_Caro_ ***.
È naturalissimo il tuo desiderio di sapere qualche particolare intorno
a Emilio Castelar, ed è giusto il rimprovero che mi fai di non averne
parlato che vagamente nel mio libro.
Io solevo accompagnarlo da casa sua alle Cortes e lo conobbi in quelle
brevi conversazioni assai meglio che nei suoi libri. Non ti meravigli
ch'egli usasse così famigliarmente con me straniero e sconosciuto,
poichè, oltre ad essere molto alla mano con tutti, è così matto
dell'arte italiana, che coglie con piacere ogni occasione di parlarne
e d'udirne parlare anche dagli ignoranti.
Il Castelar ha questo di curioso, che a vederlo, a stargli insieme,
nessuno direbbe mai che sia un grande oratore. All'aspetto non ha nulla
di notevole. È piccino, grassoccio, calvo, e ha due grand'occhi, che
spirano un'aria di cor contento. A udirlo poi, sembra meno che mai
quello stess'uomo che strappa gli applausi alle Cortes. Parla a pause,
stilla le parole come per pigliar tempo di cercare la frase, non casca
mai nella declamazione, non si lascia mai sfuggire un'espressione
che non convenga al linguaggio famigliare. Di più, mentre parlando
alle Cortes tratta ogni argomento con una specie di dignità tragica,
nella conversazione famigliare discorre in tuono di scherzo anche
delle cose più gravi. Se qualche volta esce dallo scherzo, casca
nell'indifferenza; ma non dà mai nel serio. Non ho mai visto sul suo
viso, nè udito nella sua voce la più leggera espressione di sdegno. E
infatti a lui, come oratore, manca assolutamente quell'_effet terrible_
che descrive Vittor Hugo parlando del Mirabeau, e quella, se si può
dire, forza della collera, per la quale grandeggia qualche volta il
Gambetta. Egli piace, seduce e spesso commove; ma non fa mai paura. Non
si può dire che ha i _fulmini dell'eloquenza_; ma i lampi, i raggi,
che so io? l'iride; poichè i suoi discorsi brillano più di colori
gentili che di luce feconda. Un giorno che era annunziato un discorso
del Castelar, un ministro disse giustamente ai suoi colleghi: — Oggi
il pavone Castelar fa la ruota. — Ma aveva ragione anche un dotto
Carlista, il quale, rimproverato da un suo amico perchè gli piacevano
quelle _bolle di sapone_ del Castelar, si scusò dicendogli ch'eran le
più belle che si facessero in Spagna.
Il primo giudizio che portai del Castelar, fu che non avesse punto
fiele nell'anima. Guardandolo negli occhi quando parlava senza ira
di gente che lo detesta e lo diffama, non gli vidi mai _quelle crespe
delle palpebre e quei guizzi e colori dell'orbe_, come dice benissimo
il reverendo padre Bresciani, che rivelano i sentimenti nascosti dalle
parole. Soltanto mi parve che non fosse insensibile alle punture
della gelosia oratoria, perchè un giorno, alle Cortes, nel momento
che si alzava Cristino Martos, oratore _de pelo en pecho_ (col pelo
sul petto), come si dice in spagnuolo, per dire un uomo di polso; e
che da tutte le parti della sala si faceva improvvisamente un profondo
silenzio; vidi il Castelar rannuvolarsi e tentar di far uno sbadiglio
che non gli riuscì di finire.
Un sentimento che prova la sua gentilezza d'animo, e che non credevo di
trovare in lui, così genuinamente spagnuolo, è una profonda avversione
per le corse dei tori. — Non me ne parli! — mi disse un giorno facendo
un atto di ribrezzo: — è una stupida barbarie che vorrei veder bandita
per l'onore del mio paese.
Da principio non riuscivo a raccapezzare come la pensasse in fatto di
religione. Spiritualista avevo capito subito che lo era; ma non capivo
se fosse cristiano, ossia se credesse nella divinità di Gesù Cristo.
La sua opera _La civiltà nei primi cinque secoli del cristianesimo_
(quattro volumi che si potrebbero ridurre in uno, se si bada alla
sostanza, e che si vorrebbe fossero cento, se si bada alla forma) non
mi lasciava dubbio che fosse ardentemente cattolico. Per contro i suoi
discorsi politici non mi lasciavan dubbio che fosse libero pensatore.
Un giorno gli domandai _ex abrupto_ una spiegazione, e mi parve che
la domanda non gli riuscisse gradita, come segue di tutte le domande
che ci obbligano ad affermare qualcosa di cui non siamo sicuri. — Una
volta, mi rispose, ero cattolico; ora.... son razionalista. — E cambiò
discorso. È insomma anche lui di quei moltissimi che si agitano _fra
la fede e un dubbio serio ed inquieto_, come scriveva il Manzoni al
Giusti; e se avesse da dire in termini recisi quello che pensa e che
crede, si troverebbe imbarazzato. Certo è che la fede nell'esistenza di
Dio e nell'immortalità dell'anima, è il sentimento che gli ha inspirato
le più eloquenti parole dei suoi libri e dei suoi discorsi.
Come tutti gli artisti, è un po' vano e ghiotto della lode; ma la sua
vanità è così ingenua, che non solo non ristucca, ma piace. Qualunque
lode gli si dia, se la piglia, sta zitto e lascia che si tiri innanzi,
come se si parlasse di un altro. Qualche volta poi dondola il capo come
per dire: — dite bene, avete ragione, io pure son di questo parere. —
Un giorno mi disse amichevolmente: Se lei vuol avere un'idea del mio
genere d'eloquenza, venga a sentire il discorso che farò la settimana
ventura contro la politica estera del governo. Ma lei dalla tribuna dei
giornalisti non può vedermi in viso, e perde il mio gesto.... Ebbene
le farò dare un biglietto per una delle tribune di rimpetto; così non
perderà nulla. — Il mio principale merito, — disse un'altra volta — è
quello d'aver saputo dire in lingua pura e in stile elevato molte cose
nuove che pare non si possano dire che a scapito della dignità dello
stile e della correttezza della lingua. — In questo modo si libera la
gente dalla seccatura di dare il proprio parere. Un giorno gli lessi
un brano d'un suo discorso che avevo tradotto in italiano, ed egli mi
disse candidamente: È bello anche in italiano.
Come tutti gli uomini d'immaginazione viva e di cuor caldo è
facilissimo all'ammirazione, e non serba, nell'esprimere questo
sentimento, nessuna misura. Quando loda qualcuno o qualcosa, i suoi
amici non gli credono più. Un giorno, alle Cortes, un deputato domandò
a un collega, il quale aveva conosciuto il Gambetta a Parigi, se questo
Gambetta gli fosse parso veramente quel grande uomo che molti dicevano.
— Domandalo al Castelar, — gli rispose il collega; — egli lo conosce
meglio di me. — Che! — disse l'altro; — in queste cose il Castelar è un
bambino. — E in fatti la biografia del Gambetta scritta dal Castelar,
piuttosto che il ritratto d'uno storico fedele è il panegirico di
un partigiano infatuato. Un'altra volta un deputato, me presente,
domandò al Castelar che impressione gli avesse fatta Garibaldi la prima
volta che gli aveva parlato. Il Castelar allargò le braccia e alzò
gli occhi al cielo, esclamando con enfasi: — _Amigo! La de un hombre
extraordinario_ (quella d'un uomo straordinario). — Me lo immaginavo,
— rispose l'amico; — ma già su tutto quello che dici tu bisogna fare la
tara. E per dirne ancor una, ricordo che, mentre il Castelar mi levava
a cielo un tal Santa Maria di Siviglia che canta con molta grazia le
canzonette andaluse, affermando che il Tamberlick, il Mario, lo Stagno,
appetto a lui non valevano un fico secco, parecchi amici suoi diedero
in uno scoppio di risa, e uno gli domandò: — Ma quando la finirai con
codeste esagerazioni, don Emilio?
Solevo interrogarlo intorno al lavorío col quale prepara i suoi
discorsi, intorno a quei segreti d'artista, _a quei misteri_, per dirla
con Giambattista Giorgini, _che l'anima celebra con sè stessa_. Egli
mi spiegò in che maniera fosse riuscito a parlare e a scrivere così
facilmente e correttamente, e le sue parole mi parvero la rivelazione
d'una nuova teorica dello scrivere, alla quale ho pensato continuamente
d'allora in poi. — Con chiunque parli, mi disse, — e di qualunque cosa
parli, non avessi che da dare un ordine al mio servitore, non trascuro
mai l'espressione, cerco sempre di dir la cosa come la direi se le mie
parole dovessero venir scritte o stampate in sull'atto. E ogni volta
che mi balena un pensiero, lo esprimo subito a me medesimo come se
dovessi esprimerlo a un altro; non mi lascio nulla nel capo in istato
di embrione; penso continuamente parlando con me stesso a periodi
finiti. — In fatti corregge pochissimo le cose scritte. Ma benchè
prepari di lunga mano i suoi lavori per scrivere bisogna che abbia
fretta. Diceva che non poteva far nulla, se non aveva lo stampatore
alla porta.
Con lui parlavo spagnuolo, e ci voleva del coraggio; ma spesso mi
pregava di parlargli italiano. — Capisco l'italiano, — diceva, —
ma non lo parlo, perchè non lo voglio profanare. In Italia badavo
sempre a pregar la gente che mi parlassero italiano e non francese.
Bella! mirabile lingua! Però, lasciatemelo dire: se per la poesia è
meglio la lingua italiana, per l'oratoria preferisco la spagnuola. —
Su questo punto non voleva intendere ragioni. Qualche volta anzi gli
pigliavano dei dubbi anche sulla poesia, e ripeteva quei versi famosi
dell'Espronceda, coi quali un cavaliere imita il suono della corsa
sfrenata del suo cavallo:
Mis ojos fuego en su inquietud lanzando
Campo adelande devorando van.
E dicendoli con quella voce sonora e con quel gesto vigoroso, li faceva
parere anche più belli ed efficaci di quello che sono; ma è superfluo
il dire che non mi lasciava persuaso.
Tutti sanno quanto egli ama l'arte italiana, ma soltanto quelli che lo
conoscono possono sapere quanto e come l'ha studiata. Non c'è quadro
o statua o basso rilievo di Firenze, di Roma o di Venezia ch'egli
non abbia stampato nella memoria e non sia in grado di descrivere
minutamente come se l'avesse visto il giorno innanzi. Parla delle
nostre città, nominando strade, palazzi e porte, come parla di Toledo
e di Siviglia. Firenze, _la ciudad_, com'egli la chiama, _de la
inteligencia_, è la sua città prediletta. — _Allì_, mi disse un giorno,
_el último limpiabotas tiene mas sello academico que nuestros individuo
de número_. — (Là l'ultimo lustrascarpe ha più carattere accademico che
i nostri accademici). Un giorno, mentre alcuni amici suoi parlavano
di politica, egli interruppe bruscamente la conversazione, a cui non
badava, e fermandosi in mezzo alla strada colle braccia incrociate
sul petto, esclamò con un accento di profondo stupore: — _Y decir que
la puertas de Ghiberti son del siglo quince!_ — (E dire che le porte
del Ghiberti sono del secolo quindicesimo!) Quando si parla d'arte
italiana, va in visibilio. L'ho visto cangiar di colore e tremare
discorrendo d'un quadro del Tintoretto — _Mas si os digo_, — gridava
battendosi la mano sulla fronte — _que se siente crujir la seda!_ — (Ma
se vi dico che si sente il fruscío della seta!)
Avrei da scrivere molto se volessi riferire tutti i detti arguti che
intesi da lui, e gli aneddoti ameni di cui è amantissimo.
Diceva dello Zorilla: È un uomo che ha tutti i difetti d'un
temperamento artistico, senz'alcuna delle buone qualità.
A un amico materialista che gli aveva mandato un libro, nel quale
trattava dell'influsso del cibo sul pensiero, diceva: — Sta bene, ma
tu devi ancora scrivere un libretto per dimostrare quali sono i passi
del _Don Chisciotte_ che il Cervantes scrisse nei tempi in cui mangiava
pane di granturco.
Raccontava che un giorno, essendo a desinare in una famiglia, la
padrona di casa, in fin di tavola,, gli aveva detto, arrossendo un
pochino: — Signor Castelar, lei ci dovrebbe fare l'immenso favore di
declamarci un bel discorso mentre prendiamo il caffè — Qui il Castelar
rimaneva muto rifacendo tale e quale il viso che aveva fatto in quel
momento, e ti assicuro che c'era da scoppiare dalle risa.
Un giorno passeggiando nel Prado, il Castelar, un suo amico monarchico
e un terzo importuno ch'ero io, vedemmo venir verso di noi un uomo
colla faccia stravolta, che parlava e gesticolava da sè. Il Castelar
mi tocca col gomito e dice sottovoce: — Costui è uno che aspirava
alla corona di Spagna. Prima che fosse eletto il duca d'Aosta andava
egli stesso distribuendo ai deputati le schede col suo nome per il
giorno della votazione. Non si faccia scorgere: è matto. — Il matto
intese quelle parole, e si fermò; qualcuno che passava si fermò pure;
si formò un gruppo di gente. Quando fummo a due passi da lui, prese
un atteggiamento drammatico e voltandosi verso il Castelar, gli disse
ad alta voce: — Ebbene, sì, io volevo esser re; ma non sono mai stato
un impostore come lei! — Detto questo si allontanò brontolando; la
gente rise; il Castelar fece uno sforzo per ridere egli pure, ma
era diventato rosso come una fragola. — Bravo! — gli disse l'amico
battendogli la mano sulla spalla; — son contento di vedere che non
hai ancora perduto il pudore. — E che! — rispose pronto il Castelar; —
credevi che io fossi diventato monarchico?
La sua sala di studio, in casa, è l'immagine della sua testa; o per
meglio dire, era l'immagine, perchè non so se il Presidente della
repubblica viva ancora come viveva il modesto deputato. Statuette,
vasi di fiori, gabbie d'uccelli, opere di filosofia, libri di versi,
medaglie antiche, cataloghi di musei, atti ufficiali, lettere di
elettori, stampe, ritratti, giornali, opuscoli; si vedeva un po'
d'ogni cosa sparpagliato sui tavolini, sulle seggiole e pel pavimento,
in un disordine pittoresco, che faceva ridere e fantasticare. Là,
in mezzo ai suoi amici e ai suoi libri, il Castelar era più bello
a vedere che alle Cortes. Un giorno un amico suo fece il giro della
sala con una bacchetta in mano, e toccando l'uno dopo l'altri tutti i
cassetti dei tavolini, disse col tuono d'un cicerone: — Signori! Qui
sono i manoscritti pei giornali del Perù. — Qui, quelli pei giornali
del Messico. — Qui, quelli pei giornali di Cuba. — Qui, quelli pei
giornali del Brasile. — Qui, quelli pei giornali degli Stati Uniti. —
E qui, quelli pei giornali del vecchio continente. Quando un editore
si presenta, il Castelar apre un cassetto, vi tuffa le mani a occhi
chiusi, e butta via quello che trova. — Il Castelar disse una volta che
le corrispondenze dei giornali d'America gli rendono quindicimila scudi
all'anno. E pensare che pochi anni prima, per guadagnare qualche soldo,
scriveva prediche per preti di campagna!
Mi raccontò egli stesso, un po' per volta, le prime vicende della sua
vita, dicendomi di tratto in tratto che, se volevo, pigliassi pure
degli appunti. È nato a Cadice nel 1832. Suo padre, uomo studioso,
benchè agente di cambio, e possessore d'una ricca biblioteca, morì
in età ancor fresca, lasciando la moglie e il piccolo Emilio, che
non aveva ancora sette anni, in grandi strettezze. Una sua sorella
d'Alicante li accolse in casa tutti e due, e la signora Castelar si
consacrò tutta all'educazione del figliolo, facendo per lui, fra gli
altri sacrifizi, quello di conservare e di arricchire la biblioteca
paterna, affinchè egli prendesse per tempo amore ai libri. Il Castelar,
in fatti, ebbe fin da ragazzo, più che amore, manía per la lettura, e
l'ha ancora, poichè legge continuamente, per le strade, nelle Cortes,
a tavola, a letto, nel bagno, da per tutto dove può tener sotto gli
occhi un libro o un giornale. Con questo gran bisogno di leggere nacque
in lui quasi ad un tempo un gran bisogno di parlare, e ancora bambino,
diede prova di straordinaria facondia. — Facendo gli altarini — mi
disse, — io e i miei piccoli compagni, solevamo pronunziare ciascuno
un'orazione sacra dall'alto d'una seggiola ravvolta in una coperta da
letto. _Yo era el espanto de todos._ (Io ero lo spavento di tutti). — A
dodici anni fu mandato a Elda, dove studiò la lingua latina, e cominciò
a scrivere con grande ardore novelle, discorsi storici, dissertazioni
religiose, poesie, commedie, poemi, saggi d'audacia, com'egli disse,
più che d'ingegno; i quali finiron tutti nel fuoco. Le prime vere prove
d'ingegno e d'eloquenza le diede in Alicante dove si trasferì nel 1845
per fare il corso di _segunda enseñansa_. Qui si dedicò con entusiasmo
alla filosofia, alla storia e alla letteratura, e in questi studi andò
innanzi d'un gran tratto a tutti i suoi colleghi, parecchi dei quali,
che seggono ora nelle Cortes e professano principi politici affatto
contrari ai suoi, come don Carlos Navarros, il Gallastra ed altri,
attestano che sin d'allora era opinione di tutti, ch'egli sarebbe
diventato un grande oratore e un grande scrittore. Da Alicante andò
nel 1848 a Madrid, dove vinse al concorso un posto gratuito d'alunno
nella _Escuela nacional de filosofia_, e d'allora in poi, non solo
provvide al suo mantenimento, ma scrivendo nei ritagli di tempo che gli
lasciavano gli studi, guadagnò tanto da mantenere sua madre. Pubblicò
in quel tempo, tra le altre cose, un giornaletto letterario, in cui
i letterati ammirarono per la prima volta il suo stile nitidissimo
e scintillante. Suo cugino don Antonio Aparisi, il rinomato oratore
cattolico, leggendo un giorno uno di quegli articoli, disse alla
signora Castelar: — Zia mia, bisogna aver gran cura di questo ragazzo,
perchè se continua come ha cominciato, farà molto rumore nel mondo.
— Fin qui, però, le glorie del Castelar non erano state che glorie
scolastiche. Egli si rivelò per la prima volta alla Spagna nel 1854,
all'età di ventidue anni. Un amico, incontrandolo un giorno per strada,
gli annunziò che c'era un'adunanza popolare nel Teatro Reale, e gli
domandò perchè non ci andasse. Il Castelar non rispose altro che: —
Vado — e corse al Teatro. Quando arrivò, molti oratori avevano già
parlato, il pubblico era stanco, l'adunanza stava per sciogliersi. Ciò
non ostante il Castelar, risoluto a parlare, salì sul palco scenico e
cominciò: — Signori! Io vengo qui a difendere le idee democratiche....
— Un vivo bisbiglio di disapprovazione lo interruppe. La sua persona
esile, la sua voce sottile, il suo atteggiamento fanciullesco,
non ispiravano alcuna fiducia; lo presero per uno scolaretto; gli
gridarono: — Basta! Basta! Un'altra volta! Un'altra volta! — Il
Castelar, piccato, s'incaponì e tirò innanzi. A poco a poco si fece
silenzio; poi s'udi qualche voce d'approvazione; a un tratto, scoppiò
una tempesta d'applausi; infine ogni periodo fu applaudito con furore,
l'oratore venne condotto fuori quasi in trionfo, il suo nome corse
di bocca in bocca, i giornali di Madrid lo levarono a cielo, tutta la
Spagna, in pochi giorni, lo ripetè: il Castelar fu celebre da quella
sera. La España, autorevole giornale letterario, disse, pubblicando
il suo discorso: — _Està destinado a reemplazar à todos nuestros
grandes oradores y à reemplazarlos con ventaja._ — E il pronostico s'è
avverato.
Ora ha in mano le sorti della Spagna, se pure le sorti d'un paese così
sfasciato possono mai ridursi nelle mani d'un uomo solo. Che cosa farà?
È un riesci, come si dice in Toscana. Ma io questo ti posso dire,
che quando lo vedevo, in mezzo ai suoi amici, prorompere in scoppi
di risa da giovanetto di quindici anni; o volgere in mente qualche
bel periodo poetico da incastonare in un discorso, mentre un collega
badava a parlargli di leggi e di votazioni; o fare il viso del malumore
perchè il giorno che doveva parlare non c'eran signore nelle tribune;
e in tutte le conversazioni saltar sempre dalla politica all'arte,
dal ragionamento al sentimento, dalla terra alle nuvole; se qualcuno
m'avesse detto allora: — Costui fra un anno governerà la Spagna in
queste e queste condizioni, — con tutta l'ammirazione che avevo per
lui, avrei dato una scrollatina di capo, e detto tutt'al più: Chi sa!
le vie della Provvidenza sono infinite....
E poi leggi questo brano di discorso pronunziato da lui alle Cortes,
due anni fa. — «Come? Non è individualista il ministro dell'interno?
E se è tale, non comprende il gran poema della libertà di commercio?
La terra ha attitudini diverse; i climi dánno diversi prodotti; ma
grazie al grand'Ercole moderno, grazie al commercio, con codeste navi
che ora paiono grandi uccelli marini, e ora lasciano la bianca traccia
nell'acque e la densa nube di fumo nell'aria, si riuniscono tutti i
prodotti; la pelle che il Russo strappa agli animali smarriti nei suoi
deserti di gelo e la foglia del tabacco che cresce al sole ardente del
tropico; il ferro scoperto in Siberia e la polvere d'oro che il negro
d'Africa raccoglie nell'arena dei suoi fiumi; le stoffe tessute in
Inghilterra e i prodotti tratti dal seno dell'India, e tinti dei colori
dell'Iride da quelle società, primi testimoni della storia; il dattero
di cui si alimentava il patriarca biblico sotto le palme dell'antica
Asia, e le perle preziose che genera il vergine seno della giovine
America; il grato succo delle viti che abbellano le rive del Reno e
l'ardente vino di Xeres, che reca disciolto nei suoi atomi il raggio
del sole di Andalusia per riscaldar le vene degli intirizziti figli del
norte....»
A me pare che questo periodo basti per giudicare il Castelar come uomo
politico, come bastano certi sorrisi a rivelare tutta l'anima d'un
uomo. Mi pare che un oratore il quale fa in un parlamento una tirata di
quella natura non possa esser capace di portare a salvamento la baracca
d'uno Stato.
Ma quando quest'uomo stesso, slanciandosi audacemente, non per
proposito rettorico ma per impulso irresistibile del cuore, fuor dei
confini dell'eloquenza politica, esclama con una voce che viene dal
più profondo dell'anima: — Amo questa terra bagnata dalle lacrime che
ho fatto spargere a mia madre! —; quando, accennando ai suicidi degli
schiavi di Cuba, pronuncia con un accento che ti rimescola il sangue
queste semplici parole: Signori deputati, che orrore! — quando, nella
furia d'un'ispirazione che soverchia quasi le sue forze, rovescia
sul parlamento attonito quei suoi periodi colossali, pieni di grandi
immagini e di grandi sentenze, che passano sonando e sfolgorando come
una legione di cavalieri del medio evo; quando, parlando di religione,
versa la piena dei suoi pensieri affettuosi e malinconici, con una
voce dolce e tremante, e col linguaggio solenne d'un sacerdote; quando
racconta un atto d'eroismo, quando ricorda una sventura, quando invoca
una memoria cara, quando consiglia, quando compiange, quando prega;
quando infine scorda il parlamento e sè stesso, com'egli dice, e non
vede più che terre e popoli lontani, e tutta la sua anima è nel suo
cuore, e tutto il suo cuore nella sua parola; oh allora, quanto egli è
grande ed amabile! come gli si perdonano tutte le sue vanità e tutte le
sue utopie! con che gioia gli si salterebbe al collo dicendogli: — Ah!
don Emilio, se non ti fossi mai immischiato nella politica!
Infine, io credo che la miglior definizione che si possa dare di lui,
sia la seguente, la quale contiene in quel che dice la lode ch'egli
merita e in quel che tace la censura che gli è dovuta:
È un grande artista e un gran.... buon ragazzo.