I mezzi pedanti, quelli che pedanteggiano per ambizione di farsi
temere, poichè non riescono a farsi ammirare; i pedanti maligni, che
s'accaniscono contro la parola perchè detestano la persona; i pedanti
freddi, che sorridono e disprezzano, sono gente volgare e noiosa. Ma
quello nato coll'istinto della pedanteria, quello che non dorme per un
francesismo, che si scorruccia con un amico perchè ha scritto _figlio_
invece di figliuolo, che sente una compassione sincera per chi scrive
_toeletta_ invece di teletta, che inveisce contro un monosillabo colla
voce strozzata dall'ira; quello, infine, che si rode e si consuma,
che non è aguzzino, ma vittima, e che fa il pedante collo zelo e col
coraggio d'un missionario di Nostra Santa Lingua Immacolata, questa
specie di pedante mi piace e m'ispira rispetto, e credo che sarebbe un
peccato che se ne perdesse la semenza.
Di tale specie era un pedante che conobbi a Firenze, del quale
m'è rimasto un ricordo amenissimo unito a un sentimento di sincera
ammirazione.
La prima volta che lo vidi, giovanetto com'ero ed entrato allora,
a scappellotto, nella repubblica letteraria, mi fece una viva
impressione. Lo vidi una sera in fondo a una bottega di libraio, che
leggeva. Le sue mani lunghe e scarne, appoggiate sul libro, parevano
due enormi ragni che stessero in agguato per afferrare le mosche
_francesismi_. Il suo naso adunco, che quasi toccava la pagina,
arieggiava il becco d'un uccello che frugasse fra le parole per
trovare i vermi _improprietà_. Tutta la sua persona alta e magra, e
incurvata sul tavolino, mi dava l'immagine di non so che strumento di
tortura messo là per dilaniare lo scrittore che leggeva. Parlando col
libraio, ch'era piemontese, mi sfuggì qualche parola di vernacolo,
e nello stesso momento vidi apparire e sparire sul suo viso, che mi
si presentava di profilo, una gran macchia bianca.... il suo bianco
dell'occhio. Di tanto in tanto si addentava il labbro di sotto o rideva
con isforzo, facendo ballare le spalle. Tutt'a un tratto chiuse il
libro con dispetto e s'alzò esclamando: — Oh che gente! Oh che galera!
— Poi prese il cappello ed uscì. Tutti i presenti risero ed io pure.
Spinto dalla curiosità, m'avvicinai al tavolino e diedi un'occhiata al
libro.... Era mio!
Qualche tempo dopo, domandai informazioni sul conto suo a un amico
che lo conosceva intimamente. — È una perla d'uomo, — mi disse; — ma
un po' stravagante. Figuratevi ch'egli vive due vite: la vita reale,
quella che viviamo noi, in mezzo ai nostri simili; e un'altra vita,
puramente immaginaria, in un piccolo mondo ch'egli s'è creato colla
lingua. In questo piccolo mondo, nel quale gli uomini son parole e le
frasi avvenimenti, egli vi mette, o per meglio dire vi prova tutte le
passioni che prova nell'altro. Ci ha le parole che ama come figliuoli,
le parole che odia, le parole che disprezza, le parole che perseguita,
le parole che gli turbano i sonni e le digestioni, le parole che lo
consolano e che l'aiutano a sopportare i malanni della vita. Vi sono le
frasi di cui si risente come d'un'ingiuria, quelle che lo affliggono
come una sventura domestica, quelle che gli mettono nell'anima dei
dubbi amari e lo fanno vivere in una continua inquietudine. Che suo
figlio diventi un cattivo soggetto e che la parola _cómpito_ cambi a
poco a poco di significato, son due calamità presso a poco uguali per
lui. Che l'Italia riesca a rassestare le sue finanze e che il verbo
_utimare_ pervenga a pigliare il posto del verbo _exploiter_, sono
due buone fortune che egli desidera col medesimo ardore. Egli ha una
sola grande aspirazione: che nel suo paese si scriva bene; e un solo
grande dolore: che non si sappia più scrivere. I suoi affetti, i suoi
pensieri, tutta la sua vita gira su questo perno: la purità della
lingua.
Da altri seppi di lui altre cose, che mi parvero incredibili, benchè mi
fossero assicurate con insistenza. Si diceva che un giorno aveva tenuto
con un suo servitore il dialogo seguente:
— Tonio, il caffè.
— Ce lo porto.
— Che hai detto?
— Che ce lo porto.
— Hai gli otto giorni per cercarti un altro padrone, manigoldo.
Una volta, un suo conoscente, incontrandolo per via, gli disse: — Ho
letto con molto _interesse_ il vostro articolo. — Non me ne importa un
fico, — egli rispose, — e gli voltò le spalle.
Si diceva che una sera, in una conversazione, aveva dimostrato con
un lungo ragionamento e colla massima serietà che un uomo capace di
scrivere, — _al di là dei monti_, — invece di — _di là dai monti_, —
messo al punto, sarebbe stato capacissimo di ammazzare a sangue freddo
suo padre.
Fossero o non fossero vere queste cose, dopo averne sentite tante,
mi venne il desiderio di conoscerlo. Prima, però, volli sapere
precisamente che cosa pensasse dei fatti miei, benchè la scena accaduta
dal libraio non mi lasciasse alcun dubbio consolante. Un amico comune
lo interpellò e n'ebbe questa risposta: — Ditegli che per quel ch'è
sentimento, non c'è male; ma che per quello che riguarda la lingua,
scrive come un Seraceno.
Meno male! — pensai. — Ora, almeno, so a che paese appartengo, e qual
è la _nazionalità_ di cui mi debbo spogliare.
Gli fui presentato; m'accolse cortesemente. Il discorso cadde subito
sulla lingua. Gli domandai dei consigli. Sospirò, mi disse che i
tempi eran tristi, che non v'era più amor di patria, che i bricconi
avevan il mestolo in mano; le quali cose si riferivano unicamente
alla lingua, e non alla politica, come potrebbe parere. Gli domandai
quali degli scrittori del giorno, dei più illustri, s'intende, e
toscani, avrei potuto seguire, in fatto di lingua, per non uscire
dalla buona via; e glieli nominai uno dopo l'altro. — Il tale? — Per
amor di Dio! — rispose; — che mi tocca di sentire! — Il tal altro? —
Oh numi! Ci mancherebbe anche questa! — Tizio, dunque? — Oh povero
figliuolo, che cosa le passa per il capo! — E qui prese a citarmi
una lunga filza di francesismi, d'idiotismi, di neologismi, d'errori
d'ogni natura, sfuggiti a quegli scrittori, usando con la maggior
serietà tutte le espressioni che sogliono adoperarsi al proposito
degli scapestrati e dei malfattori, come ad esempio: — Le pare che
questo sia un procedere da galantuomo? — Non so il tale dei tali che
fine farà. — Bisogna proprio aver perduto ogni pudore, ecc., — a tal
segno che, sapendomi colpevole d'una gran parte degli errori di cui
accusava quei valentuomini, ebbi un momento il timore che m'agguantasse
per la cravatta e mi conducesse alla questura. — Ma chi dunque scrive
italiano? — domandai. — Nessuno! gridò, alzando il bastone. — Vi
sarà qualcuno che scrive con parole italiane, in lingua, frase per
frase, italiana; ma il complesso dello scrivere, ma l'ordito, ma il
processo del pensiero, per Dio, è francese! francese! francese! La
pelle è nazionale, il sangue che circola sotto, è barbaro! Barbari
tutti, italiani rinnegati, scrittori senza coscienza e senza cuore! Se
ne persuada, giovinotto! E una verità vergognosa, ma è la verità, la
verità, la verità! — In quel punto eravamo arrivati dinanzi alla porta
di casa sua. —
Ma, — dissi io timidamente: — Alessandro Manzoni.... — Santissima
Vergine! — esclamò turandosi le orecchie colle mani, e infilò la porta
correndo.
Un giorno assistetti a un battibecco curioso tra lui e il più grosso
dei _due fondatori della prosa borghese_, di cui parla il Carducci
nella sua poesia l'_Italia in Campidoglio_. S'era negli uffizi di
una Rivista mensile col Mamiani, il Berti ed altri barbari. Il nostro
personaggio inveiva contro «lo scellerato vezzo» di usare i nomi propri
senz'articolo. — Vi assicuro, — diceva, — che quando leggo _la casa di
Manzoni_ o _la statua di Dupré_, non capisco.
— Andiamo, via, — gli rispose il prosatore borghese; — codesta è una
esagerazione.
— Vi dico che non capisco!
— Vi sostengo che capite benissimo.
— Vi ripeto che non capisco! gridò il purista col viso acceso.
— Giuratelo! — urlò il _borghese_.
— Lo giuro, per Dio! — tuonò l'altro balzando in piedi, e picchiando un
gran pugno sul tavolino.
— Avete giurato il falso! — ribattè il primo colla sua voce stentorea,
in mezzo alle risa e al vocío generale, — e se mi sfidate, v'ammazzo
senza pietà, perchè son sicuro che andate all'inferno!
Il povero purista ricadde spossato sulla seggiola, esclamando con voce
fioca e gli occhi rivolti al cielo: — _La casa di Manzoni!_... Oh che
gente! Oh che paese!
Un'altra sera entrò gravemente nella sala e disse con un accento
di tristezza e di pietà, rivolgendo la parola a tutti: Bisognerebbe
avvertire il Bonghi.
Tutti pensarono che fosse accaduta al Bonghi qualche disgrazia.
— Bisognerebbe, — continuò colla stessa gravità. — che se ne
incaricasse un suo amico intimo. È una cosa che ormai passa tutti i
limiti. Quell'uomo perde la testa.
— Ma che cos'è seguíto? domandarono tutti con ansietà.
Era seguíto che il Bonghi, in una delle sue rassegne politiche,
aveva scritto _le fila dell'opposizione_ invece di _le file_. Tutti
respirarono.
E di questi aneddoti ne potrei citare una cinquantina.
Con me, benchè mi tenesse in conto d'un buon diavolaccio, non potè
mai fare la pace. Riconosceva i miei sforzi ed anco qualche progresso
che avevo fatto dall'Arabia verso l'Italia; ma in fondo, per lui,
ero sempre un Seraceno, e lo diceva ai miei amici, onorandomi di un:
— Peccato! — e di un: — Forse, col tempo!... — che mi dava un po' di
consolazione. Qualche volta, poichè era pedante, ma uomo di cuore, mi
guardava fisso con un'espressione di benevolenza pietosa; pensava,
credo, con rammarico, che io così giovane, ero già così miseramente
traviato; prevedeva i dolori che m'aspettavano; si domandava che vita
avrei trascinata, che razza di educazione avrei data ai miei figliuoli,
che fine miserabile avrei fatta. Ma bastava che io gli domandassi
improvvisamente: — _Cosa_ pensa? — perchè vedesse ricomparire sulla
mia fronte il marchio inviso di Maometto, e mi guardasse come un'anima
perduta.
Ora la semenza di questa specie di pedanti si va perdendo. In fatto di
lingua, tutte le maniche s'allargano; i puristi più austeri transigono;
gli stessi accademici della Crusca, e i migliori, si lasciano sfuggire
parole e modi nuovi, e tengon dietro al movimento della lingua; i
pedanti indietreggiano da ogni parte, incalzati dalla necessità e
dalla critica; la legione s'è ridotta un drappello, la marea monta e
li affoga. Eppure, sarebbe un peccato che rimanessero tutti affogati.
Nella letteratura, la varietà è ricchezza. È bene che ci siano i
demagoghi temerari e i reazionari arrabbiati. Questi Don Chisciotte
del vocabolario che si slanciano a lancia in resta contro le parole,
hanno il loro bello; questi carcerieri della lingua non sono inutili;
la critica del microscopio può far del bene.
Oh mio buon pedante! non ti sdegnare contro di me, se ti cadranno
sotto gli occhi queste pagine: io ti giuro sul Corano che non ebbi
intenzione di offenderti. Io ti temo, ma t'amo, perchè nel tuo mondo
di parole tu sei un artista, e sei un artista perchè ami, soffri e
combatti. E prego il cielo che ti lasci lungo tempo ancora in questa
valle di lagrime e di francesismi. E t'auguro che il buon sacerdote che
ti assisterà nei tuoi ultimi momenti, ti parli correttamente la parola
di Dio. E desidero che quando tu non sia più, tutti rammentino il tuo
nome con affetto, nessuno con _interesse_; e che l'amico che scriverà
la tua necrologia, non turbi il riposo delle tue ossa, dicendo che tu,
su questa terra, hai fatto degnamente il tuo _cómpito_; ma proclami
altamente che hai esercitato con onore il tuo ufficio. E chieggo a
Dio come una grazia che se l'anima del Petruccelli della Gattina è
destinata a salvarsi, egli la ponga in un altro cerchio del paradiso,
perchè la tua felicità non sia turbata dal ridestarsi delle ire e dei
dolori terreni. E così sia.