Lessi, non è molto, in uno scritto dedicato a Teofilo Gautier, il
seguente periodo: — «Un giorno il Baudelaire gli domandò: — Come avete
fatto per imparare a scrivere in questo modo? — E il Gautier rispose:
— Ho studiato molto il vocabolario. — Si dice infatti ch'egli soleva
leggere il vocabolario con molto diletto. — Legger queste parole,
e veder come cadere un velo dinanzi ai miei occhi, e apparire un
vocabolario, come il pugnale a Macbetto, in aria, volto di costa verso
la mia mano, perchè l'afferrassi, fu un punto. Compresi, voglio dire,
tutto ad un tratto, e per la prima volta, che leggere il _Vocabolario
della lingua italiana_, leggerlo da capo a fondo, e rileggerlo, e
postillarlo, e farne spogli, e continuare a leggerlo, per consuetudine,
un po' tutti i giorni, è più che un bisogno, un dovere di coscienza,
non solo per chi scrive, ma per qualunque cittadino il quale desideri
di morire senza rimorsi. Mi rammento che al balenare di questa verità,
mi vergognai di non averla scoperta prima (per conto mio, ben inteso,
che del resto la scoperta ha le barbe); e che appuntando il dito
contro il calamaio, come per incaricarlo di rappresentare un momento
la mia persona, gli gridai: — Arrossisci! — Poi presi a snocciolargli
le molte ragioni, per le quali credevo che dovesse arrossire: — che
nessuno, cioè, può ragionevolmente credere d'avere studiato la lingua,
se non s'è servito del mezzo più semplice, più spiccio e più sicuro
di conoscerne, se non tutti, quasi tutti gli elementi, e che questo
mezzo non è altro che il _Vocabolario_, il solo libro nel quale della
lingua si può vedere tutta la ricchezza, e abbracciarne, per così dire,
il complesso, con una qualche sicurezza, nella quale l'intelletto si
riposi, e dalla quale proceda poi, con maggior ardimento, a studiare
nei libri. Che studiar la lingua soltanto nei libri, ed anco solo nel
popolo che la parla, è uno studiarla a caso, poichè nei libri non ce
n'è che una parte, nè il popolo la parla tutta, tacendo pure della
impossibilità, quando tutta la parlasse, di tutta raccoglierla; del
che si ha una prova nel fatto, che non v'è alcuno il quale scorrendo
del _Vocabolario_ solo una minima parte, non trovi un buon numero di
vocaboli propri a significare oggetti o fatti, ch'egli non soltanto
non ricordava, ma di cui non sopponeva nemmeno l'esistenza, e a cui
sostituiva definizioni, paragoni, giri di parole. Che il fatto di non
studiarsi tutto il _Vocabolario_ è cagione che un'infinità di cose non
si dicano mai, nè si scrivano da nessuno e in nessun luogo, neppure in
Toscana; non essendoci altra maniera, fuor di questa, di sapere come
si dicano, quando occorre di dirle, se non facendo ricerche spesso
lunghissime, qualche volta vane, sempre seccanti: onde si preferisce
di lasciar correre. Che nella lingua scritta, ed anco nella parlata
dalla gente colta, per ciò solo che non si studia il _Vocabolario_, c'è
molto meno varietà di quanta ce ne protrebb'essere, essendosi ciascuno,
a una certa età, formato un corredo di parole e di modi, che gli
bastano ad esprimere quello che ordinariamente ha da dire, e che però
non s'accresce più, salvo che per straordinarî bisogni; mentre colla
lettura assidua del _Vocabolario_ faremmo ciascuno al nostro linguaggio
buttare ogni giorno delle messe nuove, e potremmo dire ogni giorno
qualcosa di più, e di questo lavoro di tutti s'arricchirebbe la comune
lingua parlata e scritta. E altre molte ragioni trite e ritrite, ma non
mai ripetute abbastanza, la conclusione delle quali fu che io m'ero
ingannato fino allora nel considerare il _Vocabolario_ come un libro
fatto soltanto per rispondere quand'era interrogato; ch'esso era invece
un libro da leggersi per disteso, come una storia, o un trattato, o
un romanzo; e da tenersi sul tavolino da notte; e da portarselo, a
fascicoli, nelle passeggiate in campagna.
Mi misi a leggere, cominciando dall'A, con grande ardore, e divorai
in pochi giorni parecchie centinaia di pagine, tempestando i margini
di note in modo da non lasciarli più vedere. Che volete? Il diletto
che ci provai fa tale e tanto, che non potei resistere al desiderio di
esprimerlo, e sospesa la lettura, tirai giù le linee seguenti.
Mi raffiguro una sala immensa, nella quale siano stati raccolti e
schierati confusamente gli oggetti di cento Esposizioni universali.
Attraversare di corsa questa sala dev'essere un piacere della natura di
quello che si prova leggendo il _Vocabolario_. Voi trascorrete dalla
città alla campagna, dal mare alla terra, dalla terra al cielo, dal
cielo nelle viscere della terra, colla rapidità con cui trascorrerebbe
la vostra immaginazione abbandonata ai suoi grilli. Accanto a un
mobile di casa, vedete un'arma del medio evo, accanto all'arma un pesce
raro, più in là una pianta asiatica, poi un ingegno meccanico, poi una
pietra preziosa, poi un fiore, poi un edifizio, poi un tessuto. Trovate
strumenti di tutte le arti, termini di tutte le scienze, vestimenti di
tutti i popoli, usi di tutti i tempi, immagini di tutte le religioni.
V'accompagna per la via un vocío continuo intercalato di proverbi,
di bisticci, di frizzi plebei, di grida di meraviglia, d'insulti,
di complimenti, di beffe, di saluti. Incontrate una folla di parole
che vi paiono larve di persone; le dotte, tronfie, professori cogli
occhiali; le antiquate, archeologi tabacconi, pieni d'acciacchi, che
brontolano contro la gente nuova; le nuove, fresche, sfrontate, come
giovanotti entrati or ora nel mondo, con qualche lettera commendatizia
di scrittore autorevole; le comuni, uomini pubblici con un lungo
codazzo di clienti; le sinistre, soggetti da questura; le altisonanti,
spacconi da assemblee popolari; le leziose, nobiluccie affettate; le
sconcie, donnaccie senza pudore, con un marchio di riprovazione sulla
fronte; le straniere, viaggiatori smarriti; i diminutivi, frotte di
bambini, in lunghe file, colle mamme alla testa. E voi passate accanto
all'une, senza guardarle, come persone di casa; all'altre fate un
saluto in aria d'indifferenza; a queste correte incontro come a gente
dimenticata, che si rifaccia viva; a quelle vi fermate innanzi un
momento, per fissarvene in mente l'aspetto; e quale vi fa ravvedere
d'un errore, quale vi dà un consiglio amichevole, quale vi accenna un
fatto storico, quale vi espone una tradizione popolesca; e voi pensate,
ridete, fantasticate, e imparate lingua, storia, morale, poesia,
scienza, giuochi, mestieri finchè chiudete il libro storditi, come
all'escir da una sala dove aveste veduto insieme un teatro, un mercato
e un'accademia. Che si può trovare di più in un libro? Come si può
negare che sia un libro incantevole? E quando si potrà dire d'averlo
letto abbastanza?
Il Mantegazza nella sua _Fisiologia del piacere_ ha dimenticato il
_Vocabolario_, ed è una dimenticanza che non gli si può perdonare.
Mi ricordo d'un professore di matematica, ardentissimo della sua
scienza, il quale, portate per la prima volta in scuola le Tavole
dei logaritmi, chinò il viso sul libro fino a toccare il margine
col mento, e agitando in alto le braccia tese esclamò con un accento
d'inesprimibile soddisfazione: — Com'è dolce nuotare in questo oceano!
— E così è dolce nuotare nel _Vocabolario_. Si va giù per le colonne
come per la corrente d'un fiume, e le parole sono villette, piante e
donnine schierate lungo la riva; ci si lascia andare, e si scivola
placidamente, pensando a mille cose, come quando si scartabella un
albo di paesaggi, e si canta. Il _Vocabolario_ è un libro fantastico.
Si dice che la lettura delle _Mille e una notte_ desta nella mente un
turbinío di immagini abbarbaglianti, che danno una specie di ebbrezza,
seguíta da sogni deliziosi. Cinquanta pagine di _Vocabolario_ suscitano
nella testa una folla d'immagini più fitta, più varia, più turbinosa,
che quella delle _Mille e una notte_. Chiuso il libro, chiudo gli
occhi, e vedo intorno a me una miriade di cose disparatissime, che
girano e s'inseguono, spariscono e riappaiono, come un nuvolo di
farfalle, produgendomi nella mente un tumulto piacevole, che mi dura
anco nel sonno. Il _Vocabolario_ eccita i sensi.
E lasciando da parte i piaceri, e per farla anche un po' da pedante,
quante cose insegna nel suo casalingo linguaggio e colla sua paterna
bonarietà, quest'aureo libro! Col suo costante, semplice e severo
definire e specificare ogni cosa, dà contorno e lume alle vostre
idee; così che dopo la lettura d'un'ora, se vi mettete a scrivere,
non vi pare che quello che pensate e il come lo esprimete siano
mai abbastanza chiari e determinati, e non vi contentate più della
prima forma, e finite poi col far meglio. Col descrivere minutamente
quegl'infiniti oggetti, che noi sogliamo indicare aiutando la parola
col gesto, senza riuscir mai a porgerne l'immagine a chi non li abbia
veduti, ci esercita alla descrizione minuta, all'uso delle parole
proprie, a quel lavoro di musaico della lingua, a quella lotta contro
le piccole difficoltà, che gli scrittori di libri letterarî scansano
quasi sempre fingendo di sdegnarla, ma in realtà perchè la temono.
Poi, la curiosità è mezza scienza, e il _Vocabolario_ ci mette ad ogni
passo una curiosità; leggendo sentite il bisogno d'aver accanto ora
un botanico, ora un meccanico, ora un archeologo, ora uno storico,
chè l'affollereste di domande; non l'avete? la curiosità resta, le
domande si appuntano, alla prima occasione si faranno. E poi, parola e
pensiero son gemelli della mente: quante faville vi accende nella testa
il _Vocabolario_! Il Gautier diceva che ci son parole diamante, parole
zaffiro, parole rubino, che non domandano che d'essere incastonate; si
può dir di più; ci son parole che gettan l'idea d'un lavoro; parole
che dánno la sveglia a mille pensieri che ci stavano come ravvolti e
nascosti in un angolo della testa; parole che ci ravvivano la memoria
di tutto un libro dimenticato. E infine la lettura del _Vocabolario_
fa l'effetto d'una lezione di modestia, perchè si può ben esser dotti,
ma in ogni colonna si troverà sempre quella parola che ci fa dire: —
Non sapevo! — e ci rende accorti d'una lacuna che avevamo nella mente.
Molti lo dovrebbero leggere non foss'altro che per esercitarsi a tirare
indietro, come la lumaca, le corna dell'orgoglio.
Ma non solamente è un libro ameno, utile e morale; il _Vocabolario_ si
fa anco amare perchè è il libro più intimamente «nazionale» di tutta
la letteratura; ci han lavorato tutti i secoli, ci abbiamo lavorato
tutti; dotti, analfabeti, fanciulli; c'è un verso d'ogni poeta e un
periodo d'ogni prosatore; ogni grande avvenimento ci ha lasciato un
ricordo: c'è la storia della nostra lingua; vi si trovano le traccie
della lotta secolare tra la lingua prima e lo spirito trasformatore
del popolo; vi son le parole moribonde, le vittoriose, le storpiate, le
trasfigurate, le invulnerabili, le uccise, le sotterrate, le fracide,
le risorte; è un vero campo di battaglia sul quale tutte le nostre
provincie e tutte le nostre città hanno mandato soldati; è un libro
tutto patria; il più nostro di tutti; si prova, a scorrerlo, quel
piacere della proprietà che il Mantegazza annovera tra i più dolci; si
gode a maneggiarlo come a palpare un mazzo di chiavi di casa nostra; a
uno straniero che ci offendesse, daremmo sulla testa, in nome d'Italia,
a preferenza d'ogni altro libro, questo; a volte ci si sente presi di
vera tenerezza per lui; io gli batto la mano su, e gli dico; — Maestro,
amico, consigliere, che sai tutto e rispondi a tutto ed a tutti, fido
compagno degli studiosi, pedantone caro e glorioso, ti saluto! —
Quante volte vi piglia la tentazione di consigliare la lettura del
_Vocabolario_ come farebbe un medico d'un medicinale! Quando voi, per
esempio, che non sapete parlare il dialetto, o che vi siete intestati
di non volerlo parlare, entrando in una casa di buona gente, vedete
ragazzi fuggire, signorine turbarsi, e padre e madre, dopo aver
tentato, a più riprese, ma invano, di farvi cambiare linguaggio,
pigliar quasi il broncio, e lasciar languire la conversazione; quanto
volontieri, all'uscire, consegnereste alla cameriera un biglietto di
visita con su scritto, a modo di ricetta: _Vocabolario!_ E quando vi
si presenta un giovanetto, del quale si narran meraviglie, laureato,
autore di belle poesie, che cinguetta il francese, l'inglese, il
tedesco, e che poi, messo al punto di dovervi raccontare in italiano,
alla lesta, non so qual caso seguíto a lui, s'impenna, si ripiglia, non
può dire quello che vuole, e butta fuori strafalcioni da pigliar con
le molle, con che matto gusto, finito quello strazio, gli mormorereste
nell'orecchio, a modo di pietoso confessore: _Vocabolario!_ —
Finalmente se si potesse fare quello che un mio amico repubblicano
desiderava; il quale, per gettare lo spavento in cuore ai partigiani
della monarchia che gavazzano alle spese del povero popolo, avrebbe
voluto che non so quale smisurato gigante immaginato da lui, lanciasse
dall'Alpi a Siracusa un tale grido di disperazione, da far traballare
le mura e andare in frantumi i vetri di tutti i palazzi d'Italia;
sarebbe a desiderarsi che questo gigante, rizzatosi in mezzo a tante
migliaia d'Italiani che non vogliono parlar la lingua propria, o la
stroppiano, o l'appestano, o la castrano, o la svergognano, gridasse
con tutta la forza dei suoi prodigiosi polmoni: — _Vocabolario_.
E poichè in questi giorni, — come intesi dire a un negoziante — tutto
ciò che si scrive, anche in materia di letteratura, deve avere la sua
«conclusione pratica» ne tirerò una anch'io da questo scritterello.
E dirò come dice chiunque, ormai, che abbia tre lettere dell'alfabeto
in testa, quando vuol mettere innanzi una proposta; se fossi Ministro
della istruzione pubblica, dirò, metterei nel programma d'insegnamento
per le scuole del Regno, colla più profonda convinzione di far cosa
utile all'Italia, la lettura obbligatoria di tutto il _Vocabolario_
della lingua, con spogli, commenti ed esame alla fine d'ogni anno.
«Come si dice in italiano questo? e quello? e quest'altro?» domande
ragionevolissime da fare a uno studente che sappia tant'altre cose.
Dicono: — C'è dei _Prontuari_! — Lavoro fatto, non ci credo; bisogna
comprar la lingua col nostro santo inchiostro e d'altra parte i
_Prontuari_ non contengon che nomi. Non c'è tempo! Vediamo: io ho il
Fanfani in mano, ultima edizione, millesettecento pagine, otto volumi
di sesto ordinario, di quattrocento pagine l'uno, dieci pagine al
giorno:
— Un anno.
Io continuo, e voi, ragazzi, seguite il mio consiglio: cominciate.