come di poi cantò. In Monteleone vi fu una fermata della carovana,

e Padri Gesuiti confortarono a ben morire alcuni de' carcerati, che

avrebbero dovuto essere «quattro de' più colpevoli» aggiuntovi poi

«benanco Maurizio de Rinaldis», secondo gli ordini dati dal Vicerè

fin da' primi di ottobre: ma effettivamente sappiamo solo i nomi di

Maurizio e di Gio. Battista Vitale, che sarebbero stati confortati,

e sappiamo che il Vitale non volle dare ascolto alle esortazioni de'

Padri Gesuiti, ripetendo le eresie insinuategli da fra Dionisio[496].

Ma presto la carovana si rimise in via e poggiò a Bivona, dove la

raggiunsero fra Cornelio e fra Gio. Battista di Polistina, i quali con

la loro presenza e la loro unione contristarono ancora gli infelici

frati prigionieri. Secondo il Pizzoni, che trovavasi legato a mano

a mano con fra Paolo della Grotteria in un magazzino di sali, il

Campanella, mediante un soldato del Capitano Figueroa, l'avrebbe quivi

minacciato di porlo in più grave intrigo laddove non attendesse a

ritrattarsi: secondo fra Pietro di Stilo ed anche secondo il Petrolo,

fra Gio. Battista di Polistina avrebbe detto a ciascuno di loro che

badassero bene a deporre contro fra Dionisio, aggiungendo a queste

raccomandazioni lusinghe e minacce, come vedremo nel processo di eresia

svoltosi in Napoli. Che era intanto avvenuto, perchè in Monteleone

non si facessero più le esecuzioni capitali prescritte? Ce lo dice

il Carteggio Vicereale e quello del Residente di Venezia, il quale

ultimo ci fornisce a tale proposito notevoli particolari. Secondo

il Residente, «haveva d.^to Spinelli sentenciato Mauritio Rinaldi,

Capo secolare della congiura, di essere à Monteleone segato vivo à

traverso, ma non havendo per tempi fortunevoli potuto le galee prender

porto in quella parte, hà riservato così fatto spettacolo da farsi

in questa città a beneplacito del Vicerè»[497]. Anche in un'altra

lettera posteriore, scritta con più di un mese e mezzo di intervallo,

il Residente tornò a menzionare l'atroce ed insolita condanna di

Maurizio «di esser segato vivo tra due tavole», e ciò dà motivo di

ritenere che non sia stata questa una delle ordinarie frottole in

corso per la città; quanto poi al motivo per cui la condanna non fu

eseguita, bisogna dire che le galere non poterono tenersi al sicuro ed

aspettare impunemente qualche giorno. Infatti una lettera Vicereale,

scritta quando i carcerati vennero in Napoli, ci dice che «si aveano

da giustiziare in Monteleone sei che erano convinti e confessi, e

per non far trattenere le galere, li condussero con gli altri», ciò

che spiega pure quanto sappiamo de' conforti a ben morire prestati ad

alcuni da' Gesuiti in Monteleone. Vi fu dunque una semplice mancanza

di tempo, avendo dato verosimilmente fretta il mare procelloso in un

posto di poco sicuro ancoraggio. Ma alfine i carcerati s'imbarcarono,

e con loro, oltre lo Spinelli e lo Xarava, anche fra Cornelio e il

Visitatore; e si imbarcarono dippiù taluni di quelli che si erano

distinti nella repressione della congiura. Certamente s'imbarcò sulla

capitana di D. Garzia il Principe della Roccella accompagnato da molti

dei suoi servitori «con l'occasione dell'anno santo», vale a dire del

Giubileo che era stato indetto, come abbiamo rilevato da un'altra

Informazione di S.^to Officio; e ben s'intende che costui, al pari

degli altri suoi socii in benemerenza, andava a riceversi i sorrisi, le

lodi e i favori, che il Vicerè si sarebbe benignato di accordargli.

Lasciamo ora che gl'infelici prigioni arrivino in Napoli, ove

ripiglieremo la cronaca de' loro strazii, e fermiamoci ancora a vedere

ciò che accadde in Calabria durante e dopo la loro partenza, sempre in

rapporto al nostro argomento.

Il fatto più importante per noi fu la novella Informazione, che il

Vescovo di Squillace ebbe a prendere sulle cose del Campanella, per

commissione di Roma. Avuta la copia dell'Informazione presa dal Vescovo

di Gerace, la Sacra Congregazione Romana evidentemente non poteva

rimanerne soddisfatta: per lo meno, essendo stato affermato così da

fra Cornelio come dal Vicerè che Stilo con le sue vicinanze fosse

tutto imbevuto delle eresie del Campanella, la cosa non risultava

menomamente chiarita; sorgeva dunque l'assoluto bisogno di una

ulteriore Informazione, e questa fu subito commessa al Vescovo di

Squillace, nella cui diocesi erano comprese la città di Stilo e le

altre terre delle quali volea conoscersi la condizione vera. Il testo

dell'Informazione o «Processo di Squillace» non ci è pervenuto, ma ce

ne sono pervenuti i Sommarii molto precisi, redatti in Roma e mandati

a' Giudici dell'eresia in Napoli, e ci è pervenuto anche tutto intero

un Supplimento alla detta Informazione commesso da uno di cotesti

Giudici, il Vescovo di Termoli. Tra le deposizioni, che fanno parte

del Supplimento, ve ne sono due che ricordano le deposizioni anteriori

del 5 novembre e del 19 dicembre 1599[498], le quali date servono a

mostrare quella del processo di cui parliamo, cominciato anche un po'

prima che il Campanella e socii partissero dalla Calabria, proseguito

per due mesi e verosimilmente anche più, atteso il gran numero di

coloro che furono chiamati a deporre: il Supplimento stesso ci mostra

che presedè alla formazione del processo il Vescovo in persona, Tommaso

Sirleto, insigne uomo appartenente all'insigne famiglia de' Sirleti

di Guardavalle patria di Maurizio, assistito dal suo Vicario generale

Agazio Mantegna[499]. Furono chiamati a deporre tutti i frati dei

conventi di Stilo e di quelli delle terre vicine, p. es. di quelli

di S.^ta Caterina, come ne diè notizia una delle deposizioni raccolte

nel processo di eresia fatto in Napoli[500]; ma furono chiamati anche

molti ecclesiastici secolari e molti laici delle migliori famiglie di

Stilo e luoghi vicini, come si rileva da' nomi che si leggono a capo

di ciascuna deposizione. Gioverà ricordare quelli che sono stati già

citati finora, e qualche altro che si dovrà ancora citare nel corso

di questa narrazione, segnatamente quelli che si fanno notare per

qualche condizione speciale; poichè ricordarli tutti sarebbe perfino

inutile, mentre si possono rilevare da' Sommarii del processo[501].

Furono dunque tra coloro che deposero, naturalmente a carico, dei

Contestabili Paolo e Fabio, che sappiamo essere l'uno padre e l'altro

fratello di Giulio e di Marcantonio; de' Carnevali poi Gio. Francesco

e Fabrizio, che abbiamo veduto altrove essere ecclesiastici, l'uno

zio e l'altro fratello di Gio. Paolo, dippiù Fabio altro fratello,

Prospero padre e Minico (Domenico) altro zio. Vi fu ancora Giulio

Presterà, che sappiamo giovane e medico, amico del Campanella, Gio.

Jacovo Prestinace che ci risulta cugino di Gio. Gregorio l'intrinseco

del Campanella, Francesco Plutino il capitano nominato dal Campanella

nella sua Dichiarazione, Francesco Vono che abbiamo visto del pari

amico del Campanella, che vedremo nominato da lui nella sua pazzia

e che sappiamo essersi liberato dalle persecuzioni per la congiura

mercè molte libbre di seta[502]. Potremmo citare altri nomi degni di

menzione, come uno Scipione Presterà, un Gio. Maria Gregoraci, diversi

Jeracitano, qualcuno de' Crea, Vigliarolo, Principato etc. tutti

di Stilo, e parecchi che ci risultano di Guardavalle, di Stignano,

di S.^ta Caterina, di Riaci, di Camini, di Girifalco. Ci limiteremo

ad aggiungere che vi fu pure quel Tiberio Lamberti che presentò la

denunzia di D. Marco Petrolo, vi furono due donne (Francesca Scivara e

Caterina di Francesco), infine anche un Marcello Salinitri e un Carlo

Licandro, i quali, deponendo contro il Campanella, non nascosero di

essergli nemici, senza che ne apparisca il motivo[503]. E noteremo

che il non esservi stati taluni altri conosciuti come stretti amici

del Campanella, p. es. Tiberio e Scipione Marullo, i fratelli D. Gio.

Jacobo e Ottavio Sabinis, rende sempre più credibile che costoro

si tenessero nascosti; la qual cosa può dirsi con fondamento anche

maggiore per quelli egualmente conosciuti come parenti di fra Tommaso,

p. es. Paolo e Fabrizio Campanella, de' quali si deposero alcune

proposizioni già manifestate dal Campanella e commentate da loro, senza

vederli interrogati e senza saperli carcerati e partiti per Napoli.

Assai ci pesa il dover dare un cenno di ciò che emerse da questo

processo di Squillace, poichè da una parte riesce impossibile

esporre tutta la colluvie di cose che si raccolse, e d'altra parte

esponendo con un po' d'ordine le cose principali riesce inevitabile

una riproduzione di quanto si è detto a proposito delle opinioni

manifestate dal Campanella nel periodo della congiura. Ma gioverà

conoscere testualmente le cose principali co' nomi di coloro che le

rivelarono, e apprezzarne il valore e l'importanza. Cominciando dalle

cose riferibili al nuovo Stato, si affermò che il Campanella «volea

fondare una nuova setta per vivere liberamente et fare il _crescite_»

(test. Fabrizio Carnevale, Marcello Salinitri, Gio. Consueva), che

«voleva far mutare habito et vestimenti et dire che ci era libertà di

coscienza» (Gio. Jacobo Prestinace), che nella «nuova setta di libertà»

s'indosserebbero «certi habitelli et copulini» (Ottavio Buccina), che

gli uomini si abbiglierebbero «con veste bianche sino al ginocchio,

con una tovaglia alla testa che pendi à dietro, et con un capellino in

testa» (Gio. Jacobo di Reggio), ed era con altri salito sul monte di

Stilo, dove mangiarono ed intitolarono quel monte «monte pingue e di

libertà» (Scipione Presterà, Francesco Bartolo etc.); che era Profeta,

che volea farsi chiamare il Messia di Dio della verità etc. (Gio.

Andrea Crea, Geronimo Jeracitano, Gio. Francesco Carnevale, Giuseppe

Ranieri ed altri). Venendo alle cose riferibili alla Religione ed

alla Chiesa, bisogna notare che in questo processo non vi fu alcuna

deposizione intorno all'opinione della non esistenza di Dio attribuita

al Campanella pei processi anteriori, ma intorno a Gesù, alla sua

resurrezione, a' miracoli, non che intorno al Crocifisso, si depose

avere il Campanella detto, che Gesù «non è stato figliolo di Dio» (Gio.

Andrea Crea), che «fu bravo huomo e capo di sette» (Marcello Salinitri

a detto di Giulio Contestabile, Francesco Plutino etc.), che nella

predica avea dichiarato essere il precetto _quod tibi non vis alteri ne

feceris_ stato detto da un filosofo gentile prima di Cristo (Tiberio

Vigliarolo), che «non bisognava si adorasse il Crocifisso perchè era

un pezzo di legno» (Paolo Contestabile e Fabio Contestabile a detto di

Marco Antonio che l'aveva udito dal Caccìa), che «non si doveva credere

ad un appiccato» (Giulio Presterà, Luzio Paparo, Lorenzo Politi,

Desiderio Lucane), che «Cristo avea potuto fare che ci fosse un altro

in croce e che esso non fosse morto» (fra Scipione Barili a detto di

fra Scipione Politi), che «le cose che si dice haver fatto Moisè tutte

sono state per ingannare li popoli» (fra Francesco Merlino), che «bravo

huomo era stato Mosè e Maumetto e Christo, e che se bene Martino Lutero

haveva acquistato 26 o 27 Provincie non haveva fatto nulla» (Francesco

Plutino). Quanto alla Trinità, a' Sacramenti, all'Eucaristia,

all'inferno, purgatorio e paradiso, si depose avere il Campanella

detto, «che tutte le cose della nostra fede si possono passare eccetto

che questa cosa della Trinità, che vi sieno tre persone in una» (Gio.

Gregorio Argiro), che era stato udito Paolo Campanella parlare al

fratello Fabrizio di proposizioni di fra Tommaso intorno alla Trinità

ed ai Sacramenti, dicendo che «non credeva si consacri hostia», e

soggiungendo «havrei pagato cinquanta ducati a non intendere queste

cose» (Gio. Domenico Pilegi), che il Campanella medesimo avea detto a

Fabrizio «provarsi che il sacramento non era sacramento» (Gio. Jacobo

Vigliarolo), che «aveva uno spirito nell'unghia» (fra Berardino), che

non credeva esservi il diavolo, chiamandolo _babao_ per far temere

le genti (Carlo Licandro), che avea detto a Fabio Contestabile «si

pigliasse spassi e piaceri... che del resto è pensiero di chi è»

(Fabio Contestabile), ritenendo non esservi inferno (Fabio Carnevale,

Desiderio Lucane ed altri). Quanto ad orazioni, che il Campanella avea

cancellato da un libro di preghiere, appartenente alla Congregazione

del Rosario e presentato allora al Vescovo, alcune invocazioni a

Maria, a S. Domenico, a S. Giacinto, a S.^ta Caterina, per ottener

grazia, «che non voleva si dicessero» (Gio. Francesco Carnevale), ed

era stato direttamente veduto quando le cancellava (Fabio Carnevale,

Fabio Contestabile). Ed ancora avea detto «la fornicazione non essere

peccato,... essere cose naturali» (fra Gio. Battista di Placanica);

e una volta «con altri nella propria cella fece il crescite con una

certa Giulia» (Gio. Maria Gregoraci). Ed avea mangiato carne in giorni

proibiti (molti), anche in casa di Geronimo di Francesco e del suo

zio Domenico Campanella (Fabrizio Carnevale, Fabio Contestabile),

adducendo la regola Apostolica _comedite quod appositum est vobis_

(Gio. M.ª Gregoraci); e una volta chiese chi avesse prescritto tali

proibizioni e gli fu risposto, la Chiesa, e il Campanella soggiunse

«chi è la Chiesa? li fu detto che sono il Papa, Cardinali et altri

Prelati, et il Campanella rispose, il Papa e Cardinali chi sono?

li fu detto che sono huomini, il Campanella rispose, io ancora sono

huomo» (Prospero Vitale). E la sua scienza era «una Cabala che imparò

da un Armeno» (Gio. Jeracitano), ed «havea promesso a Geronimo di

Francesco uno spirito familiare per vincere al giuoco» (Gio. M.ª

Gregoraci). Che nel predicare a Stilo «metteva comparatione sopra

gl'idoli», e riteneva «che i figliuoletti de' Turchi morendo non vanno

all'inferno, perchè crescendo potriano conoscere la fede e si fariano

Christiani», oltracciò che «Dio ha altro modo di salvar l'homini che

per il battesmo» (diversi). Che non credeva alla scomunica, che nelle

prediche «essaltava più del dovere li filosofi et scrittori Gentili»

e ne' discorsi diceva che «S. Thomasso fù huomo et che alla dottrina

sua si può aggiungere, et che era cavata da altri Dottori antichi et

particolarmente da Lattantio firmiano, al quale havea gran credito»; nè

era vero che il Crocifisso avesse detto a S. Tommaso _bene scripsisti

de me Thoma_ (Tiberio Vigliarolo, Gio. Antonio Primerano, Lorenzo

Consueva). Nemmeno credeva che gli Atti degli Apostoli facessero

fede, «perchè quello che trattano lo trattano per traditione di S.

Paolo» (Gio. Battista Rinaldo). Che infine non mostrava di gradire

tante diverse Fraterie (fra Gio. Battista di Placanica), non credeva

che bisognasse «dire Paternostri che erano cose perse» (Paolo e Fabio

Contestabile a detto di Marcantonio), nè credeva giovare a' defunti

la Messa detta o fatta dire da chi si trovava in peccato mortale

(diversi).

Furono queste le cose essenziali rilevate col processo di Squillace,

in materia di eresia più che in materia politica, attesa la qualità

della Commissione data al Vescovo, e, come si vede, esse venivano a

colpire propriamente il Campanella e non altri; appena qualche volta,

da uno o due testimoni, fu nominato con lui fra Dionisio, segnatamente

ad occasione del voler fondare la nuova setta e del doversi disprezzare

il crocifisso. Invece fu da qualcuno tratto in iscena il povero

vecchio Geronimo padre del Campanella, come testimone ed anche come

principale. Si depose aver lui detto che richiedendo al figlio di voler

predicare a Stilo, il figlio rispose che non volea «fare l'officio di

Canta in banco» (Marcello Fonte), che inoltre «gli avea preconizzato

tanto il bene quanto il male da dover accadere a' suoi figliuoli»

(Callisto Jeracitano), che infine avea composto quel tale libro che

superava quelli degli Apostoli (Scipione Ciordo). Ne abbiamo già

parlato abbastanza altrove e non occorre insistervi ulteriormente.

— Quale intanto deve dirsi il valore e l'importanza di siffatto

processo? In verità fa molta impressione il vedere che la massima parte

delle cose deposte si sia avuta con le clausole «de fama publica, de

auditu incerto», e non di rado pure, ciò che è sempre più notevole,

con la clausola «post carcerationem»; questo dà fondato motivo di

ritenere che le opinioni incriminabili poterono anche esser diffuse

in molta parte per colpa de' Giudici de' processi anteriori, che ne

fecero correre le voci per le piazze, dalle quali taluni testimoni

specificatamente affermarono di averle raccolte. Ma mettendo pure da

parte tutti i testimoni che deposero per voce pubblica, ne rimangono

sempre alcuni che deposero cose udite o viste direttamente, ovvero

cose udite o viste da persone state molto dappresso al Campanella, e

per la loro condizione speciale riescono a dare alle loro deposizioni

una gravità notevole. Basta dire che più d'uno affermò di avere

udito quanti deponeva da fra Scipione Politi conosciutissimo amico

del Campanella, e, a quel che pare, solito a mantenere vive le sue

conversazioni col riferire le opinioni delle quali il Campanella gli

avea tenuto discorso; qualche altro affermò di avere udito quanto

deponeva da D. Marco Petrolo, da D. Marco Antonio Pittella, da

Paolo e Fabrizio Campanella, da Giulio Contestabile, da Marcantonio

Contestabile; nè deve sfuggire che deposero i Carnevali malgrado

avessero Gio. Paolo e Tiberio carcerati, deposero i Contestabili

malgrado avessero Giulio carcerato e Marcantonio perseguitato, depose

Desiderio Lucane che sappiamo avere anche lui un figlio carcerato[504].

Adunque, per un certo numero di cose raccolte con questo processo,

non si può sconoscerne menomamente la provenienza dal Campanella,

essendovi anche una concordanza significante tra esse e quelle che

da altri fonti ci risultano appartenenti senza dubbio a lui; nè

deve sfuggire che molti, p. es. Giulio Presterà, Francesco Vono, il

capitano Plutino, i quali certamente ebbero relazioni col Campanella,

e così pure tanti altri, poterono deporre per voce pubblica ciò che

aveano saputo direttamente, non convenendo loro di dire che l'aveano

saputo direttamente da lui, perchè sarebbero divenuti responsabili

del non averlo denunziato. In conclusione poteva dirsi una calunnia

l'avere il Campanella imbevuto di eresie la città di Stilo e luoghi

circonvicini, ma non già l'avere di tempo in tempo enunciati principii

punto ortodossi. E risultava grandemente notevole la raccolta fatta

di simiglianti principii, perocchè di tutta la massa delle accuse,

che vedesi ridotta a 34 capi nel Sommario complessivo dell'ultimo

processo di eresia, 8 o 9 capi soltanto non riuscivano nè confermati

nè smentiti dalle deposizioni di Squillace, ma 13 ne riuscivano

confermati, e 9 altri ne sorgevano interamente nuovi. Oltracciò si

avevano elementi tali da mostrare il giusto valore della scusa che già

si meditava, che cioè i frati inquisiti di congiura avessero rivelato

e fatto rivelare cose di eresia a fine di scansare la Corte temporale.

È superfluo dire quanto le condizioni del Campanella ne divenissero

aggravate, e non è arrischiato l'ammettere che segnatamente per questo

processo di Squillace egli abbia dovuto rimanere tanto dolente di

«Stilo ingrato» che egli onorava; di Stilo infatti, e amici suoi per

giunta, erano principalmente coloro i quali avevano questa volta dato

materia a «fabbricare processi con processi» come egli cantò nelle sue

Poesie[505].

Ci rimane a dire qualche cosa delle condizioni nelle quali la

Calabria si venne a trovare dopo la partenza dello Spinelli co'

carcerati. Abbiamo già avuto altrove occasione di vedere che le

quistioni giurisdizionali e le inimicizie private non ebbero alcuna

tregua; naturalmente i fuorusciti medesimi, pel rigore eccessivo e le

vessazioni spropositate, erano già cresciuti di numero, ed abbiamo un

documento il quale ci mostra esserne stato lo Spinelli medesimo, avanti

di partire, interpellato dal Vicerè[506]. I Governatori che successero

nella Calabria ultra, D. Pietro di Borgia, e poi D. Garzia di Toledo

sopra nominato, e poi D. Carlo de Cardines Marchese di Laino etc.,

come pure quelli della Calabria citra, D. Alonso de Lemos, D. Antonio

Grisone, e poi D. Lelio Orsini l'amico del Campanella, rivestiti essi

medesimi, più o meno, di poteri straordinarii, ed aiutati anche da

Commissarii speciali, si affaticarono per più anni alla «extirpatione

de' forasciti» senza mai venirne a capo. L'Audienza di Calabria

ultra, rimasta priva dell'Avvocato fiscale e poi provvedutane in

persona di Gio. Andrea Morra[507], fece conoscere al Vicerè il suo

imbarazzo per «l'ordine di non intromettersi in le cose ha fatto il

spettabile Carlo Spinelli», poichè si era preso un Carlo Logoteta di

Reggio che da tre anni scorreva la campagna, e così due altri, e se

ne trovavano ancora molti, tutti guidati dallo Spinelli: ma il Vicerè

nemmeno credè opportuno di revocare l'ordine, e comandò d'inviare

alla Vicaria i catturati ed a lui una nota particolare e distinta

di tutti i guidati, che naturalmente l'Audienza non avea modo di

conoscere[508]. La città di Catanzaro, già tanto conturbata dalle

fazioni municipali, si risentì pel nuovo «reggimento» istituito dallo

Spinelli, e l'Audienza fece sapere al Vicerè che la città pretendeva

«di non essere stata intesa in la busciola et forma dell'electione

fatta per il spettabile Carlo Spinello... e si era ordinato al

Capitaneo et Sindico di detta Città che apresse la cascia dove stava

tutto lo che si era fatto per raggione di detta busciola, la quale non

si ha possuto aprire per star'in poter'del rettore del Jesu di detta

Città con una delle chiave, al quale essendosi ciò notificato etiam in

scriptis non l'ha voluto dare»; ma il Vicerè anche in tale occasione

non volle scovrire lo Spinelli, diè ragione a' Gesuiti e comandò di

«non far altra diligentia per aprire la sopradetta cascia» dovendosi

solo «osservare la detta busciola che stava ordinata o pur farsi

l'electione del Governo come si faceva per prima»[509]. E nominati più

tardi gli Eletti deputati a far l'elezione del nuovo reggimento, si

trovò affisso nella piazza pubblica un «cartello infamatorio» contro

quegli Eletti; e si venne con poteri straordinarii alla cattura di

un Marcantonio Paladino ritenuto autore di detto cartello, ed allora

di notte fu rotto il carcere «di fora, con scarpelli et violentia

grande» e fu fatto fuggire il Paladino con gli altri carcerati, onde

si ebbero nuove Informazioni e nuove catture[510]. Ma un avvenimento

ancor più notevole fu l'uccisione di Marcantonio Biblia, fratello di

Gio. Battista denunziante della congiura, pugnalato verso la fine di

novembre in Catanzaro. Abbiamo già avuta occasione di dire altrove che

questo Marcantonio Biblia era credenziere della gabella della seta di

Catanzaro fin dal 1595. L'Archivio di Stato ci offre più memoriali

di Gio. Battista Biblia al Viceré, co' quali «fa intendere come per

havere scoverto esso supplicante la congiura et rebellione tentata

in disservitio d'Iddio et de sua M.^tà da Marco Antonio giovino et

altri... l'istesso Marco Antonio ha fatto occidere nella città di

Catanzaro a pugnalate Marc'Antonio suo frate da Gio. et Scipione

giovino fratelli del detto Marco Antonio», e ricordando altri omicidii

già commessi da costui conchiude col ricorrere «alli piedi di V. E. che

resti servita ordinare che il detto Marco Antonio sia afforcato come V.

E. s'è degnato ordinare acciò l'altri non presumano fare l'istesso in

persona d'esso supplicante et fratelli rimasti». E abbiamo, al sèguito

di questi memoriali, le Commissioni speciali date dal Vicerè dapprima

al Consigliere D. Giovanni Montoja de Cardona, poi al Giudice D.

Giovanni Ruiz Valdevieto, quello stesso che troveremo assai più tardi

membro del tribunale costituito in Napoli per giudicare il Campanella

e gli altri frati intorno alla congiura. Nel suo sdegno il Vicerè

cominciò col dare gli ordini più severi: «farreti sfrattare tutti li

parenti di detti delinquenti sino al quarto grado dove à voi parirà

più convenire, et confiscarrete et farrete confiscare li beni delli

delinquenti predetti et deroccare le loro case, et procederreti contra

d'essi, loro complici, et fautori à tutti l'altri atti che saranno

de giustitia usque ad sententiam inclusive» etc.; ma poi, tornato

a più miti consigli, dispensando il supplicante dalle spese per la

Commissione, diede ordini meno brutali e prescrisse di procedere «usque

ad sententiam exclusive»[511]. Ci manca finora ogni altra notizia

sull'esito di queste Commissioni, ma vedremo che Gio. Battista Biblia

ci guadagnò l'ufficio che già teneva il fratello, oltre il privilegio

di nobiltà, come egualmente Fabio di Lauro ebbe altri favori e grazie

in ricompensa della denunzia fatta.

Tornando al Campanella, notiamo che con questo di Squillace si chiuse

la serie de' processi di Calabria, e ricordiamo che ve ne furono non

meno di quattro. Vi fu un processo propriamente pei laici formato

dallo Spinelli e Xarava, appena iniziato in Catanzaro, proseguito in

Squillace, finito per una piccola parte in Gerace: in esso si trattò

della congiura, ed oltrechè vennero giudicati e condannati alcuni

clerici, non fu risparmiato il Campanella, essendosi avuta da lui,

come anche dal Pizzoni, una Dichiarazione d'importanza grandissima.

Vi furono tre processi per gli ecclesiastici e propriamente pe' frati,

uno formato da fra Marco e fra Cornelio in Monteleone e per una piccola

parte in Squillace, un altro formato dagli stessi Giudici unitamente

col Vescovo di Gerace in Gerace, un altro formato dal Vescovo di

Squillace con la sua Corte ordinaria in Squillace: nel primo si trattò

dell'eresia e della congiura ad un tempo, nel secondo della sola

eresia, e in entrambi si ebbero di mira tutti i frati incriminati, e

si fece sentire l'influenza della malvagità fratesca e della ferocia

degli ufficiali Regii; nell'ultimo si trattò della sola eresia, si

ebbe di mira esclusivamente il Campanella e non si fece sentire alcuna

perniciosa influenza almeno in un modo diretto. Il Campanella non fu

mai chiamato innanzi a' Giudici durante tutti questi processi, ma fuori

ogni dubbio entrambe le sue cause peggiorarono costantemente.

INDICE DEL VOL. I.

Prefazione pag. V-LII

CAP. I. — Primi anni del Campanella e sue peregrinazioni

(1568-1598) » 1

I. Nascita del Campanella in Stilo; la sua famiglia; i suoi primi

studii (1). Veste l'abito di clerico; emigra con la famiglia a

Stignano; suoi studii ulteriori (5). Entra nell'ordine Domenicano in

Placanica; va novizio a S. Giorgio; passa studente a Nicastro ove

fa conoscenza co' Ponzii e con fra Gio. Battista di Pizzoni (8). È

mandato a Cosenza ove non giunge a conoscere il Telesio, poco dopo ad

Altomonte; sua intimità con un astrologo ebreo e persecuzione avutane

dai superiori; sua partenza per Napoli in compagnia dell'ebreo con

molto scandalo (12).

Fra Tommaso Campanella, Vol. 1 la sua congiura, i suoi processi e la sua pazzia · 第 43 / 55 段