Un giorno, a Parigi, ricevetti una lettera con questo poscritto: — «Se
non lo sa, le annunzio che il Ruffini, l'autore del _Dottore Antonio_
e del _Lorenzo Benoni_, sta in via Boulogne, numero trentasei.»
Vi sono molti che pure desiderando vivamente di conoscer di persona
un uomo illustre che amano ed ammirano, per nulla al mondo andrebbero
a bussare alla sua porta senz'essere accompagnati da un conoscente
comune, o avere in tasca una lettera di raccomandazione, o essere
stati assicurati in mille modi che possono presentarsi senza timore di
parere impertinenti. Per me, quando ho un desiderio di questa natura,
trovo che la maniera più naturale e più dignitosa di soddisfarlo, è
quella di andar per la via più corta a casa del personaggio, e dire
alla cameriera che viene ad aprire: — Abbia la bontà di annunziare al
padrone che il tale dei tali ha un vivissimo desiderio di vederlo. —
Non mi conosce? che importa? O che vado là per far ammirar me, e non
per ammirar lui? Ma potrebbe supporre che vi abbia condotto a casa
sua una curiosità volgare, o l'ambizioncina di dire poi che l'avete
conosciuto. Ma che! Se è un uomo d'ingegno deve aver l'occhio fino e
conoscere gli uomini: gli basterà guardarmi in viso e sentire il suono
d'una mia parola, per capire che il cuore che mi batte, ch'egli mi fece
del bene, che ho della gratitudine per lui, e che v'è più rispetto e
più amore in quella mia risoluzione di farmi innanzi così alla bella
libera, che in tutte le esitazioni e in tutti gli scrupoli degli
ammiratori timidissimi.
Andando per via Clichy verso via Boulogne, pensavo al _Dottore
Antonio_, che avevo letto cinque anni innanzi, di primavera, all'uscire
di una grave malattia. Pei libri che si lessero la prima volta in tempo
di convalescenza, quando pare di esser rinati a un'altra vita, e stando
ancora in letto più per prudenza che per bisogno, si guarda colla
curiosità d'un prigoniero quel po' di cielo azzurro che appare dalla
finestra, e quella ciocca di verde che spunta sul terrazzino della
casa dirimpetto; pei libri che si lessero in quei giorni, qualunque
essi sieno, si nutre un sentimento particolare di gratitudine. Se poi
son libri che facciano amare soavemente quella vita che si è temuto di
perdere, e desiderare con ardore quel lavoro che ci fu tanto doloroso
di smettere, e ammirare con entusiasmo quella natura varia e bellissima
che le quattro pareti della nostra stanza ci hanno nascosta per tanto
tempo; se son libri, in una parola, che aggiungano una nota dolcissima
all'inno di gratitudine che si alza dal nostro cuore verso tutto quello
che è intorno noi e sopra di noi, come se ogni cosa si rallegrasse
della nostra salvezza, e ci animasse a rimetterci in cammino con
coraggio; allora quei libri diventano amici di tutta la vita, e il nome
di chi li scrisse ci resta nell'anima come il nome di un benefattore.
Entrando in via di Boulogne mi ricordai delle affettuose parole colle
quali un amico mio mi espresse un giorno l'impressione che aveva
ricevuta dai romanzi del Ruffini. — È uno di quelli scrittori, ai
quali, dopo letto l'ultima pagina d'un loro libro, domandereste un
consiglio per pigliar moglie, confidereste una vostra sorella per
un viaggio, rimettereste nelle mani denari, memorie secrete, lettere
intime, ogni cosa.
Tirai il campanello, mi aperse una vecchia cameriera. — C'è? — C'è. —
Abbia la bontà di dirgli che il tale dei tali ha un vivissimo desiderio
di vederlo. — Scomparve, e tornò di lì a un minuto a dirmi ch'entrassi.
Entrai in una cameretta modesta — lo vidi — aveva capito — mi venne
incontro sorridendo — balbettai qualche parola — sedemmo.
I primi momenti in cui si trovano l'uno di fronte all'altro un uomo
illustre e uno sconosciuto che è stato spinto verso di lui da un
sentimento di ammirazione e di affetto, passano quasi sempre in
silenzio, poichè il visitatore, lì per lì, è occupato suo malgrado
a fare un raffronto tra la persona che ha dinanzi e quella che si
raffigurava; e l'uomo illustre, dal canto suo, indovinando quel
raffronto, per quanto sia superiore ad ogni sentimento di vanità,
rimane sospeso nell'atto di cercar negli occhi dell'ammiratore
l'impressione che la sua persona gli produce. Fuor che nei momenti
dell'inspirazione, il viso di uno scrittore o d'un artista non riflette
mai così limpidamente la bellezza dell'ingegno e del cuore. Vi si vede
una soddisfazione serena, mista a un non so qual leggiero turbamento
di pudore virile, che farebbe parer bello anche un viso non bello,
e desterebbe un moto di simpatia anche in un'anima dalla quale fosse
svaporata ogni freschezza di sentimenti gentili.
Il Ruffini ha l'aspetto d'un buon padre di famiglia; uno di quei bei
volti aperti e soavi, che in questi tempi, come dicono coloro che
hanno per intercalare _il mondo peggiora_, non si vedono più; una di
quelle fisonomie che ricordano certi grandi ritratti che ornan le sale
delle case patrizie. Così a occhio si direbbe che ha una sessantina
d'anni; e godo di poter aggiungere che ha l'apparenza d'un uomo
destinato a sbarcarne altri sessanta. Però malgrado il suo aspetto
pacato, s'indovina da certi moti risentiti delle labbra e da certi
suoni profondi della voce, che la sua vita deve essere stata agitata
da passioni vigorose e afflitta da qualche grande dolore. Come nelle
pagine del _Dottor Antonio_, così sul suo viso, nel suo accento, nei
suoi discorsi vi è qualche cosa di melanconico. Ma è una melanconia
temperata di tanta benignità e di tanta dolcezza, che non se ne sente
punto l'amaro. Ha poi una semplicità infantile di modi e di linguaggio,
che vi fa parere d'essergli sempre vissuti insieme, e una maniera di
guardarvi e d'interrogarvi come se foste voi in casa vostra, ed egli
ci fosse venuto, mosso dallo stesso sentimento che condusse voi a casa
sua.
Alle prime parole che gl'intesi dire fui meravigliato che non avesse
perduto l'accento genovese dopo tanti anni che vive lontano dal suo
paese. È nato a Taggia, vicino a San Remo, su quella beata riviera
ligure che egli dipinse con una meravigliosa freschezza di colori
nel suo secondo romanzo. Si sa che nel 1848 i suoi concittadini lo
mandarono al Parlamento piemontese, e che lo rielessero non è molto,
benchè egli dichiarasse che non avrebbe accettato il mandato, come in
fatti non l'accettò, _per non spellar la mano nei ferri dell'altrui
bottega_. Ora vive un po' a Londra, un po' in Isvizzera e un po'
a Parigi; ma più lungamente a Parigi, dove ha molti amici e molti
ricordi. È stato gravemente malato or fa un anno, credo appunto in
Parigi, e non s'è ancora rimesso affatto dalla malattia; ma la sua è
una convalescenza colla quale molti uomini di pari età vorrebbero poter
cangiare la propria salute.
Gli feci quella solita dimanda, che per gli uomini come lui dev'essere
importuna come una mosca, tanto spesso e da tanti se la senton fare! ma
che pure è naturalissima, e scappa dalla bocca prima che si sia pensato
a mandarla fuori: — E ora che sta facendo?
— Non faccio nulla — rispose — perchè non ho niente da dire. —
Risposta semplicissima che chiude una profonda sentenza: — Scrivere
quando si ha bisogno di scrivere, — o come diceva il Manzoni —
aspettare che la musa ci venga a cercare, e non iscalmanarsi a correr
dietro alla musa. — E poi soggiunse per chiarir meglio il suo pensiero:
— Ognuno non ha che una certa quantità di roba nel sacco, e quando il
sacco s'è vuotato, se si vuol continuare a dare, non si dan più che
parole —
Gli domandai se nei soggetti de' suoi romanzi ci fosse il fondamento
d'un qualche fatto vero e n'ebbi la risposta che m'aspettavo. Egli ha
conosciuto quasi tutti i suoi personaggi, ha raccontato i loro casi,
s'è servito delle loro parole. Di qui l'efficacissimo colore di verità
che brilla nei suoi racconti, i dialoghi che par di sentire piuttosto
che di leggere, e i personaggi che, a libro chiuso, si confondono nella
memoria del lettore con gente vera ch'egli conobbe in altri tempi,
così che alle volte gli bisogna quasi fare un atto di riflessione per
separare le persone dalle larve. Dio sa quante cose gli avrei domandato
intorno ai suoi libri, ai suoi studî e alla sua vita se non me ne
avesse trattenuto il timore che egli, osservatore sottile, mi leggesse
negli occhi il proposito segreto di spiattellare in una gazzetta
tutto quello che gli usciva dalla bocca. E perciò fui costretto a
lasciar cascare la conversazione sull'interpellanza contro il decreto
del prefetto di Lione e sulla discussione intorno all'ordine della
Legion di Onore. Il Ruffini conosce la Francia _intus et in cute_,
e spiega, parlando di politica, quell'accorgimento fino e quel buon
senso rettissimo, col quale suol giudicare gli uomini e le cose nei
suoi romanzi; ma pure non mi potei trattenere dall'interrompere quei
suoi discorsi per ricondurlo a parlare di sè, e cogliendo a volo tutti
gli appicchi ch'egli diede involontariamente alle mie interrogazioni
indiscrete, riuscii a raccapezzare qualcosa.
Come abbia cominciato la sua vita letteraria, i più, credo, lo sanno.
Emigrò giovanissimo, andò a Londra, e trovandosi corto a denari,
dovette pensare a guadagnarsi la vita col lavoro. Prima d'allora non
avea scritto altro che articoli per gazzette, e benchè si sentisse
dentro quella _certa smania inesplicabile_ che agitava l'anima
del Giusti prima che si fosse rivelato a sè stesso, non aveva mai
sognato di salire un giorno su per la sterminata scala dell'arte fino
all'altezza a cui è salito. Gli venne in mente di scrivere un libro
— che fu poi il _Lorenzo Benoni_ — per far conoscere in Inghilterra
quel periodo importantissimo della vita italiana, e destar così un
sentimento di simpatia per il suo paese «che allora aveva bisogno di
tutti.» Manifestò il suo disegno ad alcuni amici che lo approvarono, e
trattò della pubblicazione coll'editore d'un giornale, che lo esortò
a scrivere i primi capitoli, i quali sarebbero stati stampati subito
per tastare l'opinione pubblica, e o smettere a tempo o tirare innanzi
di buono. Il Ruffini scrisse le prime cento pagine e gliele portò;
ma l'editore non fu soddisfatto, e cangiato avviso, volle vedere il
lavoro finito prima di cominciarne la stampa. Allora il Ruffini si
perdette d'animo, buttò in un canto il suo manoscritto e si dedicò ad
altre cose. Qualche tempo dopo, essendo andato a Parigi e avendo dato
a leggere quel poco che aveva fatto ad una colta ed arguta signora,
che gliene fece caldissime lodi, e lo spronò vigorosamente a scrivere,
riprese animo, si rimise al lavoro, lo condusse a fine, e mandò il
romanzo con una lettera di raccomandazione di suo fratello, a un
editore di Edimburgo, il quale approvò, stampò e ricompensò l'autore
con cento lire sterline: non sperata fortuna! che fu, come tutti sanno,
il primo anello d'una catena d'oro. Il _Lorenzo_ ebbe un successo
splendido; la stampa inglese incoraggiò l'autore con larghissime
lodi; lo stesso Mazzini, benchè in quel libro ci fosse qualche nota
stridente per un orecchio repubblicano, gli espresse per lettera
la sua ammirazione; la fama del Ruffini fu assicurata. Poi venne il
_Dottor Antonio_, e dopo il _Dottor Antonio_, tutti gli altri gioielli
smaglianti di limpidissima luce.
Come ha potuto il Ruffini ridursi in grado di scrivere in inglese,
per quanto si assicura, puro, facile ed elegante, in così breve tempo,
poichè egli medesimo dice che quando andò in Inghilterra non conosceva
che pochissimo la lingua? Voglio che un ingegno potente divini, in gran
parte, il linguaggio del quale ha bisogno per rivelarsi ed espandersi;
ma quanto deve aver faticato in quelle prime lotte del pensiero colla
parola, così lunghe e difficili anche per chi scrive nella lingua
che gli è famigliare dall'infanzia, egli che doveva scrivere in una
lingua straniera, e tanto diversa dalla sua! Io credo che quando va a
Londra, non dimentichi mai di visitare quella stanzina al quarto piano,
nella quale vegliò le prime notti, colla mente affollata di pensieri e
d'immagini che non trovavan l'uscita, e il cuore gonfio d'affetti che
prorompevano in lagrime prima che in parole! Chi avesse potuto in quei
momenti susurrargli nell'orecchio con uno di quegli accenti di voce
sovrumana che annunziano il futuro agli eroi delle leggende: — Tu sarai
ricco, celebre ed amato in questo paese, nel tuo, in molti altri, per
una lunga vita e dopo la vita!
È facile avvedersi da qualche parola buttata qua e là che il Ruffini
si dà pensiero del rimprovero che molti gli potrebbero fare, che
qualcuno gli fece, d'aver scritto in inglese invece che in italiano.
Per me credo che non occorra nemmeno discolparlo. Per potergli fare un
carico d'aver scritto in inglese, bisognerebbe potergli anche scrivere
a colpa di aver emigrato, d'esser andato a Londra, di essersi trovato
nella strettezza, di aver avuto bisogno di farsi capire dalla gente da
cui voleva farsi leggere. D'altra parte i suoi libri, benchè scritti
in inglese, sono tanto italiani e per soggetto e per sentimento e per
scopo, che si può quasi affermare che appartengono alla letteratura
italiana più che alla letteratura inglese. Scritti in italiano, non
si sarebbero certamente diffusi quanto si diffusero, e non avrebbero
ottenuto in egual misura lo scopo che l'autore si propose: — di far
conoscere ed amare l'Italia fuori d'Italia. — Il Ruffini ha fatto una
buona azione in inglese; e una buona azione è sempre una buona azione
in qualunque forma la si faccia; e il nostro amor proprio nazionale
non è punto meno solleticato da che gl'Inglesi ci dicano: — Alcuni dei
nostri più cari romanzi sono d'un Italiano; — che dal poter dir noi: —
abbiamo un Italiano che scrisse alcuni romanzi degni di stare accanto
ai più cari romanzi inglesi. —
I romanzi del Ruffini furono tradotti in molte lingue. Mi parlò egli
stesso di una traduzione tedesca che si fece mesi sono, e da quanto
mi parve di capire, tutte queste traduzioni gli fruttarono qualche
cosa, — eccettuate le traduzioni italiane — dalle quali non gli venne
il bellissimo nulla. Non lo disse, ma credo di poterlo affermare; e mi
spiace di poterlo affermare. Eppure i libri del Ruffini furono e sono
tuttora molto letti in Italia. Dal che si può tirare una conseguenza
che non è onorevole per il commercio letterario italiano.
S'informò delle condizioni della nostra stampa letteraria e mi domandò
che vita possa menare fra noi uno scrittore al quale non manchi il
favore pubblico. Gli risposi che in Italia, uno scrittore al quale il
pubblico sia favorevolissimo, può oramai considerarsi quasi sicuro di
non morir di fame, purchè lavori il doppio di quello che dovrebbe per
rispetto all'arte sua e per riguardo alla propria salute, e purchè i
suoi libri abbiano una straordinaria diffusione. E siccome mi nominò
uno scrittore giovane, autore di alcuni romanzi dei quali si fecero
parecchie edizioni, gli avrei voluto far sapere che appunto quello
scrittore, che pure si può annoverare tra i più fortunati del giorno,
può scrivere ogni sera qualche pagina di romanzo, perchè lungo il
giorno ne scrive molte, e Dio sa che camiciate gli costano, sul corso
forzoso, sulle imposte comunali e sui progetti di strade ferrate. E
gliene avrei potuto nominare un altro, morto giovane, ch'era pieno
d'ingegno e d'affetto, e operosissimo, e i cui libri si leggevano
avidamente, e che pure, non molto tempo prima di morire, si trovava
ridotto a desinare di castagne secche. E gli avrei potuto anche dire
d'un uomo illustre, vivente, autore di alcune opere note anche fuori
d'Italia, che per reggersi ritto, scrive ogni giorno una lettera
politica a un giornale di provincia, che manda cento lire al mese a
un amico suo, il quale si fa passare per corrispondente, e rimette i
denari a lui, che salva così il pudore della povertà. Il Ruffini che
s'è fatto una piccola fortuna con quattro novelle, avrebbe sorriso se
gli avessi detto queste cose. Certo che si può obbiettare: — Scrivete
delle novelle come le sue. — Ma tra farsi una fortuna e campare, ci
corre più che tra le novelle del Ruffini e gli scritti di coloro che
ho accennati, benchè ci corra moltissimo. E non dico questo per cavarne
un'accusa contro l'Italia; ma per dire le cose come sono.
Non so quanto tempo io sia rimasto con quel caro uomo, — medico di
anime e fattore di galantuomini, — cogli occhi fissi nei suoi e colla
mente tesa per cogliere ogni suo pensiero e impadronirmi di ogni sua
parola. E mi pareva di vedere intorno a lui, come un corteo, tutti i
gentili fantasmi che ci fece amare nei suoi libri, e lontano, in fondo
al quadro che mi rappresentavo colla fantasia, quella bella marina
ligure, quel bel cielo, quel lido verde e queto, ch'egli ci fece parere
più bello e ci rese più caro. E udendolo parlare italiano così un
po' lentamente e con qualche giro di frase straniera, e pensando ai
lunghi anni ch'egli visse fuori della sua patria, e al suo soggiorno
in Francia, e ai suoi viaggi in Isvizzera e in Inghilterra, che lo
allontanano da noi, provavo come un senso di mestizia, e gli avrei
voluto dire quello che ora scrivo, non per chi leggerà, ma proprio
per lui: — Tornate fra noi, caro amico, che se non abbiamo potuto
agevolare i primi passi che faceste sulla nobile via delle lettere, nè
raccoglier di prima mano i fiori di cui l'avete cosparsa, v'abbiamo
però accompagnato da lontano con un sentimento d'orgoglio, misto di
rammarico e di desiderio. Tornate fra noi perchè abbiamo bisogno d'una
persona cara e venerabile, sulla quale versare una parte dell'affetto
che avevamo accumulato sul capo di quel vecchio illustre, del quale voi
avete la bell'anima, e se non pari gloria, la stessa gloria: quella di
aver fatto del bene. —
Uscendo di casa sua, mi accorsi che per la prima volta, dopo due mesi
che stavo a Parigi, mi sentivo libero da un certo stordimento, da un
turbinio di desiderî, da non so che tumulto del cuore e della testa,
che non mi lasciava ben avere, nè lavorare, nè pensare, come se ogni
giorno fosse il giorno dell'arrivo, e che a volte mi prostrava in
uno sgomento da non potersi esprimere, come di chi credesse d'esser
diventato tutt'ad un tratto povero, stupido, nullo, e che tutti,
incontrandolo, dovessero sentir compassione di lui. Il Ruffini mi guarì
da questa malattia. Dopo di allora non l'ho più visto. Se gli cadranno
sott'occhio queste pagine, pensi che i medici debbono tollerare le
piccole indiscretezze dei malati — accetti la, mia pubblica professione
di gratitudine, — sorrida, — e mi perdoni.
1873.