[270] Il fatto dell'Inglese era vero. Anche nella grande Collezione

di Scritture di S.to Officio esistente nella Biblioteca del

Trinity-College in Dublino (sez. 2a, vol. 6º, pag. 44, an. 1607)

leggesi una sentenza contro Franc.co Michele figlio di Honfredo

Windsor di Eston, condannato per diversi capi, e tra gli altri per

quello di aver detto «insignem illum haereticum annis elapsis Romae

combustum, ob sacrilegum facinus contra sacram eucharistiam commissum,

fuisse martirem». Questo ci pose nell'impegno di fare qualche

ricerca; ma nella Storia arcana ed anneddotica del Mutinelli, vol.

1.º pag. 131-32, leggemmo i particolari del fatto avvenuto in fine

di luglio, ed anche l'abbruciamento avvenuto a' primi di agosto 1581.

«Quell'heretico inglese, che fece quella scelerità che scrissi, nella

Chiesa di S. Pietro, è stato abbrugiato vivo, con haverseli dati molti

colpi di fuoco nel corpo con torce accese, mentre che lo conducevano

al patibulo, nel quale è stato con tanta fermezza che ha dato che

ragionare assai». Si seppe esservi una brigata di persone venute a Roma

col proponimento di commettere quella bestialità; e la cosa fu imitata

anche in sèguito, nè l'esempio dell'abbruciamento servì a nulla. Nel

Carteggio del Vialardo agente segreto pel Gran Duca di Toscana (Arch.

Mediceo, filz. 3623) in data del 6 feb. 1600 trovasi riferito che «un

Inglese a S. Girolamo della Carità fu per levar l'hostia dal prete, e

fuggì e non si trova»: ma negli Avvisi di Roma della Collez. Urbinate

(Biblioteca Vaticana, cod. 1068) in data del 5 febbr. 1600 si legge:

«è stato carcerato un inglese qual insolentemente nella Chiesa di S.

Girolamo et parimente in S.to Eustachio tentò di far cader il S.mo

Sacramento di mano al Sacerdote mentre communicava alcuni fedeli».

Nel Carteggio dell'Ambasciatore di Venezia Gio. Mocenigo (Arch.

Veneto, Senato-Secreta n.º 43-44) in data del 12 febbr. 1600 trovasi

riferito che «È stata scritta à S. S.tà di Germania una lettera,

senza data, nella quale viene avisata che erano da quelle Provincie

partiti alcuni heretici incognitamente per venirsene in questa città

et trovar occasione di maltrattare et dispregiare li S.mi Sacramenti»

etc.; e poi in data del 26 febbr. d.to anno: «Domenica nella Chiesa

di S. Marcello un francese heretico tentò di dar delle mani sopra il

Sant.mo Sacramento et di maltrattarlo, et sarebbe avvenuto quando non

fossero stati quelli della Chiesa avisati li giorni passati insieme con

tutti li altri di questa città». Si direbbe che l'abbruciamento avesse

piuttosto eccitato gli eretici di tutti i paesi a commettere simili

ribalderie.

[271] Questa parte della nostra narrazione poggia specialmente sulle

rivelazioni fatte dal Pisano in punto di morte innanzi a' Delegati

della Curia Arcivescovile (ved. Doc. 306, p. 248), ed anche sulla

deposizione fatta innanzi allo Sciarava nel tribunale laico (ved. Doc.

408, p. 507) corretta dalle discolpe ultime fatte innanzi a' Bianchi

di giustizia che l'assisterono a ben morire (ved. Doc. 238, p. 124).

Gioverà avvertire fin d'ora, che avendo il Pisano nelle sue ultime

rivelazioni attenuate le deposizioni fatte antecedentemente, ed avendo

anche nelle discolpe ritrattate diverse cose già da lui asserte,

dobbiamo ritenere tutto il rimanente quale espressione della verità;

avrebbe potuto revocare ogni cosa, laddove ogni cosa fosse stata falsa

ed estorta per ferocia di tormenti.

[272] Vedremo quest'ultimo fatto a suo tempo: circa le informazioni che

arrivavano al Cicala da Messina, ved. Doc. 5, pag. 14.

[273] Ved. Doc. 244, pag. 140.

[274] Ved. Registri _Curiae_ vol. 38 (an. 1595-99) fol. 88 t.º:

«All'Audientia di Calabria ultra _etc._ Philippus _etc._ Spectabiles

et magnifici viri. Da Giovanni Piatti ci viene scritto come havendolo

inviato l'Auditor Capece in la città di Jerace mediante ordine vostro

a trattare con il Vescovo di quella città per la consignatione di donna

Isabella Ardoina che steva nel monisterio a Castel'vetere, nel ritorno

al territorio della Roccella fu assaltato da Pietro Veronise (_sic_)

et felice gagliardo de Jerace armati à modo di forasciti, et havendolo

malamente trattato li roborno nove ducati, _etc._ Ordine di pigliare

informazione assicurandosi de' delinquenti, e di avvisare. Nap. 19

giugno 1597. — Prima di questo tempo e fin dal 18 maggio 1594 il

Veronese avea funzionato in Catanzaro quale luogotenente del Portolano

di Calabria D. Gio. de Alagana: ma da poco tempo, trovandosi in

servizio, era stato assaltato e gli aveano recisi entrambi i pollici.

Ved. Reg. _Partium_ vol. 1313 fol. 28, e vol. 1444 fol. 302. Quali

costumi!

[275] Ved. Doc. 242, pag. 139.

[276] Ved. Doc. 302, pag. 240 e 242.

[277] Lo vedremo nominato quando la compagnia se ne andò a Pizzoni.

Talora, nel processo si parlò di un Giovanni Moravito fuoruscito; e

nella _Numerazione de' fuochi_ di Filogasi, vol. 1243 della collezione,

per l'anno 1595 si legge: «n.º 109. Gio. Batt.a Moravito an. 25;

Rosiasa Sonnina moglie an. 45; Jo. pietro Aracri f.º del 1º marito a.

15; Scipione f.º ut supra a. 12; Perna f.a ut supra a. 10».

[278] Ved. Doc. 355, pag. 339.

[279] Abbiamo detto che la Dichiarazione fu scritta in un momento di

altissimo sdegno verso Giulio Contestabile; dobbiamo aggiungere che la

confessione fu fatta in un momento di altissimo sdegno verso il Pizzoni

e quando il Crispo era stato già giustiziato. Ne vedremo i motivi a

tempo e luogo, ma è necessario avere notizia del fatto fin d'ora, per

rendersi conto delle varianti del Campanella e poter prescegliere la

versione più plausibile.

[280] Nella _Numerazione de' fuochi_ di Stilo, il solito estratto

della vecchia numerazione (an. 1596-98) contiene ciò che segue: «n.º

411. Pietro Cosentino alias de Gioya a. 60; Giovannella uxor a. 50;

(*) Colella f.º a. 18; (*) Giovannello f.º a. 16; Salvatore f.º a.

25». Taluno de' di Gioia divenne poi parente de' Campanella, molto

più tardi; così nella Numerazione del 1630 si legge: «n.º 378. Giulio

Cosentino alias di Gioia a. 67; Vittoria Campanella moglie a. 30 (_con

due figli_) [ diacono silvaggio pretende immunità».

[281] Così trovasi chiaramente scritto nel processo di eresia (ved.

Doc. 279, pag. 207), ma nel processo di tentata ribellione leggesi 25

capi, (ved. Doc. 244, pag. 132).

[282] Ved. Doc. 295, pag. 227.

[283] Nell'originale "fuorusctii". [Nota per l'edizione elettronica]

[284] Per la Dichiarazione del Campanella ved. Doc. 19, pag. 28; per

la confessione di Maurizio ved. i relativi brani ne' Doc. 244, p. 141;

247, p. 159; 263, p. 175; 265, p. 182.

[285] Vedremo che pure alcuni anni dopo i terribili tempi de' quali

trattiamo, questi due gentiluomini, e segnatamente Gio. Tommaso di

Franza scampato con male arti dalla burrasca, continuavano nelle

prepotenze e negli omicidii in Catanzaro. Questo ci mostrano documenti

da noi rinvenuti nel Grande Archivio, dei quali daremo conto al luogo

opportuno.

[286] Ved. Doc. 394, pag. 455-56; e Doc. 334, pag. 297.

[287] Nella _Numerazione de' fuochi_ di Tropea (vol. 1398 della

collezione; numeraz. del 1595) alla rubrica di Ricadi si legge: «n.º

261. Gio. Battista Soldano a. 34; Sorgentia Vangeli moglie a. 30 [

Dicono bandito et che mai have habbitato in Ricadi».

[288] Ved. per queste lettere il Doc. 242, p. 137.

[289] Ved. le parole della magnif. Dianora Santaguida dette a Marcello

Contestabile, nell'Informaz. presa dal Vescovo di Squillace per

commissione del Vescovo di Termoli; nella nostra Copia ms. de' proces.

eccles. tom. 1.º fol. 314.

[290] Ved. la dep. di Jacovo Squillacioti di S.ta Caterina

nell'Informaz. suddetta; nella nostra Copia ms. de' proces. eccles.

tom. 1.º fol. 315-1/2.

[291] Nella _Numerazione de' fuochi_ di Nicastro (vol. 1309 e 1310

della collezione) si ha una numerazione del 1596 ed una renumerazione

del 1598; entrambe recano Cesare Mileri. In quella del 1599 si legge:

«n.º 783. Cesare Miliero f.º del q.m thomase a. 26; Honesta sore a. 14;

Giovanna sore a. 12». Ma sospettiamo che possa esservi qui un errore, e

che l'età di Cesare avrebbe dovuto dirsi di 16 anni, in corrispondenza

dell'età delle sue sorelle; rimanendo accolto il nostro sospetto,

avrebbe nel 1599 avuto 17 anni di età.

[292] Nella _Numerazione de' fuochi_ di Nicastro (vol. 1309 cit.)

al fasc. della renumerazione del 1598 si legge: «n.º 1266. Antonino

Sersale f.º del q.m ferrante a. 42; Mario f.º a... [dicunt absentem

in civitate catanzarii, et est baro terrae cropani». La nobiltà de'

Sersali si faceva rimontare fino a Sergio, Duca della Repubblica

Sorrentina; una branca dei Sersali di Sorrento sarebbe stata questa

trapiantata in Calabria. Ved. Fra Girol. Sambiasi, Ragguagli di Cosenza

e di 31 sue nobili famiglie, Nap. 1639 p. 185, e De Lellis, Famiglie

nobili della città e Regno di Napoli, parte ms. esistente nella Bibl.

naz. di Napoli (VI. F. 6).

[293] Ved. nell'Arch. di Stato i Reg. _Partium_ vol. 1274 fol. 201,

dove si notifica che «a ultimo de gen. 1595» il Vicerè ha concesso a

lui tale officio; inoltre ne' Reg.i _Sigillorum_, vol. 31, an. 1595, è

not. «a ultimo de febraro... privilegio del officio de credenzero de

la gabella dela seta de Catanzaro de Marc'Ant. biblia»: nel corso di

questa narrazione vedremo confermato che costui era fratello di Gio.

Battista Biblia con altre circostanze di molto interesse.

[294] Tutte queste notizie, come le consecutive, si rilevano

segnatamente dalle due formali denunzie che di poi si ebbero (ved. Doc.

7, p. 15, e 205, p. 106), ed ancora dal complesso de' documenti trovati

in Simancas. La trattativa per l'entrata di uomini armati in Catanzaro

di soppiatto, separatamente dagli altri maneggi, fu condotta in modo

più segreto tra un numero di persone assai ristretto; e così i due

denunzianti principali, Biblia e Lauro, non ne seppero nulla. Si vedrà

in sèguito che non c'è alcun motivo per dubitare delle cose dette in

tali denunzie quanto alla parte essenziale; e che vi furono solamente

esagerazioni notevoli quanto al numero de' congiurati, de' fuorusciti

e de' frati, per magnificare il servizio reso; del resto nulla vieta di

ammettere che tra le tante esagerazioni fra Dionisio avesse introdotta

anche questa, per magnificare le forze della congiura ed invogliare a

prendervi parte.

[295] Nelle _Cedole di Tesoreria e Cassa militare_ per l'anno 1597

(vol. 429) fol. 265 si legge: «A 12 di luglio 1597 A Fabritio de lo

tufo Gov.re della prov. de Calabria ultra ducati sessanta li sono

com.ti pagare per suo salario de giorni 18 vacati a pigliar mostra

alle Compagnie de cavallaria oria, scalea, et cravìna in luglio 1595

incluso l'accesso, et recesso, a ragione di d.i 100 lo mese pagati

della cassa delle tre chiavi, per esso a Geronimo dello tufo suo

herede, et per esso a Marino de fusco suo procuratore, D.i 60, 0, 0». —

Quanto all'ufficio di Capitano di Tropea tenuto più tardi da Geronimo,

i documenti si riferiscono all'anno 1616, e leggonsi ne' Registri

_Curiae_ vol. 80, fol. 176, e vol. 83, fol. 177: entrambi contengono

un ricorso di Dianora Ciaccio, che chiede giustizia contro Geronimo

Capitano di Tropea, per essere stato causa della morte di Pietro

cocchiero suo marito «fandoli dare molte bastonate», ed aver poi voluto

«la remissione per forza». Signori e popolari, laici ed ecclesiastici,

erano fatti tutti a un modo, prepotenti sempre.

[296] Ved. nell'Archivio Storico an. 1866, p. 70 (al Card.l S.

Giorgio) «noi voltammo il male a voi per manco male»; p. 81 (al Papa

e Cardinali) «ego inveni negotium Turcarum, quia Mauritius nominatus

ascendit triremes pro redemptione concivium suorum» _etc._ _etc._

Come è possibile ritenere tutto questo dopo ciò che si legge nella sua

Dichiarazione?

[297] Un _Mons._r Baraffone o Baruffone era segretamente inviato da

Roma nell'agosto o settembre 1599, e se ne trova un cenno misterioso

nel Carteggio del Nunzio; ma molto più tardi, dopo un anno e più, venne

il fatto a luce. Nel Carteggio dell'Agente di Toscana, filz. 4088,

al sèguito delle lettere di agosto 1600 si legge, che col pretesto

di soccorrere Canissa, per mezzo del Vescovo di Nicastro, il quale

provvedeva armi, e poi col pretesto di sorprendere Camura in Albania

già pertinente a' Veneziani, forse voleasi dal Papa prender piede a

Tremiti, farne una commenda pel Card.l S. Giorgio e avere un porto.

Nel Carteggio del Residente Veneto, le lettere de' primi di 10bre d.to

anno recano anche questi progetti di conquista di Tremiti da parte del

Papa, e la spedizione delle armi fatta da _Mons._r Montorio Vescovo di

Nicastro, co' maneggi segreti di _Mons._r Baraffone.

[298] Ecco i documenti che abbiamo potuto raccogliere per chiarire la

posizione de' Nobili sopra menzionati. — 1.º Circa D. Lelio Orsini,

nell'Arch. Mediceo, Carteggio universale filz. 893, fol. 627, una

sua lettera al Granduca con firma autografa, in data di Napoli 22

8bre 1599 dice, che aspetta sempre la venuta del corriere di Spagna

il quale deve portare la sentenza del suo negoziato, che ora vede

allungarsi tale arrivo, che ne darà avviso come il corriere giungerà

secondo i comandi avuti. L'essersi dato l'ufficio di curatore a Gio.

Serio di Somma risulta da' varii documenti del tempo notati ne' Reg.i

_Privilegiorum_ e _Sigillorum_; la dimora di costui in Calabria e la

Commissione datagli contro i fuorusciti risulta dalla Lett. Vicereale

de' 18 mag. 1599, notata ne' Reg. _Curiae_, vol. 45, fol. 153. — 2.º

Circa il Principe di Bisignano, ecco dapprima quanto si legge negli

Avvisi di Roma esistenti nell'Arch. di Modena: «1598, 2 7bre; si

ritrova qua incognitamente et se ne sta ritirato il P.pe di Bisignano

scappato con bellissimo stratagemma dalle mani del V. Re di Napoli che

lo teneva prigione, raccontandosi che sendo habilitato dal d.to V. Re

di haver la casa per carcere con sicurtà fattali da D. Lelio Orsini,

l'uno et l'altro (_questo falso_) se ne siano scappati... con voce

che d.to Principe voglia passare in Spagna et farsi sentire dal Re.

— 21 8bre, il P.pe di Bisignano si trova a Pesaro dal Ser.mo d'Urbino

et coll'occasione della Regina (_la Regina di Spagna che passava per

l'Italia recandosi a Madrid_) passarà in Spagna. — 18 9bre; di Ferrara

lettere del 21 dicono che vi era arrivato il P.pe di Bisignano quale

havea seco un suo naturale di 6 anni solamente, attendendo l'arrivo

del Duca d'Urbino, sperando col mezo di S. S.tà con questa occasione

di poter effettuare qualche negotio buono per la sua causa con d.ta

Regina, acciò sia mediatrice col Re per rimediare alli suoi malanni,

et fra tanto haver qualche trattenimento appresso d.to Duca. — 1599,

18 gennaio; si aspetta qui il P.pe di Bisignano per vedere d'accomodar

le sue cose col Re di Spagna. — 20 marzo; venerdì arrivò qua _Mons._r

Santorio e il P.pe di Bisignano incontratisi vicino à Roma». Nel

Carteggio Veneto da Napoli una prima lett. del 19 gen.º 1599 reca,

«S. M.tà ha ordinato che i beni liberi di Bisignano siano venduti,

ed egli tornando sia ricondotto in libertà con piezaria come prima;

fra tanto non si danno i duc.ti 6 mila a' suoi corrispondenti e si

ode con disgusto, oltre gli altri particolari dei suoi viaggi, il suo

stare ora in Fiorenza spesato da quel Principe». Un'altra lett. del

17 agosto reca: «Il P.pe di Bisignano se n'è ritornato in questa città

liberato del tutto dal V. Re con haverlo fatto reintegrare delle rate

del suo assegnamento di scudi 500 il mese delle sue entrate dal dì

della sua fugga (_sic_) fin'hora, et gli dà anco speranza di lasciarlo

andare a vivere al suo stato in Calavria, dovendosi però continuar la

estintione de' suoi debiti.» _etc_. Nel Carteggio Toscano da Napoli

filz. 4087 due lett. del Principe medesimo al Gran Duca in data del

23 agosto 1599 recano essere lui tornato in istato di libertà in

casa sua da dieci dì, con speranza di andarsene presto agli Stati

suoi. Compie la serie delle pratiche fatte nella sua escursione la

notizia posteriore che trovasi negli Avvisi di Roma collez. Urbinate,

esistente nella Bibl. Vaticana cod. 1067: «27 8bre 1599; il P.pe di

Bisignano ha fatto spedire qua un Breve per via secreta, con indulto

di poter adottare o surrogare un tale per suo figlio». 3.º Quanto al

Duca di Vietri, abbiamo veduta altrove (pag. 106 in nota) la sua lunga

corrispondenza autografa, esistente nell'Arch. Urbinate in Firenze,

che dà le informazioni autentiche sull'andamento della sua causa. La

notizia delle feste da lui ordinate, all'occasione dell'entrata del

Conte di Lemos, trovasi ne' Diurnali di Scipione Guerra fol. 81, ms.

esistente nella Bibl. nazionale di Napoli (X, B, II). — 4.º Non avendo

nulla da aggiungere intorno a Mario e Geronimo del Tufo, ci rimane a

dire che la permanenza e il modo di vivere del Marchese di S. Lucido in

Roma, al tempo del quale trattiamo, rilevasi dal Carteggio di Francesco

M.a Vialardo esistente nell'Arch. Mediceo, filz. 3623. Una lettera

di costui in data di Roma 23 8bre 1599 reca: «il Caraffa Marchese di

S.to Lucito, che sta qui, mangia a suono di trombetto». Dal Carteggio

poi del Nunzio Aldobrandini, filz. 212, lett. da Roma del 26 9bre

1599, rilevasi che il Papa mandò al Vicerè un Breve per raccomandarlo,

sollecitato dal fratello di lui _Mons._ Carafa. Ancora un'altra

lettera del Vialardo (loc. cit.) in data del 1.º gennaio 1600 reca:

«il Marchese di S.to Lucito ha fatto venir qua Tiberio suo fratello».

Infine da altre lettere dello stesso Vialardo, come anche da quelle di

Gio. Niccolini Ambasciatore Toscano in Roma (filz. 3316) e dagli Avvisi

del tempo, si rileva che nella Settimana Santa del 1600 egli ebbe una

quistione di precedenza con D. Francesco Colonna P.pe di Palestrina,

seguìta da biglietti di sfida che indignarono il Papa e provocarono il

suo arresto, finito poi con la pace fatta tra' due contendenti mercè

l'opera del P.e Cesi.

[299] Ved. Doc. 311, p. 261. Veniamo assicurati che oggi si conserva

sempre il nome di Lanzari ad una contrada presso Stilo, all'uscire

della città, e che fino a pochi anni indietro vedevasi ancora, sul

margine della via che attraversa tale contrada, un basamento in

muratura sul quale sorgeva una croce, che fu menzionata dal Petrolo, e

che segnava il confine dell'ambito giurisdizionale de' Domenicani.

[300] Così p. es. la proposizione che Maria fosse una schiava

nera di Egitto ricavandolo dal motto _nigra sum_, e l'altra che le

lettere _INRI_ poste sulla croce costituissero una parola atrocemente

ingiuriosa in ebraico, si trovano ripetute in molti processi anteriori

a questi tempi, rappresentando le scempiaggini di coloro i quali

presumevano di atteggiarsi a spiriti forti, come accade di rilevare

anche dalla collezione de' processi di S.to Officio esistente in

Dublino: non era quindi nemmeno necessario che le ripetesse fra

Dionisio, il quale poi certamente ne divulgò molte altre, senza

la menoma partecipazione del Campanella. Da ogni lato apparisce

indubitabile che vi sieno stati erronei apprezzamenti delle parole del

Campanella su' temi più intricati, come quelli di Dio, della Trinità,

de' luoghi di premii e di pena, degli angeli buoni e tristi. Sul tema

dei diavoli sarebbe veramente curioso di conoscere i concetti riposti

del Campanella, anche per illustrazione di certi fatti della sua vita

ulteriore: certamente al tempo del quale trattiamo egli se ne burlava,

professando, nel caso di coloro a' quali si dicevano apparsi, «essere

follie e spiriti fuliginosi et humori frigidi che calano», nel caso

poi delle donne ossesse, «haverle per pazze»: i suoi motteggi su questo

articolo si trovano ripetuti da parecchi, ed anche per tale motivo non

sembra che vi sia luogo a dubbio.

[301] Per comodo de' lettori, tra le Illustrazioni annesse a'

Documenti, abbiamo raccolti alcuni Cenni della _Città del Sole_ e delle

_Quistioni sull'ottima repubblica_ in rapporto alle cose emerse ne'

processi di congiura e di eresia; ved. Illustraz. I, pag. 609.

[302] Ved. nella _Città del Sole_, ed. D'Ancona p. 272 e 273.

[303] Sarebbe bastato aver dato uno sguardo alla sua definizione

della Democrazia, tanto diversa da quella che oggi si professa; al

sacrificio assoluto da lui imposto all'individuo di fronte allo Stato

(abolendo, com'egli diceva, l'amor proprio o singolare, per l'amor

comune o universale), mentre oggi si vuole che ognuno possa far conto

dello Stato come se non esistesse; infine alla prevalenza assoluta da

lui accordata alla cultura, mentre oggi si ritiene un gran fatto il

suffragio universale, e non si chiede al Rappresentante del popolo, e

neanche al Ministro, quella guarentigia del sapere che pur si chiede al

più umile de' professionisti. Ne ricorderemo qualche cosa. 1.º Aforismi

politici; ed. d'Ancona pag. 13: «Il dominio d'uno buono si dice

Regno e Monarchia; d'uno malo si dice Tirannia; di più buoni si dice

Aristocrazia; di più mali Oligarchia; di tutti buoni Polizia; _di tutti

mali Democrazia_». 2.º, Città del Sole, ib. p. 244: «_Perduto_ l'amore

proprio, rimane sempre l'amore della comunità». 3.º; Quist. sull'ottima

repubblica, p. 291: «Per gl'ignoranti è bene _servire_ al sapiente

ed al probo»; ciò che fu pure espresso tanto vivacemente nelle Poesie

filosofiche, p. 72 (_correz. tratta dall'ediz. Adami_),

«Assai sa chi non sa, se sa obbedire».

[304] Ved. _Poesie filosofiche_, ed. cit. p. 110,

«Stavamo tutti al buio, altri sopiti

d'ignoranza nel sonno, e i sonatori

pagati raddolciro il sonno infame;

altri vegghianti rapivan gli onori

la roba, il sangue, o si facean mariti

d'ogni sesso, e schernian le genti grame.

Io accesi un lume...».

[305] Ved. _Poesie filosofiche_ p. 102, nota 1ª al Sonetto intitolato

«A Dio».

[306] Ved. _Poesie filosofiche_ p. 125, Canz. 3ª in Salmodia

metafisicale.

[307] Ved. Doc. 7, pag. 15.

[308] Ved. Doc. 8, pag. 17.

[309] Ved. Doc. 15, pag. 24.

[310] Nell'originale "espresa". [Nota per l'edizione elettronica]

[311] Ved. Doc. 6, pag. 14. Riportiamo la materia di queste Lettere

con una certa larghezza e quasi traducendole, tanto per riprodurre

fedelmente i fatti in esse esposti, quanto per facilitarne il riscontro

a coloro i quali provassero difficoltà ad intendere l'idioma spagnuolo.

[312] Ved. nell'Arch. di Firenze il Carteggio del Nunzio Aldobrandini

filz. 212, Lett. da Roma del 3 luglio 1599.

[313] Ved. le Lettere di Giulio Battaglino al Segretario del Granduca

di Toscana, estratte dall'Archivio Mediceo e pubblicate dal Palermo

(Archivio Storico Italiano tom. 9.º, Firenze 1846); Let.ª 1.ª: ne'

nostri Documenti n.º 160, pag. 83.

[314] Nell'originale "2.º". [Nota per l'edizione elettronica]

[315] Il Litta, Famiglie celebri d'Italia tom. 5.º, poco esattamente

lo dice fatto Nunzio in Napoli nel 1596. Fra' tanti Aldobrandini in

carica, pe' quali non mancavano in Roma le Pasquinate (ved. gli Avvisi

della Collezione Urbinate nella Bibl. Vaticana, cod. 1068, 8 gen.º

1600), c'era anche un fratello di Jacopo a nome Pietro, capitano della

Guardia Pontificia.

[316] Ved. il Carteggio del Nunzio Aldobrandini filz. 212, Lett. da

Roma del 3 luglio 1599.

[317] È il meno che di lui si possa dire. L'Agente di Toscana Giulio

Battaglino lo descriveva al suo Governo quale uomo «aridissimo», di

cui nella città «si fa conto come non ci fusse...; in somma un poco

urbano e manco officioso fiorentino», notevole per «la sua estrema

zotichezza». Trattandosi di uno che dovremo vedere giudice del

Campanella, importa raccogliere notizie di lui da ogni parte. — Ved.

nell'Arch. Mediceo, Carteg.º di G. Battaglino filz. 4085-4086, Lett.

del 17 mag. 1596 e 3 luglio 1598.

[318] Ved. il Carteggio del Nunzio, filz. 212, Lett. da Roma del 9 8bre

1599.

[319] Ved. Doc. 44, pag. 47.

[320] Ved. Doc. 45, pag. 47.

Fra Tommaso Campanella, Vol. 1 la sua congiura, i suoi processi e la sua pazzia · 第 52 / 55 段