Stab. tip. Molinari e Socj.
A
FELICE CAMERONI
A
FERDINANDO FONTANA
Allora non si usavano ancora i _treni-omnibus_.
Quattro becchini o quattro conoscenti andavano bravamente sotto la bara
e via se la portavano al cimitero.
Non di rado, i latori di voi — per modo di dire — di voi
presente-passato, erano precisamente quegli amici o parenti che vi
avevano rotto le scatole al punto da ridurvi fra quelle assi e dicevano
di portarvi con piacere per consolarsi del dolore di avervi ammazzato.
Con ciò non si vuol fare alcuna maligna allusione a coloro che quella
mattina portavano o accompagnavano un cataletto al più lontano dei
carnaj suburbani. — Non osiamo scrivere: _all’ultima dimora_, dopochè
la stoltezza umana, non contenta abbastanza di tormentare certuni
quando sono vivi, non vuol lasciarli tranquilli neanche quando sono
morti. Stoltezza tanto di buona fede, che piuttosto di non trasportare
qualche osso, se non ne trova, supplisce con surrogati.... e, in un
caso disperato, è certo che ne fabbricherebbe apposta!
Il dolore di quegli amici e parenti era proprio sincero. Al defunto
avranno forse goduto più d’un pranzo, n’avranno sempre parlato bene
il meno possibile, ne avranno corteggiato la moglie, avranno giocato
dei tiri alla sua borsa — questo che cosa significa? — ma egli era
stato tanto buono — tutti ora n’erano persuasi — e la di lui fine tanto
miseranda e acerba — aveva venticinque anni! — che nessuno, per quanto
apatista, poteva non sentire compassione. Alcune guance, specialmente
di donne, erano rigate di lagrime.... ed erano lagrime sincere....
perchè il morto non aveva dato ordine di pagarle.... e i superstiti
meno ancora.
Entrato il convoglio nel camposanto, si diresse verso la fossa
assegnata al nuovo ospite e intorno a quella si dispose in cerchio,
attendendo. Si sapeva che un amico doveva leggere alcune parole.
Infatti un giovinotto sui trent’anni levò un foglio, tossì, diede
un’occhiata in giro, compose il volto a gravità dottorale e finalmente
cominciò:
«Aveva ragione Leopardi, il quale scrisse:
«Amore e Morte
. . . . . . . . . . . . . . . . . .
«Cose quaggiù sì belle
«Altre il mondo non ha, non han le stelle,
«ma doveva aggiungere che, quando si perde il primo di questi beni,
l’altro è l’unica speme che ci resta.... e che l’affrontarla è pur
una gioja sovrumana....
«Colla morte soltanto ci è dato salvarci dal dolore!
«Ma chi ci avrebbe detto solo domenica scorsa, quando, ricco di
salute e di forza, tripudiava con noi ad agape fraterna, che oggi
avremmo dovuto riunirci intorno alla sua tomba per dargli l’estremo
_vale_?
«Chi ci avrebbe detto, quando egli ne parlava commosso delle sue
domestiche gioje....»
Qui l’oratore — se volete dar tal nome a chi leggeva con coraggio non
invidiabile uno dei soliti stravecchi esercizj di retorica — alzato lo
sguardo a caso, mentre prendeva fiato, s’interruppe repentinamente....
e additò nella direzione dell’uscita del cimitero, dove erano apparse
due ombre negre. Tutti guardarono ed ebbero un moto di sorpresa e di
repulsione.
L’oratore, allora, con voce bassa e severa, mormorò:
— Sarebbe un profanare questo sepolcro il permettere che quelle due
sciagurate avessero ad unirsi a noi per ascoltare l’espressione del
nostro dolore.... Andiamo.... e che Dio.... —
Egli s’interruppe per interrogare i visi degli astanti, e vedendoli
tutti addolorati ripetè con forza e sensibile reticenza:
— .... Che Dio abbia di loro pietà.... se pur la meritano. —
E i convenuti si sciolsero silenziosamente, le teste chine,
disperdendosi fra le croci ed evitando — taluni non senza affettazione
— di incontrarsi colle due donne che con la loro comparsa inattesa
avevano disturbato la mesta cerimonia.
Una vecchia lettera, che fa parte dei documenti da noi raccolti prima
di accingerci a questo lavoro, contiene informazioni sur uno dei
personaggi principali del racconto — informazioni che noi crediamo
dover nostro di dare in tutta la loro crudezza per risparmiare a
certi benevoli la fatica d’accusarci della malsana, prava compiacenza
d’inventar caratteri ultraperversi.
Grazie a quel Dio che ci ha creati, della perversità ve n’è quassù fin
che se ne vuole, e non c’è proprio alcuna possibilità d’inventare nè
più nè peggio di quello che già esiste.
Queste informazioni dovevano servire — pare — per qualcuno che aveva
delle idee oneste, ossia conjugali — se su Maddalena o sulla di lei
figlia, non sappiamo, la lettera non portando data — e chi le diede era
certamente ben informato.
Crediamo fosse anche un galantuomo.... ma su tal punto penserete quel
che vorrete.
Copiamo:
«Leggi adunque bene!
«Maddalena è una di quelle disgraziate creature che non si
dovrebbero mai conoscere, anzi neppur potere sospettare possibili.
Il solo sapere che simili esseri non sono una finzione da
romanziere, ma esistono realmente ed agiscono.... è una corruzione
del nostro spirito e del nostro cuore, perchè, alla fede nel bene,
sostituisce il dubbio terribile che quaggiù vi siano solo gradi
maggiori o minori di depravazione — più o meno abilmente mascherati
— e che il bello morale assoluto sia una pura fola.
«Quando si è conosciuta una Maddalena, tu potrai incontrare
anche una vergine angelica.... garantita e ti verrà egualmente
il sospetto che quell’involucro celestiale racchiuda un’anima di
fango. Concederai che quell’anima non ha ancora agito secondo la
sua natura, ma dirai subito che gli è soltanto perchè sinora è
sempre stata nell’impossibilità d’agire.... e che del resto aspira
unicamente e con tutto l’ardore a quell’istante in cui potrà agire
liberamente.
«Insomma, quando si è conosciuta una Maddalena.... la donna — nel
consolante significato che noi avevamo sempre dato a tale parola,
perchè va unito a quegli esseri che portano i soavi nomi di madre,
di sposa, di figlia — non esiste più.... esiste soltanto una
spaventevole macchina, la quale stritola tutto che di umano ha la
sventura di toccarla. Allora tu non vorresti più essere nè figlio,
nè marito, nè padre — perchè Maddalena è il MALE. Il male cinico,
audace, insultante, aggressivo, perchè non solo vuol essere....
non solo vuol parer tale, ma aggiunge la sfida a tutto ciò che è
BENE.... come a dire: io ho il coraggio di essere quello che sono,
perchè è così che si deve essere, e tu, sedicente virtù, non sei
che ipocrisia o imbecillità.
* * *
Sì, Maddalena fu il male, ma avrebbe forse potuto anche essere il bene,
se nel punto più importante, e quasi sempre decisivo nell’esistenza
d’una donna, ella non avesse ricevuto una di quelle lezioni che
sconvolgono mente, cuore e sangue, e vi trasformano un individuo di
punto in bianco.
Diciamo questo, col solito _forse_, più per tentar di spiegare che
per rendere simpatico il personaggio, nonostante i suoi torti....
lasciando che le lettrici la giudichino come meglio credono — a voce —
per confessare poi fra sè stesse, se nella tale e tal’altra circostanza
avrebbero agito in modo diverso o egualmente o peggio.
* * *
Se la morte di Cesare fu preceduta e quindi, come dissero,
preannunziata da stranissimi fenomeni — la nascita di Maddalena fu
accompagnata da un incidente che fornì materia a dir molti spropositi
alle varie donnicciattole che, raccolte nella cucina, una sera di
gennajo, attendevano ansiosamente quel primo vagito, il quale doveva
annunziare l’arrivo, nel mondo, del Messia di casa Papetti. — Fra
parentesi diremo che quel Messia, per essere il benvenuto, doveva
essere una femmina. Così volevano mamma e papà, e guai a lui se si
fosse presentato colla solita sconvenienza che si nota nei maschi.
Or bene, nel punto stesso in cui papà Ildebrando, spalancato con furia
l’uscio della cucina comparve gridando gongolante e lagrimante:
— È una fiiiglia!... è una fii.... — proprio allora, con gran fracasso,
volò in frantumi un vetro della finestra, sfondato da un grosso gatto
nero che cadde sulla tavola apparecchiata pel desinare.
Ma siccome, precipitando, aveva rovesciato bottiglie e bicchieri....
scoppiò un gridò generale acutissimo di spavento e di furore, e tutte
le mani si congiunsero in un: Santa Madonna! — Il gattone allora,
esterrefatto per la sua stessa caduta, alla vista di un paese nuovo,
di tante ignote femmine e di quell’uomo che già alzava minaccioso un
bastone.... piroettò roteando i giallissimi occhi, cercando anelante
una via di scampo — ma non vedendone alcuna, perchè già tutti gli
si serravano addosso, da vero gatto spiccò un salto trasvolando una
spanna sopra la cervice del signor Papetti, la di cui legnata, non più
trattenibile ormai, rovinò sulla tavola con immenso frastuono di piatti
e di bicchieri infrangentisi contro il suolo.... e, quel che portò al
colmo il terrore degli astanti, colla rottura dell’ampolla dell’olio e
della saliera, il cui contenuto si sparse tutto sulla tovaglia.
Pur troppo il disastro fu completo, e noi rinunciamo a descrivere
la scena di desolazione che susseguì, a riferire le bestialità che
proruppero da quelle bocche.
Vi basti sapere fra le altre lepidezze che il gatto nero «era
certamente venuto dall’inferno per portar l’anima alla neonata, e che
l’olio e il sale versati erano il più certo segno che grandi sventure
attendevano casa Papetti.»
Si giuocarono naturalmente molti biglietti al lotto, che dovevano
guadagnare immancabilmente.... e infatti non colpirono nemmeno un ambo.
Del gatto nero non si ebbero più notizie.
* * *
Ildebrando Papetti era un impiegato di Dogana che dal governo percepiva
un onorario molto modesto, ma che sapeva aiutarsi. Certi mercanti
della piazza, che lo trovavano compiacente nelle dichiarazioni delle
merci da daziarsi, gli dimostravano la loro gratitudine con strette di
mano che gli facevano un piacere infinito. La malignità non cerchi più
sottintesi di quelli che vi sono. Del resto, prima vi fu da pensare
ai viziucci della gioventù — dopo, a prender moglie — in seguito, a
mantenerla bene — più tardi, ai nascituri — dunque!
A quarant’anni sposò Caterina, la figlia della portinaja, che ne aveva
trenta.
Bella coppia!
Egli alto, secco, già curvo, già grigio, avvizzito, affumicato
dall’eterna pipa di porcellana, colle occhiaje muffite — sempre
strozzato da un fazzoletto bianco a sestupla pressione — senza
occhiali, tuttavia.
Ella di media statura — quasi — grassoccia, linfatica, col volto di
un roseo incerto, giornaliero, che ad un conoscitore avrebbe dato
da pensare, coi capelli biondi di una rarità incontestabile, con due
pupille che vi parevano bianche e con un seno.... molto morale — alla
qual moralità di solito si preferisce la turgida immoralità.
Ma era buona e cretina come dovrebbero essere tutte le donne destinate
alla parte di massaja.
Dire le sue orazioni, andare a messa, predica e benedizione, ai tridui,
alle novene ai mesi di Maria, osservare le feste di precetto, dire la
sua terza parte del Rosario quando occorreva o.... per passar la sera,
non sapere che cosa è un libro, meno il _Manuale di Filotea_ o altro
della stessa forza, non avere un’idea di ciò che è spirito, aver orrore
della parola capriccio, tener in bell’ordine la casa, essere sempre
pulita, ma vestita come una lavandaja vecchia, fare il suo dovere
conjugale, applicare bene mignatte, polentine e.... altre consolazioni
— insomma, un ideale!
E per questo si amavano, perchè innanzi tutto egli era un uomo
dell’ordine, ossia di quell’ordine che aveva trovato fatto venendo al
mondo.
Questo amore tuttavia, benchè si conoscessero già da cinque anni,
quando si sposarono, chi sa se sarebbe mai nato senza un certo
avvenimento che stiamo per sapere.
V’era una gran stima reciproca — egli ammirava, anzi, il di lei amore
al lucido — ed ella il di lui vivere regolato come il suo orologio e
specialmente i costumi morigerati.
In cinque anni egli non aveva ricevuto nè una lettera nè una donna.
Ma siccome ella pareva non avesse mai avuto tempo di pensare all’amore
— ed egli vi aveva forse rinunciato — e fors’anche a motivo dell’abisso
fra le due posizioni — il fatto sta che con tutta la stima e tutta la
facilità di vedersi e parlarsi — egli, più che «buon giorno» o «buona
sera», oppure «che tempaccio!», o «bello quel merlo!», non aveva mai
detto.
Una mattina Ildebrando, uscendo di casa, vede sotto il portico Caterina
che piange disperatamente, attorniata da alcune portinaje e serventi
della vicinanza, le quali fanno del loro meglio per consolarla.
— Perchè piange, signora Caterina? — fa egli appressatosi.
Ma siccome Caterina singhiozza senza poter parlare, una donna dice:
— Piange perchè le è morta la mamma stanotte.... sicuro, poverina.
— Oh! — ma se stava benissimo jeri sera!
— Mah! un colpo....
— Oh!... questo mi fa proprio dispiacere.... Basta! si faccia
coraggio.... e pensi che, giù, un po più presto.... un po più lardi....
pur troppo! — e Ildebrando se ne va brontolando e scrollando capo e
spalle.
Per tre giorni il nostro impiegato è preoccupato, concentrato,
accigliato — tanto, che i colleghi gli domandano se medita un delitto.
— Forse.... se lo posso! — risponde con sorriso sinistro.