Un tale, tempo fa, scrisse contro la pessima abitudine di moltissimi
italiani, i quali benchè siano dediti alla lettura e possano spendere,
non comprano mai un libro.
Le cagioni di quest'abitudine di non comprare, o meglio, di questa
mancanza dell'abitudine di comprare, son molte; ma le principali
mi paion queste: che _la libreria_ non è ancora considerata come un
_mobile_ necessario al decoro della casa, che il libro non è ancora
capito come oggetto d'ornamento, che si ama la lettura, infine, ma che
non si ama ancora il libro.
Io credo infatti che di tutti i mobili quello che si vende meno in
Italia sia lo scaffale.
Moltissimi non capiscono in nessuna maniera come e perchè si abbia da
conservare un libro dopo che si è letto.
Ogni momento, dai librai, occorre di sentir dire a qualcuno: — leggerei
volontieri questo libro. — Gli domandano perchè non lo compra. — Perchè
non lo compro? — risponde l'interrogato. — E che vuol che ne faccia
quando l'abbia letto? — Per costoro un libro letto non essendo più che
un ingombro, hanno ragione di non voler spender denari per empirsi la
casa di carta sudicia. Entrate nelle case. Nella maggior parte vedete
delle raccolte di conchiglie, d'uova, di pietruzze, di francobolli
esteri, persino di scatoline di fiammiferi; ma non ci vedete una
raccolta di libri. In ogni parte c'è qualche cosa che vi rammenta che
la famiglia mangia, gioca, dorme, suona; nulla che vi rammenti che
legge. È gala se vedete sparsi qua e là pei tavolini e pei cassetti
una ventina di volumi, un terzo dei quali appartengono al ragazzo che
va a scuola e quattro o cinque a un gabinetto di lettura. I pochi che
rimangono, — la sola proprietà libraria della casa, — son laceri e
scuciti e hanno i primi fogli coperti di cifre e di fantocci. Se ne
servono per smorzare la candela, per accendere il fuoco, per fornire
di carta le parti della casa dove è bene che ci sia sempre carta. —
Perchè stracciate questo libro? domandate. — Oh bella! — rispondono —
se l'abbiamo già letto e riletto tatti!
Una casa senza libreria è una casa senza dignità, — ha qualcosa della
locanda, — è come una città senza librai, — un villaggio senza scuole,
— una lettera senza ortografia.
Quanto è bella una biblioteca! Quante cose ci vede e quanto piacere ne
può ricavare anche chi legge per puro spasso, se appena ha un po' di
sentimento e d'immaginazione!
I più mirabili frutti dell'ingegno umano son qui, raccolti in un
piccolo spazio, sotto la mia mano. Frutti d'ispirazioni divine, frutti
di meditazioni e di studi che segnarono di rughe precoci le più nobili
fronti umane, frutti delle più splendide fantasie dell'universo,
son qui ridotti nella forma di piccoli parallelepipedi, imprigionati
fra quattro assicelle, divisi per tempi, per paese, per lingua, per
materia, per dignità, numerati e schierati come un esercito. Uno
scompartimento mi apre i secoli passati, un altro mi trasporta nei
paesi lontani, questo mi tocca il cuore, quello mi stimola la vena del
riso, un terzo mi fa sognare, un quarto mi fa pensare e un quinto mi
fa piangere. Io posso scegliere secondo il mio umore; è una farmacia
morale; vi sono gli scompartimenti per i giorni foschi, quelli per i
giorni sereni, quelli per i giorni di fiaccona, quelli per i giorni
in cui mi piglia la furia del lavoro. E alla varietà delle materie
corrisponde la varietà degli aspetti. Vi sono i colossi, — vocabolari
e grandi opere illustrate, — che formano quasi l'ossatura di questo
piccolo mondo. Vi sono file compatte di volumi tarchiati, di color
oscuro, — vecchie edizioni economiche di opere classiche, — modeste
all'aspetto, ma piene di _vital nutrimento_, come nel mondo reale gli
uomini di vero merito. Sotto questi, l'aristocrazia delle legature, la
classe privilegiata della biblioteca, rivestita di pelli luccicanti
e rabescata di fregi d'oro. Poi la gioventù elegante e gaia: il
roseo del Lemonnier, il turchinetto del Barbera, il rosso aranciato
dell'Hachette, il giallo chiaro del Levy, cento colori di cento
edizioni civettuole, che fanno a chi più tira gli sguardi. Poi daccapo
lunghe file di volumetti uniformi e poveri, che sono come il popolo
minuto della biblioteca, guardato con indifferenza e trattato con pochi
riguardi. Più sotto le edizioncine diamante, genterella irrequieta, che
va e viene dalla città alla campagna, per strada ferrata e in carrozza,
dalla tasca alla valigia, dalla valigia al tavolino da notte, e si
contenta dei ritagli della nostra giornata. In questa folla abbiamo
le nostre simpatie, i vecchi amici, gli amici di ieri, i maestri, i
benefattori, i cattivi consiglieri, i capi scarichi, le anime perdute,
i rigoristi, i seccanti, i buffoni, i parassiti, i predicatori, i
mettimale, i consolatori. E in fondo finalmente, al pian terreno,
quattro dita sopra il pavimento, il cimitero, dove sono ammontati alla
rinfusa, sbrandellati e coperti di polvere, libretti ed opuscoletti
d'ogni forma e d'ogni colore, che vissero un giorno od un'ora nella
nostra mente: stravizi dello spirito, come dice il Guerrazzi; segatura
dell'ingegno umano: poesie di nozze, primi saggi di poeti falliti,
romanzi rachitici, almanacchi, libelli, imitazioni, plagi, capricci,
corbellerie, cenci e cocci della letteratura, destinati al banco del
tabaccaio alla cesta dello spazzino.
L'amore dei libri, crescendo a poco a poco, finisce poi col diventare
un sentimento affatto distinto dall'amore della lettura, e fonte,
per sè solo, di mille piaceri vivissimi, piaceri della vista, del
tatto, dell'odorato. Certi libri, si gode a palparli, a lisciarli, a
sfogliarli, a fiutarli. L'odore della stampa fresca dà dei fremiti
di voluttà. A occhi chiusi, fiutando, si riconosce se un libro è
antico, o soltanto vecchio, o recente, o recentissimo. Certi colorini
di certe edizioni innamorano, e s'incapriccisce per certi sesti e
certi frontispizî, come per certi corpicini e certi visetti. Si prova
veramente per i libri piccoli e graziosi un sentimento di sollecitudine
più gentile, che pei libri grossi, e a sollevare con uno sforzo certi
libroni si ride d'una compiacenza che non saprei definire; ma che è
tutt'altra da quella che si sente sollevando qualunque altro peso. Si
gode disponendo i proprî libri in un nuovo ordine, che formi una nuova
combinazione di colori; si lavora di mosaico; si fa ogni giorno un
cambiamento; una biblioteca anche piccola da lavorare; c'è da colmare
le lacune, da barattare le edizioni, da ricevere i nuovi venuti, da
congedare quei che partono, da curare quei che soffrono, da ristorare
quei che invecchiano, da far la corte a quei che splendono; è insomma
un piccolo Stato da governare, nel quale si provano tutti i piaceri,
tutti gli sconforti, tutte le invidie ed anche tutte le gloriole d'un
piccolo re, che non potendo allargare i suoi confini quanto vorrebbe,
si diverte e si consola rimestando continuamente quel po' che possiede.
È un grande errore quello di credere che s'impari ugualmente dai libri
che si possedono e da quelli che si pigliano a prestito. Un libro
non fa tutto il pro che può fare se non è cosa nostra. Bisogna poter
logorarselo, sottolinearselo, farvi dei punti d'esclamazione, piegare
le pagine, segnarne i margini colle nostre unghie. Un libro che non
fa che passarci per casa, non lascia traccia profonda. E poi, che
differenza! Se lo avete in casa, lo leggete e lo rileggete appunto
nei casi in cui siete meglio disposti a riceverne un'impressione
viva ed utile, perchè ciò che vi fa cercar quella lettura piuttosto
che un'altra, è una disposizione particolare dell'animo, la quale se
doveste cercare il libro altrove, sarebbe forse già mutata prima che il
libro fosse nelle vostre mani.
Quanto è grande l'efficacia d'una biblioteca sull'educazione dei
ragazzi! Il destino di molti uomini dipese dall'esserci o non esserci
stata una biblioteca nella loro casa paterna. L'aver avuto sotto mano,
a tutte le ore del giorno, il modo di soddisfare le prime curiosità
infantili, d'ingannare sfogliando libri la noia delle giornate
piovose, gettò in molti cervelli i primi germi d'un amore allo studio
che divenne col tempo passione ardente per la scienza e fecondò
precocemente certe facoltà dell'ingegno che lo studio obbligato e
circoscritto della scuola avrebbe lasciate inerti. E lasciando pure
da parte i grandi effetti, è bene ispirare all'infanzia il culto dei
libri, anche prima dell'amore della lettura. È ben per il bambino che
ci sia un angolo della casa, dove è eretto quasi un altare allo studio
e al sapere, al quale, senza comprenderne ancora la ragione, egli vede
dai suoi parenti usar certe cure e testimoniare un certo rispetto; una
stanza silenziosa, dove di tratto in tratto egli vede qualcuno immobile
e serio; un luogo consacrato al pensiero come ce n'è uno consacrato
alla mensa, uno al lavoro, uno al riposo. E da giovinetto, leggerà con
un piacere particolare quei libri che gli son famigliari all'occhio fin
dell'infanzia, che ha veduto mille volte ordinare, pulire, accarezzare
dai suoi genitori; che avevano già per lui, ciascuno secondo la sua
forma e il suo colore, un significato fantastico, prima che conoscesse
l'alfabeto. Certo ci dev'essere una differenza tra il giovinetto
che fin dai suoi primi anni ha veduto la sua famiglia conservare e
rispettare religiosamente i libri, e quello che l'ha veduta vivere di
brigantaggio librario e fare dei libri letti quello che si fa delle
scarpe vecchie e degli abiti smessi.
E poi! che c'è che ravvivi più intimamente e più dolcemente nel cuore
del figliuolo la famiglia o lontana o dispersa, i genitori morti,
l'infanzia, l'affetto e le cure di cui fu circondato? I libri che
portano il nome del padre, ch'egli stesso mise nelle sue mani, di cui
parlò con lui, gli ricordano le sue letture predilette, i suoi giudizî,
le sue opinioni, mille sfumature della sua indole. Su certi libri
gli par di vedere, al lume della candela, chinarsi quegli occhiali
luccicanti e quella barba bianca. Altri gli rammentano la famiglia
seduta in cerchio, intenta alla lettura d'un solo; atteggiamenti di
persone care, esclamazioni e risa allegre o singhiozzi mal soffocati
delle sorelle piccine, che pure gli sarebbero già fuggiti dalla memoria
da lungo tempo. Il figliuolo di chi amò i libri, amerà i libri, e non
sarà mai un'anima affatto volgare quella in cui rimarrà questo culto.
Ah! vediamo di formarci intorno per tempo questa corona d'amici muti e
fedeli; fabbrichiamoci questa pacifica fortezza per ripararvici dentro
nei giorni in cui saremo assaliti dai dolori della vita. Questi giorni
vengono, e con essi il bisogno della solitudine e del silenzio. Sarà
triste allora il non aver un angolo della casa dove poter rifugiarsi
per tentar di dimenticare i vivi confortandosi coi morti!