guerra

di vent'anni, i Goti ed i Romani acconsentirono ad un durevole ed util

trattato. Fu questo premurosamente richiesto dai Barbari, e con piacere

ratificato dalle legioni, al voto delle quali il prudente Aureliano

commise lo scioglimento di quella importante questione. Si obbligarono i

Goti a fornire agli eserciti Romani un corpo di cavalleria di duemila

ausiliari, e stipularono in contraccambio una sicura e tranquilla

ritirata con un regolare mandato fino al Danubio, provveduto dalla cura

dell'Imperatore, ma a lor proprie spese. Fu il trattato osservato con

tanta religiosità, che quando una truppa di cinquecento uomini si staccò

dal campo per far delle prede, il Re, ovvero il Generale dei Barbari,

domandò che fosse il colpevole condottiero preso e saettato a morte,

come vittima consacrata alla santità de' loro trattati. È per altro

verosimile, che la precauzione di Aureliano, il quale aveva ritenuto

come ostaggi i figli e le figlie dei Gotici condottieri, contribuisse in

qualche parte a questa pacifica disposizione. Egli educò i giovani

all'esercizio dell'armi, e vicino alla sua propria persona; alle

donzelle diede una liberale e romana educazione, e concedendole in

matrimonio ad alcuni dei suoi principali Uffiziali, strinse a poco a

poco le due nazioni coi più tenaci e cari legami[21].

Ma la più importante condizione della pace fu piuttosto supposta che

espressa nel trattato. Ritirò Aureliano le forze Romane dalla Dacia, e

tacitamente abbandonò quella gran Provincia ai Goti ed ai Vandali[22].

Il suo maschio discernimento gli fe' conoscere i vantaggi reali, e

gl'insegnò a disprezzare il disonore apparente del ristringere in tal

guisa le frontiere della Monarchia. I sudditi Daci, rimossi da quelle

terre lontane, ch'essi non sapean nè coltivar nè difendere, aggiunsero

forza e popolazione alla parte meridionale del Danubio. Un fertile

territorio, cangiato in deserto dalle replicate scorrerie dei Barbari,

fu ceduto alla loro industria; ed una nuova provincia della Dacia

conservò sempre la memoria delle conquiste di Traiano. Nella Dacia

antica, per altro, rimase un considerabil numero di abitatori, ai quali

più che un Goto Sovrano fece orrore l'esilio[23]. Questi degenerati

Romani continuarono ad essere utili all'Impero, introducendo tra i lor

vincitori le prime idee dell'agricoltura, le arti utili, ed i comodi

della vita civile. Si stabilì a poco a poco una comunicazione di

commercio e di lingua tra le opposte rive del Danubio; e la Dacia,

divenuta indipendente, fu spesso l'argine più saldo dell'Impero contro

le invasioni dei selvaggi del Settentrione. Un sentimento d'interesse

legava all'alleanza di Roma questi Barbari inciviliti; ed un interesse

costante si converte bene spesso in sincera ed utile amicizia. Questa

mista colonia, che occupava l'antica provincia, e si era insensibilmente

confusa in un popolo numeroso, riconosceva tuttavia il superior nome, o

l'autorità della Gotica Tribù, e pretendeva l'immaginario onore di

trarre dalla Scandinavia l'origine. Nel tempo stesso la fortunata,

benchè casuale somiglianza del nome di Geti, infuse tra i creduli Goti

una vana credenza, che nei tempi remoti i loro antenati, già stabiliti

nelle province della Dacia, avessero ricevute le istruzioni di Zamolsi e

represse le vittoriose armi di Sesostri e di Dario[24].

Mentre la vigorosa e moderata condotta di Aureliano ristabiliva la

frontiera dell'Illirico, gli Alemanni[25] violarono le condizioni della

pace o comprate da Gallieno o imposte da Claudio, ed animati dalla

impaziente lor gioventù, corsero improvvisamente alle armi. Quarantamila

cavalli[26] e un doppio numero di fanti[27] apparvero in campo. I primi

oggetti della loro avarizia furono alcune poche città della Retica

frontiera; ma presto crescendo col buon successo le loro speranze,

sparsero gli Alemanni con rapida mossa la devastazione dalle rive del

Danubio a quelle del Po[28].

[A. D. 270]

L'Imperatore seppe quasi nel tempo stesso l'irruzione e la ritirata dei

Barbari. Radunato un attivo corpo di truppe, marciò con silenzio e

prestezza lungo l'Ercinia Foresta; e gli Alemanni, carichi delle spoglie

dell'Italia, arrivarono al Danubio, non sospettando, che sull'opposta

riva ed in un posto vantaggioso stesse celato un esercito Romano,

disposto ad impedire il loro ritorno. Aureliano favorì la fatal

confidenza dei Barbari, e lasciò che quasi metà delle lor forze passasse

il fiume senza precauzione veruna. La situazione e la sorpresa loro gli

procuravano una facil vittoria; e la sua ferma condotta ne accrebbe il

vantaggio. Disponendo le legioni in forma di semicerchio, avanzò i due

corni verso il Danubio, e volgendoli a un tratto verso il centro,

circondò la retroguardia dei Germani. I Barbari smarriti, dovunque

gettasser lo sguardo, vedevano con disperazione un paese deserto, un

fiume rapido e profondo, ed un vittorioso ed implacabil nemico.

Ridotti a questa infelice condizione, non isdegnarono gli Alemanni di

presto implorare la pace. Aureliano ricevè i loro Ambasciatori alla

testa del suo campo, e con tutta la pompa marziale, che potesse mostrare

la grandezza e la disciplina romana. Erano le legioni sulle armi in bene

ordinate schiere ed in profondo silenzio. I principali Comandanti,

distinti colle insegne del loro grado, stavano a cavallo dall'uno e

dall'altro lato del trono Imperiale. Dietro al trono s'innalzavano sopra

lunghe picche, coperte d'argento, le sacre immagini dell'Imperatore e

de' suoi Predecessori[29], le Aquile d'oro, ed i vari titoli delle

legioni, a lettere d'oro scolpiti. Quando prese Aureliano il suo posto,

il suo nobile portamento e la sua maestosa figura[30] insegnarono ai

Barbari a venerare la persona non meno che la porpora del lor vincitore.

Caddero in silenzio gli ambasciatori al suolo prostesi. Fu ad essi

ordinato di alzarsi e permesso di favellare. Coll'assistenza

degl'interpreti estenuarono eglino la loro perfidia, ma giustificarono

le loro imprese, si estesero sulle vicende della fortuna e su i vantaggi

della pace, e con inopportuna confidenza richiesero un abbondante

sussidio, quasi prezzo dell'alleanza, ch'essi offrivano ai Romani.

Fu la risposta dell'Imperatore aspra ed imperiosa. Trattò la loro

offerta con disprezzo, e con indignazione la loro richiesta; rimproverò

ai Barbari la loro ignoranza nelle arti della guerra e nelle leggi della

pace, e finalmente li licenziò colla sola scelta di rendersi a

discrezione, o di aspettare la maggior severità dal suo

risentimento[31]. Aveva Aureliano restituita ai Goti una remota

provincia; ma era pericoloso il fidarsi o il perdonare a que' perfidi

Barbari, la cui formidabil potenza teneva l'Italia stessa in continui

timori.

Pare che immediatamente dopo questo congresso, qualche improvviso evento

richiedesse la presenza dell'Imperatore nella Pannonia. Lasciò egli a'

suoi Generali la cura di compiere la distruzione degli Alemanni o col

ferro, o col più sicuro mezzo della fame. Ma l'attiva disperazione ha

spesso trionfato dell'indolente confidenza nella fortuna. Vedendo i

Barbari ch'era impossibile traversare il Danubio ed il campo Romano,

ruppero i posti della retroguardia, ch'erano, o più debolmente, o meno

diligentemente difesi, e con incredibil prestezza, ma per diverso

cammino, ritornarono verso i monti dell'Italia[32]. Aureliano, che

riguardava la guerra come affatto finita, ricevè la mortificante notizia

della fuga degli Alemanni e della devastazione da essi fatta nel

territorio di Milano. Fu alle legioni ordinato di seguitare con tutta la

speditezza, di cui erano capaci quei gravi corpi, la rapida fuga di un

nemico, l'infanteria e la cavalleria del quale si muovevano quasi con

egual celerità. Pochi giorni dopo, l'Imperatore istesso mosse al

soccorso dell'Italia conducendo uno scelto corpo di ausiliari (fra i

quali vi erano gli ostaggi e la cavalleria dei Vandali) e tutte le

guardie Pretoriane, che avevano servito nelle guerre fatte già sul

Danubio[33].

Essendosi le truppe leggiere degli Alemanni sparse dalle Alpi agli

Appennini, la continua vigilanza di Aureliano e dei suoi Uffiziali fu

occupata in discoprire, assaltare e perseguitare i numerosi loro

distaccamenti. Non ostante l'irregolarità di questa guerra, vengono

menzionate tre considerabili battaglie, nelle quali le forze principali

delle due armate si azzuffarono ostinatamente[34]. Fu vario il successo.

Nel primo combattimento vicino a Piacenza, i Romani riceverono un colpo

sì forte, che, secondo l'espressione di uno scrittore parzialissimo di

Aureliano, si temè l'immediata ruina dell'Impero[35]. Gli accorti

Barbari, che aveano circondati i boschi, assalirono improvvisamente le

legioni nell'oscurità della sera, e (come è molto probabile) dopo la

fatica e il disordine di una lunga marcia. Non poterono i Romani

resistere alla furia del loro assalto, ma finalmente, dopo una terribile

strage, la paziente costanza dell'Imperatore riordinò le suo truppe, e

ristabilì in qualche modo l'onore delle armi sue. La seconda battaglia

s'ingaggiò vicino a Fano nell'Umbria, sul terreno, che cinquecento anni

avanti era stato fatale al fratello di Annibale[36]. Cotanto i fortunati

Germani si erano avanzati lungo la via Emilia e Flaminia, con idea di

saccheggiare la mal difesa padrona del Mondo! Ma Aureliano, che

vigilando alla salvezza di Roma, era sempre loro alle spalle, trovò

quivi il decisivo momento di dar loro una totale ed irreparabil

disfatta[37]. Il fuggitivo residuo del loro esercito venne esterminato

in una terza ed ultima battaglia vicino a Pavia; e fu l'Italia liberata

dalle irruzioni degli Alemanni.

La paura è stata la prima madre della superstizione, ed ogni nuova

calamità induce i tremanti mortali a scongiurar lo sdegno dei loro

invisibili nemici. Benchè la migliore speranza della Repubblica fosse

nel valore e nella condotta di Aureliano, pure fu tale la pubblica

costernazione, quando i Barbari erano a momenti aspettati alle porte di

Roma, che per decreto del Senato si consultarono i libri Sibillini. Lo

stesso Imperatore, per religione o per politica, raccomandò questo

salutevole provvedimento, biasimò la lentezza del Senato[38], e si esibì

di supplire a qualunque spesa, e di dare qualunque animale e qualunque

schiavo d'ogni nazione che gli Dei richiedessero. Non ostante questa

liberale offerta, non sembra che alcuna vittima umana espiasse col suo

sangue i peccati del popol Romano. I libri Sibillini imposero cerimonie

più miti: processioni di Sacerdoti in bianche vesti, accompagnati da un

coro di giovani e di vergini; lustrazioni della città e dell'adiacente

campagna, e sacrifizi la cui potente influenza impedisse ai Barbari il

passo nella mistica terra, sulla quale si erano celebrati. Queste

superstizioni, benchè puerili in se stesse, servirono al buon esito

della guerra; e se nella decisiva battaglia di Fano, gli Alemanni

sognarono di vedere un'armata di spettri, combattenti in favor

d'Aureliano, egli ricevè un vero ed effettivo aiuto da questo

immaginario rinforzo[39].

Ma non ostante qualunque fidanza aver si potesse negl'ideali ripari,

pure l'esperienza del passato e il timor del futuro, indussero i Romani

a costruire fortificazioni di un genere più saldo e più sostanziale. I

successori di Romolo aveano circondato i Sette Colli di Roma con un

antico muro di più di tredici miglia[40]. Un recinto sì vasto può

sembrare sproporzionato alla forza ed alla popolazione di quello Stato

nascente. Ma era necessario di assicurare una vasta estensione di

pascoli e di terreno dalle frequenti ed improvvise incursioni dei popoli

del Lazio, perpetui nemici della Repubblica. Crescendo la Romana

grandezza, si accrebbe a poco a poco la città, e la sua popolazione

occupò tutto lo spazio voto, aprì le inutili mura, coprì il campo

Marzio, e da ogni parte seguitò le pubbliche strade maestre con lunghi e

bei sobborghi[41]. L'estensione delle nuove mura, erette da Aureliano e

terminate sotto il regno di Probo, era magnificato dall'opinione

popolare quasi a cinquanta miglia[42], ma le accurate misure la

ridussero intorno a ventuno[43]. Era questo un grande, ma tristo lavoro,

giacchè i ripari della Capitale svelavano la decadenza della Monarchia.

I Romani dei secoli più felici, che affidarono alle armi delle legioni

la sicurezza dei campi delle frontiere[44], erano ben lontani dal

sospettare in alcun modo, che si dovesse mai per necessità fortificare

la sede dell'Impero contro le irruzioni dei Barbari[45].

La vittoria di Claudio su i Goti, e il fortunato successo di Aureliano

contro gli Alemanni aveano già restituito alle armi Romane l'antica lor

superiorità sopra le Barbare nazioni del Settentrione. Il punire i

domestici tiranni, e riunire le smembrate parti dell'Impero era

un'impresa riservata all'ultimo di questi bellicosi Imperatori.

Quantunque fosse stato riconosciuto dal Senato e dal Popolo, le

frontiere dell'Italia, dell'Africa, dell'Illirico e della Tracia

ristringevano i confini del suo dominio. La Gallia, la Spagna e la

Britannia, l'Egitto, la Siria e l'Asia minore erano tuttavia possedute

da due ribelli, che soli di una lista sì numerosa, erano sino allora

andati esenti dai pericoli della lor condizione; e per render compita

l'ignominia Romana, due donne erano le usurpatrici di quei troni rivali.

S'era veduta nella Gallia una rapida successione di Monarchi, innalzati

e caduti. La rigida virtù di Postumo non servì che ad accelerare la sua

rovina. Egli dopo d'aver oppresso un competitore, ch'aveva presa in

Magonza la porpora ricusò di concedere alle sue truppe il sacco di

quella ribelle città; e nel settimo anno del regno suo divenne la

vittima della loro delusa avarizia[46]. La morte di Vittorino, amico e

collega di Postumo, fu prodotta la più piccola causa. Le luminose

qualità[47] di questo Principe erano oscurate da una licenziosa

passione, ch'egli soddisfaceva con atti di violenza, senza aver quasi

riguardo alle leggi della società, o a quelle ancor dell'amore[48]. Egli

fu trucidato a Colonia da una congiura di gelosi mariti, la cui vendetta

potrebbe sembrare più giustificabile, se risparmiato avessero

l'innocente suo figlio. Dopo la strage di tanti Principi valorosi, è in

certo modo mirabile, che una donna contenesse per lungo tempo le feroci

legioni della Gallia, ed è cosa più singolare, che questa donna fosse la

madre dell'infelice Vittorino. Coi suoi artifizi e colle sue ricchezze

potè Vittoria collocar successivamente sul trono Mario e Tetrico, e

regnare con maschio vigore sotto il nome di questi dipendenti

Imperatori. La moneta di rame, di argento, e di oro si coniava in suo

nome; essa prese i titoli di Augusta e di Madre degli eserciti: il suo

potere finì solamente colla sua vita; ma fu questa forse accorciata

dalla ingratitudine di Tetrico[49].

[A. D. 271]

Quando ad istigazione dell'ambiziosa sua protettrice assunse Tetrico le

regie insegne, egli era Governatore della tranquilla provincia

dell'Aquitania, impiego convenevole al suo carattere ed alla sua

educazione. Egli regnò per quattro o cinque anni sulla Gallia, sulla

Spagna e sulla Britannia, schiavo e Sovrano di un licenzioso esercito,

ch'egli temeva, e dal quale era sprezzato. Il valore e la fortuna di

Aureliano gli aprirono finalmente la strada alla libertà. Egli si

arrischiò a svelare la trista sua situazione, e scongiurò l'Imperatore

di affrettarsi a soccorrere il suo infelice rivale. Questa segreta

corrispondenza, se fosse giunta all'orecchie dei soldati, molto

probabilmente avrebbe costato a Tetrico la vita; nè poteva egli deporre

lo scettro dell'Occidente senza commettere un atto di tradimento contro

se stesso. Egli finse che vi fosse apparenza di una guerra civile,

condusse in campo le sue forze contro Aureliano, le ordinò nella maniera

più svantaggiosa, svelò i suoi propri consigli al nemico, e con pochi

scelti amici disertò sul principio dell'azione. Le ribelli legioni,

benchè disordinate e sconcertate dall'inaspettato tradimento del loro

Capo, si difesero però con disperato valore, finchè furono quasi tutte

tagliate a pezzi in quella sanguinosa e memorabil battaglia, che seguì

vicino a Chalons nella Sciampagna[50]. La ritirata degli ausiliari

irregolari Franchi e Batavi[51], che il vincitore presto costrinse o

persuase a ripassare il Reno, ristabilì l'universale tranquillità, e

l'autorità di Aureliano fu riconosciuta dalla muraglia d'Antonino alle

colonne d'Ercole.

Fino dal regno di Claudio la Città di Autun, sola e senza soccorso, avea

osato dichiararsi contro le legioni della Gallia. Dopo un assedio di

setto mesi esse rovinarono e saccheggiarono quella sfortunata città già

desolata dalla fame[52]. Lione, al contrario, avea resistito con

ostinata avversione alle armi di Aureliano. Si legge il castigo di

Lione[53], ma non si trovano mentovate le ricompense di Autun. Tale in

verità è la politica della guerra civile, ricordarsi severamente delle

ingiurie, ed obbliare i più importanti servigi. La vendetta è proficua,

la gratitudine è dispendiosa.

[A. D. 272]

Appena Aureliano si fu assicurato della persona e delle province di

Tetrico, rivolse le sue armi contro Zenobia, quella celebre Regina di

Palmira e dell'Oriente. L'Europa moderna ha prodotte varie femmine

illustri, che hanno sostenuto con gloria il peso del regno; nè il nostro

secolo è privo di sì distinti caratteri. Ma, eccettuando le dubbie

imprese di Semiramide, Zenobia è forse l'unica donna, il cui genio

superiore si sia sollevato dalla servile indolenza, imposta al suo sesso

dal clima e dai costumi dell'Asia[54]. Essa vantava la sua origine dai

Re Macedoni dell'Egitto, uguagliava in bellezza la sua antenata

Cleopatra, e superava d'assai questa Principessa nella castità[55] e nel

valore. Era Zenobia stimata la più amabile e la più eroica del suo

sesso. Era di carnagione bruna (giacchè parlando di una Signora queste

piccole cose divengono importanti); i suoi denti erano di una bianchezza

di perla, e ne' suoi grandi e neri occhi scintillava un insolito fuoco,

temperato dalla più lusinghiera dolcezza. Forte ed armoniosa aveva la

voce. Il suo maschio intelletto era rinvigorito ed adornato dallo

studio. Non era ella ignara della lingua Latina, e possedeva con ugual

perfezione il linguaggio Greco, l'Egiziano e il Siriaco. Avea disteso

per suo proprio uso un Epitome della Storia Orientale, e familiarmente

paragonava le bellezze di Omero e di Platone dietro la scorta del

sublime Longino.

Questa perfetta donna sposò Odenato, che dalla condizione di privato

s'innalzò alla Sovranità dell'Oriente. Divenne essa ben tosto amica e

compagna di quest'Eroe. Negl'intervalli della guerra si dilettava

Odenato estremamente della caccia; egli inseguiva con ardore le fiere

dei deserti, leoni, pantere ed orsi; e l'ardor di Zenobia in quel

pericoloso divertimento non era punto inferiore. Avea essa avvezzato il

suo temperamento alla fatica, sdegnava l'uso di un cocchio coperto,

compariva ordinariamente a cavallo in abito militare, e marciava

talvolta per molte miglia a piedi alla testa delle sue truppe. I felici

successi di Odenato furono attribuiti in gran parte all'incomparabile di

lei prudenza e valore. Le illustri loro vittorie sopra il gran Re, che

per due volte perseguitarono fino alle porte di Ctesifone, gettarono i

fondamenti della comune lor fama e potenza. Le armate, ch'essi

comandavano, e le Province ch'aveano salvate, non riconoscevano per

Sovrani che i due lor Capi invincibili. Il Senato e il popolo Romano

riverivano uno straniero, che vendicato avea il prigioniero loro

Imperatore, e l'insensibil figlio di Valeriane riconobbe perfino Odenato

come suo collega legittimo.

[A. D. 267]

Dopo una felice spedizione contro i Goti, devastatori dell'Asia, il

Principe di Palmira ritornò alla Città di Emesa nella Siria. Invincibile

nella guerra, fu ivi ucciso per domestico tradimento, ed il suo favorito

divertimento della caccia fu la cagione, o l'occasione almeno della sua

morte[56]. Il suo nipote Meonio pretese di lanciare il suo dardo prima

di quel dello zio; e benchè avvertito del fallo, ripetè la medesima

insolenza. Fu Odenato irritato come Monarca e come cacciatore: tolse

egli al temerario giovane il cavallo, segno d'ignominia tra i Barbari, e

lo castigò con un breve confine. Fu presto dimenticata l'offesa, ma non

il castigo; e Meonio con pochi arditi congiurati in mezzo ad una gran

festa assassinò il suo zio. Erode, figlio di Odenato, benchè non di

Zenobia, giovane di carattere dolce ed effemminato[57] fu ucciso col

padre. Ma Meonio altro non ottenne con questo sanguinoso misfatto, che

il piacere di vendicarsi. Ebbe appena tempo di prendere il nome di

Augusto, avanti che lo sacrificasse Zenobia alla memoria del suo

consorte[58].

Con l'assistenza de' suoi più fidi amici essa occupò immediatamente il

trono vacante, e governò per più di cinque anni coi suoi virili consigli

Palmira, la Siria e l'Oriente. Colla morte di Odenato spirava

quell'autorità, che il Senato avea ad esso conceduta soltanto come una

personal distinzione; ma la guerriera sua Vedova, disprezzando il Senato

e Gallieno, costrinse uno de' Generali Romani, mandato contro di lei, a

ritirarsi nell'Europa con la perdita dell'esercito e della sua fama[59].

In vece di piccole passioni, che agitano così spesso un regno femminile,

la salda amministrazione di Zenobia era regolata dalle più giudiziose

massime di politica: se era espediente il perdonare, sapeva essa colmare

il suo risentimento: se necessario era punire sapeva impor silenzio alle

voci della pietà. L'esatta sua economia tacciata fu di avarizia; pure in

ogni conveniente occasione si mostrava e magnifica e liberale. I vicini

Stati dell'Arabia, dell'Armenia e della Persia temerono la sua

inimicizia, e domandarono la sua alleanza. Ai dominj di Odenato, che si

estendevano dall'Eufrate alle frontiere della Bitinia, la di lui Vedova

aggiunse l'eredità de' suoi antenati, il popolato e fertil regno

d'Egitto. L'Imperator Claudio riconobbe il merito di lei, e si contentò,

che mentre egli continuava la guerra Gotica, _ella_ sostenesse l'onor

dell'Impero in Oriente[60]. La condotta però di Zenobia fu accompagnata

da qualche ambiguità; e non è improbabile, che concepito avesse il

disegno di erigere una Monarchia indipendente e nemica. Ella unì alle

popolari maniere dei Principi Romani la splendida pompa delle Corti

dell'Asia, e pretese da' suoi sudditi le medesime adorazioni, che si

prestavano ai successori di Ciro. Dette essa ai suoi figli[61]

un'educazione Latina, e spesso li presentò alle truppe ornati della

Porpora Imperiale. Riservò per se stessa il diadema col magnifico, ma

incerto, titolo di Regina dell'Oriente.

[A. D. 272]

Quando passò Aureliano nell'Asia contro un'avversaria, cui non altro che

il sesso render poteva un oggetto di disprezzo, la sua presenza ridusse

all'ubbidienza la provincia della Bitinia, già vacillante per le armi e

per gl'intrighi di Zenobia[62]. Avanzandosi alla testa delle legioni

egli ricevè la sommissione di Ancira, e pel tradimento di un perfido

cittadino fu ammesso in Tiana dopo un assedio ostinato. Il generoso,

benchè fiero carattere di Aureliano, abbandonò il traditore al furor dei

soldati: una superstiziosa venerazione lo indusse a trattar con clemenza

i concittadini del filosofo Apollonio[63]. Rimase Antiochia deserta al

suo avvicinarsi, finchè l'Imperatore con salutevoli editti richiamò i

fuggitivi, ed accordò un general perdono a tutti quelli, che per

necessità piuttosto che per elezione si erano impegnati al servizio

della Regina di Palmira. L'inaspettata moderazione di una tal condotta

riconciliò gli animi dei Sirj, e fino alle porte di Emesa i voti dei

popoli secondarono il terrore delle armi Imperiali[64].

Sarebbe stata Zenobia indegna della sua rinomanza, se avesse

indolentemente permesso all'Imperator d'Occidente di avvicinarsi dentro

le cento miglia verso la sua Capitale. Il destino dell'Oriente fu deciso

in due gran battaglie, tanto simili in quasi tutte le circostanze, che

possiamo appena distinguere l'una dall'altra, fuorchè osservando, che la

prima seguì vicino ad Antiochia[65], e la seconda vicino ad Emesa[66].

In ambedue, la Regina di Palmira animò gli eserciti con la sua presenza,

ed affidò l'esecuzione degli ordini suoi a Zabdas, che già segnalato

avea i suoi talenti militari, con la conquista dell'Egitto. Le numerose

forze di Zenobia consistevano per la maggior parte in arcieri leggieri

ed in cavalleria grave, tutta armata di ferro. I cavalli Mori ed

Illirici di Aureliano non poterono resistere all'urto gravissimo dei

loro antagonisti. Fuggirono in un vero o simulato disordine; impegnarono

i Palmireni in un faticoso inseguimento; gli stancarono con varie

piccole scaramucce; e finalmente sconfissero quell'impenetrabile, ma

poco agil corpo di cavalleria. L'infanteria leggiera frattanto, quando

vote ebbe le faretre, restando senza difesa contro un più stretto

assalto, espose i nudi fianchi alle spade delle legioni. Aureliano avea

scelto queste truppe veterane ch'erano ordinariamente accampate sulle

rive del Danubio superiore, ed il valor delle quali era stato

severamente provato nella guerra Alemannica[67]. Fu impossibile a

Zenobia, dopo la disfatta di Emesa, di radunare una terza armata. Fino

alle frontiere dell'Egitto le nazioni soggette al suo Impero si erano

poste sotto l'insegna del vincitore, che mandò Probo, il più valoroso

dei suoi Generali, ad impadronirsi delle province egiziane. Palmira fu

l'ultimo asilo della vedova di Odenato. Ritiratasi dentro le mura della

sua Capitale, fece ogni preparativo per una vigorosa resistenza, e

dichiarò con l'intrepidezza di una Eroina, che l'ultimo momento del suo

regno lo sarebbe ancora della sua vita.

In mezzo agli sterili deserti dell'Arabia s'innalzano alcuni pochi pezzi

di coltivati terreni, quasi isole di quell'Oceano arenoso. Il nome

stesso di Tadmor, o Palmira, nella lingua siriaca e nella latina

denotava una moltitudine di palme, che davano ombra e verdura a quella

temperata regione. Pura era l'aria; ed il suolo, irrigato da alcuni

piccoli ruscelli, era capace di produrre frutti e grano. Un luogo,

fornito di vantaggi tanto singolari, e situato in giusta distanza[68]

tra il golfo Persico ed il Mediterraneo, fu presto frequentato dalle

carovane, che portavano alle nazioni Europee una considerabil porzione

delle ricche merci dell'India. Palmira divenne insensibilmente una

doviziosa ed indipendente città, ed unendo le Monarchie dei Romani e dei

Parti cogli scambievoli vantaggi del commercio, potè conservare un'umile

indipendenza, finchè alla fine dopo le vittorie di Traiano cadde quella

piccola Repubblica in poter di Roma, e fiorì per più di centocinquanta

anni nell'onorifico, ma subordinato grado di colonia. Durante questo

pacifico periodo, se giudicar si può da poche iscrizioni rimasteci, gli

opulenti Palmireni costruirono quei tempj, quei palazzi, quei portici di

greca architettura, le cui rovine, sparse per l'estensione di varie

miglia, hanno meritata la curiosità dei nostri viaggiatori. Parve che

l'esaltazione di Odenato e di Zenobia aggiungesse nuovo splendore alla

sua patria, e Palmira per un tempo stette rivale di Roma: ma fu la gara

fatale, e molti secoli di prosperità furono sacrificati ad un momento di

gloria[69].

Nella sua marcia sull'arenoso deserto tra Emesa e Palmira fu Aureliano

continuamente infestato dagli Arabi, nè potè sempre difendere il suo

esercito, e specialmente il suo bagaglio da quelle volanti truppe di

ladri attivi ed arditi, i quali aspettavano il momento della sorpresa, e

deludevano il lento perseguire delle legioni. L'assedio di Palmira fu un

oggetto assai più pericoloso ed importante, e l'Imperatore istesso, che

con continuo vigore animava in persona gli assalti, venne ferito da un

dardo. «Il popolo Romano» (dice Aureliano in una lettera originale)

«parla con disprezzo della guerra, che io sostengo contro una donna.

Egli non conosce il carattere, nè la potenza di Zenobia. È impossibile

di enumerare i suoi bellici preparativi di pietre, di dardi, e di ogni

sorta di armi lanciabili. Ogni parte delle mura è munita di due o tre

baliste, e dalle sue macchine militari escono fuochi artificiali. Il

timor del castigo l'ha armata di un disperato coraggio. Pure io confido

tuttavia nelle Deità protettrici di Roma, che sono finora state

favorevoli ad ogni mia impresa[70]». Incerto però della protezione degli

Dei e dell'esito dell'assedio, Aureliano stimò più prudente consiglio di

offerire articoli di una vantaggiosa capitolazione; alla Regina, un

magnifico ritiro; ai Cittadini, i loro antichi privilegi. Furono

rigettate ostinatamente le sue offerte, e dall'insulto fu accompagnato

il rifiuto.

La costanza di Zenobia era sostenuta dalla speranza, che in breve la

fame costringerebbe l'esercito Romano a ripassare il deserto; e dalla

ragionevole aspettativa, che i Re dell'Oriente, e specialmente il

Monarca Persiano, si armerebbero in difesa della loro più naturale

alleata. Ma la fortuna e la perseveranza di Aureliano superarono ogni

ostacolo. La morte di Sapore, che accadde verso quel tempo[71], divise i

Consigli della Persia, ed i piccoli soccorsi, co' quali si tentò di

sollevare Palmira, furono facilmente intercetti o dalle armi, o dalla

liberalità dell'Imperatore. Da ogni parte della Siria, una regolar

successione di convogli arrivava sicuramente al campo, che fu aumentato

pel ritorno di Probo colle vittoriose sue truppe dalla conquista

dell'Egitto. Allora fu che Zenobia risolvè di fuggire. Montò essa sul

più veloce de' suoi dromedari[72], ed era ormai giunta alle rive

dell'Eufrate, quasi sessanta miglia da Palmira, quando fu sopraggiunta

dai cavalli leggieri di Aureliano, che l'inseguivano, e presa e

ricondotta indietro cattiva ai piedi dell'Imperatore. Subito dopo si

arrese la sua Capitale, e fu trattata con inaspettata dolcezza. Le armi,

i cavalli e i cammelli, con un immenso tesoro di oro, di argento, di

seta e di pietre preziose, tutto fu dato al vincitore, che lasciando

solamente una guarnigione di seicento arcieri, ritornò ad Emesa, ed

impiegò qualche tempo in distribuire e premj e castighi nel fine di una

guerra sì memorabile, la quale restituiva all'ubbidienza di Roma quelle

Province, che fino dalla prigionia di Valeriano se n'eran sottratte.

Quando la Regina della Siria fu condotta alla presenza di Aureliano,

questi le domandò fieramente, come avesse preteso di armarsi contro

gl'Imperatori di Roma? La risposta di Zenobia fu una prudente mescolanza

di rispetto e di fermezza. «Perché io sdegnava di riguardare un Aureolo,

ed un Gallieno come Imperatori Romani. Riconosco voi solo per mio

vincitore e Sovrano[73]». Ma siccome la fortezza nelle femmine è

comunemente artificiale, così rare volte è stabile e consistente. Il

coraggio di Zenobia la abbandonò nell'ora del cimento, ella tremò ai

rabbiosi clamori de' soldati, che alto chiedevan l'immediata sua morte,

obbliò la generosa disperazione di Cleopatra, che si era proposta per

suo modello, ed ignominiosamente comprò la vita col sacrifizio della sua

fama e dei suoi amici. Ai loro consigli, che governavano la debolezza

del suo sesso, essa imputò la colpa dell'ostinata sua resistenza, e

sopra le loro teste cader fece la vendetta del crudele Aureliano. La

fama di Longino, che fu incluso tra le numerose, e forse innocenti

vittime del di lei timore, sopravviverà a quella della Regina, che lo

tradì, o del tiranno che lo condannò. La dottrina e l'ingegno erano

incapaci di muovere un feroce ed ignorante soldato, ma aveano servito ad

elevare ed armonizzare l'animo di Longino. Senza mandare un gemito,

seguì egli tranquillamente il carnefice, compiangendo la sua infelice

Sovrana, e consolando gli afflitti suoi amici[74].

Nel ritornare dalla conquista dell'Oriente, avea Aureliano già

attraversato lo Stretto che divide l'Europa dall'Asia, quando fu

irritato dalla notizia che i cittadini di Palmira aveano trucidato il

Governatore e la guarnigione da esso ivi lasciata, ed inalberata di

nuovo l'insegna della ribellione. Senza deliberare un momento egli volse

un'altra volta la faccia verso la Siria. Antiochia fu spaventata dalla

rapida di lui marcia, e la misera città di Palmira provò l'irresistibile

peso del suo risentimento. Abbiamo una lettera di Aureliano medesimo,

nella quale egli confessa[75], che i vecchi, le donne, i fanciulli e gli

agricoltori furono involti in quella terribile esecuzione, la quale

avrebbe dovuto ristringersi ai soli armati ribelli; e benchè il suo

principale interesse sembri diretto al ristauramento di un tempio del

Sole, egli mostra qualche compassione pel rimanente dei Palmireni, ai

quali concede la permissione di rifabbricare ed abitare la loro città.

Ma è più facile distruggere che ristaurare. La sede del commercio, delle

arti, e di Zenobia, divenne a poco a poco un'oscura città, una Fortezza

di niun conto, e finalmente un miserabil villaggio. Gli attuali

cittadini di Palmira, consistenti in trenta o quaranta famiglie, hanno

eretto le fangose loro capanne dentro lo spazioso recinto di un

magnifico Tempio.

Un'altra ed ultima fatica si preparava all'instancabile Aureliano, di

opprimer cioè un pericoloso, benchè oscuro ribelle, che, durante la

sollevazion di Palmira, era insorto sulle rive del Nilo. Fermo, amico ed

alleato, com'egli stesso superbamente s'intitolava, di Odenato e

Zenobia, altro non era che un ricco mercante dell'Egitto. Nel corso del

suo commercio nell'India, egli avea stretto amicizia coi Saraceni e coi

Blemmi, la cui situazione sull'una e l'altra costa del mar Rosso porgeva

loro una facile introduzione nell'Egitto superiore. Egli infiammò gli

Egiziani con la speranza della libertà; ed alla testa di quella furiosa

moltitudine entrò a forza nella città di Alessandria, dove prese la

Porpora Imperiale, fece batter moneta, pubblicò editti, e levò

un'armata, che com'egli vanamente vantavasi, potea mantenere col solo

profitto del commercio della carta. Tali truppe furono una debol difesa

contro Aureliano; e sembra quasi inutile di riferire che Fermo fu

sconfitto, preso, tormentato e posto a morte. Poteva allora Aureliano

rallegrarsi col Senato, col popolo e con sè stesso, che in poco più di

tre anni avea restituito la pace e l'ordine universale al mondo

Romano[76].

[A. D. 274]

Dalla fondazione di Roma in poi, niun Generale avea più degnamente di

Aureliano meritato un trionfo; nè mai trionfo alcuno fu celebrato con

maggior fasto e magnificenza[77]. Cominciava la pompa con venti

elefanti, quattro tigri reali e più di dugento de' più curiosi animali

di ogni clima del Settentrione, dell'Oriente e del Mezzogiorno. Erano

questi seguitati da milleseicento gladiatori, destinati al crudel

divertimento dell'anfiteatro. Le ricchezze dell'Asia, le armi e le

insegne di tante vinte nazioni, e la magnifica argenteria e guardaroba

della Regina della Siria eran disposte in esatta simmetria o con

artificioso disordine. Gli Ambasciatori delle più lontane parti della

terra, dell'Etiopia, dell'Arabia, della Persia, della Battriana,

dell'India e della China, tutti riguardevoli per i loro ricchi o

singolari vestimenti, mostravano la fama e la potenza del Romano

Imperatore, che espose parimente alla pubblica vista i doni da lui

ricevuti, e particolarmente un gran numero di corone d'oro, offerte

dalle riconoscenti città. Le vittorie di Aureliano erano attestate dal

lungo treno di schiavi Goti, Vandali, Sarmati, Alemanni, Franchi, Galli,

Sirj ed Egizj, che lor malgrado ne seguitavano il trionfo. Ogni popolo

era distinto colla sua particolare iscrizione, ed il titolo di Amazzoni

fu dato a dieci marziali Eroine della nazione Gotica, che prese furon

con le armi in mano[78]. Ma tutti gli occhi, senza curare la moltitudine

dei prigionieri, erano fissi sull'Imperator Tetrico, e sulla Regina

dell'Oriente. Il primo, insieme col suo figliuolo da lui creato Augusto,

portava delle _bracche_ all'uso dei Galli[79], una tunica gialla ed una

veste di porpora. La bella Zenobia era avvinta da ceppi d'oro; una

schiava sosteneva l'aurea catena, che circondava il di lei collo, ed

ella quasi sveniva sotto l'intollerabil peso dei gioielli. Essa

precedeva a piedi il magnifico cocchio, sul quale aveva sperato una

volta di entrare nelle porte di Roma. Era questo seguito da due altri

cocchi, ancor più magnifici, di Odenato e del Monarca Persiano. Il carro

trionfale di Aureliano (avea questo per l'avanti servito ad un Re Goto)

era tirato in quella memorabile occasione o da quattro cervi o da

quattro elefanti[80]. I più illustri fra i Senatori, il popolo e

l'esercito chiudevano la processione solenne. Una sincera gioia, la

maraviglia e la gratitudine aumentavano le acclamazioni della

moltitudine; ma la soddisfazione dei Senatori era amareggiata della

comparsa di Tetrico; nè poterono impedire un mormorio, in vedere che il

superbo Imperatore esponesse così alla pubblica ignominia la persona di

un Romano e di un Magistrato[81].

Ma benchè, nel trattamento de' suoi infelici rivali, soddisfacesse

Aureliano la propria superbia, mostrò per essi tuttavia una generosa

clemenza, raramente esercitata dagli antichi vincitori. I Principi, che

con infelice successo aveano difeso il lor trono, o la lor libertà,

erano sovente strangolati in prigione, subito che la pompa trionfale

saliva sul Campidoglio. A questi usurpatori, la cui disfatta gli avea

convinti del delitto di tradimento, fu permesso di passare la vita

nell'opulenza, ed in un onorevol riposo. L'Imperatore regalò a Zenobia

una bellissima villa a Tibure ovvero Tivoli, lontana quasi venti miglia

dalla Capitale; la Regina della Siria divenne a poco a poco una Matrona

Romana; le figliuole di lei si maritarono con persone di famiglie

nobili, e la sua discendenza non era ancora estinta nel quinto

secolo[82]. Tetrico ed il suo figliuolo furono ristabiliti nel loro

grado e nei loro beni. Eressero sul Monte Celio un magnifico palazzo, ed

appena fu terminato, invitarono a cena Aureliano. Fu egli al suo

ingresso dilettevolmente sorpreso da un quadro rappresentante la loro

singolare istoria. Erano essi dipinti, prima in atto di offrire

all'Imperatore una corona civica e lo scettro della Gallia, e di poi in

atto di ricever dalle mani di lui gli ornamenti della Dignità Senatoria.

Ebbe quindi il padre il governo della Lucania[83], ed Aureliano, che

presto ammesse il deposto Monarca alla sua amicizia e conversazione,

familiarmente gli domandò, se non era più desiderabile l'amministrare

una Provincia dell'Italia, che il regnare di là dall'Alpi? Il figliuolo

continuò lungamente ad essere un rispettabil membro del Senato; nè vi fu

alcuno tra la Nobiltà Romana più stimato da Aureliano, e dai successori

di lui[84].

La pompa del trionfo di Aureliano fu così lunga e sì varia, che

quantunque cominciasse all'alba, pure la lenta maestà della processione

non salì sul Campidoglio prima dell'ora nona; ed era ormai sera quando

tornò l'Imperatore al palazzo. La festa fu allungata con teatrali

rappresentanze, i giuochi del Circo, la caccia delle fiere, i

combattimenti dei gladiatori, e le battaglie navali. Furono all'esercito

ed al popolo distribuiti liberali donativi; e varie istituzioni, o grate

o utili alla città, contribuirono a perpetuare la gloria di Aureliano.

Una considerabil porzione delle sue spoglie Orientali fu consacrata agli

Dei di Roma; il Campidoglio, ed ogni altro tempio rilucevano per le

offerte della sua fastosa pietà; e il solo tempio del Sole ricevè quasi

quindicimila libbre di oro[85]. Quest'ultimo era d'una magnifica

struttura, eretto dall'Imperatore sulla falda del Monte Quirinale, e

dedicato, subito dopo il trionfo, a quel Nume, che Aureliano adorava

come padre della sua vita e delle sue fortune. La madre di lui era stata

una sacerdotessa inferiore in una cappella del Sole: una particolar

devozione al Dio della Luce era un sentimento imbevuto, fin

dall'infanzia, dal fortunato Agricoltore; ed ogni passo della sua

elevazione, ogni vittoria del suo regno avvalorava la superstizione con

la gratitudine[86].

Le armi di Aureliano aveano vinto gli stranieri e i domestici nemici

della Repubblica. Siamo assicurati, che con il suo salutevol rigore, i

misfatti e le fazioni, le male arti e la perniciosa connivenza, fecondi

germogli di un debole ed oppressivo governo, furono estirpati da tutto

il mondo Romano[87]. Ma se riflettiamo attentamente quanto più pronto è

il progresso della corruzione, che la guarigione di essa, e se

rammentiamo che il numero degli anni, abbandonati ai pubblici disordini,

superava quello dei mesi destinati al marzial regno di Aureliano,

dobbiam confessare che non bastavano pochi corti intervalli di pace per

l'arduo lavoro di una riforma. Il suo tentativo, perfino di ristabilire

la bontà della moneta, fu traversato da una formidabile sollevazione. Si

scopre l'angustia dell'Imperatore in una delle sue private lettere.

«Certamente» (dic'egli) «gli Dei han decretato che la mia vita sia una

guerra continua. Una sedizione dentro le mura ha fatto nascere appunto

adesso una guerra civile molto seria. Gli artefici della zecca, ad

istigazione di Felicissimo, schiavo a cui ho affidato un impiego nelle

Finanze, si mossero a ribellione. Son finalmente sedati: ma caddero

uccisi nei conflitto settemila dei miei soldati, di quelle truppe, che

stanno ordinariamente a quartiere nella Dacia, ed accampate lungo il

Danubio[88].» Altri Scrittori, i quali confermano il medesimo fatto,

aggiungono altresì che questo accadde subito dopo il trionfo di

Aureliano; che la decisiva zuffa seguì sul Monte Celio; che i lavoranti

della zecca aveano adulterata la moneta; che l'Imperatore ristabilì la

pubblica fede, col dare moneta buona in cambio della cattiva, cui il

popolo fu obbligato di portar al tesoro[89].

Potremmo contentarci di riferire questo straordinario fatto, ma non

possiamo dissimulare quanto nella presente sua forma ci sembra

insussistente e incredibile; La deteriorazione della moneta è, per vero

dire, convenientissima all'amministrazione di Gallieno, nè improbabile

sembra che gli strumenti della corruzione paventassero l'inflessibil

giustizia di Aureliano. Ma la colpa, come il profitto, dovea

restringersi a pochi, nè facile è il concepire con quali arti potevano

armare un popolo da loro offeso, contro un Monarca da loro tradito.

Dovrebbe naturalmente aspettarsi che questi traditori incorressero la

pubblica detestazione, come i delatori e gli altri ministri della

oppressione; e che la riforma della moneta fosse un'azione ugualmente

popolare che la distruzione di quegli antichi conti, che furono per

ordine dell'Imperatore bruciati nel Foro di Traiano[90]. In un secolo,

nel quale i principj del commercio erano così imperfettamente

conosciuti, il fine più desiderabile potea forse ottenersi con mezzi

rigorosi e imprudenti; ma un passeggiero gravame di tal natura può

appena eccitare e mantenere una seria guerra civile. Il rinnovamento di

tasse insopportabili, imposte o su i terreni o su i generi necessari

alla vita, può finalmente concitare quelli che o non vogliono o non

possono abbandonare la patria. Ma il caso è molto diverso in ogni

operazione, che per qualsivoglia mezzo ristabilisce il giusto valore

della moneta. Il male passeggiero è presto dimenticato per l'utile

permanente, lo scapito va diviso fra molti; e se pochi opulenti

individui soffrono una sensibil diminuzione di ricchezze, perdono

insieme con queste quel grado di peso e d'importanza, che traevano dal

possedimento delle medesime. In qualunque maniera volesse Aureliano

nascondere la vera causa della ribellione, la sua riforma della moneta

poteva fornire solamente un debol pretesto ad un già potente e

malcontento partito. Roma, benchè priva della libertà, era lacerata

dalle fazioni. Il popolo, per cui l'Imperatore, plebeo egli stesso,

sempre professava una particolar tenerezza, viveva in continue

dissensioni col Senato, coll'Ordine Equestre, e coi Pretoriani[91].

Niente meno che la ferma, benchè segreta congiura di questi ordini,

dell'autorità del primo, dell'opulenza del secondo, e delle armi dei

terzi, avrebbe potuto spiegare una forza bastante per contendere in

battaglia con le veterane legioni del Danubio, che sotto la condotta di

un Sovrano guerriero aveano compita la conquista dell'Oriente e

dell'Occidente.

Qualunque fosse il motivo o l'oggetto di questa sollevazione, imputata

con tanto poca probabilità ai lavoranti della zecca, Aureliano usò della

sua vittoria con implacabil rigore[92]. Egli era naturalmente di

temperamento severo. Le fibre di un contadino o d'un soldato non cedeano

facilmente alle impressioni della pietà, ed egli potea senza commuoversi

sostenere la vista dei tormenti e della morte. Allevato dalla prima sua

gioventù nell'esercizio delle armi, egli valutava troppo poco la vita di

un cittadino, castigava con militari esecuzioni le più leggiere offese,

e portava la rigida disciplina del campo nella civile amministrazione

delle leggi. Il suo amore della giustizia divenne sovente una cieca e

furiosa passione; ed ogni volta ch'egli credè in pericolo la pubblica o

la propria salvezza, non ebbe riguardo alle regole delle prove, ed alla

proporzion delle pene. La non meritata ribellione, con la quale i Romani

ricompensavano i di lui servigi, esacerbò l'altero suo animo. Le più

nobili famiglie della Capitale furono involte nella colpa o nel sospetto

di quella oscura cospirazione. Un precipitoso spirito di vendetta

affrettò la sanguinosa persecuzione, e divenne fatale ad uno dei nipoti

dell'Imperatore medesimo. Gli esecutori (per adoprare l'espressione di

un contemporaneo Poeta) erano stanchi, i prigionieri affollati dentro le

carceri, e l'infelice Senato deplorava la morte o l'assenza dei suoi

membri più riguardevoli[93]. Nè la superbia di Aureliano fu meno dannosa

della sua crudeltà per quella assemblea. Non conoscendo o non soffrendo

il freno delle civili instituzioni, sdegnò di dovere la sua autorità ad

alcun altro titolo che a quello della spada, e governò col diritto di

conquista un Impero da lui salvato e soggiogato[94].

[A. D. 274]

Osservò uno dei più sagaci Principi di Roma, che i talenti del suo

predecessore Aureliano erano più atti al comando di un esercito che al

governo di un Impero[95]. Conoscendo il carattere nel quale la natura e

l'esperienza lo avean renduto eccellente, escì in campo di nuovo, pochi

mesi dopo il suo trionfo. Era espediente di occupare gli animi inquieti

delle legioni in qualche guerra straniera, ed il persiano Monarca,

esultando nella vergogna di Valeriano, insultava tuttavia impunemente

l'offesa maestà di Roma. Alla testa di un esercito, meno formidabile pel

suo numero che per la disciplina e pel valore, si avanzò Aureliano fino

allo Stretto, che divide l'Europa dall'Asia. Egli colà provò che il più

assoluto potere è una debol difesa contro gli effetti della

disperazione. Avea minacciato uno dei suoi segretari, accusato di

estorsione; e già si sapeva che di rado egli minacciava invano. L'ultima

speranza, che rimase al colpevole, fu di avvolgere alcuni dei principali

Uffiziali dell'esercito nel suo pericolo, o almeno ne' suoi timori.

Artificiosamente contraffacendo lo scritto del suo Sovrano, mostrò loro

in una lunga e sanguinosa lista i loro nomi consacrati alla morte. Senza

sospettare o esaminare la frode, eglino risolverono di assicurar le loro

vite con l'uccisione dell'Imperatore. Nella sua marcia, tra Bisanzio ed

Eraclea, fu Aureliano improvvisamente assalito dai congiurati, l'impiego

dei quali dava loro il diritto di circondare la persona di lui; e dopo

una breve resistenza cadde per le mani di Mucapore, Generale ch'egli

avea sempre amato e riputato fedele. Egli morì pianto dall'esercito,

detestato dal Senato, ma universalmente riconosciuto come un Principe

guerriero e fortunato, e come il salutevole, benchè severo, riformatore

di un degenerato impero[96].

Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 02 · 第 7 / 21 题