Piu fiate havendo letto nelle antiche storie tante maravigliose cose

dalli Italiani virilmente oprate, et essendomi da mio avolo molte volte

detto esser l'Italia la piu bella parte, la piu ricca, & la piu civile

che ritrovar si possi, nacquemi nel petto un'ardentissimo disio, &

vennemi un istrema voglia non sol di vederla, ma di habitarla mentre

vivessi: & al mio pensiero fu il cielo sì favorevole & propitio, che di

piu osato non havrei di desiderare. Volle adunque mia buona ventura,

che nel paese nostro che si chiama il regno de Sperduti, capitasse

spinta da contrari venti una nave, che dall'isola di Utopia carca

di carote veniva, sopra dellaquale, fra molti, vi era un Fiorentino

chiamato Tetigio, ottimo maestro di piantar carote, & perche oltre di

questo, egli era faceto, motteggiatore, & piacevole molto, Lo chiesi

se voleva rimanersi meco, & essermi guida nel viaggio d'Italia, ch'io

li darei honesta, & al suo giuditio convenevole provisione, oltre

che l'havrei sempre in luogo di carissimo fratello. Non spiacque

l'offerta al Fiorentino, anzi riverentemente mi ringratiò che degno

reputato l'havessi del mio servigio, promettendomi ch'egli mi sarebbe

ossequente piu che il vento, & obediente piu che la lepre

alla campagna, & che tutta l'Italia gli era non meno nota, che si

fussero le stanze delli Antipodi, et che haveva notitia di tutte le

famiglie illustri, di tutti gli huomini bellicosi & litterati, e delle

piu belle & vaghe donne, et che mi avvertirebbe fedelmente secondo la

varietà delli costumi Italiani, liquali piu spesso si cambiano che non

fa il Cameleonte. Stette la nave delle Carote forsi sei mesi in porto.

Il padrone era Raguseo, li ministri parte Genovesi, parte Napolitani,

il scrivano era sciotto. Di si longa dimora fu cagione non tanto la

contraditione de venti, quanto il mercatantare che fecero, conobbero

tantosto che di Nave scesi furono esser la Regione nostra copiosa di

rare cose: compraro adunque anzi per dir meglio, contracambiarno; à noi

lasciando delle lor Carote, & essi portandosene di quelle cose delle

quali l'Italia mancava: per Napoli tolsero di belle prospettive delle

quali si diletta quella natione sopra tutte l'altre. Per Roma tolsero

le piu belle cortegiane che n'havessimo nel Regno, quasi che le ci

mancassero: Per Siena di molte funi, & di molte catene. Per Firenze

mille Cantarri di speranza vana. Per Perugia morsi, et briglie. Per

Lucca di molte odorifere misture per profumare il loro maraviglioso

volto. Per Vinetia non vollero nulla, affermando che bastava portarvi

delle Carote lequali trapiantate in quel terreno salso & dolce,

crescevano ad estrema bellezza. Vollero per Genova una certa radice

della quale chi ne mangia dopo'l pasto à stomaco digiuno, ha gran

proprietà di fermare & stare, & stabilire i vacillanti capi. Mentre

cotai cose mi riferivano, accendevasi tutta via il desiderio di veder

l'Italia, & ogni indugia m'era troppo molesta. Longo sarebbe & non

molto necessario, se io volessi raccontare cioche se ne portarno per

Milano, qual mi dicevano esser una città grande, populosa, & molto

ricca, prima che Francia, Spagna, & Alemagna li succhiassero non solo

il latte, ma il sangue. Hora per conchiuderla spogliarno quasi tutto 'l

paese di virtuose radici, herbe, & liquori affermando esser l'Italia

tutta da vari morbi oppressa & impiagata, et non vedersi in lei parte

veruna che sana fusse. Hor quando ad Iddio piacque salimmo su la nave

ben corredata, et da ottimi marinai governata, & date le vele à venti

per quindici giorni navigammo felicemente, levossi dopoi un vento

impetuoso molto, che ne constrinse (nostro mal grado) pigliar porto

in una isoletta da man destra poco habitata da huomini, ma piena de

conigli, & cervi, daini, lepri, papagalli, tortore, & usignuoli, piena

de pretiosi frutti, & soavissimi fiori, copiosa di chiare fontane, dove

fummo raccolti con lieto viso & gratiosissimamente ristorati, & certo

n'havevamo gran bisogno per la molta angoscia che n'haveva fatto sentir

l'ira del mare. Mentre quivi soggiornammo, ne fu detto esser nell'isola

un'Eremita dotato di Spirito profetico ilquale non lontano dal nostro

albergo habitava, io che fui sempre curioso di cose nove deliberai

visitarlo. Gran cosa & degna di stupore mi parve ch'egli appena veduto

m'hebbe, che per proprio nome mi salutò et tutto pieno di amorevolezza

bacciommi la fronte. Era questo huomo d'aspetto sopra modo venerabile,

di statura alto, di habitudine di corpo magro, di favella soavissimo,

vestito di tela celeste col capo tondo, & ricciuto: presemi per mano,

introdussemi nella sua cella, & postosi sopra di una panca à sedere, in

cotal modo incominciò à favellarmi. Sono molti giorni figliuol mio, che

bramosamente ti aspetto: io so che tu sei per girtene in Italia, ove

molte strane cose vedrai, & scorrerai molti pericoli, ma se tu haverai

fede nel Signor Iddio da qualunque sciagura serai liberato. Io vidi

già l'Italia quando ella fioriva, & era carica di Trofei, et nel vero

parvemi un terrestre paradiso, ma hora intendo che le voglie divise

delli infelici Italiani le hanno fatto mutar faccia et cambiar costumi.

Troverai molte cose, che sommamente ti aggradiranno, et molte che ti

saranno cagione di strema noia, spera pur figliuol mio nel S. che ti

farà trar di questa tua longa peregrinatione utilissimo frutto, fa che

senza intermissione adori, & preghi l'eterno padre, dal quale procedono

tutti i beni, fa che li occhi tuoi non s'invaghischino d'altro

spettacolo che della salutifera croce di Giesu Christo, nelquale habbi

tutta la fiducia & egli farà la guida tua, non ti fidare nella propria

prudentia, ma fidati in quella divina providentia, che regge & governa

l'universo; Custodisci il cuore con ogni diligente custodia, imperoche

da quello procede la vita nostra. Rimuove da te le labra detrattrici.

Fuge le lingue bugiarde, & guardati dall'ira, imperoche egli è scritto

nelle sagre lettere, che l'ira alberga nel seno de pazzi. Schiva le

conversationi delle malvagie femmine, amara assai piu che asentio, &

piu che morte. Attende à conservarti buona & intiera fama, laquale pel

testimonio di Salomone è di ogni pretioso unguento piu soave. Tu te

n'andrai sano & salvo à quella nobil provincia, laquale dalli Vitelli

ha preso il nome: Vedrai quella felice & beata amenita di Campania &

pareratti comprendere, che solo in quella parte del mondo la natura

triumphi, godi & gioiosa si stia, gusterai una maravigliosa temperatura

di cielo, vedrai campi fertilissimi, Colli aprichi, spelonche opache,

fronzute selve, infinita copia di biade, viti, mandorle, & olive, molto

armento, copioso grege, molti fiumi, & molti chiari fonti. Vedrai Roma

nudrice di tutto'l mondo, eletta dal magno Iddio per adunar i sparsi

imperii, & mollificare le dure usanze, & aspri costumi de barbari, &

per esser finalmente patria comune à tutte le genti: Ricordoti però

figliuol mio, che quando sarai nella alma città di Roma che di cosa

che tu vega contra l'opinione tua, non te ne scandalizi. Troverai

per Italia & ispetialmente nel Regno di Napoli, nel paese di Roma, et

per Lombardia infinito numero de Tirannetti li quali sono à sudditi

peggio che la peste, rubbandoli & violandoli le donne loro, sovengati,

che Iddio fa regnar cotai mostri per li peccati de popoli & prega il

S. ne spenga à fatto il seme di queste crudeli Arpie, ma ragionato

habbiamo à bastanza, tempo mi pare di ristorare il ventre importuno

essattore di quanto se gli deve, piacciati rumpere il digiuno con esso

meco, ne ti rincresca di fare un poco di penitentia: io lo ringratiai

dicendoli, che troppo singolar beneficio mi faceva degnandomi della

sua mensa, per laquale havrei rifiutato quella di Nino, & di Lucullo,

ne invidiarei à giove, nettare, o ambrosia, & cosi il buon Romito

puose mano ad un tovaglino piu bianco che falda di neve, & ingombrò la

picciola tavola de fichi secchi, nocelle, mandorle, & uva passola, &

di un pane bruno anzi che nò, ma leggiero, ben fermentato, saporito,

& ottimamente stagionato: Vino non ci puose egli ma di un'acqua mi

dette bere, dotata diquelle conditioni, che si ricercano ad una buona

acqua: superava di chiarezza ogni ben lucido cristallo, non haveva

alcuno sapore, non odore, non determinato colore, non finalmente

alcuna qualità. Finita la colatione & rese le gratie al S. egli mi

diede la sua benedittione, chiedendola io importunamente, & da lui

tolto commiato allo albergo feci ritorno. L'oste, che longamente

m'haveva aspettato credendosi ch'io fussi digiuno, incominciò à

burlarsi di me. Era questo hoste un buon brigante, amico anzi schiavo

della gola, per un ortolano, per un beccafico, per un fegatello,

egli sarebbe ito nel fuoco, bevitore era piu che Tiberio, piu che

Cinciglione, & piu che Novello tricongio: del resto, era faceto, &

ben parlante ne haveva punto del sciocco, anzi gli avanzava molto del

tristo. Dopo che di me preso si hebbe quel trastullo che li piacque,

sgannatosi finalmente che digiuno non fussi, ma in piu modi ben

ristorato cosi à parlarmi incominciò. Anchora che il Romito t'habbi

sofficientemente ammonito, & consigliato di quanto ti fie bisogno pel

viaggio d'Italia, pur per l'amicitia fra noi in questi pochi giorni

contratta, non voglio ti parti senza alcuni miei salutevoli ricordi.

Io mi persuado d'haver veduto l'Italia piu diligentemente di lui, ne

guari è che partito me ne sono, dil che assai & non poco me ne pento,

& ne farò dolente fin ch'io vivo. Veramente ti porto grande invidia:

imperoche fra un mese (se i venti non ti fanno torto) giugnerai nella

ricca Isola di Sicilia, et mangerai di que macheroni i quali hanno

preso il nome dal beatificare: soglionsi cuocere insieme con grassi

caponi, & caci freschi da ogni lato stillanti buttiro & latte, & poi

con liberale, & larga mano vi soprapongono zucchero & canella della

piu fina che trovar si possa; oime, che mi viene la saliva in bocca

sol à ricordarmene. Quando io ne mangiava mi doleva con Aristoxeno,

che Iddio non mi havessi dato il collo di grue perche sentissi nel

trangugiarli maggior piacere, mi doleva che il corpo mio non si

facesse una gran capanna. Sel ti vien commodo di fare la quaresima in

Taranto, tu diventarai piu largo che longo, tanta è la bontà di que

pesci, oltre che li cucinano, & con l'aceto, & col vino, con certe

herbicine odorifere, & con alcuni saporetti di noci, aglio, & mandole.

Ma quanta invidia ti porto ricordandomi, che tu mangerai in Napoli

quel pane di puccia bianco nel piu eccellente grado, dirai questo è

veramente il pane che gustano gli Agnoli in paradiso: oltre quel di

puccia, vi se ne fa d'un'altra sorte detto pane di S. Antemo in forma

di diadema, & è tale che chi vi desidera con esso companatico, è ben

re di golosi: mangerai vitella di Surrento, laquale si strugge in

bocca con maggior diletto che non fa il zucchero, et che maraviglia

è se è di si grato sapore, poi che non si cibano gli armenti d'altro

che di serpillo, nepitella, rosmarino, spico, maggiorana, citornella,

menta, & altre simili herbe, tu sguazzerai con due caci cavallucci

freschi, arrostiti non con lento fuoco, ma prestissimo, con sopraveste

di zucchero & cinamomo. Io mi strugo sol à pensarvi: vedrai in Napoli

la Loggia detta per sopranome de Genovesi, piena di tutte quelle

buone cose che per ungere la gola desiderar si possano, mangerai in

Napoli di susameli, mostacciuoli, raffioli, pesci, funghi, e castagni

di zucchero, schiacciate di mandole, pasta reale, conserve rosate,

bianco mangiare: sarannoti appresentati de buoni caponi, fa che tu

alizi, Gropizi, & non coseggi, cioe mangia l'ali & il gropone, &

lascia star le coscie: se brami coscie, piglia coscie de pollastri,

& ali di caponi, & spalle di montone, & questi sono tre buoni bocconi

desiderati in ogni luogo, gusterai quelle percoche da far risuscitar i

morti: Mannucherai in Siena ottimi marzapani, gratissimi bericoccoli,

& saporitissimi ravagiuoli. Se n'andassi in Foligno assaggiareste

seme di Popone confetto, piccicata, & altre confetture senza paragone:

troverai in Firenze Caci mazolini, oh che dolce vivanda, o che grato

sapore ti lasciano in bocca; dirai io non vorrei esser morto per

milanta scudi senza haver provato si dilicato cibo; mangerai del pane

pepato, berlingozzi à centinaia, zuccherini à migliaia, & berai del

trebbiano non inferiore al greco di Somma. Vatene à Pisa dove si fa un

biscotto che se di tal sorte se ne facesse per le galee non vorreste

far tua vita altrove, poco lontano di Pisa in un luogo detto Val calci

mangierai le migliori ricotte, & le piu belle, che mai si vedessero

dal Levante al Ponente. In Lucca essendo, oh che buona salciccia, oh

che grati marzapanetti ti fieno dati. Se gusti del Tramarino di S.

Michele non te ne parti mai, egli ha proprietà uguale all'acqua di

Poggio reale. Non mi voglio scordar d'avvertirti, che in Bologna si

facciano salcicciotti, i migliori che mai si mangiassero, mangiansi

crudi, mangiansi cotti, & à tutte l'hore n'aguzzano l'appetito, fanno

parere il vino saporitissimo, anchora che svanito & sciapito molto

sia: benedetto che ne fu l'inventore io bacio & adoro quelle virtuose

mani: io ne solevo sempre portare nella sacoccia per aguzzar la voglia

del mangiare, se per mala ventura svogliato me ritrovava: Che ti dirò

della magnifica Citta di Ferrara unica maestra del far salami, & di

confettare herbe, frutti, & radici? dove berai l'estate certi vinetti,

detti Albanelle non si po bere piu grata bevanda: vi si godeno di

buone ceppe, sturioni, & buratelli, & fannosi le migliori torte del

mondo, desiderava io venesse la Giobbia, & la Domenica piu sovente

del consueto, per empirmi la pancia di torta. Haverai in Modona buona

salciccia, et buon Trebbiano: Se ti verrà disio di mangiare perfetta

cotognata, vatene à Reggio, alla Mirandola, & à Correggio, ma felice

te, se giungi à quel Cacio Piacentino, ilquale ha meritato d'esser

lodato dalla dotta penna del conte Giulio da lando, & dal S. Hercole

bentivoglio; mi ricordo haver mangiato con esso mentre in Piacenza

fui, certe poma dette Calte, & un'uva chiamata Diola, & ritrovarmi

consolato, come se mangiato havessi d'uno perfettissimo Fagiano.

Usasi ancho in Piacenza una vivanda detta Gnocchi con l'aglio laquale

risuscitarebbe l'appetito à un morto. Se avviene che passi per Lodi

(Dio buono) che carni vi mangerai, ti leccherai le dita ne mai ti

chiamerai satollo, ma vorrei ben esser nella tua pelle quando arriverai

à quelle minute pescagioni di Binasco. Goderai in Milano di cervelato

del peragallo cibo re de cibi, col quale ti conforto mangiar delle

offellette, & bervi dopo della vernaciuola di Cassano, d'Inzago, &

d'Avavro: goderai certi verdorini della buona delli arrosti: non ti

scordar la luganica sottile, & le tomacelle di Moncia, non le trotte di

Como, non li Agoni di Lugano, non le Herbolane, & Fagiani montanari,

che da i deserti di Grisoni à Chiavenna capitar sogliono; non anche

i maroni Chiavennaschi, non il cacio di Malengo, & della valle del

Bitto, non le Truttalle della Mera. haverai in Padova ottimo pane:

vino berzamino, Luzzatelli, & ranocchie perfette: non ti debbo dire

delli Poponi chiozzotti? delle passere, delle orate, ostreghe, cappe

sante, & ceffali Vinitiani? Haverai similmente in Vinetia cavi di

latte, ucelletti di Cipri, malvagia garba & dolce, & ottimo pesce in

gelatina, che di Schiavonia addur si suole. Io vado per la memoria

ricercando à mio potere tutte quelle cose che gustevoli parute mi sono,

accioche di cosa veruna non rimanghi defraudato, et il mio giuditio

lodi ne le cose appartenenti alla gola. Buoni vini havrai nel Frioli,

migliori in Vicenza, dove ancho mangerai perfettissimi capretti, tacerò

dirti de Carpioni di Garda? Goderai à Trevigi trippe & gamberi del

Sile de quali quanto piu ne mangi, piu ne mangereste: capitando in

Brescia voglio da parte mia vadi al S. Gioan Battista Luzago, overo

al S. Ludovico barbisono, & dilli che ti dia bere di quella vernaccia,

che gia piu fiate mi dettero: hanno i Bresciani oltre la Vernaccia di

Celatica, moscatelli superiori alli Bergamaschi, et alli Brianceschi,

et mi soviene che il consultissimo conte Camillo mene fece asaggiar di

uno che mai non assaggiai il migliore. Vi mangerai una vivanda detta

in lor lingua Fiadoni belli da vedere, grati al gusto, odoriferi piu

che l'ambra, et piu che il muschio, & morbidi al tatto, confortano

il stomaco, danno vigore à sensi, ristorano le forze, sono facili da

digerire, ne punto aggravano, io mi maraviglio grandimenti che que

tanti terzaruoli lodatori de bacelli, d'orinali, di ricotte, et d'altre

fanfalughe non si sieno posti à lodare i Fiadoni bresciani non però

mai bastevolmente lodati. Credo che l'altezza del sogetto li habbia

sbigotiti, ma che fa il Pocopagni aiutato dalla facunda musa di M.

Antonio di lui nipote, ch'egli non ne canti? che sta à guardare il

Cazago che non concordi cinquanta rime circa tal materia? Vorrei che'l

gentil Dionigi da Castello con il suo dir terso, & nuovo facesse fino

alli Indiani nota la Fiadonesca bontà. Ma perche certo sono che non

farai ritorno nell'amata patria che Genova non veghi, io ti aviso che

vi si fanno torte dette gattafure perche le gatte volentieri le furano

et vaghe ne sono, ma chi è si svogliato che non le furasse volentieri?

à me piacquero piu che all'orso il mele; ò le pera moscatelle, mangerai

delle presenzuole, de buoni fichi, & delle schiacciate fatte di pesche,

& de Cotogni, berrai moscatello di Tagia tanto buono, che se in uno

tinaccio di detto vino mi affogassi parerebbemi far una felicissima

morte, non ti mancheranno Corsi, racesi, & amabili. Non uso quella

diligentia ch'io potrei in dirti ciò che al ventre si appartiene, parte

perche mi penso che non sarai cosi inetto che non ti sappi procacciare

i tuoi bisogni, parte anchora perche ti voglio dare altri consigli:

tu sei giovanetto, ne per quel ch'io credo foste mai piu fuori di

casa, attendi adunque à me che fedelmente sono per consigliarti, se ti

abatti esser di brigata in qualche albergo, & vi sia poco pane, tienlo

in mano, se poco vino, beve spesso, se poca carne appiccati all'osso,

se hai poco letto, ponti nel mezo. Se l'estate cavalchi con grossa

compagnia, metteti avanti, & la vernata rimani indrieto, se ritrovi

qualche difficile & pericoloso passo honora il compagno, lascialo andar

avanti: & cosi se ti abatti di haver à passar qualche rapido & torbido

fiume, dirai come gia disse un savio contadino. Torbo ti trovo, torbo

ti lascio, se non sei chiaro io non ti passo, & vatene alla barca, ne

volere per sparmiare un carlino porti a rischio di morte & doventare

cibo de ingordi pesci: cavalcando per la Calavria porta che mangiare

nelle saccoccie, altrimenti ti potrai stare co guanti in mano: guardati

di rimescolarti con cortegiane ispetialmente in Napoli, Roma, Vinetia,

se non ne voi in premio riportare, gomme, piaghe, doglie, taruoli,

panocchie, dentaruole, & pellarelle. Guardati da Lombardo calvo,

Toscano losco, Napolitano biondo, Siciliano rosso, Romagnuolo ricciuto,

Vinitiano guercio, & marchegiano zoppo. Non albergare con hoste nuovo,

ne questionar con esso, ne lo pagare fin che non sei per andartene,

imperoche pagato ch'egli è, non è piu tenuto alla custodia delle cose

tue, non ti riposare nella fede loro, & guarda che non rubbino la

biada à cavalli, ogni cosa contaminano i ribaldoni, & quando credi

che le lenzuola sieno di bucato, vi havera dormito qualche leproso &

incancherito. Non ti lasciare sovragiungere la vernata in Abruzzo, ò

la state in Puglia. Ricordati del proverbio, Chi vuol provar l'inferno

l'estate in puglia, & nell'Abruzzo il verno. Guardati dall'aria

di Grossetto, di Piombino, di Pisa, di Sinigallia, di Macerata,

d'Arimino, di Cervia, & di Pesaro. Fuge come la peste i gabellieri

di Firenze, di Bergamo, di Brescia, & di Ferrara, non provaste mai

le piu importune & ingorde bestie. Schiva i zaffi Vinitiani degni

di mille forche. Non cavalcar la vernata per Lombardia se prima non

incanti la Nebbia, & questo sia l'incantesimo. Piglia una tazza piena

di Corso, o di moscatello briancesco, & dirai tre fiate, Nebbia nebbia

matutina che ti levi la mattina Questa tazza rasa & pina contra te

fie medicina. Aloggia per tempo, si di verno, come di state: habbi de

cavalli diligentissima cura, & essendo stracchi bagnali i testicoli

di vino caldo, non volendo passare qualche ponte, ò vero intrar in

barca. accostategli all'orecchio stanco, & congiuralo per l'invidia de

cortegiani, per la militar rapacita, per l'ingordigia de molti preti,

per la mormoratione fratesca, & per la desperata salute delli avvocati,

& incontanente passerà dovunque vorrai: nel pascerlo non ti curare

di empirlo la mattina di biada, ma ricordati del Proverbio francese:

disinar di fieno, & cenare di Avena: Fa poca stima de signore, che non

doni & favorisca, di Prelato che non conviti, & di mercatante che non

presti. Non rifiutar di disinare con Abbati, cenar con mercatanti,

merendar con comadri, & far colatione con innamorati: Cerca di far

Natale con signori. Pasqua nel tuo albergo, & lecito ti sia di far il

carnevale in ogni luogo. Guardati da mariuoli & taglia borse de quali

n'ha gran copia Napoli, Roma, & Vinetia. Se ti accade albergare nelle

case di qualche honorato cittadino, non esser curioso investigatore

de fatti altrui: sia cieco, sordo, & mutolo: non biasimar cosa che

veghi, loda etiamdio quello che loda non merita: à tavola essendo, et

non ritrovando le vivande secondo il tuo talento, non vituperare, ma

sovengati di cio che disse Cesare à suoi compagni. A chi non gusta non

ne mangi, & tacciasi. Non ti far molto intrinseco con signori liquali

sono come il fuoco, se moderatamente te li accosti, ne sei scaldato &

illuminato, ma se molto te li avicini, tu ti abrugi, et consumi. Schiva

le femine barbute et quelle che portano la braca de mariti, guardati

dell'andar in Norsia, Cassia, & Visse, perche Dio li maledisse.

Guardati di Calle, Seno, & Moncalino, un ladro, un traditore, e

un'assassino: di molte altre cose instruire ti potrei, ma mi confido

del tuo nobile ingegno, alquale (se sie bisogno) potra supplire questo

buon Fiorentino, ilquale mi par huomo della tavola ritonda, et credo

li sappia migliore il cotto che il crudo, & piu li piaccia l'agio,

che il disagio. Qui fece fine di cicalare il loquacissimo hoste, &

essendosi abonacciato il mare, & da ogni lato apparite le Alcione

segno certissimo di futura tranquillita, fatte le debite relationi di

gratie (si come tenuti eravamo) à quelle persone, che si humanamente

racolti n'havevano, & fornitici di rinfrescamento, salimmo la nave &

verso Sicilia indrizzammo il camin nostro: non fummo lontani di dugento

miglia, che incominciammo à vedere molte cose, che ne dettero tanto

sbigottimento, che anchora ci sudano le tempie; Apparve alla poppa

della nave un'huomo marino, & in tal sembiante apparve, che non fu

alcuno di noi si ardito, che non se gli aricciassero i capelli, et per

gran timore la lingua al palato non se le accostasse, ma longamente non

vi dimorò. Vedemmo un branco di Balene poste quasi che in Ghirlanda,

le quali ci rapresentarno l'isole Cicladi. Il giorno seguente apparve,

& non molto lontano da noi, gran numero de tritoni, Elephanti marini,

Vitelli marini, Orche, & Nereide, le quali sono di corpo peloso, & di

humana effigie. Si videro quel di medesimo testugini si grandi che del

coperchio di ciascuna si sarebbe agevolmente coperto ogni ampio, & gran

palagio: nulla vi dico della molta copia de Delfini, liquali da luogo

à luogo fra loro con gran lascivia scherzando, con maggior prestezza

andavano che non fa strale da cocca uscito: avicinatici finalmente alla

Sicilia meno di trecento miglia, Udimmo una notte cantare piu di cento

Sirene, lequali in vero si dolcemente cantarno, che io credetti tutti

gli chori delli Agnoli esser quivi dal cielo discesi: non le potemmo

gia vedere per esser buio, ma se la bellezza loro è tale, quale è la

dolcezza della voce, credo che ne in terra, ne in mare, vedere si possa

la piu perfetta cosa: Il decimo giorno dopo l'haver udito si grata

melodia con prospero vento, & con il ciel sereno, entrammo nel porto di

Messina. Hor quivi soggiornammo molti giorni, & con quella diligentia

che si puote maggiore, notammo tutte quelle cose che memorabili ci

parvero; poi sodisfatto il padrone della nave, et provedutoci de

cavalli, ci ponemmo curiosamente à cercare tutta l'isola laquale da

Tucidide è chiamata Sicania, da altri Trinacria, et da molti Triquetra

per la sua triangolar forma: è di tre promontorij adorna, delli quali

l'uno risguarda l'Italia, l'altro mira la Grecia, il terzo vagheggia

l'Affrica: montati finalmente à cavallo Tetigio, mio valletto allevato

in casa da fanciullo, & io lasciati i Mamertini, ò vero i Messinesi,

che li vogliamo dire, si dettemo à cercar l'isola, & primeramente

n'andammo à vedere il miraculoso monte di Etna, le cui faville ben

cocenti arrivano sovente fiate fin'a Catania, & fino Taurominio:

vedemmo il porto di Ulisse, le stanze de Ciclopi, i campi lestrigoni;

d'indi ne andammo à visitare la famosa, & nobil Siracosa, & nel bello

& chiaro fonte di Aretusa ci lavammo: cercammo dopoi i popoli Agirini,

Adranitani, Acestemi, Acrensi, Leontini, Semellitani, Triocarini, &

Paropini. Fui per molti giorni in Catania, ne cosa alcuna vi vidi, che

del memorabil havesse, fuor che il S. Cola maria caracciolo vescovo

di detta città, la cui prudentia mi dava gran stupore, & mostruosa

mi pareva in si giovenile età. Non ramemoro tutti i popoli da noi

visitati, che troppo tedioso sarei. Abonda questa isola di tutte quelle

cose, che al vivere humano necessarie sono, & talmente n'abonda, che

ne pò à vil pregio communicare altrui. Di tutte le nationi straniere fu

Sicilia la prima, che facesse amicitia, & venesse sotto la fede del po.

Ro. Fu parimenti la prima che fusse chiamata sotto nome di provincia

ilche risultò à grande honore dell'imperio: questa è quella isola

la quale insegnò à Romani quanto fusse dolce cosa il commandare alle

nationi peregrine, & di tanta fede & benivolenza co Romani si strinse

che mai niuna città si ribelò. Questa fece la scala à conquistare

l'Affrica: questa fu detta dal savio Catone Armario & dispensa della

Rep. & nudrice della plebe: questa è quella nobil provincia la quale

nelle somme difficultà di Roma, vestito nudrito, & armato ha li

esserciti Romani: supera ella certamente tutte l'altre di nobiltà, di

ricchezza, & di splendore, molte cose però vi trovai che strane (per

non dir peggio) mi parvero. Io vi vidi tener le razze d'huomini per

venderli come si vendono cavalli, buoi, muli & altri irragionevoli

animali, ilche parvemi pessimamente fatto, imperoche quantunque non

habbiano il sacro Battesimo, sono però dotati di ragione & possono

anch'essi dir SIGNATUM est super nos lumen vultus tui domine: portano

in fronte come noi altri l'imagine d'Iddio & per essi, come per noi

è morto Giesu Christo (pur che cosi creder possino) si doverebbono

adunque trattar con piu rispetto: intesi di piu che i padroni delle

razze spesso con le schiave lussuriosamente si rimescolano & que

parti che si generano, soggiacciono à quella medesima conditione che

soggiacere veggiamo quelli che di padre & di madre schiava nati sono.

Strana et mostruosa cosa mi parve il veder condur le donne à prezzo

perche pianghino li altrui defunti. Chi le vedesse stracciarsi i

capeli, farsi la faccia livida, direbbe che da estremo dolore trafitte

fussero, & vi è tal feminella che si trovera haver fatto simil uffitio

quattro & cinque fiate in un giorno & piangere sempre piu dirotamente

una volta che l'altra, direste che sotto ambedui i cigli riposto

vi fusse un copioso fonte di amare lagrime: vidi in Sicilia tanta

frugalita & si strema parcita nel vivere che io tenni grandimente

bugiardi Platone Strabone, Aristotele, Clearco & Aristophane, liquali

tanto lodarno le mense Italiane, & ispetialmente le Siciliane.

Mostruosa cosa mi parve veder que Siciliani sempre in briga, sempre

azzuffarsi, & esser della morte tanto timidi che come si veggono tratta

una gocciuola di sangue tramortiscono & in segno della lor timidità non

li basta armarsi il capo le braccia, & il petto, che portano di piu il

guarda naso, guarda orecchie & guarda bracchetto & armarsi infino alle

streme parti del corpo. Notabil cosa mi parve l'udir in alcune terre

la favella lombarda, si schietta et espressa come se stato fussi nel

centro di Lombardia: summa gelosia è in questi huomini anchora che il

paese caldo sia: & acuti sono sopra tutti. È l'isola piena de ladri,

ne spaventar lor possono manare, prigioni, forche, ceppi & catene. &

questo è quanto sono per dirvi della natura loro; Settantacinque giorni

consumai in visitar questa isola, la dove M. Tullio scrive nelle sue

verrine haverla visitata in cinquanta giorni: ritornammo in Messina,

& dal longo cavalcar stracchi, facemmo disegno di riposarsi alquanto:

quivi trovammo la schiatta di Pharaone Re dell'Egitto[1] qual credetti

del tutto estinta già tante centinaia d'anni sono. Ripossati quanto

ne faceva mestieri, passammo Scilla & Caridde assai piu spaventevoli

di nome che de fatti: lasciammo Reggio sul margine dell'Italia, et

entrammo nella Calavria, vedemmo il fiume Sagra dove si fece quella

memorabil rotta, et donde ne nacque il proverbio, Veriora his quæ apud

sagram contingere: visitammo i Locri fronte dell'Italia ove sempre

apparisce l'arco celeste: intrammo in Scillatio hora detto Squillatio

et dalli Atheniesi edificato richiamato Scilletio; non intendo voler

riferire tutto cioche gli occhi miei videro, ma sol quel che mi parve

trasordinario. Dico adunque che mirabil cosa mi parve vedere in quella

Provincia gli hospiti in hospitali: di piu: quando questa natione canta

par che pianga & quando piange par che canti. Strano mi parve che Iddio

ottimo & mass. al cui consiglio non si pò opporre, dia si largamente

la manna à questi popoli infami di micidij, ladronecci, & della piu

sporca & abominevol lussuria che imaginar si possa, non havendola gia

mai data ad altri che al suo popolo diletto: io li ho veduto piangere

piu largamente la morte de vermi,[2] che dei stretti parenti: vidi

in questi paesi un montone predicare la parola d'Iddio con singolar

gratia, & gridare à peccatori con mirabil fervore.[3] D'indi scorremmo

la Lucania, & vedemmo il sepolchro di Alessandro epirota, ilquale nel

medesimo tempo, che Alessandro (il magno) di costui nipote & cognato

andò all'espeditione di levante, fu da Lucani fuorusciti invitato à

venirsene in Italia, promettendogli che per opra loro s'insignorirebbe

di quella provincia: venne il misero & troppo credulo Alessandro,

ilche essendo da Lucani presentito, promisero à fuorusciti libero

& franco ritorno nella patria se amazzare lo volevano, ilche fecero

senza molto pensarvi, singolar essempio à principi di non dar molta

fede à fuor'usciti. Scorsi poi la fertile Puglia, vidi Salappia ove

il feroce Anibale si lasciò legare da una vil feminella. Entrai in

Siponto, Venosa, Canusio, Theano, et Hargirippa da Diomede edificata:

vidi li Aquilani, Caudini, Bebiani, Vescelani, Deculani, & Benevento,

gia detto Malevento, ove trenta mila sanniti furono morti. Scorsi

l'Abruzzo, ne contener potei le risa veggendo quei huomini piu vaghi

del pane unto che non è la capra del sale. Vidi in Puglia del sterco

de buoi farsi il fuoco & scaldarsi i forni. Maravigliosa cosa mi parve

il fatto della tarantola, ne creduto l'havrei se con i propri occhi

veduto non l'havessi; ivi certamente si comprende quanta sia la forza

della musica, poi che i morsicati per altra via sanar non si possono.

Usano le donne di questo paese di portar le calze larghe come sacchi,

& sopra delle calcagna ricadenti et hanno questa sciocca opinione, che

chi altrimenti le porta non sia femina d'honore. Sonoci alcuni luoghi

dove si menano le fanciulle, che si hanno à maritare in mercato sopra

delli Asini rabellite, con le treccie sciolte, & colui che le conduce

va avanti gridando chi la vuole. Sa cucire, sa tessere, sa filare, sa

cucinare, sa far bucato, chi la vuole? chi la vuole? & spesso aviene,

che una povera fanciulla verrà dieci fiate in mercato prima che trovi

ricapito. Veduta questa parte non però con molta diligentia, pigliammo

il camino ver Napoli città splendidissima, da Calcidensi edificata, &

da una sirena ivi sepolta: detta Partenope. Io non so veramente dove

veder si possa il piu bel sito, ne il piu accommodato, da una parte

tragonsi carra, dall'altra parte trahesi nave; ilche in niuna altra

città si vede. È questa natione molto dedita all'otio, & alle delitie,

& alle attilature, dilche maravigliandomi, fummi detto che di ciò non

mi dessi maraviglia, concio fusse cosa ch'ivi habitasse l'Epicuro il

quale con l'accecare li illuminati, & illuminare li accecati si haveva

grandissimo credito acquistato.[4] Parvemi strano che l'Epicuro fusse

anchor vivo, qual credetti morto già piu di due mila anni. Ho udito

canzoni in Napoli di maggior melodia, che non ha la musica Dorica, la

Lidia, la Phrigia, & la Beotica. Vidi castello Capouano per arte maga

da Capoua à Napoli traportato. Vidi castello dell'uovo da Zoroastre

d'un uovo di ocha edificato. Vidi andar per Napoli le Galeotte, senza

vele, & senza remi per lasciutto: Mostruoso mi parve vedere molte

caraffe, & molte pignatelle[5] bollir senza fuoco, ne facilmente

rumpersi, anchora che nel muro percuotessero. Mostruoso mi parve,

che in una si amena regione, ove di continovo habita primavera, vi

habitasse anchora Genaro:[6] intollerabil giudicai, che passata meza

hora di notte, non fusse lecito uscir di casa salvo, che in farsetto,

tanta è la copia de ladroncelli. Non ha similmente da tenersi per cosa

notabil c'habbi quel regno infinita copia di cavallucci, liquali non

mangiano ne fieno, ne biada, ne paglia, ne orgio, non sanno mordere,

ne trar de calzi, non portano, ma sono portati. Trovansi parimenti

Armeline, delle cui pelli non si foderano vesti, viveno senza mangiare,

& senza bere, & del continuo rinchiuse si tengono:[7] ne meno da

esser notato giudicai, che i cavalli facciano cascio.[8] Hocci veduto

huomini con le branche de Lioni.[9] hocci veduto un Porco,[10] & un

falcone[11] nella dottrina di Aristotile molto eccellenti. Hor goduto

che havemmo la città, deliberammo godere il contado, & a far l'estate

in Pusilipo n'andammo. È Pusilipo un monte di tanta vaghezza, & amenita

ornato, che io non credo trovarsi in tutto l'universo monte alcuno,

che ragionevolmente comparar se li possa, taccia pur chi loda il monte

Idalio, Otri, Menalo, Liceo, Tauro, Citoro, & qualunque altro piu

famoso, che mai mi si persuaderà, che tale sia, che à questo pareggiar

si possa: o che habitar magnifico, & reale vi si trova, quanti bei

giardini da dotta mano coltivati, che grate ombre vi sono, & dolcissimi

ridotti: oh che benigno, & chiaro aspetto di cielo. Quante belle

prospettive si di terra, come di mare vi si veggono: che dolce spasso

era il nostro in cogliere la mattina per tempo vacinij, gelsomini,

garoffoli, & viole di piu ragione; Quivi sono mele cotogne grosse

come il capo d'un bue, & piu belle di quelle che in Cidonia nascono,

donde prima à noi portate furono. Pruna di diverso colore, & nere,

bianche, verdi, gialle, rubiconde, & mischiate, vi sono le ordearie,

le asinine, le damascene, & le armeniache, lequali sole fra tutti le

spetie odorifere sono. Ho gustato su questo gratioso monte persiche

tanto saporite, di si pretioso odore, & di tanta bellezza, che se il

vecchio Adamo per tal frutto prevaricò; io lo reputo degno di scusa.

Ho alle volte creduto ch'egli fusse quel loto di tanta dolcezza, che

chi ne gustava: non si ramentava piu della patria, donde ne nacque il

proverbio. Egli ha gustato il loto: hocci mangiato di quelle persiche

dette galliche, & di quelle che dette furono Asiatiche. Qui trovai

tutti que frutti quai sesto Papinio reccò d'Affrica, & di Soria, qui

trovai tutti li ingegnosi insiti di Matio, di Getio, di Manlio, &

di Claudio. Quivi sono le mele appia da Appio de la famiglia Claudia

cosi dette. Sonovi le septiane da un libertino ritrovate di perfetta

rotondità, le quiriane, le scantiane, le Epirotiche, le Camerine:

sonovi le Crustumine, le Dolobelliane, le Favoniane, & le Tiberiane,

ci ho mangiato sorbe, che parevano nate in paradiso, et anchora me

ne sento il sapore in bocca. Su questo fertilissimo monte fatto da

la natura per produr frutti, & per ragioire le menti afflitte hocci

mangiato fichi Rodiotti, Tiburtini, Africani, Egittij, Cipriotti, &

di una sorte sopra a tutti gli altri dolce: credo sieno fichi hircani,

della cui natura parlando Onesicrito afferma superare tutti gli altri

frutti di dolcezza. Che dirò delle castagne assai migliori delle

Tarentine, piu belle delle coreliane, & piu saporite delle meterane.

Vi sono mora, & ostiensi, & tusculane, non vi mancano ciregi le quali

avanti la vettoria di Mitridate, non si videro giamai in Italia, L.

Lucullo le recò di Ponto, et in ispatio di poco tempo trapassarno

fin'in Britannia, ne creda alcuno che sol d'una sorte ve ne sia, vi

trovai le Aproniane rubiconde piu che fiamma, le Actie piu che pece

nere, le rotunde Ceciliane, & le macedoniche, non racconterò delli

Aranzi da Neratio ritrovati, non delle limoncelle, non de cedri, non

delle molte spetie di mortella. Infinite cose pretermetterò accioche

il mio commentario piu di me non cresca. Finita la state feci disegno

partirmi da Napoli & girmene à Roma benche duro mi paresse lasciando

la dolcissima conversatione del S. Mario Galeota, & del S. D. Lonardo

cardines, per mezo del quale conobbi la nobile & saggia princessa di

Salerno, la generosa Marchesa de la Palude, & la virtuosa contessa

di Nola, dal cui lato mai non si parte la discreta Luvigia carolea

gloria di Benevento, ma prima che à Roma me n'andassi: io volli veder

Venafro famoso per la copia & gran bontà dello olio. Vidi Capova gia

si potente, & hora quasi che destrutta. Fui in Caiazzo, in Teano,

in Aliffe, & in S. Agnolo, dove faceva sua residentia la contessa

d'Aliffe la quale senza haver altra notitia de fatti nostri mossa sol

da un regal spirito, & sospinta da una natural cortesia ci fece nelle

proprie case albergare. Io non ho lingua, io non ho parole bastanti

ad isprimere li honesti trattamenti, i gratiosi modi, & la rara

leggiadria di questa eccellentissima Signora[12] degna madre della

divina Violante, & della dolcissima Giulia Garlona: ne fu poi pel

viaggio da persone di somma fede, affermato, esser fra l'altre virtu di

tanta pudicitia che si sarebbe potuta pareggiare con Sulpitia figliuola

di Patercolo & moglie di Fulvio Flacco, la quale eletta fu fra cento

castissime matrone per consagrare il simulacro di Venere: ò donna rara,

ò gloria eterna del sangue Piccolomini & degna di maggior felicità

che non hebbe mai Lampido Lacedemonia overo Berenice. Partitomi dal

territorio di Aliffe, indrizzai il camino verso Roma, soggiornai tre

giorni in Gaieta, & tutta quella Riviera attentissimamente contemplai

& mi risolsi à credere che la piu bella & amena parte del mondo fusse

tutto quel tratto da Napoli à Gaieta: ne fu da paesani mostrato il

luogo dove M. T. fu per commandamento del crudele & scelerato M.

Antonio di vita privato: certamente contenere non potei allhora le

lagrime giudicando però divinamente fatto che il piu diserto & florido

oratore che mai per alcun tempo nascesse, nella piu florida parte

del mondo terminasse anchora i giorni suoi. Vidi il monte di Circe, &

tutte le stanze dove la scelerata maga habitava, & vi trovai un pezzo

della sua conocchia, due pentole, una guastada, molti lambicchi rotti,

alcuni Pentacoli, infinite Ampolle & Albarelli spezzati: d'indi senza

far dimora venni alle habitationi de volschi quai Virgilio chiama

veruti perche combattevano cò spedi, & albergai nelle case che già

furono di Camilla lor famosa reina: n'andammo poi à vedere i popoli

sanniti liquali furono già tanto potenti che dettero delle mazzate à

Romani & li vituperarono spogliandoli delle arme, poscia che rotti

li hebbero: con i Romani per ispatio de quarant'anni animosamente

contrastettero, & sostennero alcuna volta dui eserciti consolari:

furono finalmente constretti di cedere alla virtu Romana. Entrammo

poi in Alba, dalle cui ruine, crebbe già Roma, vedemmo il luogo dove

combatterno li Oratij & li Curiatij. Scorremmo il paese che già fu

de Latini, de Sabini, de Ferentani, de Falischi, et de Privernati.

Entrammo finalmente nell'alma città di Roma dove la principal nostra

cura fu di vedere il gran pastore del christiano grege, lo vedemmo

piu di una fiata, ma lecito non ci fu di fargli la debita riverentia

perche non havevamo chi ci introducesse nel cospetto di sua santita:

vedemmo il concistoro & molto n'increbbe che in si gran collegio de

cardinali sol vi fusse uno cortese:[13] sol uno pio & non piu & uno

agnolo solamente fra tante Gerarchie con esso loro habitava: vidi

un canuto Gambero sedere a concistoro, vidi un Cardinale che haveva

tre volti & uno che haveva tre denti: & uno ne conobbi ilquale per

quella parte mandava fuori il pane patito per la quale intromesso

l'haveva: trovai in Roma beccari liquali non scorticarno mai ne

vitella ne vaccina. Trovai colonne per se stesse mobili & molti orsi

di figura humana: dura & mostruosa cosa mi parve, che in Roma santa

si comportassero tante meretrici, & in tanta stima fussero, & a tante

facultà pervenessero, che paiano reine (mercè dell'humana incontinentia

& intemperantia) laquale lascia sovente mendicar i virtuosi: lascia

miseramente languire i poveri infermi nelli spedali, et arricchisce le

concubine, nodrica le carogne con offesa d'Iddio, con infamia del nome

christiano, et spesso con grave danno de propi corpi: che non vidi in

Roma di strano? Vidi huomini col capo di ferro,[14] altri col capo di

zucca & huomini vidi di Pietra, far versi & dialogi degni da esser piu

di una fiata letti. Partiti di Roma, n'andammo a visitare i Piceni,

hora detti Marchegiani, li quali già furono in molto maggior numero che

di presente non sono, trecento cinquanta mila, atti à maneggiar arme

si dettero già nella fede de Romani, si conobbero allhora li Ausimati,

Veregrani, Cingulani, Cuprensi, Falariensi, Pausulani, Plinitensi,

Ricinensi, Septempedani, Tolentinati, & li Triacensi con molti altri

popoli quai pretermetto per schivar la satieta à qualunque legerà

questo nostro Commentario: ma che vidi io nella marca di memorabile?

vidi bere il vin cotto, mangiar il pan crudo, & la carne dirupata.

Conobbi una natione robusta, & della fatica impatiente, come hanno un

pezzo di presciutto, & un casciotto, non si possono condur à lavorare

con mille argani. Conobbi nella Rocca contrada una santissima donna

governatrice d'un devotissimo monistero: era costei dotata di spirito

profetico, et miracolosamente nella scrittura instrutta, di cui era

sollecita imitatrice Clara vigera dalla rovere. Ma che si scriverà da

me particolarmente d'Ancona? ricetto singolare de schiavoni, ricapito

de giudei, albergo de Turchi, stanza de morlacchi, & nido de Greci, ove

sono molti ricchi mercatanti, & di qualunque cosa si fa gran traffico,

ne mai vi si vede contar un soldo. E' bagnata Ancona dall'onde del

mare, & di rado vi si vede pesce fuor che alla Pasqua quando ci fa

men bisogno: dirò di più che i giorni santi, ivi si trova infinito

numero di meretrici, & per altro tempo ve n'è piu caristia di quel che

forsi vorrebbe l'intemperanza nostra. Grata mi fu in questo luogo la

conversatione di M. Giovanni Gondi, & di M. Francesco Gabriele, huomini

di nobilissimo ingegno, e di gratissime maniere: cercai diligentemente

gli Umbri gente antichissima, et da Greci detti Umbri, perche rimasero

sani & salvi dopo l'universal inondatione. furono già da Toscani

crudelmente perseguitati, et trecento castella arsero loro: di questa

natione favellando un gentile & nobil poeta disse. ET SUBERE LEVIOR

UMBER. Condussimi finalmente à Sinigallia da Galli edificata, ove era

Vescovo il buon padre Marco Vigerio della rovere, huomo di bontà, et

di dottrina singolarmente ornato, dalquale commodamente albergati,

in molta consolatione molti giorni presso di lui ci ritenne; erano

del continuo i nostri ragionamenti dell'amore et timore, che à Dio si

deve, del dispregio delle cose mondane, della divina misericordia, de

i frutti della pace, della tranquillità della conscientia in Giesu

Christo, & delli effetti dell'oratione. Capitammo poi a Pesaro, ove

si ritrovava la S.D. Leonora Gonzaga duchessa d'Urbino, laquale

havendo presentito di nostra venuta albergar ne volle nel ducal

Palagio in molti modi scuoprendone la Magnificentia, & splendore del

suo gentilissimo animo. Faceva il medesimo la diletta nuora Vittoria

Farnese honor del sesso feminile. Hor havendo visitata la Marca, &

l'Umbria, deliberai passarmene in Toscana senza haver alcun riguardo

à dilungar il viaggio, à tragiettar monti, ò à varcar fiumi, & a Siena

giunsi della cui vista ero stato longamente desideroso, siede la nobil

Siena in un fruttifero monte, ricca di grasso piano, & de ameni colli.

Sonovi le donne piu savie de gli huomini, & sonovi le donne in guerra

forti[15], non è per tanto da maravigliarsi ne da reputar menzogna

le cose che si leggono di Arpalice, di Semiramis, di Pantasilea, di

Camilla, di Valasca, di Maria da pozzuolo, & di madama da Forli. Ecci

in Siena l'aria tanto sottile, che ogni anno ne escono de Gangheri

infiniti, de quali alcuni ne ritornano, & alcuni perpetuamente ne

rimangono pazzi; uno ne conobbi io ilquale si credeva d'havere il capo

di cera, et per tanto anchora ch'egli asidrasse di freddo ricusava

vedere il Sole, & accostarsi al fuoco. Un'altro ne conobbi, che si

dava ad intendere d'havere il capo di vetro, & le gambe di ferro: mi fu

mostro: che si riputava di esser un'olla, & passando davanti à qualche

Pentolaio, era sforzato (suo mal grado) di entrar nella bottega, & con

le braccia inarcate riporsi fra l'olle; & vi era fatica à poternelo

rimuovere, vidi chi si credeva d'havere un braccio di naso et andando

per la strada gridava, scostative, non mi vi appressate tanto: molti

impaciscono credendo di esser fatti Re, Imperadori, Duchi, Conti &

Marchesi: vi era uno fra molti ilquale era di questa credenza ch'egli

havesse in corpo gran quantità di rane, & se alcuno diceva di non

udirle cantare fieramente si adirava, vidi in Siena intronati ch'erano

molto svegliati[16]: storditi bene assentiti, crudeli assai pietosi:

piccolhuomini ch'erano grand'huomini, Saraceni tenuti buon christiani:

Venturi che presenti erano[17]: Salvi li quali erano in pericol posti:

Amadei, & pur si conoscevano per peccatori: Qui solamente trovai

huomini & donne belli & gai. Sono i Sanesi sopra tutti i Toscani (&

siami detto con buona pace & gratia) hospitali, affabili, liberali, &

gratiosi, amadori di virtu, & bellicosi molto: Fu il mio albergo nelle

case di messer Gioanni Lateringo, et honestamente trattato fui. Non

mi curai di gir à Perugia, intendendo che mesta, & lagrimosa si stava

per li molti cittadini fatti fuorusciti, & per essere stati condotti

in triumpho dal S. Pietro Luvigi confaloniero della Romana chiesa:

attristavansi di vedersi far dentro le mura una fortezza non solita

d'esservi: Pare à molti popoli che queste Cittadelle (che cosi hoggidi

si chiamano) facciano i Signori di quelle licentiosi, insolenti, &

meno circunspetti in offendere i sudditi, fidandosi di ricoverarsi

in quelle, se alcuno tumulto popularesco contro d'essi si levasse:

Dolevasi d'esser posta sotto la dura sferza di Monsignore della Barba,

terror de popoli sfrenati, & licentiosi[18]. Possono far ampia fede i

Perugini quanto sia pericolosa cosa il contradire alla volonta del Vice

re del cielo: Dopo Siena diligentemente veduta, à Firenze ne venni,

citta con gran maestria edificata, & bella sopra tutte le città di

Europa. Crebbe ella già per le rovine di Fiesole, abonda di amenissime

ville, de magnifici palagi, de sacri tempij, & de sottili artificij,

ma che vi vidi io de memorabile? che questa è la mia principale

intentione di osservare, acciò che i miei cittadini habbino quella

maggiore cognitione, che possibile lor sia delle cose Italiane, senza

solcar tanti mari, & passar per tanti boschi, dove appena vanno secure

le squadre armate: Io vi vidi Caponi[19] humanamente favellare: Dei

del tutto humani & mortali; Palle dissimili alle nostre con lequali

soliti siamo di trastularci: Alemani, che mai non videro l'Alemagna:

Carne secca molto fresca. Martelli, che non percossero mai chiodo, ne

Ancude. Medici, che non medicarno mai. Pazzi, che mai non si puotero

per alcuna industria guarir dalla pazzia, ne maraviglia parer ne deve,

poi che già congiurarno di amazzar i Medici: vi trovai Salviati[20],

non buoni da mangiar come sono i nostri. Da Firenze partitomi, à

Lucca ne venni. La quale gode, & per beneficio di Cesare, & per lor

vigilantia, una quieta & dolce libertà per mezo della quale fassi

tuttavia ricca, & nella mercatura acquista credito, & reputation

grande. Io vidi in Lucca gigli tutto l'anno fiorire[21], senza temere

ne vento, ne pruvina, ne tempesta, ne gelata: ma lasciamo star i gigli,

non è cosa stupenda, che in tanto paese da me ricercato non habbi mai

ritrovato Suocera, che ami Nuora, fuor che in Lucca? ne alcun'huomo

nobile, honesto, giusto, & di buon viso[22], eccetto, che in Lucca?

non è cosa stupenda, che quivi solamente trovato habbia huomini da Dio

dati? Ho in Lucca parimenti ritrovato Turchi, Malpigli, Orsucci non

selvaggi ma humanissimi. Ho veduto spade, che non feriscono, ne di

punta, ne di taglio: Ho veduto sbarre, che non sbarrano, ne strade,

ne finestre, ne porte; Poggi, che alto non poggiano, ma stannosi al

basso: Prosperi, poco felici; Calandrini[23] senza piuma, & che non

cantano, ne stanno in gabbia. Strano mi parve veder il lor volto Santo

con il calice sotto i piedi, quasi che lo dispregi, & per nulla lo

reputi, Se io fussi lor Vescovo, prohibirei tal culto, finche raunato

un picciolo Concilio d'huomini nelle sante scritture esperti con

l'auttorità Pontificale fusse determinato, se si dovesse in cotal

riverentia perseverare. Non parlo piu di Lucca, dove alloggiai con

li nobilissimi Ludovico, & Vincenti, non meno di buon'animo, che di

buon viso ornati, ma altrove mi transferisco, & dove mi transferirò

io? se non mi transferisco à Bologna per altro nome detta Felsina?

ne mi curerò per sodisfare al mio desiderio, di gir hor avanti, hor

indrieto; non lasciai parte alcuna dell'Italia, che à mio potere io

non vedessi (quantunque per esser brieve, di ogni cosa io non faccia

piena mentione). Venuto adunque in Bologna madre de studi, parvemi

certamente di vedere una città degna di regal residentia. Fu ella già

per ispatio di cent'anni posseduta da Bentivogli. Papa Giulio poi con

le arme Francesi, & con oprare, che i Vinitiani si stessero neutrali,

ne li scacciò da si caro possesso: in quel medesimo tempo trasse

ancho Perugia dalle mani dell'incestuoso Gioan Paulo Bagliono: ma

vegniamo alle mostruosità co propi occhi vedute: mi venne davanti alli

occhi un'huomo che haveva la bocca di ferro[24], & da quella bocca,

uscivano parole savie, & concetti divini. Vidi un Manzuolo pesar piu di

qualunque grosso bue, ne però altro era che un Manzuolo. Vidi una Torre

edificata dalli Asinelli essendo in guerra co gli orsi, ma questo non

fu lor sufficiente riparo, imperoche non havendo esercito da porre in

campagna (si come haver conviensi à chi vole prevalersi delle fortezze)

furono sforzati abbandonarla, et partiti da Bologna, andarno ad habitar

in Piasenza; ma fu si grande l'odio, fu si crudele la rabbia delli

orsi, che anch'essi si partirono con ostinata deliberatione di fargli

perpetua guerra, & essendogli vietato l'entrar nella città perche non

si turbasse la Pubblica quiete, & il comune riposo: fermarno le lor

stanze lontano forsi otto miglia, ilqual luogo infino al di d'hoggi

chiamasi Caorso: cioe casa delli orsi: Trovai in Bologna della schiatta

del re Marsilio[25], che già dette molto travaglio al reame di Francia:

Stravagante cosa mi parve, che quei dalle Arme non facessero arme:

& quei della Malvagia non vendessero malvagia: Vidi una manarona, la

quale non spiccava colli da busti, ma sol spezzava i cuori de pazzi,

& sensuali huomini, se fusser ben suti piu che'l diaspro duri: Vidi

una rovina[26] causata non da incendio, non da vecchiaia, non per

soffiamento de venti, ne per opra di torrente; con laquale molti vani

huomini non si curarebbono di rovinare: molte altre cose vidi quai

con silentio trapasso: non tacerò però d'haver veduto in Bologna la

morte, condotta all'hospedale[27], ilche mi dette tanta allegrezza,

che io non poteva capir nella pelle, et giudicai i Bolognesi sopra

a tutti gli huomini valorosi, havendo condotto l'inimica morte à

tal stato. Partitomi da Bologna corsi à Ravenna città per i passati

tempi molto potente, di gran traffico, altiera per l'esarcato, ch'ivi

habitava, dotata de molti privilegij: Concorreva in que tempi piu

antichi la chiesa Ravignana con la Romana. ma sopra tutto godeva d'un

cielo serenissimo, et di un'aria molto sana, & per la bontà dell'aria,

fu eletta per stanza de gladiatori acciò ch'ivi confermassero le

membra, & aumentassero le forze, & che ciò sia vero confermasi per

il testimonio di Vitruvio, ilquale insegnando come debbano esser le

Paludi sane, da l'essempio delle paludi Ravignane, d'Altino, & di

Aquilegia, ma ben mi accorsi che niuna cosa è stabile sotto il cielo,

vi trovai l'aria poco men che pestilente, poche ricchezze, niuno

traffico di mercatura, ne molto habitata: Andai finalmente à Modona

vidi la potta di Modona, ma non trovai chi veramente mi sapesse dire

l'historia, ivi trovai columbi trasformati in huomini[28], & huomini

vidi col capo di bù. Vidi nel contado un castello di vetro, per lo

quale stretti parenti erano in aspra contentione: pensate quel che

haverebbono fatto s'egli fusse stato d'oro, ò d'argento. Mentre sono

in Modona mi venne rifferito, come dui soldati huomini di molte prove,

dovevano combattere in Coreggio: Io veramente penava à credere, che

li Italiani fussero cosi folli, che si amazzassero, & tanto più ch'io

intesi esser la lor querela di niun momento: ito adunque à Coreggio,

castello piu pomposo, che ricco, piu ocioso, che laborioso, trovai il

steccato apparecchiato, & gli altri provedimenti, che far si sogliono:

allhora determinata vennero i combattenti in camisa con le braccia

ignude, col capo scoperto, con due spade piu che rasoi taglienti, &

se incominciarno à ferire con tanta rabbia, & furore, che parevano

dui Cingiali: come io vidi spicciar il sangue con si larga vena

de corpi loro, io hebbi à venir meno di dolore, & di sdegno, & dal

crudel steccato partitomi, incominciai à considerar fra me stesso la

miseria, & infelicità humana: discorreva nell'animo mio, come tutti

gli animali vivessero nella propria spetie tanto amichevolmente, &

con tanta unione, i Lioni non far guerra à Lioni: gli orsi vivere

fra loro pacificamente, i serpenti non esser mordaci contro gli altri

serpenti; ne le marine bestie esser dannose, salvo che contra quelle

che della medesima spetie non sono, & dall'huomo nascere sempre

all'huomo, danno, rovina, & spesse fiate totale esterminio, non so

pensare donde nasca tanta rabbia, et donde ne venga tanta superbia:

fragili piu che il vetro, & ignudi nasciamo, & dal pianto, & dall'esser

strettamente colle fascie legati, diamo principio alla miserabil &

dolente nostra vita. Noi poi delli animali brutti infelici, nulla

sappiamo fare, se prima non l'apprendiamo, non sappiamo favellare, non

caminare, non cibarsi, sol piangere sappiamo. ambitiosi poi, avari,

lussuriosi, superstitiosi. Niuno animale ha conseguito dalla natura

vita piu debole et caduca dell'huomo, e poi tanto altieri siamo, tanto

arroganti, et orgogliosi, che per ogni festuca, per ogni fuscello,

che ci si avolga fra piedi biastemiamo, & il cielo, & il fattore

del cielo, & ci azuffiamo come cani arabbiati, l'un l'altro di vita,

d'honore, et di robba avidamente spogliando, ma perche comporta Cesare

imperador christiano, perche sofferisce il santissimo pastore cotai

duelli? non sono questi abattimenti cose da huomini, ma da fiere, non

si ragiona già di duelli altrove che in Italia? Deh perche la carita

christiana non s'interpone alle volte à mitigare gli animi alterati,

& a pacificar l'ire de stolti? Hai quanti solfanelli, quanta esca da

maligni si porge perche l'anima col corpo infelicemente si perda. Hai

mostruosa Italia, vituperio del guasto mondo. Quanti n'ho veduti in

Italia infami, et scelerati, che havevano ardire di voler ne steccati

sostenere, che huomini da bene fossero, quanto ti fora piu utile, &

honorevole di ricuperare gli antichi tuoi honori, et la vecchia tua

reputatione, non debbo dirvi per cosa mostruosa di haverci ritrovato

un Corso[29], ilquale in vece di uccidere, & di assassinare altrui,

defendeva vedove & pupilli, distendeva bellissime prose, & concordava

dolcissime rime. Finito il singolar conflitto con morte de tuttedue;

Ciascuno de spettatori, se n'ando per i fatti suoi: io mi ritrassi

nel mio albergo, & come piacque al Re del cielo la seguente notte

fui sovragiunto da una febre, assai piu spiacevole di quello, che

havrei voluto, & che sarebbe stato di bisogno à si debol complessione.

Riseppero i Signori di detto luogo l'indispositione mia, & humanamente

mi visitarno & liberamente mi presentarno. Chi potrebbe mai narrare

le cortesie usatemi dalla S. Veronica da Gambara, dalla S. Lucretia

da Este Donne rare, & di honor amiche? Chi saprebbe mai ridire la

ineffabil Carità che mi mostrò la Reverenda & illustre S. Barbara

da Correggio? il cui essempio fu imitato dalla S. Virginia, & dalla

sorella che Angel beato mi pareva veggendola, & udendola: risanato

finalmente (la Iddio merce) & ringratiati que valorosi, & cortesi

Signori delle tante amorevolezze, diedimi à cercare curiosamente, se

alcuna strana cosa veder potessi in quelle amene contrade, & vennemi

fatto: Imperoche io vidi poco lontano un generoso Picco[30] uccello

si picciolo, haver ardimento di contrastar con una fiera Aquila: &

che maraviglia è poi, che è consacrato à marte Iddio della guerra?

Presi poi il camino verso Reggio di Lepido, dove trovai un Lauro si

bello, & si odorifero[31], che di piu non si potrebbe desiderare:

l'odore delle Frondi, non che altro: ricreava mirabilmente chiunque

per fiutar vi si accostava, pensate che doveva far il tronco, & qual

soavità dovevano porger le Bacche: Trovai in questa giocondissima

Città la famosa stirpe del famosissimo Ruggiero[32]: Vi trovai Fosse

non precipitose, ne lorde, ne profonde, ma di ottimo albergo, et vi

conobbi una Tortorina piena di buona gratia, & tutta amabile, & chi non

haverebbe già volentieri beccato? Uscito di Reggio, mi abattei in un

cavagliere di gentilesco aspetto, & de Sembianti cortesi[33], col quale

accompagnatomi buona pezza di strada, di varie cose ragionammo, egli mi

dimandò di mia conditione, & da qual pensiero mosso, preso mi havessi

si lungo & faticoso viaggio. Io li risposi, che da mera curiosità

spinto, giva cercando di veder cose strane, pregandolo m'insegnasse

per cortesia s'egli sapeva dove trovar ne potessi: egli mi disse, che

securamente andassi ovunque io volessi, che non mi mancherebbono delle

novità, & tante che mi verrebbono à noia, lasciata poi la compagnia del

cavagliere. Io, longo il Crostolo cavalcai, & quel di medesimo capitai

assai per tempo ad un castello del cortesissimo S. Rodolfo Gonzaga,

detto Puvino: Eravi la S. Isabella da Gazuolo piena di dolcezza, &

di religione, oh che raro esempio di virtù & di nobiltà, mi parve

questa divina donna: non pretermisero ambidui amatissimi consorti,

cosa veruna per honorarci: Venni poi a Parma et albergai nelle case

dell'Agnolo Gabriele, ilquale per divina commissione tagliava ferro per

armar essercito contro Turchi[34], & un picciolo Lione destramente,

& con sollicitudine l'aiutava: Trovai la razza del caval Baiardo in

huomini tramutata, e vi era una Baiarda laquale innamorava ognuno,

che la vedeva[35]. Vidi Cornazzani senza Corna (che si vedessero)[36]

& conobbi in Parma una donna, che ricusava di dormire col marito se à

guisa di meretrice prima pagata non era: mi fu raccontato che essendo

questa gentil madonna in una festevol compagnia mandò fuori del petto

un profondo sospiro, & essendo adimandata perche sospirasse: rispose

dolersi di non haver di se stessa compiacciuto ad un forte, & nobil

cavagliero, ilquale con grande instanza la richiese d'amore. Di Parma

facendo dipartenza, presi il camino verso Genova, passai il Tarro

ben'adirato, et poco vi mancò che Tetigio mio non vi si affogasse,

egli vi lascio però le bolge, il mantello, & il Capello: È Genova

capo della Liguria, & chiunque la vede, ò da presso, ò da lontano,

la giudica reina del mare. Quivi mostruoso mi parve veder montagne

senza legna. Mar senza pesce. Donne senza amore, & molti mercatanti

senza fede: vidi huomini marini, & molti Grilli di humana forma, et

alcuni scacciatori de vicini detti Paravicini[37]. Quivi sono molte

cose degne di memoria; ma li molti travagli, & assidui discorsi, me

le hanno fatto scordare. Dopo l'haver sentito molta consolatione del

soggiornare, ch'io feci in Genova, essendo un giorno il cielo ben

chiaro ne minacciando per molti giorni tempesta; mi fu mostrata la

Corsica già detta Cirne. Incontanente mi venne disio di vederla, &

salito il giorno seguente sopra d'un Bregantino ben'armato in Corsica

mi condussi. È l'isola aspra molto, si come ancho sono li habitatori,

& assai montuosa. Sono li huomini vendicativi fuor di misura, & per

cosa certa mi fu detto essersi ritrovato Corso ilquale haveva fatto

vendetta di cosa avenuta già quatro cento anni, & che in qualunque

luogo ritrovano femine Corse menar vita impudica, senza alcuna

remissione le amazzano. Produce questa Isola Cani ferocissimi, vini

ottimi, & huomini bellicosi. Veggendo facilissimo pasaggio di Corsica

in Sardegna non volli far ritorno, che ancho questa famosa Isola non

visitassi; ma far non vi potei troppo longa dimora per l'aria, che

vi è pestilente molto: non vi stemmo guari, che à tutti stremamente

duolse il capo, si che levar non potevamo gli occhi al cielo; oh che

aria crudele, & micidiale è questa. Se Platone ilquale per domar la

ferocità della carne, cercò luogo infermo, & malsano, dove collocasse

l'Academia sua havesse havuto notitia de l'aria Sardesca, non sarebbe

giamai ito altrove, & se qua venuti fussero ad habitare Ephodoro Re

delli Archadi, Egimio, Epimenide, Pistoreo, & Cinira Re de Cipri, non

havrebbono si longamente vissuti, come già con nostra gran maraviglia

vissero: Quivi sono moltissime herbe velenose, quivi gustammo il

mele amaro. Quivi conoscemo quella herba la quale fa morire ridendo,

onde ne nacque il proverbio. Riso Sardesco. Ritornati à Genova con

consiglio di penetrar alle piu interne parti di Lombardia, giunti che

fummo à Serravalle ci convenne (nostro mal grado) fermare il passo,

essendovi adunati dui esserciti, l'uno per il Re di Francia ilquale si

sforzava di passar in Piemonte, & l'altro era di Cesare per vietarli

il passo. Quel di Francia era tutto composto de Italiani, & parevano

nel vederli i Mirmidoni di Achille: l'altro era misto de Spagnoli,

Albanesi, Italiani & era guida della Cavalleria un Principe fiamengo

huomo di alto valore: vennero alle mani, ne molto vi stettero, che gli

occhi miei videro quel che mai m'havrei creduto di vedere: lasciaronsi

bruttamente rumpere li Italiani et davansi à gara in preda alli nemici,

correvano i banderali à presentare le bandiere come se troppo le

agravassero ò le cuocessero le mani. Furono veduti molti nasconderle

nelle Fosse & nelle Frate. Finita la zuffa raccolsero l'imperiali

forsi sei mila prigioni & ottanta insegna parandoseli davanti come

se stati fussero tanti montoni & facendoli caminar piu che di trotto

furono condotti non senza profitto del vincitore nella citta di

Milano, non avenne però questa confitta (per quanto li nimici istessi

mi dissero) per diffetto di chi li guidava, ma per mancamento della

militare disciplina la quale hoggidi nelli Italiani sopra ogni altra

cosa si ricerca, & si desidera: Io non dubito pero che se l'astuto, &

gentil conte della Mirandola congiunto si fusse con l'ardito Strozza,

& con il valoroso duca di somma adoperandovisi il maturo consiglio

del nobilissimo conte di Pitigliano: & del prudente Emilio Cavriana

che li imperiali di tal vittoria lieti non sarebbono, ma piu tosto

dolenti & lagrimosi: io hebbi veramente à dar allhora del capo nel

muro, quando io vidi tanta viltà d'animo, tanto disordine & si poca

isperienza del guerreggiare, et à Tetigio rivolto ilquale ne stava

con gran dispiacere & per vergogna & timore che di lui non prendessi

giambo, teneva il viso basso, son questi dico quelli Italiani li quali

sotto la scorta di Giulio Cesare in piu fatti d'arme fecero uccisione

di undici volte cento & nonantadue mila huomini, & à Pirati tolsero

virilmente combattendo ottocento quarantasei navi? sono questi quelli

Italiani, che furono cagione di far triumphare Pompeio di Mitridate, di

Tigrane, di Asia, di Ponto, di Armenia, di Paphlagonia, di Capadocia,

di Cilitia, di Siria, di Scithia, di Giudea & di Creta? sono questi

quelli Italiani che soggiogarno l'Affrica, la Francia, la Spagna,

la Brittannia, domarno i Cimbri, batterno Attila ne campi di Tolosa

accompagnato da quatro Re cioe dal Re delli Eruli, delli Alani, delli

Gepidi, & de Turcilinghi: son questi quelli Italiani liquali, in un

fatto d'arme, uccisero ducento mila Francesi? sono finalmente quelli

che di tutto'l mondo s'impatronirno? Hai quanto (per quel ch'io

vego) degenerati sono. Hai quanto dissimili mi paiono dalli antichi

padri loro, liquali & singolar virtu di cuore, & disciplina militare

ugualmente mostrarno havere & di questo non favello piu oltre, ma

seguito il mio viaggio alla volta di Piacenza, voleva girmene per il

piano, ma detto mi venne che se ito fussi per le montagne che non molto

lontano di Piacenza havrei veduto tante belle minere, che in tutto'l

resto d'Italia non vi sono le piu belle, ne forse in tanta copia, vi

trovammo christallo assai piu lucido et vago di quello che in india

o in cipri nasce, & di maggior grandezza di quello, che dedico L.

Augusta: gran travaglio per certo sentimmo nel cavalcar que monti,

& piu di una fiata dell'impresa mi trovai pentito, giunsi una sera

non però molto tardi in un grosso villaggio et volendo passar piu

oltre, per dubbio di non albergar male, mi si parò davanti il Signor

di detto luogo con un saio di veluto spelato piu che non è la mula

del vescovo di Sarezana, con barba bigia, con dui occhi da imbriaco

& pieno di maniere contadinesche, il quale, ne sforzò di alloggiar

con esso lui, noi credevamo di star molto agiatamente per esser egli

il signore: hor per la prima ci menò in una casa dove malvolentieri

vi sarebbono state le bisce & le ranocchie: venuta l'hora di cenare,

ci dette un pane negro, amuffito & che putiva del agro, un vino che

pareva vi fusse mescolato succo di cipolla: un'insalata amara piu

che la coloquintida, con olio che putiva fieramente di lana, dopo

l'insalata ci puose avanti un pezo di carne di pecora vecchia (vecchia

dico) piu che la vecchiaia: io ci hebbi à lasciar dui migliori denti

che io m'habbia in bocca: veggendo il civil hospite che non mangiavamo

piu carne, comandò al suo garzone che facesse cuocere dell'uova

& arrecasse del cacio, furono l'uova di tal forte, ch'io ho ferma

opinione che dentro vi fussero i pulcini, il cacio era duro et fuor

di modo salato, rasimigliavasi al sardesco, ma quel che mi confortò

à fatto si fu l'haver una tovaglia piu unta che il calderone d'alto

pascio, piu negra che un carbon spento, piu ruvida che una stamegna

nuova: venuta l'hora del dormire, venne il garzone con una lucerna

in mano & n'invita con gentil modo ad andar à dormire: Fui sforzato

allhora di ridere anchora che io fussi pieno di sdegno, considerando i

belli inchini & gratiosi gesti di detto garzone il quale era zoppo et

gobbo, haveva un palmo di naso, ornato di due guidereschi, gli occhi

li colavano del continuo, la bocca era storta et sempre bavosa. Fu il

letto proportionato all'altre cose, posamo sopra d'un saccone pieno

de frondi d'albero con un sol lenzuolo atto à grattar la rogna & aspro

come un cilitio, con una schiavinaccia da Galeotto: credo che qualche

sforzato fugito di galea ve la portasse, mai si chiuse occhio quella

notte & sallo Iddio se n'haveva bisogno il letto di Phormione & quel

di Ulisse presso di Omero, non furono mai si privi di morbidezza:

ma niuna cosa piu mi premeva che il vedere che i nostri cavalli non

havessero altro da mangiare che un poco di strame si grosso che à gran

fatica con una manara si sarebbe tagliato. Venuta la mattina ben per

tempo ci levammo & ringratiato il gentil hospite l'incominciato camino

seguitammo, veggendo i cavalli sfianchiti & talmente lassi, che à

gran fatica mutavano il passo, trovata un'hosteria lontano forse otto

miglia quivi mi fermai per ristorar i passati danni: era l'hoste ben

fornito di qualunque cosa all'humano vivere opportuna, ristoraronsi

ancho i cavalli ampiamente. Il di seguente gionsi in Piacenza: fui per

schivare Cremona essendomi detto ch'altro non vi udirei che biastemar

Dio, maledir la celeste corte, giurare & spergiurare & mille brighe

finalmente al giorno farsi: ma l'honorata fama de Signori stanga &

de Signori Trecchi lor cari parenti, mi ci fece andare & per molti

giorni con gran solazo dimorare. Entrai in Piacenza, a prima giunta

si fattamente mi dispiacque, che io credetti per antifrasi esser

detta Piacenza perche la non piacesse: non stetti però guari ch'io

mi avidi che l'era veramente degna d'esser bramata per ducal stanza

esser dotata di qualunque cosa che desiderar si debba in ogni buona

citta. Hai quante cose vi videro gli occhi miei strane, & fuori di ogni

natural ordine. Fummi mostrato per cosa mostruosa una madre mortal

nemica de figliuoli, & fummi mostrato un'huomo di statura picciolo

anzi che no, & delle gambe, & delle mani ugualmente impotente, ilquale

senza abbassar lancia, senza impugnar spada, senza sfoderar pugnale, ò

scroccar archibuso s'era novellamente fatto Signore di questa Città.

Era costui Gonfaloniero[38], & cosi storpiato se haveva sottoposti

non so quanti Gonfalonieri, tra quali uno ve n'era Capitano di non

picciolo valore, della cui opera servito s'era, & l'imperadore, et il

Re de Franchi. Ha questo paese gran copia de Baroni illustri & tutti

li fa quest'homiciuolo star al segno, & li fa ballar sopra d'un piede,

& per farli savi gli ha incominciato à darli del Sale, ilche non erano

usi à ricevere, & perche li giovava di star nella lor sciocchezza

arabbiano, & non vorrebbono ne Sale, ne Salina[39]. Mi parve mostruosa

cosa il veder in questa città due cognate si di animo concordevoli, che

niente piu concordante trovar si puo. Sono in questa città, huomini

c'hanno la bocca di Barile, altri che hanno la coscia d'oca, vi sono

Malvicini, vi sono de Pelavicini, Sforzeschi[40], ò sforzatori, che li

vogliamo dire. Vidi alcuni huomini col capo pelati[41], io credetti

fussero di que popoli da Omero detti Miconij, liquali naturalmente

sono tutti calvi: Vidi huomini, che havevano quattro occhi: Parvemi

questa natione armigera molto, & che il cielo à ciò assai l'inchini,

poi che non solamente gli huomini di portar arme si dilettano, ma

anco gli animali: Vidi Asinelli, Papaveri, Papaverelli, Formighini,

& Volpini[42] cingersi spada al fianco: & disfidar Marte à singolar

battaglia. Qui trovai tanti Scocesi, che tanti non ne ha tutta

la Scotia: & poco lontano da Piacenza habitare i Sarmati popoli

ferocissimi.[43] Quivi fontane sono senza acqua. Quivi sono huomini di

Bracciaforti piu che altrove. Quivi sono publichi barattieri, & non

si castigano, anzi in istima sono. Quivi habitano huomini, che per

la bocca gittano fuoco. Fu l'albergo mio mentre stetti in Piacenza

nelle case della S. Isabella Sforza donna di tal qualità ornata,

che ad esser Reina solo il reame le manca: tutte l'altre conditioni

vi sono si abondantemente, che se ne potrebbono ornar dieci Reine.

Lascio finalmente Piacenza & prendo il camino per Milano: Credeva io

di vederlo in quella maniera edificato, che già co suoi dotti versi lo

descrisse Ausonio Gallo: cio è circondato di tre mura, e questa città

molto grande, posta in un ricco piano, la cui grassezza, & bassezza

istimo sia potissima cagione, che vi si ritrovino tanti gottosi, & si

malamente vi s'invecchi. Armava per altri tempi cento mila cavaglieri,

& chiamavasi La seconda Roma, chi hora lo vedesse havendolo prima

veduto, direbbe, quello per certo non è Milano, egli non è d'esso, non

vi è stata Città in Europa già molti anni sono, tanto flagellata, &

si duramente percossa, & meritamente tuttavia è estenuata, essendovi

longamente state le usure publiche. Quivi s'è ritrovato donna à guisa

di Lupa affamata divorare i fanciulli, un Fratello giacersi carnalmente

con tre sorelle, & tre fratelli godere una sorella; il figlio la madre,

il Cio la nipote, il Cognato la cognata. Quivi si sono ritrovati

huomini si crudeli, che da niuna ingiuria mossi, sol per esser l'un

guelfo, & l'altro ghibellino, vivi gli hanno arrostiti, & mangiatoli

del fegato, e dentro'l corpo posto del fieno, et del orzo, & adoperato

i corpi humani per mangiatoia de cavalli. Quivi sonosi trovati huomini,

che hanno amazati nella propria chiesa i religiosi mentre cantavano li

divini ufficij, & Iddio lodavano, ne una sola volta questo è accaduto:

s'è trovato uno, di furore tanto accecato, che non si vergognava di

dir impudentemente ch'egli volessi far un lago del sangue ghibellino.

Non si sono vergognati in questa citta huomini per nobiltà di sangue

riguardevoli molto di starsi al bosco, & assassinare indiferentemente

chiunque li capitava alle mani: mi fu detto per cosa certa, che

ritrovandosi un gentilhuomo alquanto sospetto per haver seguito le

bandiere Francese, esser ricorso a l'aiuto di un Cavagliere qual pareva

fusse in buona gratia del nuovo Principe sforcesco, egli li promise

la sua iniqua fede che lo salvarebbe dall'ira, e dalla rabbia de

suoi nimici, poi segretamente commise a chi lo doveva condurre che lo

ammazzassero, ne hebbe rossore di chiedere la parte sua delle spoglie

in premio della usata lealtà: & quai cose piu di queste mostruose ne

vedere, ne udire si possono? non è bugia ciò che vi ho raccontato il

fratello carnale del perfido, & traditore, me l'ha raccontato. S'è

ritrovato una Femina detta Fiorina la quale di quatro mesi ci ha dato

parto perfetto & maturo. Quivi sono huomini, che cacano strazzi.[44]

Qui si veggono huomini del continuo Tosi, Crespi, Calvi, Selvatici

convertiti in Draghi, Capre, Cavalli, & Corvi. Quivi sono Taverne,

che danno splendidamente mangiar, e bere senza danari, o pegni.[45]

Quivi è la schiatta di Caino col spirito però di Abel. Sono in Milano

parimenti non solo huomini, & donne sante, ma ancho ci sono delle

Pietre sante: & ecci una setta da una gran Femina retta, la qual si

sforza di ridur i suoi seguaci alla battismale purità, & innocentia,

& del tutto mortificarli, & per quanto m'è stato rifferito da persone

degne di fede, per far prova della mortificatione fa coricare in un

medesimo letto, un giovane di prima barba, & una giovane, & tra di loro

vi pone il crocifisso, certo per mio consiglio meglio farebbe ella,

se vi ponesse un gran fascio di spine ò di ortiche. E' in Milano una

sorte de Medici,[46] che non sa medicare salvo che col fuoco, & col

pugnale, anchora che per il resto d'Italia habbia conosciuto de molti

signori titolati, non ho pero trovato Conti si belli, & si gioiosi come

in Milano.[47] Hor mentre contemplo diligentemente questa città mi

stupisco come si facilmente doventi preda di chi la vuole, essendovi

oltre il castello principale, che si giudica da dotti architetti

inespugnabile, molti altri castelli, castelletti, & castellacci.[48]

Non mi voglio scordare d'haver veduto in Milano un frate Eremitano

del monastero di S. Marco, ilquale haveva insegnato predicare ad un

storno, io l'udi piu di una fiata, et hebbi à smascellare delle risa,

veggendo il sforzo ch'egli faceva per dir ò Milano peccadore, un'altro

frate dell'incoronata à concorrentia sua haveva di modo operato,

che una Pica (ò Gaza, che la vogliamo chiamare) lo aiutava a dire

l'ufficio. Debbo tacere d'haver anche veduto un corvo il quale vide

la madonna far una torta, & merendar con una sua comadre et venuto il

padrone, il semplice Corvo incomincio a dir, Madonna ha fatto torta,

madonna ha fatto torta: il padrone chiede la donna dove sia la torta,

la donna con viso turbato, & piena di mal talento li risponde che non

vi è torta alcuna, & che di lui si maraviglia come piu tosto voglia

credere ad un'animalaccio, che à lei, acquetasi il buon marito, et

fatto ciò che haveva da fare, tornossi fuori, La donna iraconda (si

come sogliono esser quasi tutte) appena fu il marito scostatosi un

tratto di pietra, ch'ella se n'andò alla gabbia, & spelò il capo al

loquace corvo: non istette molto, che venne un frate à chieder del

pane, & cavandosi il capuccio, & essendo nuovamente raso, credette

il Corbo li fusse stato pelato il capo per haver parlato di torta,

& à lui rivolto, molte fiate repplicò, tu hai parlato di torta, tu

hai parlato di torta, & pareva si rallegrasse, che il buon frate

fusse caduto nella medesima sciagura, ch'egli cadde. Non debbo dir un

altro caso pur in Milano ne miei giorni avenuto, non cosi faceto, ma

pieno di stupore. Eravi un prete il quale havevasi per suo trastullo

nodrito un Fanello, adduttoli dalla Marca dove sono i migliori, che si

ritrovino, & stando un giorno tutto spaventato col becco fra le piume,

sopragiunse il prete, et si li disse, che fai bestia? alzò allhora

il capo il Fanello, & disse quel versetto di David pieno di mistero.

COGITO DIES ANTIQUOS ET ANNOS AETERNOS IN MENTE HABEO. Mentre giva per

la città considerando le cose mostruose: entrai à caso nell'hospedale

de pazzi consagrato à S. Vincenti, & mi maravigliai ch'egli non fusse

molto piu capace essendovi tanta copia de pazzi. Regeva la città

uno, che dava l'osso à gli altri, & per se teneva la carne.[49] Non

mi mancò in Milano chi mi si mostrasse cortese, & affabile: molti

honorati cavaglieri conobbi, & molte valorose donne, tra quali di

molto notabil essempio mi parve la S. Contessa Catherina visconte

Landesa. Oh quanta virtu, oh quanta bontà hò ritrovato in essa. Da

un fianco d'huomo vidi uscir un fanciullo, si come avenne anchora à

Budda prencipe di Gimnosophisti. Da Milano, andai à vedere i monti di

Brianza: Era già Brianza per quanto ritrovo scritto nelli annali di

Chrisermo scrittore antichissimo, città guernita di buone mura, & di

profonde fosse, edificata da Spartani, & Vrianza detta da questo verbo

Vrio, che vuol dir in lingua greca scatorisco: imperoche di ogni bene

alla vita humana utile, vi sorge, et scatorisce abondevolmente. Era

piena d'huomini bellicosi, & guerreggiava sovente con la Republica

di Milano, piu tosto vincitrice, che vinta rimanendo. Hor mentre vado

visitando hor questa terra, hor quell'altra considerando l'instabilità

delle cose humane, & la voracità del tempo, ilquale riduce il tutto à

nulla, giunsi à Perego luogo eminente, & ameno, stracco, & assetato,

& non potendo tollerar la sete, n'andammo al pozzo[50] per bere:

Miracolosa cosa, & per alcun secolo non mai udita: credendo noi ber

dell'acqua, detteci sorsi di dieci sorti di vino, & che vino? Certo,

che il Surrentino, il Gavriano, il Faustiano, il Signino, il Massico,

et il Cecubo, sarebbono reputati vini da lavar tigna, in comparatione

de questi, certa cosa è che se Cesare dittatore nella cena ch'egli

fece nel primo triumpho, & nel triumpho di Spagna, & nel suo terzo

consolato: quando mostro la ineffabil liberalità dando si largamente à

convitanti, Falerno, Chio, Lesbio, & Mamertino, s'egli havesse havuto

dico de cotesti vini, che il cortese Pozzo ne dette, non si sarebbe

punto curato di questi altri, tanto da bevitori istimati, non si

vidde tal miracolo ne pozzi di Giacob, ne ancho nella pietra da Mose

nel deserto percossa. Da monti Brianceschi passai à Como, dove era

un valent'huomo, ilqual scrivendo le storie, amazzava i vivi, & dava

vita à morti: trovai Cicalini & Cicaline, che d'altro si pascevano,

che di rugiada, ne sopra gli alberi cantando stavano come fanno le

nostre Cicale. Conobbi alcuni trasformati in Pobbie, & in Peri[51],

non paia adunque maraviglia ò bugia si reputi, se Dafne in Lauro, ò

Narciso in Fior leggiamo rivolti. Quivi, & non in altra parte ho veduto

visi d'huomini, & chi nelle risse sia di menar pace studioso[52],

qui mostruoso parve il vedere una matregna amar il figliastro, non

di lascivo amore, ma di savio, & honesto. Sono li huomini comaschi

generalmente cortesi, et affabili, & le donne piene di bonta & honesta,

quantunque non sia mancato un Scimonito scrittore, ilquale scrivendo de

varij costumi Italiani tassato habbi le donne comasche d'impudicitia,

benche detto habbi esser stato error d'intelletto, & non di volontà.

Da Como n'andai in Val Caspia, ove trovai due sorelle cugine de le

quali l'una haveva partorito un Serpente, et l'altra un'animale non

dissimile all'Elephanto, vi era anchora infinita copia de Ermaphroditi

gia detti Androgini: mi furono mostrati dui huomini li quali havevano

generato figliuoli l'uno di ottanta nove anni, di tre anni avanzando

Massinissa, & l'altro di ottanta, il che si legge anchora di Catone.

Quivi le rane sono mute come anche in Seripho, & mute anchora sono

le Cicale: i Galli parimenti come in Niba città posta in Tessalonica

di Macedonia non mandano fuori la voce. Io vi ritrovai huomini di

smisurata fortezza, & di lor vidi notabilissime prove, forse maggiori

di quelle che si raccontano di L. Sicinio Dentato, Di M. Sergio

vincitore non sol delli huomini: ma della Fortuna, di Trittano, di

Iunio valente, et di Rusticello detto per sopranome Hercole. È nella

detta valle una terra detta Libissa da Greci edificata, nella quale sia

pur il cielo quanto si vuole nubiloso sempre da qualche hora si vede il

Sole, ilquale è ancho privilegio à Rhodi, & Siracosa (sel vero narra

M. Tulio nelle sue verrine) conceduto. Quivi mi dissero i paesani non

esser mai cascato dal ciel saetta, nellaqual cosa non ha da invidiar

ne la Scithia, ne l'Egitto. Due volte l'anno vi si fa la vendemia, ne

mai vi si lascia riposar il terreno. Erano già in questa valle infinite

castella, ma per quanto appare nelli lor annali furono destrutti altri

da Sorci, altri dalle rane, & dalle Talpe insieme congiurati, ne furono

anchora dissipati dalli Conigli, & dalle locuste. Non hanno gli huomini

di questo paese (per quanto mi racontò maestro Grillo phisico senza

paragone) non hanno dico medolla nell'ossa, et in segno di ciò non

patono sete, ne dal corpo lor esce sudore. Molti si ritrovano, che mai

non furono veduti ridere, & molti similmente, che mai non piansero,

hò veduto una vacca, che haveva partorito à un parto sei vitelli, si

come anchora avenne al tempo di Tolomeo (il piu giovane). Veggonsi

nella detta Valle ucelli di varie forme, non usi à vedersi in altri

luoghi: presemi già gran maraviglia di vedere Merli di candido colore,

havendo letto presso de scrittori antichi non trovarsene, salvo che

circa Cillene di Arcadia. Io ci ho anche veduto uccelli del tutto

simili alle Meleagride di Beotia, solo in questo differenti, che nel

mangiar non vi si sente quel maligno sapore, che in quelle sentiamo,

le Grue, & le cicogne vi fanno perpetua stanza, ne se ne partono

furtivamente, si come fanno nelle altre contrade, à tal che niuno mai

si accorge se elle vengono, o se elle se ne vanno ma sol che venute,

ò che ite se ne sono, vi è gran copia de tordi, coturnici, rondini,

palumbe, & tortore. Da questa valle trapassai à Lugano, et à Locarno,

ove quel di medesimo una gatta partori un topo, & furon veduti volar

per l'aria molti travi affogati: apparvero tre lune il di seguente:

ilche mi fecero sbigottire, et temere che qualche sinistro accidente

non sopravenisse: partitomi adunque venni alle tre pievi, dellequali

era novamente ritornato S. il Marchese di Meregnano huomo nell'arte

militare esperto, & vigilante, pieno di ardire, & di consiglio. Vidi

Chiavenna, & Piuri, & chil crederebbe, che fra questi sassi io havessi

trovato infinita humanità, et piacevolezza, da quelli spetialmente,

che hanno il nome dal pestar l'ossa: n'andammo poi per certe balze,

che non vi sarebbono ite le capre scalze, et arrivai ad una terra detta

Micronia, nella quale trovai vecchi di cento otto anni, di nonantaotto

molti: alcuni altri di cent'anni: mi parve certamente di vedere un

Gorgia Siciliano, un Marco perpenna, un Valerio Corvino, & un Metello

pontefice, ne men vivaci vi sono le femine, poscia che ne trovai di

nonantasette anni, di nonantanove, di centosette, di cento quindici;

infinite di cento anni, & l'hostessa nostra era di cento quattro, ne

li mancava pur un dente, non era per catarro ad alcuno molesta, vedeva

acutissimamente, andava senza sostegno, & caminava piu ratto, che le

giovani non fanno; reggendo la famiglia, che picciola non era, con

grande auttorità. Veramente, che veggendo queste vecchie mi ramentai

di Livia, di Statilia, di Terentia, di Clodia, et di Luceia mima:

non si vive d'altro, che di casio fresco, orzo, cicoria, borragine, &

frutti: hanno l'aria serenissima: vicino à questo luogo evvi un gran

Villaggio, dove sono le femine tanto lussuriose, che correno dietro

alli huomini con la camisa in spalla: et se per aventura passa per il

lor paese huomo alcuno che mostri esser di buon nerbo, è sforzato far

qualche prova sono piene di Gelosia: amazzansi fra loro, come cagne

arabbiate, & ve ne sono state, che per gelosia hanno amazzato i mariti:

sono sanguinolente, vindicative, et animose: si dilettano d'incanti,

non per altra causa che per farsi amare, sono de visi belle, hanno

petti piu belli delle Romane: visi piu dilicati delle Modonese, di

schena non sono inferiori delle Tedesche, di bellezza di fianchi, non

cedeno alle Fiamenghe, di bella mano, non si lasciano vincere dalle

Senese, fanno li inchini come se francese fussero, & non men di loro

fanno trattenere, chi li visita, & vezeggia, di politezza superano

le Vinitiane, di creanza avanzano le Napolitane di sufficientia nel

maneggiare le cose domestiche, non darebbono luogo alle Bresciane,

usano di far certe statove di cera con magiche osservationi per

rivocare gli amanti disviati dal loro amore, & non potendoli rivocare

li amazzano o con ferro, o con veleno, ha questo luogo huomini piu

pazzi di Corebo, figliuolo di Migdone, ilquale (se il vero narrano

Luciano et Eustachio) si sforzava annoverare l'onde del mare. Sonosi

trovate donne di tanto animo, che à mezza notte senza compagnia sono

ite alle forche, et tratto hanno il groppo della lingua allo impiccato

per farsi amare. Fannosi temere dai mariti, portano arme, & è obligato

il marito come piu tosto egli ha menato la sposa à casa, provedersi

di coadiutore, ilche non facendo, la donna lo po rifiutare. Parvemi in

questo luogo veder risuscitare Proculina, Lectoria, Aufilena, telesina,

Hippia, Helena, Clitennestra, Agripina, Livia, Messalina, & quante

libidinose donne hebbe mai il mondo. Da questa diabolica terra partiti

in spatio di due giorni venemmo nella Val Telina, altri chiamano questi

popoli Vultureni, & altri vogliono sieno Rheti: ho ancho letto che

sieno delle reliquie dell'esercito di Pompeio: et nel vero vi sono

huomini bravi, di buona fede, cortesi, & amici de forestieri. Hor qui

bevei vino dolcissimo, & insieme piccante, ilquale non nuotando nel

stomaco, secondo la proprieta de vini dolci, ma cercando tutti i meati

del corpo, miracolosamente conforta chiunque ne beve. Quivi sono vini

stomatici, odoriferi, claretti, tondi, raspanti, & mordenti. Essendo

in Tilio al presente detto Teio, d'onde ne hebbe già il nome la valle,

e ritrovandomi nelle case del cortesissimo, et humanissimo S. Azzo di

besta, bevei di un vino detto il vino delle sgonfiate, credo fermamente

ch'egli sia il miglior, che al mondo si beva. S'è piu fiate veduto tal

isperienza, esser l'infermo abbandonato da medici, & per morto da cari

parenti pianto, et solo col vino delle sgonfiate essersi risanato, &

preso tal vigore, che pareva si fussero raddoppiate loro le forze: per

cotal vino credo havesse ardire Asclepiade di dir che il vino fusse

di potentia uguale à Iddio, & cosi quando Esiodo commanda, che per

venti giorni avanti il nascimento della Canicola, & per venti dopo si

beva liberalmente: senza mescolarvi gocciola d'acqua: vuole un Fidele

interprete che si toglia del vino delle sgonfiate, ne il Re Mezentio

per havere del vino dato havrebbe à suoi amici si pronto soccorso,

se creduto havesse, che dato li fusse altro vino, non si gustano in

questo felice paese, salvo che vini sani, & di tutta perfettione;

non vi trovai vino, che induchi rabbia alli huomini, si come in

Archadia, non vino, che faccia abortire le femine si come in Achaia,

ispetialmente circa Carinia, non trovai vino che induchi sterilità si

come in Trezenio: non vino, che ti privi del sonno, si come trovasi

presso li popoli Thasii: non si cambiano, non si corrumpeno nel nascere

della nocevole canicola: non acade mitigare l'asprezza loro col gesso,

come far si suole in Affrica, ne accade eccitarli con l'argilla, ò

col marmore, ò con il Sale come fa la Grecia: ne solamente vi sono

i vini perfettissimi, ma le canove anchora dove li ripongono, sono

fatte con le debite conditioni, rimote da ogni cosa fetente, & da

luoghi dove sieno piantati alberi de fichi, con le fenestre volte

verso Aquilone, & con i vasi l'uno dall'altro con debita proportione

distanti. Trovansi vini di quaranta, di sessanta, et di ottant'anni.

Ho spesse fiate veduto spezzar le botti, & rimaner il vino avilupato

in grossissima gomma dalla quale forata con un trivellino, se ne fa

uscir il vino, io ho preso di detta gomma, e fattala seccare & ogni, &

qualunque volta mi abbatteva à vino che non mi aggradasse, raschiava

con un coltello detta gomma nell'acqua, et facevasi un vino grato al

stomaco, utile à nervi, & giocondo al palato: provai in questa valle

la gratiosa hospitalità delli unitissimi fratelli Crotti, di Ponto,

&, isperimentai l'humanità del sottilissimo giurisconsulto il S.

Nicolo Quadro, del S. Giovanmaria guicciardo, & del S. Marco antonio

inquisitor dell'heretica pravità. Che dirò dell'ineffabil cortesia

ch'io trovai nel cavagliere di Tirano, & nel amato suo genero da Bormo?

dui lumi, anzi due chiare lampadi di quella felicissima valle: ma prima

di questi, isperimentai l'humanità grande, di M. Paulo Malacria, di M.

Nicolo Marliano, & dell'astuto & sagace Frigero. Partiti di val Telina

presi il viaggio verso la valle Camonica, laquale hebbe il nome dalla

copia delle camozze: ho quanti gozzuti, quanti storditi, intronati,

& del senso comune al tutto mancanti vi ritrovai. Hor mentre qui fui,

questo fortuoso caso avenne: Eravi un ricco huomo il quale haveva uno

ismisurato gozzo, et tanta noia li dava ch'egli per levarselo haverebbe

volentieri pagato la metà de suoi beni, hora un suo aversario col quale

piativa alla civile, veggendosi perder la lite, condotto da istrema

disperatione deliberò amazzarlo (che che se ne gli dovesse avenire) et

inguatatosi nele costui case, delequali era molto prattico, andossene

chetamente al letto, & dattogli al buio del pugnale nella gola, ratto

se ne fuggio, credendo d'haverlo morto, la piaga fu di tal sorte,

ch'ella liberò il buon huomo da quel difforme, & soverchio peso, senza

fargli sentir veruno danno. In quello medemo tempo, una vacca partori

un'agnello, la qual cosa puose il Bifolco di cui era la vacca, in

grande agonia, havendo fatto piu d'uno disegno sopra dell'aspettato

vitello. Io che mi ricordai d'haver letto in Egesippo, che avanti

la destruttione di Gierusalemme simil parto già si generasse temendo

dell'ira celeste, che non si sfogasse mentre ero nella Valle, affrettai

la partenza, et me ne venni à Brescia capo & metropoli de Cenomani.

Hor nel viaggio incontrai una volpe con due code, & un cane con dui

capi: ma diciamo di Brescia, che non vi viddi io di maraviglioso? Vidi

andar i Cavriuoli, & le Cavriuole per la Città, per i Boschi, & per

larghe campagne[53] senza temere ne cani, ne lupi, ne alcuno ingordo,

et rapace cacciatore. Tra molti Cavriuoli uno ve n'era giovanetto,

grasso, di pel rosso, tutto piacevole, & ottimo musico. Vennemi ancho

veduto per la città passeggiando una gentile, & gratiosa Cavriola

incoronata di camamilla[54]. Vidi molti Gambari di vario colore,

negri, bianchi, & bigi, & vidi una altiera, & ricca Gamberessa[55], che

haveva di molte uova, et diligentemente le custodiva, & per ogni via

cercava moltiplicarle: non caminavano cotesti Gambari all'indrieto,

& piu volentieri stavano all'asciuto, che al molle. Ho veduto in

Brescia le stelle à mezo giorno[56], non meno chiare di quelle, che

la notte appaiono. Vidi una picciola Liona miracolosamente danzare,

& con l'ago mirabilmente lavorare, bella, & affabile: non vi era chi

la vedesse, che incontanente non se ne innamorasse. Beato quel Lione,

à cui tocchera di abracciare si vaga Lionella. Hor se in Piacenza

trovai i mal vicini, quivi trovai i buon vicini, ma che si dirà delle

Rose, che tutto l'anno fiorite si veggono?[57] vadansi a nascondere

que scrittori, che celebrarno tanto le Melitensi, et le Milanese,

Queste Bresciane sono piu belle, & piu odorifere. Fu il mio albergo

col capitano della città. Il S. M. Antonio da Mula, oh che virtuosa

anima, che perfetto giudicio, & che sagace intelletto: egli mi fu uno

essempio di virtù: ne poteva non virtuosamente operare contemplando le

sue honorate attioni: Una sola cosa in lui vidi, che mi dispiaceva, et

facevami molesta si honorata stanza: egli amava molto un Porcello[58],

ne piu longi dilui vedeva, lo vagheggiava, & lo teneva alla sua mensa,

era in quel medesimo tempo Podestà della città il S. Gioanni Lipomani

fratello del vescovo di Verona, ilquale con la sua buona gratia, & con

la singolar humanità faceva falso parere il proprio cognome[59]. Si

come in Napoli Genaro vi fa perpetua stanza, cosi Maggio fa perpetua

stanza in Brescia[60]. Vidi palazzi, & sale mobili, & discorrenti

hor qua, hor la. Ricordammi mentre pensava al partir di Brescia, dove

stetti piu di quatro mesi acarezzato da molti, ispetialmente dal S.

Dionigi Maggio, dal S. Annibale Martinengo, & dal S. Pompilio Luzago

cavaglier senza rimprocchio: ma forse piu dal S. Lodovico Barbisono:

ricordammi dico, di non haver veduto ne Bergamo, ne Crema, per tanto

io vi andai incontanente, ne mi mancò la compagnia del gentilissimo S.

Dionigi da castello. Vidi in Bergamo Tassi vigilantissimi[61]. Zanchi,

che adoperar sol sapevano la mano dritta: & qui vidi huomini allegri,

tra quali uno Alessandro ci conobbi, dal cui candido petto uscivano

rime piene di dolcezza. Vidi in Crema huomini in lupi convertiti, non

sia adunque per l'avenir chi mi dica esser ciò cosa favolosa, oltre che

vi è il testimonio di Evante scrittore presso de Greci non sprezzato,

& di Demarco Parrasio, ilquale in un sagrificio fatto à Giove Liceo

si voltò in Lupo. Fu ancho Licaone da Giove in lupo convertito. Quivi

si trasformò per divino miracolo un bel Cespo di Artemisia[62], in una

bella, & leggiadra Fanciulla, & ne ritenne il nome. In Crema habitano

i S. Agnoli, inditio chiaro, & illustre della felicità cremasca. Hor

intendendo, che in Trento il giorno di S. Lucia celebrar si doveva

il tanto desiderato Consilio pel cui mezo si sperava dovesse riunirsi

il diviso christianesimo, & riformar la vita de mali chierici, & non

sol de chierici, ma de principi christiani usurpatori delli altrui

beni. Vengomi il primo giorno à Salò da Tesalonicensi edificato.

Quivi fui gratiosamente ricevuto da M. Cecilio conforto giovane di

gran speranza, poi à Boiago me n'andai, qual edificarno i popoli

Boi, ivi m'imbarcai, & felicemente navigando giunsi à Riva di Trento,

cosi detta, non perche stia alla riva del lago, ma perche vi fu fatto

già un Rio di sangue in un gran fatto d'arme. Era allhora di questa

terra governatore il conte SIGISMONDO d'Arco huomo per le sue rare,

& divine qualità degno di esser Re del piu florido & possente Regno,

che trovar si possa. Deh perche non acconsente il cielo ch'io vegga

tanta bontà essaltata al par de meriti suoi? perche non mi concede

Iddio, si come caldamente ne lo prego, di poterlo veder il piu felice,

& consolato cavagliere c'hoggidi terra calchi, ò il sol riscaldi? egli

non scordatosi della sua naturale, & solita cortesia, ne ricevette ad

albergo nella rocca, ne per honorarci pretermise cosa veruna, aiutava

la sua magnanima voglia l'amorevole natura del Carrettone, del Grotta,

del Bruvino, e del Barone, & del phisico de Grandi, L'antevigilia di

S. Lucia giunsi in Trento, & all'albergo delle due spade smontai.

Evvi un'hoste di buon'aria, affabile, & acconciamente discreto, &

s'egli non temesse la moglie, sarebbe miglior compagno ch'egli non

è. Il di seguente con alcuni altri gentilhuomini, n'andammo à far la

riverentia al principe Madruccio, ilquale buona pezza con dolcissimi

ragionamenti, con larghissime offerte, & con manierose accoglienze, ci

tratenne; La onde tutti in questa opinione cademo, ch'egli fusse degno

d'un Papato, ò d'un imperio. La mattina di S. Lucia ci appresentamo

al tempio di S. Vigilio, Udemo l'oratione di Monsignore Cornelio

vescovo di Betonto, piena di sottil artificio, sparsa de Retorici

colori, come se tempestata fusse da tanti rubini, & diamanti: egli

vi haveva consumato dentro tutti i pretiosi unguenti di Aristotile,

di Isocrate, di M. Tullio, & tutti i savi precetti di Armogene: Che

maraviglia è adunque s'egli ci puote insegnare, dilettare, & commovere,

ispetialmente essendo dotato di una voce simile à quella del Cigno?

È veramente questo valent'huomo la gloria di Piacenza, l'honore del

ordine Seraphico, & il splendor dell'episcopal collegio. Si aspettarno

i Lutherani, ò protestanti, che li vogliamo chiamare longamente; ne

mai apparvero, ne si sapeva la cagione, credevano molti si rimanesser

per essergli stato promesso il concilio altrove, che in Trento. Feci

disegno partirmi di Trento dopo alcuni giorni, per molti rispetti,

quai non accade raccontare: & cosi mi aviai alla volta di Mantoa.

Volle mia ventura, che io mi rincontrassi nel magnifico M. Bartholomeo

pestalossa giurisperito molto savio & aveduto, con esso lui à sue

persuasioni, andai ad alloggiare ad un gran monisterio della Ciartosa,

dove era priore un Venerabil Padre, qual haveva conosciuto alla

ciartosa della palude, stato della Illustrissima S. Maria Cardona,

Signora rara, et magnanima. Fummo raccolti come dui Agnoli dal cielo

discesi, & ne dettero una cena Papale, da carne in fuori, poche cose

si potevano desiderare, erano le vivande si ben condite, & stagionate,

Come se Apitio fusse stato il cuoco, e Platina il guattero. Dopo

mangiar si ragionò del stato de religiosi Ciartosini, & della lor

perfettione, quasi conchiudendo, che alcuno salvare non si potesse,

se di loro non si faceva, essortandomi ad esser della lor squadra,

io che non haveva la lingua in pegno al giudeo, à tutto risposi, &

soggiunsi che se mai mi venisse voglia di farmi frate, io mi sarei

fatto nel paese nostro, dove havevamo una religione, la quale haveva

i Monisteri edificati alla Ciartosina, l'habito de canonici regolari,

Le facultà de Monaci di monte Cassino, l'auttorità de frati di S.

Dominico, & il credito, che già solevano havere i zocolanti, ma che

io non vedeva (lor dissi) qual cosa m'havesse à muovere à rendermi

ciartosino, conciosia fusse che non ci vedessi quella perfettione qual

mi dicevano, ne vi conosceva sembianza alcuna della primitiva chiesa,

voi habitate li dico agiatamente, à tal che molti principi vi portano

invidia; Siete vestiti, & per difendervi dall'asprezza del freddo, &

dall'ingiuria del caldo, bevete de migliori vini, che appariscano in

terra, mangiate un pane che par fatto in paradiso, et quantunque (che

si sappia) non gustiate carne, mancanvi però i saporiti intingoli, &

i gratiosi manicaretti? mancanvi le torte de piu ragioni? le salse

eccitative del morto appetito? i sapori de piu colori? le frittate

de piu sorti? L'uova cotte in varie foggie i butiri freschi? i dolci

olij? di ogni qualità pesce, latticinij, frutta, & confetture? voi

non siete angariati di alcuna gravezza; i principi vi honorano, et i

popoli per santi vi adorano; non vi mancano (informandovi) ne medici,

ne medicine, ne servidori, che diligentemente vi attendano: vivete

senza pensiero, non vi molesta l'importunita della moglie, non vi

affanna la disubidienza de figliuoli, non vi attrista la contumacia de

perfidi servidori, non vi spaventa la tirannia de mali principi; non

vi tribolano i puntigli d'honore, & controversie de duelli: Forse che

andate come facevano li Apostoli, scalzi, & mezo ignudi, sostenendo

fame, patendo sete, pieni di sbigottimento, sempre temendo la crudeltà

de nemici di Christo? Tutta la fatica vostra consiste in cantare ad

alta voce un chirieeleison, & mormorar Salmi poco intesi: et io vi dico

che la pietà Christiana, & quella perfettione, che tanto essaltate,

altro richiede, ella vuole carità verso il prossimo, & carità non

simulata, ma sincera, ella vuole un'ardente fede verso Iddio: voi

non ministrate i sacramenti della chiesa à popoli, non manifestate la

santissima parola d'Iddio, & poi mi dite, che la vita vostra contiene

in se perfettione christiana? vi vantate di portar il cilicio, e di

levar à mattutino, le quai cose non sono di gran momento poi che

consisteno sol nel asuefarsi: Io non vidi mai ciartosino visitar

spedali, confortar incarcerati, ne andar ad udir il sacrosanto Vangelo:

vi gloriate della solitudine sopra modo: hor quivi prego à legere, &

considerar se tal era la solitudine delli antichi solitarij, essi non

habitavano già si vicini alle città, ma penetravano molto a dentro

ne i deserti della Thebaida, dell'Egitto, e della Cilicia. De santi

Monaci favellando il padre Gioan chrisostomo, dice ch'essi havevano

occupato le sommità de monti: Habitava Illarione un Tugurio simile piu

tosto ad un'horrido sepolchro, che ad una monacal cella, legete il P.

Basilio, legete il santissimo Geronimo: il buon Gioan Cassiano, il

divoto Gioanni Climaco, & vedrete come vivevano gli antichi monaci,

certo vi vergognereste di tal nome, essendo la vita vostra tanto da

quella distinta et separata: à tutte le mie parole fu molto saviamente

risposto, & venuta l'hora del dormire: havendo fatto pensiero di

partirmi a buon hotta, chiesi licentia dal Reverendo priore, dimandai

perdono se forse ecceduto havea nel parlar la christiana modestia,

et fatto troppo del Satirico. La matina per tempo entrai in Mantoa

qual trovai molto piu bella, & vaga da vedere, di quel che mi

credeva: Hor quivi, & non in altra parte appresi a conoscere donne

valenti.[63] Vidi in Mantoa huomini col capo di lupo: vidi agnelli

di tanto consiglio & prudentia dotati, quanta esser si puote, et

erano adoperati per ambasciatori nelle cose di somma importanza:[64]

Habitarno già in questa città de molti Passerini, liquali crebbero

in tanta forza, che poco vi mancò non se insignorissero di tutto'l

dominio Mantoano, & l'havrebbono fatto, se da piu potenti non fusser

stati impediti. Quivi si veggono molti boschetti vaghi, et ameni,

ne quali non habita alcuna dannosa fiera, ma sol conigli, & qualche

altro picciolo animaluccio. Quivi sono huomini di tanta felicità, che

dovunque vanno sempre per essi, si arriva bene.[65] Vi sono putelli

di cinquanta anni, et ve ne sono di quelli, che altro non fanno che

tridar pali. Vengomi poi à Ferrara, ove trovai molti contrarij, non

a me però, anzi benigni: trovai Fiaschi, & Fiasche di miglior tenuta,

che altrove non si veggono: Vidi alcune trotte le piu belle, & le piu

grandi, che mai si pescassero in alcun fiume, ò lago, quelle di garda

non son si belle: chi ne pigliasse de simili, sarebbe il piu felice

pescatore che mai nascesse, non havrebbe da invidiarne Dictis gran

pescatore, & nodritor di Perseo, ne Ermindo, ne Scilla (il Sicionio)

credo che ogn'uno si darebbe al pescare se sperasse di far tal preda,

ma elle non si pigliano con le Reti, non con le nasse, non con l'hamo

non con pasta artificiosa, ma con altre arti c'hora non le dico. Vidi

piu sagrati in Ferrara, che in Roma santa. Hocci ritrovato delle male

spine,[66] le quali, senza ricevere offesa, anzi con qualche diletto si

potevano di notte maneggiare & abbracciare: vi conobbi una malatesta

piena però di buoni & giocondi pensieri. Vidi una mamma, ch'era mamma

sin quando era nelle fascie. Hai quante cose videro gli occhi miei

in questa citta, fuori del commun'uso: Quei da le frutta non vendano

frutta: Quei dell'olio non vendono olio: i Cestaruoli non portano il

cesto: I Bevilacqua amano il vino, & fuggono l'acqua: Vidi un'huomo

di Recalco[67] cavalcar una mula vecchia, & magra piu che l'Asina di

Balam: Conobbi ancho una Cuoca,[68] di si fatte qualità, che non vi

è huomo per insensato ch'egli sia, che volentiere non se la vedesse

in cucina. Poche città ho ritrovato, ove sieno tante stravaganze,

quante sono in Ferrara, & infinite n'haveva notato; ma il timore di

non essere à lettori troppo fastidioso, me n'ha fatto tralasciare la

maggior parte, ma prima però ch'io esca dalle mura di Ferrara, dirò

come vi hò veduto il paradiso,[69] ilquale non ha in se molta bellezza,

non amenità, non consolatione alcuna, & qual maraviglia sarebbe se

l'amor del paradiso non ritirasse i Ferraresi dalle malvagie opere?

& che ciò sia vero, che bello non sia, gli Agnoli non vi fanno la lor

stanza, ma si hanno edificato una contrada la piu gioiosa, che veder

si possa: In paradiso non habita S. Gioan battista, ma se n'è piu

tosto ito ad habitar in terra nuova. S. Anna piu tosto s'è contentata

di starsi all'hospedale,[70] che in questo paradiso. S. Georgio è ito

fuori della terra, la Reina del cielo con la gloriosa Caterina, non

vi habitano, di maniera ch'egli rimane quasi che dishabitato, voglio

però confessar il vero, ne voglio defraudare città alcuna delle sue

debite lodi, che in Ferrara, & non in altro luogo, ho veduto huomini,

& donne pie:[71] et hocci veduto un'Agnolo degnarsi di far l'hosteria

à mortali: Fu il mio albergo col S. Hercole Riminaldo, ilquale mi

da speranza di doventar simile d'ardire à quel famoso Ercole di cui

son piene tutte le carte de scrittori: fu però gran parte della mia

conversatione col S. Ferrante trotto, & col S. Giulio zerbinato,

liquali mi parvero di tal valore, che fortunatissimo giudicherei quel

principe, che de simili n'havesse almeno due paia. Da Ferrara piglio la

strada ver Padova, et giunto à Rovigo, mi ricordai del Celio Rodigino

mio honorato precettore, per tenerezza fui sforzato piagnere si gran

perdita: giunto poi in Padova, ricordammi subitamente delle grandezze

sue, del numeroso popolo che l'haveva, delli infiniti cavaglieri, &

de i singolari privilegi da Romani lor conceduti: mai certo vi fu

città, che de simili ne havesse, hora la trovai quasi desolata, &

me ne venne gran pietà: Vado alle scuole de legisti, sto ad udir ciò

che dicono di bello, appartenente al viver civile, & alla unione de

cittadini, & non odo salvo che contradittioni, l'uno impugnar l'altro,

& oscurar il vero à piu potere: eravi tal legista, che per insegnare

à litigare, era con gran stipendio pagato, & ciascuna lettione li

valeva piu di 60 scudi: vado alle scuole de philosophi, penso udir

favellar di giustitia, di prudentia, di modestia, di fortezza, di

castità, et altre simili cose, penso veder huomini gravi, & ornati,

non di barba, & di pallio come erano i philosophi della grecia, ma de

bellissimi costumi, penso veder molti Socrati, molti pithagori, et

molti Platoni, et ingannato mi ritrovo, non odo favellare salvo che

di materia,[72] della quale parevami, che n'havessero pieno il capo:

di forma, non so se di Cacio, o da informar stivali, di privatione,

non so parimenti se intendessero de danari, ò di senno. Entro nella

scuola de Metaphisici, nella qual pensai udir ragionare della divina

maestà, delle celesti Gierarchie, della perpetua felicità de beati:

ma ecco che per molti giorni io non odo parlare d'altro che di ente et

uno. Vomene ad udir chi trasordinariamente leggeva i libri dell'anima,

& penso ch'egli m'habbi ad insegnar qual cosa adoperar mi debba per

salvar l'anima, che Satanasso non ne faccia rapina, come guardar la mi

debba da peccati, che gloria, che triumpho, se le aspetti dopo morte.

& ecco che non intendo altro che opinioni, che è composta di fuoco,

che è composta d'acqua che è di color purpureo, Tutta nel tutto, &

tutta in qualunque parte del corpo, che è seguace della complessione

corporale, che la non si cava dalla potentia della materia, ma che

ella se ne viene di fuori, & non dice donde, & che la si separa come

l'incorruttibile dal corruttibile: Vennermi a fastidio questi tanti

scaldabanchi, queste rabule, questi loquaci corbi, ne potei sofferir

di piu udirli, per il che, io mi diedi tutto all'investigatione delle

cose notabili, Dirò adunque come in Padova, & non in altra parte: hò

trovato huomini, & donne dotte:[73] non è adunque da maravigliarsi ciò

che si legge della dottrina di Probavaleria: di Eudoxia: di Nicostrata,

di Telesilla, & di Aspasia, ho parimente veduto huomini, & donne con

i capi di vacca: hocci veduto huomini in galline convertiti: Vi hò

conosciuto un Sperone formato da Iddio, non per isperonar giumenti, ma

per speronar la gioventu Padovana alla virtu, & alle buone lettere:

Io ci conobbi uno, che Frigendo melica era divenuto non men dotto,

che riccho già si divenisse in Piacenza un'altro per seccar melica:

vi conobbi un gentilhuomo ilquale vedeva le cose future, & non vedeva

le presenti[74]. Fu il mio albergo col gentilissimo S. Pio delli

Obizzi, per il cui mezzo, conobbi l'affabile, & gratiosa M. Lucretia

reloggia. Fastidito di star in Padova per la brenta già detta Meduaco,

mi condussi alla maravigliosa & possente Vinegia: Chi potrebbe ridir il

piacer ch'io hebbi in quella barca? Vi erano alcuni scolari Forlani,

c'havevano il capo sopra della berretta, piu furiosi di Athamante,

& di Oreste; Vi erano frati di color bigio, bianco, & nero, Donne da

partito, Barri & Giudei: I Scolari favellavano alla scoperta, senza

rossore, de carnali congiungimenti; i Frati se ne mostravano alquanto

schifi, & sorridevano facendo il bocchino della sposa. Le buone femine

girando gli occhi qua & la, cercavano di adescare i mal accorti: Eravi

un Giudeo, ilqual veniva allhora di Damasco pieno di arte maga, faceva

apparir gli huomini cavalli, Asini, Cani, & gatte. Fece apparir un

Lione, et poi mostrandogli un gallo lo fece incontanente sparire: egli

faceva arrestar gli uccelli nel mezo del lor volo: faceva venir i pesci

a riva: Sapeva la virtu di tutte l'herbe, haveva notitia di tutte le

lingue: Sapeva costui di arte Maga piu assai di Cetieo, di Dardano, di

Democrito, di Zoroaste, & di Gobria: suscitò costui un giorno pioggia,

si come anchora fece Arnupho egittio per abeverare l'esercito di M.

Antonio. Vi era ancho un Romagnuolo con una cetra, & si dolcemente la

sonava, che pareva un Iopa: un Philamono, un'Apolle, un Terpandro, & un

Dorceo: Giunsi finalmente nella miraculosa Città di Vinegia, della cui

edificatione, & aumento ne fu potissima cagione la rovina di Padova,

d'Altino, d'Oderzo, e di Moncelese già detto Acello, & di Aquileia

colonia de Romani, & capo dell'oriente. È opinione, che questi popoli

venessero in Italia con que Francesi liquali regnando Tarquinio Prisco

dettero il nome alla Gallia cisalpina: fa mentione Cesare di questi

Veneti ne suoi commentarij: Livio è di opinione, che sieno venuti dalla

Paphlagonia gente d'Asia, dopo l'incendio di Troia, è una natione molto

civile, dedita alli studi delle buone lettere, dedita alli acquisti

terrestri, et alli esercitij maritimi: Sono in questo mare pesci piu

saporiti, che in qualunque altro luogo, benche minori: stimasi esser di

ciò la cagione perche molti fiumi concorreno in questo Adriatico mare,

per la qual ragione anchora i pesci di Galipoli stimansi avanzare di

sapore, li altri scorrendovi dentro ventidue gran fiumi ispetialmente

il Dannubio, & il Tanai: Gode Vinetia un'aria felicissima, imperoche

la salsedine del mare, Calda essendo, & meno humida, genera una

temperatura molto opportuna alli humani corpi. Il flusso anchora &

reflusso purga l'aria, & se vi è cosa veruna di corrotto, la porta

nel mare. Quivi fermato essendomi, con intentione di starvi molti

giorni, incominciai à considerar attentamente gli ordini, & li costumi

loro, & fra molte cose grandimenti mi maravigliai intendendo da certi

vecchioni pieni di Reverentia, che mai questi Signori vollero armare i

popoli loro, & non piu tosto della propria militia servirsi: che della

straniera, nella quale sovente si sono trovati inganni, amutinamenti,

& tradigioni. Mi maravigliai intendendo, che nelle guerre, non

dessero alli lor capitani, le commissioni libere. Mostruoso mi parve

il vederci, Nani, grandi, Magni, piccioli: troni, terrestri, & non

celesti: Trivisani, Pisani, & Soriani, che non videro mai ne Trevisi,

ne Pisa, ne Soria: Notabil mi parve di veder molti Salomoni: ci trovai

Barbari latinissimi & humanissimi: Cicogne, di piu breve collo, ma

di miglior tenuta, che non sono l'altre: molti Garzoni, che passavano

sessant'anni: Tanti Marcelli, che tanti non ne vide Roma: non vide ne

anche mai tanti Lioni la Numidia, quanti n'ha Vinetia, i Barbi stanno

in terra, & non nelle acque. Sonci Balbi nel favellar ben espediti: Qui

non sono le mule sterili, ma feconde, come anche sono in Cappadocia,

& i delphini si veggono tramutati in huomini: i mori et le more non

sono nere, ma candidissime: Sonci de molti lombardi, che non vider mai

lombardia: Sonci piu savi che non hebbe mai la gratia, quelli furono

sette, & questi sono piu di duodici. Il mio albergo fu nella casa del

S. Benedetto agnello, dove molto volentieri me n'andai, & volentieri ci

stetti per essermi stato affermato da piu di dua, ch'egli era il padre

de virtuosi, & di perfetto cuore l'hospitalità esercitava, ne dal suo

volere discorda punto la sua honoratissima consorte. Trovai in Vinetia

un Siciliano ilquale, scriveva in un specchio d'acciaio, et quello che

nel specchio scriveva, ve lo faceva per reflesso, legere nella luna:

Faceva un sapone col quale si lavava la faccia, e poi con un stecco si

radeva sottilmente, & per molti giorni rimanevali la faccia odorifera

piu che ambra. Faceva apparire una mensa carica di ottime vivande, et

poi come fumo faceva ogni cosa sparire. Poneva un pezzo di Carta non

nata, ove erano scritte alcune parole ad una serratura, & incontanente

se li apriva ogni ben serrata porta: Cavava ogni grosso chiodo con i

denti, Convertiva in oro il rame, il ferro, il piombo, & finalmente

ogni metallo col spargervi sopra una certa polvere non piu veduta. Alla

presentia mia, et di tre altri fece parlar una testa di morto. Mentre

sono in Vinetia mi vien detto, che ci habitava il terrore de scelerati

principi, & il flagello de viciosi preti Pietro Aretino, lo visitai

piu d'una fiata, & parvemi vedere un'opra di natura piu che perfetta,

parvemi di udir una lingua possente à farsi amare, & temere, & farsi

tributarij sin alli estremi Morini, & li disgiunti Britani: conobbi

ancho in Vinetia l'oracolo di marte, dal qual correvano tutti gli

huomini martiali per farsi decidere le controversie dell'honore[75]:

Stato che io fui in Vinetia molti mesi, mi venne desiderio di gir pel

mondo, gran dolcezza sentendo sol in pensar ad alcune cose vedute,

duolsemi assai di dovermi partire di questa inclita città per molti

rispetti, ispetialmente dovendo rimanere privo di godere la dolce

conversatione della virtuosa M. Giulia Ferreta: & di M. Francesca

Ruvissa, laquale mi parve la Sibilla cumana, tanta sapientia & bontà

in lei scopersi. Egli è vero, & negar nol posso, che molte cose in

Italia mi piacquero stremamente, ma molto piu furono quelle, che mi

spiacquero, non hò scritto tutto ciò che veduto hò di mostruoso, ne

ho raccontato tutti i luoghi dove io fui: Hò pretermesso scrivere come

in Asti trovai huomini, & donne, che rane Cacavano,[76] & le piu male

balie, che veder si possano: hò pretermesso dire di quelli c'hanno

nella Mirandola i piedi d'oca, & portano del continuo le panze rase: ho

pretermesso d'haver veduto in Bologna una Medusa non dannosa come fu

quella anticha, ma gioveuole. Ho tralasciato d'haver veduto in Piuri

Lumache senza Corna, non con l'habitatione alle spalle, ne lente, &

tarde, ne suoi movimenti: Ho tralasciato d'haver veduto in Como, & in

Chiavenna salici fecundi, & non sterili: Se Homero n'havesse veduti

non l'havrebbe mai chiamato perdifrutto. Ho lasciato d'haver conosciuto

in Milano Cagnuoli,[77] che favellavano come se huomini suti fussero,

& molti pagani christiani: non hò detto d'haver veduto in Ferrara

Arriani; contro de quali non si faceva alcuna inquisitione, si come

facevasi contra de lutherani, nella qual città conobbi il bend'Iddio,

non per avanti conosciuto: non vi ho detto d'una Gattina, laquale

in Mantoa non pigliava sorci, anzi li temeva, li fuggiva, et n'havea

schifo, & haveva con le sue losenghe si fattamente innamorato di se,

un'abbate, che per transtullarsi con essa, non si curava punto di fama,

ne d'infamia, & spesso scordavasi il Breviario, et il Diurno: non paia

adunque favola, che Cratis pastor Sibaritano amasse già una Capra, poi

che un'Abbate, & di sangue illustris. si è invaghito di una gatta,

non vi paia maraviglia se Aristone Ephesio, amò un'Asina, se Fulvio

una cavalla, se Ortensio una Murena, & Ciparisso una cerva. Diro hora

di molte altre straniezze per le quali, l'Italia mi venne in odio, &

feci disegno partirmi: Io rimasi d'habitar in Bologna, veggendo starsi

fuori delle Porte la misericordia:[78] non volli star in Anchona,

veggendo che la Reina del cielo n'era uscita, & itasene à Loreto per

non star nell'Anchona, mi spaventai dell'habitar in Siena per timore

di non impazzire: già mi sentiva il capo formicolare, & se aspettava

la venuta di M. Agosto, per certo io dava la volta, ne so s'io fussi

piu ritornato, divenivo indubitatamente piu pazzo di Xenophanto, piu

di Mamacuto, piu di Cippio, e piu di qualunque Psillo dell'austro

vano combattitore. Non mi piacque il star in Firenze, parendomi mal

consiglio lo pormi nelle man de medici sano, & di buona voglia essendo.

Mi spaventai di star in Lucca, udendo, che ogni dui mesi, quando si

crea la nuova signoria, sia costretta giurare di oservar non so qual

statuto contro forestieri: Non hebbi cuore di fermarmi in Piacenza

havendo udito dir, che non sia buono, ne star sotto signor novello,

ne albergar con hoste, che novellamente hosteria faccia. Doveva io

star in Milano, vegendo, che la pace, le gratie: & gli Agnoli[79] non

osavano di starci, ma habitavano fuori delle mura? Doveva posarmi in

Genova dove la consolatione stassi in disparte fuori dell'habitato,

et ogni giorno si vorrebbe mutar stato: non è si volubile Vertunno,

ne si spesso mutasi il vento, come si muta il capo d'un Genovese.

Spiacquemi di stare in Brescia, dove a colpi di spada ci conviene

guadagnar la strada di sopra. Non hebbi cuore di stare in Bergamo

per le molte sottigliezze, che nel vivere, & nel mercantare si usano.

Spiacquemi il veder in Italia tanti Marchesi senza marchesato, Conti

senza contado, Cavaglieri, che non hanno ne cavalli, ne speroni, ne

stivali. Spiacquemi vedere, che in Italia le Signore havessero ardire

di scambiare alle lor damigelle il nome del Battesimo, & in luogo di

Catherina, Lucia, Margherita, Agata, Agnesa, & Appollonia, per fargli

sino ne i nomi belle, & lussuriose, le chiamano Cinthia, Flavia,

Fulvia, Flaminia, Camena, Sulpitia, & Virginia. Quanto mi sono io di

cuor maravigliato della lor prosuntione, parevami certamente fusse

risvegliata l'heresia de Pepuzziani; presso de quali (si come riferisce

il P. S. Agostino), erano solite le femine di battezare, & far l'uficio

di sacerdote: Parevami di esser in Caria, dove le femine barbute

fanno l'officio qual presso di noi far sogliono i frati. Brutta cosa

mi parve vedere li Italiani à si buona derata venuti, che alla guerra

vadino invitati, non da tre scudi, come era il consueto, ma spesso

tratti per tre Giulij. Brutta cosa mi parve, che ogni sciagurato si

voglia fasciare le reni di raso, & di veluto, ne stimarsi in Italia

chi humilmente si veste. Mi spiacque l'udir, che ogni Buffalaio, &

ogni bifolco giurasse a fe de gentilhuomo, & ogni vil putanella a fe

di gentildonna, & il veder pompeggiar sopra le facultà, ne in habito

esser differenti le donne honeste dalle dishoneste, i nobili dalli

ignobili, & ogni di mutarsi foggia di vestire, & cambiarsi le monete

con gran danno de poveri, che peggio è tosarli senza riportarne pena:

ogn'uno sa che in Mantoa ci sono i tosa beci, & non si puniscono.[80]

Spiacquemi il veder per forza por le fanciulle nei monasteri, et per

ogni lieve cagione condursi gli huomini in steccato, vedersi tanti

poveri impiagati per le strade mendicare: tante sette de Frati, &

de Suore: tanti Epicurei, tanti Sardanapali. Spiacquemi il veder le

donne farsi la bionda; et i capelli neri, con lor mal augurio fargli

simili alle fiamme, fargli di piu ricci, rappresentando i serpenti

che le circunderanno le tempie, quando saranno dal gran giudice alli

eterni supplicij destinate. Spiacquemi di veder l'Italia divisa in

tanti Signori. Spiacquemi vedere una Signora in Lombardia gloriosa

sovra modo, di haver animo di Reina, & non si avedeva, che putiva di

spelorchia, et viveva da mendica. Non poteva sofferire di vedere nella

lunigiana trenta marchesi ad un tratto sopra d'un fico per sfamarsi.

Oh come mi venne a noia il vedere in Arco, et in Lodrone due mila

conti, & un sol contado, molto stretto, & povero. Pensate poi, che

mi dovea parere vegendo i Marchesi di Ceva, e i conti di Piacenza, &

i cavaglieri di Bologna. Spiacquemi vedere in lombardia una Signora

ch'era pazza, & voleva esser tenuta savia: era vecchia, et voleva

esser tenuta giovane, era brutta, & sforzavasi di apparir bella. Se

io volessi racontar tutte le cose c'ho vedute degne di biasimo, non

ne verrei a capo in tre mila giorni. Risoluto adunque di partirmi,

chiamo Tetigio, & si li dico il mio pensiero, li manifesto la mia

deliberatione, pregandolo mi risolvi se egli vuol rimanere in Italia,

ò pur andarsene nel mio paese: egli mi rispose, che molto volentieri

nel mio paese se n'anderebbe, cosi risolti: li dico: Tetigio: Intendo

di volermene andar per il mondo à veder cose rare, tu ti rimarrai in

Italia, & voglio che tutta l'Italia scorri con la diligentia maggiore,

che ti sia possibile, & rechi nel paese nostro le cose ch'io ti dirò,

eccoti tre mila fiorini d'oro: se piu te ne sia bisogno: vattene da

parte mia al banco de Priuli: voglio per la prima cosa, che di Sicilia

mi adduchi due belle mule senza vitio (se possibil è di ritrovar mule

senza vitio) tre schiavi, due schiave, ma guarda sieno ben sani, &

nelle membra non habbiano veruno diffetto, non li toglier domestici,

ma selvaggi. Portami della seta di messina almeno cinquanta lire, &

della Manna di Calavria: cinquanta braccia di Dobleto da Catanzarro;

della Sargia, che si fa in Castro villere, & trenta lire della seta

di Mont'alto laquale è piu forte della Messinesa: vorrei venti braccia

della bambagina di Nardo, delli Coriandoli della costa di Malphi, del

Zafferano di Abruzzo: qualche insito delle olive di bitonto: portami

da Napoli dell'opre, che fanno que setaivoli, ispetialmente strenghe,

capelli, & borse fatte con l'aco, recami del Sivetto, del sapone di

Cervo, & de fiori di aranci, dui corsieri della razza del Re, ò di

quella del P. di Salerno: portami da Roma tre dozene di belle corone

per le nostre donne: torrai in Firenze due pezze di brocato riccio

sopra riccio, et due di tela d'argento, con dieci lire di quel filo

tanto sottile: portami di que fiaschettini lavorati con la seta,

che fanno le monache Fiorentine, & di quelle coseline, che fanno

i prigioni nelle stinche. Fammi havere ventisei braccia di panno

monachino, altretanto di perso: venti braccia di rascia, sei berrette

fiorentine per la state. Portami da Fabriano trenta risme di carta.

Da colle dieci dozine di palle. Da Urbino cinquanta piatti di terra

figurati. Da Bologna dieci fiaschi di vetro coperti di cuoio lavorato,

& cinquanta pallotte di quelle del Melone, & trenta braccia di velo. Da

Faenza, una credenza de piatti, & di scodelle di terra bianca. Portami

sei pezze di raso Luchese. Torrami in Ferrara due pezze di veluto

intagliato, & in Ancona tre pezze di ciambelotto, tre similmente di

Mocaiaro, due di zarzecano, dieci di Bedena, sei feltri: sei Tapeti,

cinquanta Cordovani di vario colore: in Genova due pezze di veluto di

tre peli: Di Sardignia addurammi un paio di cavalli per far l'amore.

Di Corsica voglio due paia di cani per guardia de nostri giardini.

compra in Cremona trenta braccia di Sargia: torrai in Brescia due

dozine di Forbici lavorati alla zimina, & due di cortelli, quatro paia

di Alari, o Cavedoni, che li vogliamo chiamare: torrai alla Scarperia

tre dozine di que ferretti da stuccio: In Modona venti rotelle: venti

Maschere: giunto in Reggio fornisceti di staffe, di speroni, & di

quelle opre fatte di corno, cioe calzatoi, di scriminali, corone,

anella, pettini. Se i speroni Rezzani non ti piacciano, pigliali in

Viterbo. Da Crema portami due pezze di tela sottile: compra in Mantova

dodici paia di calce di seta fatte con l'aco, & altri lavori d'oro, &

di seta. Di Milano sei corsaletti, sei celade: venti migliaia d'aghi,

cento paia di sonagli: venti sei braccia di stametto: & altre tanto di

Sargia pannata. Da Tortona sette vasi di Tiriaca: et dieci capelli di

paglia finissima: Da Seravalle, dieci buone lamme. Di Padova, trenta

braccia di quella Sargia cotonata: due Dozine di berette leggerissime:

venti paia di guanti, & per far razza di quelle Galline Padovane.

Da Vinetia venti specchi: cinquanta bicchieri di Christallo, & venti

tazze: trenta braccia di scarlatto: una pezza di veluto cremisino: sei

cassette di cipresso: dieci ventaruole di seta di vario colore: dodici

pettini d'avorio, venticinque braccia di damasco: qualche vasetto di

polvere di Cipri, & per profumar camere. Dato che hebbi questo ordine

inviai Tetigio alle facende & io mi posi in viaggio per gir come feci

errando. Credei (misero me) di starmi fuor di casa quattro, ò cinque

anni, & mi convenne starmi dieci, et per estrema fortuna gir di mare,

in mare vagando, & di regione in regione peregrinando, pareva che

Eolo, & Nettuno havesser congiurati ne miei danni: mai havemmo vento

che ci fusse benigno & propitio: piu di sei giorni quasi continova

pioggia notte & giorno ci bagnò il capo: pareva che le Pleiade et le

hiade fussero adirate con esso noi, non ci bastò l'esser sopra di una

nave che di securanza avanzava quella Argo, sopra della quale Iasone,

Tiphi, Castore, & Polluce andarno in Colcos per toglier il vello aureo,

avanzava la nave nostra di velocita Pistri, Centauro, Chimera, tritone,

& Gias, che tutte furono perfettissime navi & dalli antichi scrittori

celebrate. Non ci bastò l'haver nocchieri esperti piu che ophelte, piu

che Mnesteo, piu che Servio, piu che Carapo, piu che Amicla, et piu di

Peloro: che scorrer ci bisognò al dispetto nostro infiniti pericoli

maggiori: egli è vero, che dopo molte angoscie sostenute con assai

intrepida fronte: mi trovai lieto et contento d'haver si longamente

errato: parendomi di poter giustamente vantarmi, d'haver veduti piu

diversi luoghi, & piu maniere di costumi, che mai non vide ne Hercole,

ne il travagliato Ulisse. ho veduto li phrigij, quai afferma Herodoto

esser antichissimi, ne stette molto à veder gli Archadi, quai scrive

Apollonio nella sua Argonautica esser piu antichi della luna. Ho veduto

Parnaso, d'onde n'uscivano gia gli oracoli di Apollo, & acciò non mi

reputi alcuno bugiardo, darolli i contrasegni, egli è in Phocida, & è

ornato di due belle cime: hò veduto la selva Grinea, dove erano l'ombre

di quanti famosi Poeti furono mai al mondo: vi ci trovai d'alcuni

moderni Poeti l'ombre assai meste, & lagrimose, intendendo, che delli

lor poemi se ne facevano scartoccini da speciali, & da porvi dentro

le sardelle: ho veduto Colcos, & il fronzuto Idalio: fui per molti

giorni in Egira, ove si adorava l'amore, sotto un medesimo tetto con

la fortuna istessa: passai per Arcadia, ove si adora Aristeo, Dio del

mele, vidi in Tebe adorar l'Iddio Bacco, quasi che allhor io mi credei

d'esser traportato in Polonia ò in Alemagna: ho veduto presso delli

Elei, il tempio di Plutone, che si teneva perpetuamente chiuso: ho

veduto in Lampsaco, adorar il Dio Priapo, alquale l'asino si sacrifica

per grand'honore: vidi in non so qual luogo, mutarsi un'huomo, hor in

toro, hor in serpente, & molti ne vidi mutarsi in cervi, benche tal

metamorphosi spesso si vega in ogni luogo: mi son ritrovato dove la

bella Alcione si mutò in uccello, Calisto in Orsa Lyca in scoglio,

Myrrha in albero: Corone in cornacchia: Talo in perdice, Tereo in

upupa: & Tiresia in femina: fui costretto (misero me) di mangiar per

molti giorni un pane tale, qual fu il pane, rifiutato da Philoxeno

perche non si facesse notte a mezo giorno dalla negrezza istrema, che

in se haveva: et i prohemi delle cene nostre: erano radici amarissime:

ben sospirava io allhora il pane Padovano & i lumbi Vinitiani ma gran

ventura fu la mia, poi che si mal albergo fu incontanente dalla fortuna

remunerato, col farmi vedere gli orti di Alcinoo, liquali erano si

de vari frutti ornati, che appena l'uno era maturo, che l'altro vi

nasceva. Vidi non molto lontano, gli orti delle Esperide dove sono

gli alberi d'oro, et vidi il vigilante Dracone che li fa la guardia

perche furati non sieno. Vidi anchora gli orti di Adonide, & quei

nell'aria sospesi, che con tanto piacere in Assiria, & da paesani,

& da passaggieri si contemplano non so ben dire, se fusser fatti da

Cirro, ò da Semiramis: se nel venir in Italia vicino la Sicilia io udi

cantar le Sirene, hora le vidi, & insieme i stormenti ne quali cantano:

hanno il corpo di femina fino all'umbilico, il rimanente è pesce; le

ho anche udito chiamarsi per i propri nomi, una di quelle, che videro,

chiamavasi Aglaosa, Telcippoa un'altra; ve n'era una detta Pisna et una

ve udi per nome Iliga. La dolcezza del canto mi fece adormentare, & di

tal sorte, che io vidi li ministri del sonno, cioè Morpheo, Phabetore,

& Phanto, liquali mi parevano rasimigliarsi à certi miei amici, che si

lievano all'Alba de visconti, quando il Sole ci agiugne à meza gamba:

non debbo anchora narrarvi delle molte battaglie, che pel viaggio

vidi farsi da molti animali: la onde m'accorsi delle mortali nemistà,

che fra gli animali irragionevoli sono: vidi combattere eserciti

di cornacchie, & di nottole, di Nibbij, & de corbi, di aquile, & de

trochili di murene, & de congri, de delphini, & di balene, de cervi,

& de serpenti, de cameli, & de cavalli, di pecchie & de rondinelle,

& de formiche, & de sorici, & di salamandre, & de testugini, di

elephanti, & de dragoni, & di lacerte, & de lumache. Standomi un giorno

fra gli altri alla ripa del mare, aspettando si bonaciasse il tempo,

per ritornar (se possibil fusse) nella smarrita strada: vidi non in

sogno, ma chiaramente la Dea Thetis accompagnata da molte Halcioni:

dal cui lato manco v'era la dea Venere guidata da piu cigni, & da

molte columbe: dal lato dritto v'era Giunone, con una gran torma de

pavoni. Vidi poi Minerva con gran squadra di civette, che li andavano

avanti con riverentia, non molto lontano da lei, eravi Apollo con

grata compagnia de corvi, & de candidi cigni. Non si stette guari,

che mi apparve Giove con la sua Aquila in compagnia. dopo questa bella

veduta, abonacciossi il mare: si che n'andai commodamente à veder la

torre Pharia, le Piramidi del Nilo, andai dove era il tempio di Diana

ephesia: il sepolcro di Mausolo: il simulacro anchora di Giove olimpio:

& dove era già il Colosso del Sole di settanta piedi presso de rodiotti

con gran religione tenuto: ho veduto la casa di Cirro Re de Medi,

nella quale erano le pietre legate con l'oro: hò veduto il tempio che

à Giunone fece la reina Dido, et quel che fece Giarba re de Getuli à

Giove: un'altra nobil casa vidi non molto distante, copiosissima di

pretiose colonne, & de ingegnose statove di cedro fatte: non debbo

dirvi della casa del Sole, della quale ben si potrebbe dire, materiam

superabat opus. Ho veduto un teatro di trecento sessanta colonne,

la cui Scena, parte era di marmo, & parte di ben polito vetro: le

colonne inferiori erano di quarant'otto piedi, & fra le colonne vi

annoverai piu di trecento statove di bronzo, maestrevolmente fatte,

& era capace di settanta mila huomini: rassimigliavasi al Theatro di

M. Emilio scauro figliastro di Silla (per quanto mi sovviene della

descrittione) Hò veduto que quattro obelischi fatti si artificiosamente

dalli re di Egitto. hò veduto l'obelisco fatto da Ramise re di Egitto

di quaranta cubiti, che fu opra di venti mila huomini (sel vero mi

fu rifferito.) Ho veduto il Laberintho fatto da Dedalo, & un'altro

similmente nell'Egitto, con le colonne di marmore pario nell'intrare,

& le piu interne erano di marmore Sienito. Hò veduto i vestigij di

quella camera fatta da Alessandro Macedone, dove stavano cento letti

agiatamente, con le colonne d'oro, che sostenevano la sommità del

luogo, ch'era pur d'oro, nella quale stavano mille Persiani, mille

saetattori Macedonici, & cinquecento huomini con i scuti d'argento: &

nel mezo v'era un seggio d'oro, dove sedeva il sopradetto Alessandro,

con i suoi portatori di Sarisse: Compresi allhora chiaramente, che

dalle difficultà grandi, solite erano di nascerci molte consolationi

& infinite dolcezze: se tollerato non havessi patientemente, & senza

perdermi di cuore quelle tante fatiche che io tollerai, come sarei io

stato contemplatore di si memorabili cose? Hora essendo io da venti

qua, & la traportato: vidi una gran città piena di Ermaphroditi:

vidi li Arimaspi c'hanno un sol occhio: vidi li Arimphei giusti sopra

tutti i mortali, liquali stanno nelle selve, & pasconsi di Bacche: ho

veduto ancho un paese dove le femine sette figli ad un tratto sogliono

partorire, ne questo di rado accade, ma sovente volte: ho veduto alcuni

popoli, liquali usano di combatter co gli occhi chiusi, & altri che

maledicono, & biastemiano il sole, quando si lieva, & quando tramonta,

ne per nome alcuno fra loro si chiamano, & altri popoli non lontano

scorsi, liquali hanno dui estati, dui verni, & quatro solstitij: hanno

le mogli communi, & communi sono anchora le facultà fra di loro: vidi

in questo mio travaglioso viaggio, li Agriophagi, che si pascono di

carne de Lioni, & di Panthere, & li vagabondi Arthabati, & li Astomi.

perciò detti cosi, perche sono senza bocca, & di corpo molto pelosi:

vivendo sol di odore per lo naso ricevuto: hò scorso per gran fortuna

li Ethiopi hesperij, senza legge, & senza alcuno instituto viventi:

vendono i Padri li figliuoli per haver del formento da mercatanti: ho

scorso li Axoni, ho veduto presso delli Armenij, le nevi rosse, perche

adunque tanto si maraviglia Tullio di quel philosopho, che disse la

neve esser negra. ho considerato attentamente le usanze delli Assirij,

nel propor li infermi nelle vie publiche, acciò che da passagieri

ricevino consiglio, ho considerato li stravaganti costumi delli Abideni

e delli popoli atrij, tanto nemici de furti, delli asbiti, delli

adrimarchidi, delli besalti, & delli boristenidi da perpetuo freddo

tormentati: ho veduto li horridi Battriani, & li magnifici & splendidi

Persiani. ho ben considerato li corruttissimi costumi de Babilonici,

li rozzi Boetij, i religiosi Bithini, li sani Bragmani, gli inhumani

Berbici, li schifosi Budini, che de pidocchi si pascono: son stato fra

li Casiri & hebbi fatica à campare dalle lor mani, imperoche si pascano

de corpi humani. Son stato fra que popoli detti Ophiophagi perche

de serpenti si nodricano. Son stato fra li Choromandi huomini senza

voce, ma di horribil stridore, di corpo peloso, et de denti canini:

ho veduto femine partorir di cinque anni, ne vivere piu di otto; ho

veduto li Cauci, popoli settentrionali, che habitano case simili alle

navi, & sono gran mangiadori de pesci: ho veduto li Chelenophagi di

Carmania che viveno sol di carne di testugine: debbo tacere i Caspij, i

cureti, i Calcidensi, e la Caldea adoratrice del fuoco, et allo'ncontro

i Galleci che non adorano cosa veruna. ho veduto li sporchi Chij,

dalli quali nacque il proverbio CHILUS OMNIA PERCACAT. Ho veduto li

seditiosi Cercirci, li fraudulenti Cercopi, et li Crestoni, presso de

quali, ciascuno hà piu mogli: se fussero di tanta spesa à mariti quanto

sono le femine Italiane pur troppo n'haverebbono di una. Hò veduto li

Mitrati Cisti, li timidi, & effeminati Ciziceni, & li severi Derbici,

che ogni minimo delitto di dura morte puniscono: hò veduto li Essedoni,

liquali cantano ne funerali de lor padri. Ho veduto li Esseni,

astenenti di vino, di carne, & de feminili congressi, senza haver

fra di loro alcuna cosa di proprio: hò veduto li Epizefirij presso de

quali è pena capitale, per la salute del corpo à ber vino. Ho veduto li

superstitiosi Ephesii: & li Fanesii nell'oceano settentrionale, c'hanno

gli orecchi si grandi, che ne cuoprono tutto'l corpo. Ho veduto li

depinti Geloni, bevitori del sangue di cavallo, mescolato col latte:

Ho conversato molti giorni, col rigido Geta, col vagabondo Garamanto,

col nudo & selvaggio Gamphasando: con il Gimnosophista dell'otio,

& della pigritia capital nemico: con l'hiperboreo settentrionale,

indefesso cacciatore: con l'Eptacometa habitatore delli alberi, ò delle

alte torri: con l'hircano, che fa mangiar i suoi defunti da cani: con

l'Omolotta del bue amico, con l'inhumano Henioco, con l'Alizone di

Scithia gran mangiatore d'aglio, di cipolle, di lente & di miglio. Ho

veduto il ferino hibero, il dilicato Ionico, il fortunato Lothofago,

il Leuco, saettatore eccellente: il bellicoso Lacedemonio, il Lepreo,

nemico d'adulterij, il brieve Lacone, il giusto & hospital Lacano,

l'invidioso Lusitano, il lidio Taverniero & giuocatore di palla, il

lussurioso Lesbio, il libico cacciator di elephanti: ho conversato

con i Laciadi, con i Lirci, con i Massageti, con i Marsi domatori

de serpenti, con i Mandi che viveno di locuste, con i Menismini che

viveno sol di latte di cinocephali, con i Miconij vaghi dell'altrui

mense, con i Mosini che in publico mangiano, con i Masilli governatori

de lor cavalli, non con freno, ma con la sol verga, con i Molossi

cacciatori, con i Nasameni dottissimi nel saettare, con i Magneti

strenui domatori de cavalli, con i Mardi habitatori di spelonche; con

il Macedonico che non soffre che alcun si cinga se almeno uno de suoi

nemici ucciso non habbia; con il religioso Myso, con il Medo ottimo

cavalcatore, con il crudel Mosyneco, col soggetto Messenio, con il

tonduto Maco, con il Miniato Machylo, con il falso Megarese, con il

Melancleno, di veste nera ornato: con il Mendesio adoratore di capre,

col veloce Monomero. Ho veduto ancho il sfrenato Numida: ho veduto

il Norico ricco di ferro. Ho veduto l'indomabil Nervio, l'inhospital

Britanno del quale parlando Oratio scrisse. Visam Britannos hospitibus

feros. Ho cercato li Nabathei nell'accumular ricchezze giorno & notte

intenti: ho ricercato li Pelusioti, liquali nell'invecchiar della luna

si tondeno il capo, & guardansi come dalla peste di mangiar cipolle. Ho

ricercato le contrade de Cilici Pirrati, ho circondato tutta la regione

de Phenici che già tanta lode hebbe dal ritrovar le stelle, & le

lettere, con le arti belliche & navali. Ho veduto li Cubitali pigmei:

& li vivacissimi Pandori popoli dell'India, alli quali in gioventu i

capelli son candidi, & in vecchiezza si fanno neri, sono stato presso

delli unguentati & bevitori Parthi, liquali pasconsi di cicale. Ho

veduto li Agresti Paramesidi: vidi in questa mia longa peregrinatione

li Phaseliti popoli di Pamphilia, liquali sacrificano alli Dei di

certi pesciolini salati. Ho veduto li Pariani nell'helesponto, liquali

adorano l'amore per lor Iddio. Ho veduto li Pedalij, liquali ne lor

sacrificij altro a Dio non dimandano, salvo che giustitia: ho veduto

il feroce & lauto Pannone: ho veduto li Phigalei vicini alli Messenij

tanto vaghi del vino, che habitano nelle taverne & allogano le case

à forestieri: Ho veduto i Poltroni Rhegini, li industriosi Seri: &

quelli Sciti, c'hanno le case volubili sopra di carri poste: ho veduto

li Sauromati che si spesso cambiano stanza, habitano fra l'histro &

il Boristene: pratticai con li Suani, indomiti & cavatori dell'oro.

Se volessi dir quanti satiri m'habbia veduto sarei troppo prolisso:

non mi stendero molto in dirvi c'habbia veduto li ricchissimi Sabei,

ò li Sorboti che sono grandi otto cubiti non vi dirò d'haver veduto

li Sciopedi liquali dall'estremo calore si diffendeno con l'ombra

de piedi: ho veduto i Soriti, liquali viveno di pesce cotto al sole:

ho veduto l'efferato Svevo: ho veduto il leggier Siro & alla novita

di sua natura inchinato: ho veduto li Sogdij vicini à Bactriani,

liquali si lietamente corrono alla morte: ho veduto quelle donne

quai chiama Erodoto Selenetide che partoriscono uova, & di quelle

n'escono huomini di gran statura: Ho veduto i Sarabaiti sacerdoti

dell'egitto vestiti di pelli del porci, & de buoi, & habitano ne forami

delle pietre. ho veduto i Scriptovini gelati per le perpetue nevi,

i Spartani nemici dell'oro: & dell'argento, & amicissimi del ferro,

della qual materia sono anche li danari loro: ho veduto li popoli

Siginni, con i lor piccioli & pelosi cavalli: ho veduto li Samij, &

il gimnasio che dedicarno all'amore & mi sono ritrovato presente alli

sacrificij quai chiamano Eleutheri: ho veduto li amorevoli Sotiani & le

horride spelonche de Trogloditi: ho veduto l'isola Taprobana & sonomi

ammirato della lor vivacita poi che il campar cent'anni è si poca vita

stimato. Sono stato molti giorni con i Thraci, & mi sono riso della

lor fragil memoria, non sapendo annoverare oltre quatro: sono stato

presso delli Tentirithi, tanto da Cocodrilli temuti: Sono stato con i

Tapyri tanto altrui liberali delle lor mogli: Son stato presso delli

giusti Tybareni: son stato presso delli Thrausi, dove le femine sono

sopra modo innamorate de lor mariti. Son stato presso delli inquieti

Spagnuoli: de furibundi Galli, & de animosi Tedeschi. Son stato presso

delli Elusii, & delli Oxiomi di volto humanissimi, del rimanente poi

simili alle fiere: Se volessi scrivere quanto ho veduto, farei piu alto

volume che non fece Livio Patavino: stracco adunque di gir piu vagando:

deliberai inviarmi ver casa, dove giunto, fui lietamente da parenti &

da amici acarezzato; dil che sempre ne sia lodato Iddio, ilquale vive &

regna sin ne secoli de secoli. Amen.

Commentario de le piu notabili, & mostruose cose d'Italia, & di altri luoghi di lingua aramea in Italiana tradotto, nelquale si impara, & prendesi estremo piacere · 第 2 / 7 题