CAPITOLO VI.

Il Convito.

Il sole era già presso al tramonto, allorquando la regina, in compagnia

di Ara e dei grandi della sua corte, si mosse dalla sala di Nemrod, per

recarsi al convito, preparato in onore del suo ospite d'Armenia.

Portava la costumanza babilonese che i re siedessero a mensa in

disparte, e i loro convitati più ragguardevoli o ben voluti, a un'altra

di rincontro, ma divisa della mensa regale la mercè d'una fitta

cortina, per modo che il monarca vedesse a sua posta i convitati, ed

eglino in quella vece non potessero bearsi nelle regie sembianze. Per

altro, ne' giorni di corte bandita, la mensa era una sola e vastissima,

alla quale il re famigliarmente sedeva e facea mostra di sè, non

distinto dagli altri commensali, fuorchè per lo scanno d'oro, pel suo

vino e per la sua acqua, di cui a nessuno era concesso bere, senza suo

comando, che era grazia profumata e segno d'alta onoranza. Inoltre,

nelle grandi solennità, che ricorreano di rado, si facevano pubbliche

feste; e allora le mense regali si teneano all'aperto, sedendo il re

alla più elevata di tutte, insieme coi grandi del suo regno.

Un pasto solo si faceva, e lunghissimo, protratto fino a tarda ora,

dopo fornite le molteplici cure del giorno. Gran copia di vivande si

consumava per l'uso della corte, squartandosi fino a mille capi per dì,

tra buoi, cavalli, onagri, camelli, montoni e capretti. La selvaggina e

il pesce erano pure in buon dato; e tutto ciò s'imbandiva da prima alle

tavole dei grandi; indi passava a quelle dei minori ufficiali, tornando

i copiosi rilievi alle cucine, dove si satollavano i servi e i soldati

di palazzo.

Davasi nelle mense il vino spremuto dalla palma e dal melagrano, non

essendo a quei tempi nella terra di Sennaar coltivata a tal uso la

vite, che prosperava più presso al mare nella ragione di Canaan. Il

pane faceasi allora comunemente con la farina di dura, che è il sorgo;

quella di frumento traendosi, con grave dispendio e a mostra di regio

fasto, dalle lontane pianure di Mesraim, fecondate dal Nilo. I pubblici

banchetti erano rischiarati con luce di nafta ardente in acconci vasi,

collocati a giuste distanze su tripodi e candelabri di bronzo. A più

ristrette brigate dava luce gratissima l'olio di sesamo, di cui erano

imbevuti lucignoli di bisso, sporgenti da lampade di rame, o d'argilla

rossa, leggiadramente fregiate di nero, a meandri, ghirlande, disegni

capricciosi e figure fantastiche.

Quel giorno, essendo il convito in onore del re d'Armenia, le mense

erano poste nel cortile degli orti pensili, vastissima sala, aperta

su tre lati e sorretta da colonne addoppiate di marmo. Veli bianchi e

violetti, appesi con anelli d'argento a funi di bisso e di scarlatto,

si stendeano tra le colonne, dolcemente gonfiandosi alla brezza

leggiera e profumata, che veniva attraverso una siepe di gelsomini e di

cedri.

Tutto intorno erano disposte le tavole di legno odoroso, coperte di

candide mappe listate di porpora. In fondo alla sala vedevasi la

mensa più elevata e più adorna, con l'aureo scanno della regina a

capo, e letti d'argento in giro sopra un pavimento foggiato a disegno

con tesselli di porfido e di marmo bianco, di granito e di mischio.

Splendeva sul bianco drappo il vasellame d'oro, gloria del paese

d'Ofir, donde allora traevasi il prezioso metallo, e da alti vasi di

porcellana, smaltata a vivi colori, si levavano a mazzo, s'inchinavano

ad ombrello, i fiori più svariati e più rari: la ninfea dai bianchi

petali schiusi; il nepento, da cui si stilla il farmaco per cacciar la

tristezza; il giglio, onore delle convalli; la rosa, il gelsomino e la

mandragola, che spandono le più soavi fragranze.

Coppe d'argento, egregio lavoro dell'arte babilonese, guastade di

vetro, che mandava ai regnatori di Sennaar la pur mo' nata industria di

Tiro, stavano davanti ai convitati, insieme con piattellini d'argilla

colorata e lucente, con spatole d'avorio, dal manico di metallo,

che serviano per accostare i cibi alla bocca, e coltelli di selce,

sottilmente scheggiati, per tagliar le vivande. E mentre i coppieri

dalle idrie capaci mesceano il vino dolcissimo della palma, e l'acqua

fresca dalle anfore di creta, internamente strofinate con mandorle

amare, a fine di renderne più grato il sapore, gli eunuchi venivano

in lunga fila dalle cucine, recando su piatti di bronzo grossi quarti

di bue, di onagro e di capretto, che poscia gli scalchi faceano

destramente a spicchi, per imbandirli alla nobile comitiva.

Erano inoltre portati sul desco, fagiani piumati, pernici, ova di

struzzo, pesci, nottole di Barsìpa, conservate nel sale, olive, porri

e cipolle di Mesraim. Andavano da ultimo in giro i bossoli di cedro,

leggiadramente intagliati, che serbavano i condimenti e le salse;

grani d'amòmo, che dànno odor così vivo; di aneto, che stimola le

forze inerti o languenti; di comino etiopico, che rende più facile il

bere; di silfio cirenaico, il cui succo spremuto è la più gradevole, ma

altresì la più dispendiosa lautezza del mondo.

Ad ogni nuova imbandigione si udivano concerti di arpe, di cetre e

di flauti, che accarezzavano mollemente l'orecchio. I musicisti non

erano già nella sala del convito, bensì tra le piante dell'attiguo

giardino; donde avveniva che i suoni, più rimessi e più blandi, come

di musica lontana, non soverchiassero i lieti ragionari, che fanno

più grato il piacer della mensa. Luce, abbondanza di cibi eletti,

splendori dell'arte, fragranze ed armonie, formavano un misto di gaudii

ineffabili, una vera festa, un tripudio dei sensi.

Il re d'Armenia, attonito, quasi smemorato per maraviglia di tante

grandezze che lo attorniavano, confuso da tanta novità di casi che

lo avean sopraffatto in un giorno, più ancora inebbriato dalle acri

sensazioni d'un amore che così apertamente dimostrava la irresistibile

potenza dei fati, sedeva alla destra di Semiramide. Di rincontro a lui

il saccanàco, o gran sacerdote, vicario degli Dei di Babilonia; più

lunge il principe dei Medi, l'onniveggente Zerduste; indi, seduti in

ordine, secondo l'altezza del grado, i primarii uffiziali del regno.

Lontano era Ninia; ma il regio adolescente non era uso assidersi alla

mensa materna, nè partecipare alle solennità della corte. La maestà del

dispotismo orientale non consentiva divisioni d'impero, o di gloria:

soltanto il re, il malca divino, dovea stare al cospetto de' suoi

grandi, servitori tutti, ossequienti e paurosi, nè altrimenti sceverati

dal volgo, se non pel regio favore, mutevole a guisa di vento; nè

altri del suo sangue poteva, lui vivo e regnante, emergere dall'ombra

discreta del ginecèo, per offrirsi alla vista e all'adorazione de'

sudditi.

Oltre di che, il giovinetto non era egli felice in quell'ora, fuori le

porte di Babilonia, al fianco della sua diletta Anaiti? I due colombi

gemeano sommessamente il loro cantico de' cantici, in riva all'Eufrate,

sotto i palmeti di Gomer. Così avea consentito Zerduste, l'affettuoso

maestro.

Il principe dalla mente profonda e dallo sguardo acuto, sedeva calmo,

tranquillo, impassibile, alla mensa di Semiramide. Avea egli amata

mai la regina? Ciò, pel volgo dei riguardanti, era chiuso nel più alto

segreto. L'amava egli ancora? Non ne traspariva nulla da quell'aspetto

marmoreo. Semiramide istessa, così avvezza a scernere l'amore negli

ossequii ond'era attorniata, Semiramide istessa, se avesse potuto

in quell'ora rammentarsi d'alcuna cosa che non fosse il suo ospite,

e volgersi a scrutare quel muto sembiante, a interrogare il lume di

quegli occhi raccolti, non avrebbe potuto per fermo ravvisarvi i

segni dell'antica fiamma. Amore che non si gradisce, poco si vede

e facilmente s'obblia; inoltre il sentir di Zerduste era d'uomo

altero, misurato negli atti, geloso custode di sè; non altro poteva

egli vedersi del cuor suo, se non ciò che a lui medesimo talentasse

mostrarne.

Covava egli vendetta? O rodeva, impaziente e cruccioso, il freno

della servitù del suo popolo? Mare profondo cela nel grembo oscuro il

segreto delle sue collere e limpido azzurreggia il suo dorso, poco

prima di sollevarsi in legioni di flutti e di scagliarsi impetuoso

alla riva. Tale era Zerduste, riverito abitatore della reggia di

Babilonia, maestro di saviezza al futuro erede dello scettro di Nemrod,

ammesso ai consigli della gran vedova di Nino. E Ilu, e Nebo, e tutta

la schiera de' sommi Dei, comportavano ciò? Ahimè, forse neppure vi

ponevano mente; quelle vivide luci fiammeggianti dalla vôlta celeste,

vigili in apparenza, non si prendevano cura delle cose mortali. E i

Casdim, sapienti indagatori del corso degli astri, niente leggevano

per entro agli arcani dell'anime. Eglino, o forse non ancora ordinati

a sospettoso collegio d'ambizione sacerdotale, o forse più intenti

a temperare l'onnipotenza dei re, che non a sgominarne i nemici,

non pigliavano ombra di quel taciturno, entrato così innanzi nella

confidenza della reggia.

E sedeva egli a mensa, sorridendo e favellando dimesticamente coi

vicini, a cui il bere snodava la lingua e annebbiava l'intelletto.

Ma, così ascoso in quella confusione di allegrezze, in quel deliziarsi

dei sensi, lo spirito suo aleggiava non visto, invigilava le parole,

gli atti e gli sguardi. E certo in cuor suo non doveva esser lieto;

imperocchè l'amore è possente come la morte e la gelosia aspra più

dello inferno.

Frattanto, il re d'Armenia era parco di parole oltre l'usato, chè

l'interno tumulto degli affetti non gli consentiva d'esser loquace.

Molto, per contro dicevano gli occhi, donde traluceva la profonda

voluttà, bevuta a lunghi sorsi dal viso dell'amata. E gli occhi di

Semiramide erano spesso rivolti su lui, in ciò accordandosi alla

prepotenza del desiderio, al debito delle cortesie ospitali. In

quegli sguardi erano lampi, raggi di vivissima luce, che lui felice

investivano e gl'infiammavano il sangue. Dov'eri tu, in quell'ora, o

Sandi, o rimpianto amico della sua giovinezza? Dove eravate voi, severi

ammonimenti dell'oracolo, parlante dai sacri platani di Peznuni?

Così è l'amore, inebbriante più del vino generoso, datore d'obblio

più che non fossero le favoleggiate acque di Lete. E infine, non è

egli ragionevole che ciò sia? Non viviamo noi forse per l'amore, per

questo soave portato del nostro essere, per questa parte più eletta

delle nostre affezioni? Ciò che siamo e ciò che vorremmo essere, non si

riferiscono forse a questo argomento della nostra operosità, a questa

cagione dei nostri errori, a questa meta fatale del nostro viaggio?

Come l'ape lavora istintivamente a riempire il suo favo di miele,

non ci affatichiamo noi con assidua cura a comporre questo splendido

inno, unica glorificazione che ci sia consentita, alla virtù ignota e

possente che compenetra il mondo? Gli è un sorriso di donna (adorabile

sorriso, sebben misto di lagrime) che ci saluta in sul nascere, ed è un

sorriso di donna che può farci men triste il morire. Guai a chi è solo!

ha detto il savio; ed egli per fermo accennava alla donna; imperocchè

l'uomo è nulla, senza l'amore; son tenebre ed ombra di morte, ove

raggio d'amore non splende. L'inferno, spaventosa visione dell'uomo,

che primo tremò, al prolungarsi soverchio d'una notte jemale, non

avesse a ricomparir più il sole nel firmamento, l'inferno è luogo muto

d'ogni luce e d'ogni calore ai viventi; ora, calore è affetto e luce

è bellezza. Date all'uomo la sua dolce compagna, ed egli n'avrà lume

d'inspirazione, ardore di grate fatiche. L'antichissimo fondatore dei

civili consorzii non fu del tutto infelice, potè consolarsi del suo

gramo destino, se donna innamorata lo seguì, portando volonterosa con

lui il peso della maledizione celeste.

Ed essa, la dolce compagna, senza di lui, che sarebbe? In lui si

compie il suo destino; in lui è il sostegno e la guida; egli il fiore

ed ella il profumo; l'uno all'altro necessarii a vicenda. Date l'uno

nelle braccia dell'altro e il mondo è in essi; rinascerebbe, se più

non fosse, in quelle due vite confuse, e il passato, il presente e

il futuro, memorie, gioie, speranze, tutto eglino sono a sè stessi;

donde appar manifesto che possano viver da soli, senz'altra compagnia

di viventi. E che questa sia lieta esistenza, un grande amore alcuna

volta il dimostra. Un grande amore; ecco il divino tra tutti i misteri,

altare e tempio a sè stesso! L'universo è contorno necessario e fatale,

soventi volte giudice iroso, sempre testimonio increscevole. Che

farci? Si vive, obliandolo; lo si comporta qual è, gli si perdonano

le molestie che arreca, ma a patto di non mescolarsi a lui, di non

seguirlo ne' suoi indirizzi volgari, di non vivere della sua vita.

L'aura, pregna di soavi fragranze, rapite ai boschi natali, passa

rasente alle case degli uomini e segue noncurante il suo corso. I

tristi vapori dell'abitato ne turbano la delicata essenza, pur troppo;

ma lunge di là, sotto la luce purissima del sole, per mezzo ai rami

della selva vicina, la gentil vagabonda si rinfranca, si rinnovella e

dimentica.

La natura offre talvolta di simiglianti magnificenze, a far prova del

suo sterminato potere. L'aquila nei cieli, il leone nel deserto, il

baobab nella selva, sono le sue meraviglie. Ella ha innalzato rupi, che

cacciano la vetta infin tra le nuvole, argomento di pauroso stupore ai

riguardanti; ella ha prodotto fiori di così acute fragranze, che l'uomo

non può respirarle senza pericolo. Ella di tanto in tanto dà vita

a que' forti intelletti, che grandeggiano per mezzo alla universale

pochezza e governano e mutano a lor posta gli eventi; ella accende

quelle gagliarde passioni che splendono, fari solitarii ed eccelsi,

nella penombra degli affetti volgari. Bellezza e gioventù, forza e

intelligenza, si vanno incontro desiose, si abbracciano, si confondono;

e son prodigiose le nozze, come di giganti innanzi ad un popolo di

pigmei. Invero, che sono quelle migliaia di amori fuggevoli, esangui,

mal vivi, al paragone di queste gagliarde, intense e luminose passioni?

Gran mercè se alla picciolezza infinita delle umane cose è dato di

essere pavimento umilissimo all'ara, su cui si sposano queste superbe

inconsapevoli fiamme. Così il genio di Omero vide il monte Ida, ricinto

di nubi gelose, esser talamo agli amori di Giunone e di Giove, mentre

laggiù, sulle rive dello Scamandro, si azzuffavano due popoli, sperando

testimoni alle lor collere i Numi. Quest'alta dimenticanza è la

misura di cosiffatti amori possenti, superiori di tanto alle meschine

consuetudini umane.

Così, in mezzo all'esultanza del convito, la regina e il suo ospite,

l'uno nell'altro felici, aveano dimenticato ogni cosa. Ara pensava che

ella era innocente e calunniata, quella bellissima tra le donne, quella

potentissima tra le regine. La vicinanza di lei cancellava dalla sua

mente gli infausti presagi dell'oracolo. Unico dolore il pensiero di

dover tornare, indi a non molto, in Armenia, alla sua reggia d'Armavir,

ora più triste e desolata di prima. Ed anche questo pensiero ei lo avea

cacciato lunge da sè. Il destino, che lo avea gettato inconsapevole

nelle braccia di Semiramide, non avrebb'egli operato un altro dei suoi

alti prodigi?

Ed ella, frattanto, pensava che il suo trono era così grande, da

potervi accogliere l'eletto del suo cuore; così splendido, da non

dovervi accogliere che lui, il più leggiadro degli uomini. Non erano

essi fatti l'uno per l'altro? E la natura, creandoli, non aveva

per l'appunto mirato a tal fine? Così nella mente di quella donna

innamorata, il mondo, Babilonia, la reggia, altro non erano che

un'immensa piramide, innalzata da Nisroc, dal signore delle sorti, per

collocarvi il loro amore, intenso, sfolgorante, glorioso sul vertice.

E gli occhi suoi dicevano tutto ciò all'inebbriato garzone.

Intanto erano levate le mense, e, pel cader delle ombre notturne,

tolti dal colonnato i velarii, che facevano impedimento alla brezza

ristoratrice. Misteriose luci splendevano in mezzo alle piante del

giardino; in alto, disseminate per la vôlta di zaffiro, scintillavano

le stelle.

— Sien grazie agli Dei! — disse il saccanàco, levando al cielo le mani.

— Da essi ci viene ogni cosa. Il mondo si inchina obbediente a Babilu,

che li onora e li venera.

— Ed ora, — parlò la regina, — mentre Sin, co' suoi miti chiarori

illumina il mondo e così dolce è il riposo allo spirar della brezza

notturna, si rechino a noi gli annali di Babilu. Il nostro gentile

ospite d'Armenia conoscerà da essi la nobiltà dell'amica gente degli

Accad. —

A quelle parole di Semiramide, il gran maggiordomo si alzò per andare

all'ingresso, dove, ad un suo cenno, comparve sollecito lo scriba,

della setta dei Casdim, al quale era dato in custodia l'archivio delle

memorie babilonesi.

Venuto innanzi alla regina, lo scriba si prostrò fino a toccar colla

fronte il suolo.

— Gran Semiramide, — diss'egli poscia, levando le mani verso di lei, —

possa tu vivere in perpetuo!

— Sorgi, — disse a lui di rimando la regina, — e mostraci la

successione dei sari e dei sosi, dal giorno che Bel, il gran dio

creatore, balzò fuori dal tempo senza limiti, infino a questo dì

fortunato.

— Ciò che tu chiedi sarà fatto: — rispose alzandosi da terra lo scriba.

— Gli Accad hanno diligentemente notato ciò che ad essi tramandarono i

padri loro. I moti degli astri, le apparizioni degli Dei e le glorie

dei re, tutto è vergato nelle foglie di papiro, la mercè dei sacri

caratteri, che Oanne ha insegnati agli abitatori di Sennaar. —

Un alto silenzio si fece allora nella sala del convito. Lo scriba

si assise su d'uno scanno, davanti alla regia comitiva, e, recatosi

tra mani un volume di papiro, ne ruppe il suggello di creta; indi,

svolgendo le pagine, così prese a leggere, in mezzo all'attenzione

universale, gli antichi ricordi della stirpe di Accad.

Semiramide: Racconto babilonese · 第 15 / 39 题