CAPITOLO VII.

Le prische Istorie.

«Nel principio, tutto era tenebre ed acqua, per entro a cui si movevano

confusi gli elementi di ogni cosa che è. Forme strane di viventi erano

allora; mostri con due facce e quattro ali, o con due teste e corna e

pie' di caprone, o di cervo, centauri, sirene, tori dall'aspetto umano

e cani che finiano in coda di pesce, insieme con molte altre specie

di rettili e serpenti di smisurata lunghezza. In questa confusione di

tutte cose, regnava silenziosa la gran madre Omoròca, detta Talatta,

nel sacro idioma dei Casdim.

«E allora comparve Bel, il dio della luce e dell'aria. Venne egli con

le sue innumerevoli schiere di Baalim, e d'un colpo della sua spada

fiammeggiante, divise Omoròca, in due parti. Così furono il cielo e la

terra.

«Ora avvenne che quell'immondo brulicame di mostri non potè sostenere

la gran luce del Dio, e giacquero spenti. E Bel ferì il suo collo, e ne

piovvero rivi di sangue. I Baalim, seguendo l'esempio, vi mescolarono

il loro e ne nacquero gli uomini, per tal guisa ragionevoli e partecipi

dell'intelletto divino.

«Allora fu il tempo. E, avendo Bel creato le stelle, il sole, la luna

e i cinque pianeti, incominciò l'età prima, per la terra di Sennaar.

Dieci re vi regnarono, da Ailuro infino a Chisutro, e fu questo

tempo di centoventi sari, ognuno dei quali novera tremila e seicento

rivoluzioni del sole.

«Ad Ailuro, che fu il primo re, succedettero Alapùr ed Almelon; a

questi, Amènnone, il prediletto dei cieli. Imperocchè, essendo egli

sulla riva del mare, vide emergere dai flutti Oanne, il dio Marino,

il gran pesce, che ha voce ed aspetto umano. Questi non prendea cibo,

siccome è costume degli uomini; appariva ogni mattina alla spiaggia

e ogni sera s'inabissava nei gorghi. Fu egli che insegnò ad Amènnone

l'uso delle lettere sacre e l'arti che fanno felici gli uomini, il

seminare, il raccogliere, il radunarsi a civile consorzio, murare

città, edificar templi e far sacrifizi agli Dei.

«Prima di quel tempo, gli uomini non avevano leggi, nè riti. Viveano

essi sotto le tende, o vagavano per la pianura a guisa di fiere;

ammiravano le pietre e temevano il fulmine, che si sprigiona dalle

nubi. Ma dopo gl'insegnamenti di Oanne, conobbero gli Dei ed offersero

loro i frutti della terra. Così nacque il culto di Oa, il nume emerso

dai flutti, il re del mondo inferiore; di Bel, il risplendente, il

demiurgo, l'ordinatore di Omoròca; di Ilu, il signore delle acque, e

così di tutte le altre personificazioni della potenza suprema, infino a

dodici, aventi in sè doppia forma, virile e femminea.

«Morto il savio Amènnone, gli succedette Magalur, e a questi poscia

Davon, durante il cui regno apparvero gli altri quattro legislatori

uominipesci, e seguitarono la santa opera di Oanne, insegnando alle

genti. Al re Davon tenne dietro Eduruc, nel cui tempo apparve il pesce

Dagone; indi regnarono Amenfino, Ossiarte e Chisutro.

«Costoro erano giganti e vivevano oltre la misura assegnata poscia ai

mortali. L'ultimo di essi, Chisutro, regnò dieciotto sari, innanzi il

giorno del diluvio, ossia sessantaquattro mila ottocento rivoluzioni

del sole. Fu egli uomo pio, dotto delle antiche memorie, a lui lasciate

da' suoi maggiori, le quali fe' incidere su tavole di pietra insieme

con la legge sacra dei cinque comandamenti.

«Ma, come egli era pio e temente della giustizia celeste, così non

erano gli altri uomini, la cui malvagità si stendea sulla terra,

spregiandosi comunemente la legge e corrompendosi ogni pensiero.

Da lunga pezza i savii, raccolti nella contemplazione degli astri,

profetavano la fine del mondo; ma gli uomini, induriti nelle perverse

consuetudini, aveano in non cale i certi segni del cielo.

«Allora il pesce dio apparve dall'onde a Chisutro, imperocchè questi

avea trovato grazia appo i celesti, e gli annunziò l'imminente diluvio,

che avrebbe travolto e distrutto ogni creatura vivente. Intendesse egli

a costrurre una nave ed entrasse in quella, co' figli del suo sangue

e famigliari suoi, preparandosi a navigare, dappoichè l'ultim'ora pei

malvagi era giunta.

«— E dove volgerò io il corso? — aveva chiesto Chisutro.

«— Verso gli Dei! — rispose Oanne. — In essi soltanto è il porto di

salvezza. Sta di buon animo, o Chisutro! Le tavole della legge sacra e

le antiche memorie de' padri tuoi, seppellisci sotto la pietra angolare

di Sippara; sia la tua nave così vasta da poter contenere ogni sorta di

cibi, semi della terra ed animali utili al servizio dell'uomo; spalmala

di bitume entro e fuori, così che essa resista all'imperversare delle

acque, e, tosto che avrai finito l'opera tua, chiuditi in quell'arca

sicura, insieme co' tuoi, perocchè in quel punto si squarcieranno gli

abissi e comincierà la rovina dei flutti.

«Obbedì ai comandamenti Chisutro, e tosto, con l'aiuto d'un sapiente

architetto, che il pesce dio gli aveva indicato, attese alla

costruzione della nave. E questa fu la misura della gran mole: cinque

stadii pel lungo e due di larghezza. Ivi entrò Chisutro, insieme con la

moglie, i figli suoi, le mogli e i figli di ciascheduno, che moltissimi

furono. E dentro la nave erano cibi in abbondanza, sementi d'ogni

pianta e una coppia d'ogni specie animali, lasciando fuori tutti quelli

che nascono dal putridume e dai vapori della terra, imperocchè lo

spirito di questi non è emanato dal sangue degli Dei.

«Intanto gli abitatori del mondo perduravano nella empietà e

spregiavano Chisutro, che in sì gran mole erasi messo a riparo. Ma

posciachè egli fu nella nave, con tutti i nati e famigliari suoi, il

cielo incontanente oscurò, cadde la pioggia e il mare straripò con

furia; Ilu, il signore dell'acque, sconvolgeva gli abissi. La nave

allora fu sollevata sui flutti, e un pesce di smisurata grandezza venne

a collocarsi davanti la prora, guidando il legno per mezzo a quella

rovina di elementi scatenati. Era egli Oanne medesimo, e Chisutro ben

vide che la mano d'un dio li proteggeva, imperocchè il furore della

tempesta e la violenza dei flutti niente potevano contro di loro.

«Lunghi giorni durò la collera d'Ilu, per modo che tutti i monti più

alti ne furono coperti ed ogni carne che si muove sulla terra, perì. E

come furono le eccelse cime così soverchiate, incominciò il gran mare a

chetarsi, il cielo si rattenne dal piovere, e le acque andarono a grado

a grado scemando. Raffidato da quell'alto silenzio, Chisutro mandò

fuori dal tetto della nave una coppia di uccelli, per sincerarsi se la

terra fosse in alcun luogo scoverta; ma gli uccelli, non avendo trovato

cibo, nè luogo ove posarsi, tornarono a lui. Ed egli, dopo alquanti

giorni, mandonne altri, i quali tornarono con le zampe imbrattate di

fango. Altri finalmente ne mise fuori, i quali non tornarono più;

sola, tra questi, una colomba, venne alla nave, recando nel becco

un ramoscello d'olivo. Donde egli conobbe che la terra rinasceva

dall'acque; e allora, scoperchiata la nave, vide esser questa posata su

d'una vetta dell'Ararat.

«Il gran pesce era sparito; ma il sole splendeva nel firmamento, e

di rincontro al sole si dipingeva nell'aria la luminosa striscia

dell'arcobaleno. Smontò egli tosto, insieme con la moglie, una

figliuola sua e il sapiente architetto. E scesi che furono dalla nave,

s'inginocchiarono, per baciare la terra, indi, alzato un altare di

pietra, adorarono gli Dei. Che avvenne egli poscia di loro? I rimasti

nella nave, non vedendoli più ritornare, scesero alla lor volta, nè

altrimenti li ritrovarono, sebbene con alte grida andassero chiamandoli

in giro. Bensì videro la nuvola con l'arcobaleno impressovi su, e dalla

nuvola udirono la voce di Chisutro, che sè, la moglie, la figliuola

e l'architetto, come primi discesi sulla terra, annunziava rapiti in

grato olocausto agli Dei; andassero i figli in pace e ripopolassero il

mondo: scendessero nel paese di Sennaar, scavassero nelle fondamenta

di Sippara, per ritrarne le tavole della legge sacra e i ricordi delle

antichissime genti; indi vivessero felici, camminando nelle vie della

giustizia e onorando i celesti che li aveano scampati dall'acque.

«Così fecero i figliuoli e nipoti di Chisutro, dopo avere offerto il

sacrifizio su quella medesima ara, che egli aveva pur dianzi rizzata.

Trassero fuori le sementi, e le sparsero nel grembo della terra; gli

animali, e li mandarono liberi per mezzo alle selve. La gran nave fu

lasciata lassù, dove gli avanzi rimangono tuttavia, e del bitume,

già fatto come pietra salda e lucente, si cavano gli amuleti, che

preservano dallo sguardo maligno, dai sogni nefasti e dalle male sorti

gettate.

«Queste le memorie dei primi abitatori della regione di Sennaar.

Ridiscesi i superstiti del diluvio alla pianura, e moltiplicatisi in

tre figliuolanze, secondo il nome dei padri loro, che furono Zeruano,

Titano e Jafeto, si posero a edificare, non lunge da Sippara, una

novella città, alla quale, per esser eglino usciti salvi dall'acque

invaditrici, imposero il nome di Babilu, ossia la porta di Ilu. E

foggiata a mattoni la molle creta, e adoperato a guisa di malta il

bitume tratto dalla prossima fiumana di Is, presero a murar la città.

In pari tempo cominciarono a innalzare una torre altissima, la quale,

giungendo con la cima alle nubi, fosse testimonio di loro possanza

sulla terra.

«Ma erano eglino appena a mezzo il lavoro, che la discordia entrò

nelle loro favelle, e il tremuoto e la folgore dispersero quei monti

d'argilla. E Sem Zeruano, il maggiore tra i principi loro, avendo preso

a tiranneggiare le genti, fu da Titano, detto altresì Cam nelle prische

memorie, e da Jafet, cacciato a settentrione del paese di Sennaar.

E dalla sua gente fu Cus, padre di Nemrod, il possente cacciatore al

cospetto di Ilu. Questi incominciò a comandare su tutte le genti, dei

quattro idiomi, e furono principio del suo regno, Babilonia, Accad,

Calne ed Erech.

«Nel tempo suo, Assur, nato dal sangue di Sem Zeruano, dalle rive

dell'Eufrate passò a quelle del Tigri, ove pose le fondamenta di

Ninive, di Reobot, di Cala o di Resen. E, d'altra parte, Aìco, del

sangue di Jafet, ricusando assoggettarsi alla possanza del figlio di

Cus, andò co' suoi, rimontando l'Eufrate, fino alle terre di Ararat,

ove pose sua sede. E Nemrod, da poi ch'ebbe stabilito saldamente

l'impero della sua stirpe, fu tratto al cielo sull'ali poderose di

Nisroc.»

— Se ciò sia vero, — pensò Ara in cuor suo, a quel passo della lettura,

— lo dica il campo di Aiotzor, dove il Titano ebbe morte dallo strale

del mio forte antenato. —

E reprimendo un sarcastico riso, che gli era venuto alle labbra, si

dispose ad udire la continuazione delle memorie di Babilu.

Ma la regina, il cui sguardo innamorato ad ogni tratto si posava sul

volto dell'ospite, notò quel moto delle sue labbra e con pensiero

cortese si fece a interromper lo scriba.

— Il grande progenitore dei re di Babilonia, — diss'ella nobilmente, —

è morto da prode in battaglia. Correggi i tuoi annali, o savio alunno

della schiera di Casdim. Bene io credo che lo spirito di Bel Nemrod

sia stato rapito in cielo dal signor delle sorti; ma il suo corpo,

diligentemente plasmato di balsami e coperto di ricche vesti, riposa

sulla collina di Keresman, nella tomba che la pietà del forte Aìco

gli diede. È dei prodi non serbar l'odio, oltre la morte del nemico, e

onorare con ogni lor possa la memoria dei prodi. —

A quelle parole di Semiramide si alzò Ara commosso, e nobilmente

rispose.

— Tu fai più dolce al mio cuore il debito della gratitudine, o possente

regina. Non è vile la stirpe di Aìco, ma quind'innanzi ella avrà per

massimo de' suoi vanti l'essere stata esaltata dalle tue labbra,

donde scorre il miele della cortesia, insieme con gli aromi della

sapienza regale. Aìco, Armenàgo, Aramais, Amasia, Kegan, Arma ed

Aràmo, progenitori miei, esulteranno nelle lor tombe di Peznuni, al

soffio consolatore della tua lode. Grande è Babilonia e degna tu sei

di regnare sul più forte popolo della terra, o bellezza sovrumana e

altezza d'animo veramente divina. —

Le guancie della donna leggiadra si tinsero in colore di fiamma.

Zerduste, il taciturno, a cui nulla sfuggiva, lampeggiò uno sguardo

feroce.

— Possente signora, debbo io proseguire? — chiese umilmente lo scriba.

— A qual pro? Quindici età sono trascorse sotto la grand'ala di Nisroc,

dacchè Babilonia è sorta sulle ubertose rive dell'Eufrate. Chi non

ricorda le opere dei discendenti di Nemrod? Bab, Anuv, Arbel, Cael, il

secondo Arbel e finalmente il gran Nino, che i sommi Dei hanno fatto

partecipe agli onori celesti, scrissero la loro istoria su queste

pareti, ne' sacri caratteri della gente degli Accad, e più chiaramente

ancora nelle provincie conquistate di mano in mano all'impero. I Saci

e gli Assùra a settentrione, i Medi ad oriente, gli Arabi e i Saba a

mezzogiorno, i Nabatei, i Cusi, i Carbaniti e quanti son popoli sul

mare del sole occidente, narrano abbastanza la gloria del popolo che ha

nome dalle quattro favelle.

— Tu dimentichi, — soggiunse il re di Armenia, — le opere tue, le tue

vittorie, o regina. Baki, nel paese di là dai Medi, e l'Indo lontano,

donde il sole si leva, tremarono allo scalpito del tuo cavallo di

guerra. Al gran Nino piacesti, così per l'alto valore e per l'animo

eccelso, come per la splendida bellezza del volto. Figlia prediletta

della Dea che ha il suo tempio in Ascalona, non diranno le storie i

tuoi celesti natali?

— Non parliamo di ciò! — interruppe la regina. — In molte guise si

spande e si tramuta l'adulazione del volgo. Io amo assai più apparire

qual sono veramente, e chi mi conosce da presso m'avrà, spero, per

migliore della mia fama a gran pezza. Più che nelle vane pompe della

nascita arcana e nella gloria dei superbi trionfi, amo vivere onorata

nella felicità del mio popolo.

— Gloria a Semiram! Possa ella vivere in perpetuo! — gridarono tutti

gli astanti, in un impeto di devoto entusiasmo.

Ed Ara fu lieto di unir la sua voce a quella degli altri commensali. Ma

una felicità, una ebbrezza pari alla sua, non era nel cuor di nessuno.

Tarda era l'ora, allorquando egli si alzò per toglier commiato.

— A domani! — gli aveva detto sommessamente la regina. — Debbo

conferire di gravi cose con te.

— È la regina che mi parlerà domani? — aveva chiesto il garzone.

— Sì, e te ne duole?

— Oh no, — aveva egli aggiunto, sospirando; — ma le parole di Atossa

tornarono più soavi al mio cuore.

— Ingrato! — esclamò la regina. — Non hai tu ritrovato Atossa sotto

le spoglie regali di Semiramide? Così il re d'Armenia tenga fede alle

promesse di Ara, come la regina di Babilonia ricorda di aver perduto il

suo cuore nel recinto sacro a Militta. —

Semiramide: Racconto babilonese · 第 16 / 39 题