Il famoso miracolo di San Gennaro si è ripetuto quest'anno otto volte, a
benefizio dei pellegrini stranieri. L'occasione era bellissima, ed io
non potevo perderla a costo di qualunque sacrifizio. Quando v'è un Santo
che per amore del suo popolo è capace di mettere in bollore il proprio
sangue per otto volte consecutive, senza perder la pazienza, bisogna
dire che è un Santo sul serio, un Santo che merita tutti i riguardi
possibili ed io volli salutarlo.
La folla era compatta nella chiesa; intorno all'altare formicolavano un
par di centinaja di pellegrini mascolini, femminili e neutri, che
correvano, gridavano, smanacciavano, stabaccavano, ridevano, piangevano
e masticavano pasticcini, preghiere e polpe d'arance. A me era riuscito
d'intrudermi fra costoro, ma più prudente della cornacchia della favola
seppi tanto bene portare la mia mascherata che nessuno s'accorse del
finto pavone, imbrancatosi temerariamente con loro.
In mezzo ad un silenzio solenne incomincia la commoventissima funzione.
Il sacerdote di servizio, mentre presenta al popolo l'ampolla, simile ad
un piccolo lampione da carrozza, la guarda, e incominciando subito a
girarsela tra le mani, esclama con voce stentorea: — È duro! —
A quel fatale annunzio il popolo dà in uno scoppio di strida così
disperate, che ad un tratto pare d'esser cascati in uno scannatojo
d'agnelli. I pellegrini si spaventano credendola una sommossa; alcune
pellegrine minacciano uno svenimento, una accenna di cadermi fra le
braccia, ma poi non vi cade ed io taccio, osservo e me la godo. Il Santo
tarda a fare il miracolo; allora raddoppiano le strida e lacrime
desolate si vedono scorrere in tal quantità su tutte le gote che ho dei
momenti, nei quali corro serio pericolo d'intenerirmi. Vedevo intorno a
me certe fisonomie e certe fronti, su le quali posava tanta pace soave e
tanta serenità di fede, che in verità pareva mandassero raggi di luce;
vedevo spargere lacrime tanto sincere e tanto spontanee, che io mi sarei
positivamente commosso, se l'insieme della scena non avesse avuto
assolutamente l'aria d'un baccanale dei più nauseanti.
Delle famose imprecazioni al Santo, però, non ne ho sentite nemmeno una.
Pianti, sospiri, caldissime raccomandazioni e niente di più. Da un
branchetto di commarelle, che mi stavano alle spalle, uscivano
continuamente queste preghiere: — Faccela, faccela, la grazia, San
Gennarino mio bello. — E se il chierico accennava di no, ripigliavano: —
È duro! Oh! quanto ci metti stamattina, San Gennarino mio benedetto. Ah!
faccela, faccela, questa divina grazia; faccela, faccela, San Gennarino
bello, bello, bello — ed altre esclamazioni consimili e tutte di
sconforto, di pietà e di preghiera.
I pellegrini cantavano, il popolo berciava nella cappella del miracolo,
ed intanto nella navata massima un rimbombante predicatore strapazzava
la memoria del Santo, ossia ne raccontava la vita, commentandola. E
questo rumore grandissimo aveva i suoi alti e bassi, ogni volta che il
cherico accennava lontana la consumazione dell'incanto o dava speranze
di prossimo bollore.
Dopo 29 minuti finalmente vedemmo il sacerdote, il cherico e gli
spettatori più vicini a loro, ficcare attentissimi gli occhi
all'ampolla, e far de' moti con le braccia tese verso la turba ululante,
come per dire: — Forse.... un altro momento.... ci pare.... chi sa...? —
Vi fu allora un istante d'ansia generale ed un breve intervallo di
silenzio rotto qua e là da sospiri e da singhiozzi mal soffocati. I
cenni seguitarono per qualche secondo, facce lagrimose e mani tremolanti
si agitavano sulla folla genuflessa, quando ad un tratto alzaron tutti
le braccia all'aria, serrando le palme; il cherico sventolò, in segno di
gioja, un panno bianco, e come scoppio d'uragano, gli organi dettero
nelle loro armonie a pieni mantici, le campane suonarono a distesa, e le
vôlte del tempio, investite da una nuvola d'incensi, risposero rombando
all'urlo poderoso delle turbe che intuonarono l'Inno Ambrosiano.
Il miracolo era fatto; il sangue bolliva; Napoli era salva! Io potei
accertarmene coi miei occhi, e non restandomi allora più alcun dubbio su
la verità del pauroso mistero, uscii rattristato di là dentro per
ossigenarmi all'aria aperta i polmoni e le idee.
Ripensando nei giorni seguenti alla scena selvaggia, della quale ero
stato spettatore, non me ne maravigliai più tanto, dopo che dalla
osservazione di tanti altri pregiudizj che allignano fra questa gente,
ebbi capito meglio l'animo dei fanatici che vi operavano.
Fino dai primi giorni che ero in Napoli mi avevano dato nell'occhio
alcune persone che vestivano abiti tutti d'un colore, dalle scarpe al
cappello: qualcuno tutto verde, qualche altro tutto rosso, altri tutti
gialli, ed altri di molti altri colori, che io badava a guardare in viso
per vedere se mi riusciva persuadermi che non erano pazzi. Finalmente,
non essendo riuscito a raccapezzarmi, ne domandai e seppi che erano
devoti, i quali avendo attraversata qualche grave malattia, avevan fatto
promessa ai loro santi di vestirsi a quella maniera per un certo dato
tempo, ed ora, guariti, scioglievano il voto.
Ho incontrato spesso alcune madri, portanti in collo monachine e fratini
cuccioli d'un anno o due, ed ho saputo che anche la causa di queste
innocenti mascherate è la medesima. Non mi ricordo se i pagani avessero
qualche cosa di simile, ma è probabile di no, perchè erano tanto meno
inciviliti, e più poeti di noi.
Per mezzo dello stesso filo d'Arianna sono arrivato anche a spogliarmi
della pietà che mi destava la vista di alcune monache occupate nelle
botteghe e nelle vie in opere servili, in mezzo ad altre operaje, alla
cui vista quasi ho imprecato alla così detta soppressione dei conventi,
finchè le ho credute vittime di quella legge; ma avendo trovata la
ragione di tali goffe consuetudini, sono giunto poi a ridere amaramente
anche del ribrezzo che m'avevan fatto alcuni fraticelli bigi dalla
ghigna sinistra, che agitati da Mercurio spesso mi hanno susurrato
all'orecchio pitture enfatiche di brune e di fulve Citère Trivie e
Cloacine, e patetici inviti con tale untuosa insistenza, che non cedeva
altro che dinanzi alla perentoria minaccia d'una larga pedata nelle
pieghe deretane della tonaca bigia.
Nè mancano fra loro alcuni ingegnosi scrocconi che, approfittando della
semplicità fanatica dei più gonzi di loro, la sfruttano impunemente a
loro vantaggio, in un modo che sembra innocente, ma che, se è meno
cinico, non è meno vigliacco e disonesto. Per le vie dei quartieri
poveri non è raro inciampare ad ogni piè sospinto in una seggiola posta
sul marciapiede o su la soglia d'una bottega, su la quale è un aborto di
gesso che rappresenta San Gennaro, due moccoli accesi ai lati della
superba immagine ed in mezzo un mucchio di soldi non sempre vecchio nè
piccolo. Che cos'è tutto quell'amminnicolo? È un paretajo, nulla più e
nulla meno che un paretajo. Il Santo fa da richiamo, i gonzi che vi
calano lasciando l'elemosina, da tordi, e da capanno la bettola vicina,
dove il tenditore mangia e beve allegramente alla barba dei citrulli,
senza altra pena che d'andare di quando in quando a rivedere la tesa, la
quale raramente è sprovvista di selvaggina.
Ma quando, tacendo di tante altre, ti avrò detto che soltanto da dieci
anni si è cessato di portarsi in occasione d'una certa festa che non
ricordo, con apparato solenne e concorso dei Reali di Borbone,
d'autorità civili e militari, deputazioni, rappresentanze, ec., ec.,
nella chiesa del Carmine per tagliare i capelli ad un Crocifisso, e che
questi capelli ricrescevano poi a poco a poco nel corso dell'anno,
perchè ritornassero in taglio l'anno seguente, capirai con facilità che
non è po' poi tutta colpa di questi disgraziati la loro bestiale
ignoranza, nè tutta nostra modestia quel sentimento che ci spinge a
cantare all'Europa in tutti i toni che siamo tanto avanzati nelle vie
dell'incivilimento. Grazie a Dio, da qualche tempo si va di carriera,
anzi si vola; ma avanti d'essere arrivati in fondo, almeno quaggiù, c'è
che ire.