Roxas e di D. Luise Xarava, ed abbiamo notato l'animo mite e placido
dell'uno, l'animo prepotente ed energico dell'altro, l'antagonismo
esistente fra loro: è quasi superfluo dire che l'antagonismo si
verificò anche pel fatto della congiura. Ma c'importa per ora far
la conoscenza di Carlo Spinelli, al quale venne straordinariamente
affidata la parte principale in questa faccenda. I documenti abbondano
intorno a costui, poichè egli era veramente un personaggio reputato
oltre ogni dire, con uno stato di servizio ragguardevolissimo; e senza
ricercare le carte polverose degli Archivii, ogni napoletano, che
s'interessa un poco almeno allo svolgimento delle arti belle nella
sua città, ha potuto vederne le nobili sembianze in una statua armata
e ritta, messa tra due brutte statue sedenti di Ercole e Pallade,
e leggerne le molte azioni ricordate dall'epigrafe apposta al suo
mausoleo, entro la chiesa di S. Domenico nella Cappella di S. Stefano,
la 2.ª a destra dell'altare maggiore[321]. Appartenente alla linea
degli Spinelli Baroni di S. Giorgio la montagna e Buonalbergo, nella
provincia di Principato ultra, primogenito di Pirro Giovanni Spinelli
e di Lucrezia Caracciolo, non avendo avuto figli con Maria Spinelli
de' Principi di Tarsia, gli fu successore il fratello Gio. Battista,
che dopo la morte di lui fu creato Principe di S. Giorgio. Come tutti
i Nobili napoletani di alta carriera, indossò la toga e cinse la spada:
fu Reggente della Vicaria sotto il Duca d'Ossuna, a' tempi del tumulto
contro l'Eletto Starace (1585), ed in tale occasione si distinse
molto, secondochè rilevasi da' documenti trovati in Simancas, mentre il
Parrino non ne dice nulla: ma già avanti questo tempo si era distinto
presso D. Giovanni D'Austria, dapprima in Granata contro i Mori
ribelli, poi alle isole Echinadi e in Tunisi contro i turchi, quindi
nella Francia e nel Belgio per tre anni, in sèguito da Commissario
in Calabria contro i fuorusciti durante il Vicereato del Marchese di
Mondejar, poi come colonnello a capo di 4000 fanti, insieme con Fra
Vincenzo Carafa Prior d'Ungheria, nella presa del Regno di Portogallo
(1580), poi nel governo della Germania inferiore sotto il Duca di
Parma e Piacenza, trovandosi all'espugnazione di Bonn, di Vachtendonq
etc. etc. Nominato Consigliere del Collaterale nel 22 febbraio 1590,
fu nello stesso anno delegato contro i fuorusciti in tutto il Regno
e massime negli Abruzzi infestati dal famoso Marco Sciarra, poi nel
1594 di nuovo in Calabria contro i turchi condotti dal Cicala: ma in
queste due spedizioni non fu punto felice, e massime nella prima dovè
la sua salvezza allo stesso Sciarra, il quale, riconosciutolo pel
cavallo bianco che montava, ingiunse a' suoi che si astenessero dal
colpirlo, per usargli quella cortesia di cui non di rado i briganti
amano di far mostra. Il Campanella, nel suo libro della Monarchia di
Spagna, scoccò una frecciata a lui e a tutti i capitani spagnuoli,
dicendo che lo Spinelli riceveva donativi dallo Sciarra e non lo volle
morto, secondo il sistema di tirare le cose in lungo a fine di rimanere
lungamente con pingui stipendii e piena autorità: quanto all'aver
tirato le cose in lungo, il fatto ci risulta vero, benchè sia nota
l'intrinseca difficoltà di tali imprese non mai smentita; ma quanto al
non avere lo Spinelli voluto morto Marco Sciarra, gli Storici dicono
precisamente l'opposto[322]. Vero è che mentre egli mostravasi bravo
ed accorto, realmente «circumspetto» come s'intitolavano i Consiglieri
del Collaterale, non mancava di essere feroce ed avido di guadagno per
sè e per i suoi, come si vedeva spesso a quell'età; nè sarà inutile
dire che, al tempo del quale ci occupiamo, i molti debiti fatti dal
padre suo e da lui medesimo lo tenevano nelle strettezze, dalle quali
non uscì neanche dopo la spedizione di Calabria, poichè verso il 1603
dovè soffrire la vendita di Buonalbergo in suo danno, nè questa terra
tornò alla famiglia se non ricomprata dal fratello Gio. Battista nel
1612[323].
Abbiamo vedute le ragioni per le quali lo Spinelli fu prescelto dal
Vicerè. Come risulta da cenni sparsi, egli andò qual Commissario,
Luogotenente generale e Capitano a guerra nelle Calabrie: il testo
della Commissione e delle Istruzioni si dovrebbe trovare nei Registri
_Curiae_, dove, tra gli altri, solevano notarsi tutti i documenti
di questo genere: ma non c'è riuscito di rinvenirlo, e con ogni
probabilità se ne fece l'annotamento ne' Reg.^i _Curiae Secretorum_,
come si soleva nelle Commissioni di alta importanza[324]. Non sappiamo
con precisione quanta milizia lo Spinelli abbia avuta a condurre
con sè. Ma il Campanella, nella sua Narrazione, ci lasciò scritto
che vennero con lui due compagnie di spagnuoli, e veramente nelle
relazioni dello Spinelli si trovano citati due capitani spagnuoli con
le rispettive compagnie, D. Antonio Manrrique e D. Diego de Ayala.
Pertanto un documento da noi rinvenuto nel Grande Archivio ci fa
conoscere il nome di alcuni ufficiali napoletani che andarono con lo
Spinelli, come persone di sua fiducia, e gli stipendii rispettivi
e la sollecitudine con la quale vennero nominati e spediti. Questi
furono, Mario Mirabella, Alfonso Dattolo e Vespasiano Jovene, capitani,
inoltre Vincenzo Severino, che vedremo funzionare da segretario:
lo stipendio dello Spinelli era di D.^i 300, quello de' capitani di
D.^i 40, quello del Segretario di D.^i 30 mensili, e il 23 agosto,
un giorno innanzi che giungesse in Napoli la 2.ª relazione da Lauro
e Biblia, dalla Scrivania di razione era spedita la liberanza per un
mensile anticipato a ciascuno di loro, e il 26 agosto se ne faceva
il pagamento ovvero l'annotamento[325]. Poichè a questa data dovevano
essere già partiti, leggendosi nella lettera Vicereale del 24 agosto
intorno allo Spinelli, che «lo ha inviato, e datogli istruzione di ciò
che ha da fare e il segreto che ha da guardare»; ed oltracciò vedremo
che una lettera Vicereale dello stesso giorno 24 allo Spinelli fu da
lui ricevuta in Calabria, dove egli sbarcò il 27. Aggiungiamo che con
lui dovè pure partire un Mastrodatti: e veramente così costumavasi,
facendosene la nomina nella Lettera di Commissione, ed in una copia di
lettera dello Xarava al Vicerè trovata a Simancas lo si vede affermato,
con l'occasione che questo Mastrodatti morì poi in Calabria e bisognò
prenderne un altro[326].
Ma mentre il Vicerè si studiava tanto di tenere la faccenda segreta,
accadeva in Catanzaro qualche cosa che la svelava: altri Catanzaresi,
il giorno 25, presentavano una nuova denunzia, e la consegnavano
all'Audienza. È questa la denunzia che, trovata accidentalmente a'
giorni nostri dal De Luca, fu depositata dal Baldacchini nell'Archivio
dell'Accademia Pontaniana, e dall'Accademia trasmessa all'Archivio di
Stato: pubblicata dall'Accademia e dal Berti può leggersi riprodotta
ne' Documenti annessi a questa narrazione. In sostanza cinque cittadini
Catanzaresi, vale a dire due fratelli Striveri, un Mario Flaccavento,
un Gio. Battista Sanseverino e Gio. Tommaso di Franza che abbiamo
già veduto al convegno di Davoli, deponevano che fra Dionisio era
venuto a bella posta in Catanzaro per comunicar loro i vaticinii del
Campanella e la prossima ribellione «che principierà innanti la metà di
settembre», la partecipazione di diversi Signori e del Papa che farebbe
entrare le sue genti nel Regno, la partecipazione de' principali
cittadini di diverse terre, di 200 frati e di 200 fuoriusciti i
quali si andavano riunendo e doveano dar principio alla rivolta, la
partecipazione dell'armata turchesca che dovea comparire «alli 6 di
settembre prossimo», infine la richiesta fatta loro da fra Dionisio di
«accettarlo con più di tre o quattrocento huomini armati li quali li
farà entrare incogniti e di notte» per rimanere nella loro obbedienza,
conchiudendo che essi, fedelissimi vassalli, lo aveano «rebuttato» e
se non fosse stato monaco lo avrebbero menato carcerato, e però lo
denunziavano agli ufficiali Regii e pregavano che ne avessero dato
avviso al Vicerè. La denunzia reca la data del 25 agosto, ed apparisce
consegnata dagli Striveri, in nome loro ed in nome anche dei socii,
agli Auditori Annibale David e Vincenzo De Lega: la copia legale che
se ne ha, munita di suggello, è firmata da Guarino Bernaudo Segretario
interino della R.ª Audienza[327]. — Evidentemente tra' congiurati si
era per lo meno destato qualche sospetto che la congiura fosse stata
scoverta: con ogni probabilità le confabulazioni tra Lauro, Biblia e lo
Xarava, non poterono rimanere tanto nascoste da non trapelarne qualche
notizia, onde que' cinque sciagurati pensarono di salvarsi con un atto
di vigliaccheria, che del resto vedremo non aver avuto tanto valore
almeno per qualche tempo, poichè giudicato tardivo ed incompleto.
Naturalmente nella denunzia si parlò in modo principale di fra
Dionisio, e il Campanella fu appena nominato pe' suoi vaticinii: ma ciò
non deve far meraviglia, poichè in essa si palesavano i fatti avvenuti
in Catanzaro, dove il solo fra Dionisio avea trattato, nè poi conveniva
a' denunzianti lo estendersi nelle particolarità, specialmente ad
un periodo tanto inoltrato, per la ragione che sarebbero incorsi
nella taccia di aver molto trattato con fra Dionisio; così il Franza
certamente nascose di essere stato a Davoli presso il Campanella e
Maurizio, col Cordova e col Rania, la qual cosa pure egli medesimo
rivelò in sèguito, come trovasi registrato negli Atti esistenti
in Firenze. E per finirla su questo incidente aggiungiamo che il
Campanella, nell'Informazione e meglio ancora nella Narrazione, scrisse
che Gio. Tommaso di Franza pagò 200 tallaroni allo Xarava in Castel
dell'Ovo perchè lo mettesse nel numero de' rivelanti: ma, come si vede,
il Franza si era fatto rivelante già molto prima, e quindi parrebbe
che se pagò realmente una somma, ciò abbia dovuto accadere piuttosto in
principio, per far accettare la sua rivelazione; a meno che non l'abbia
pagata quando, nel venire alla spedizione della causa, facendosi una
cerna de' rivelanti per prenderli in benigna considerazione, fu quella
denunzia fatta passare per buona, mentre dapprima era stata qualificata
tardiva ed incompleta. Lasciando per altro siffatte interpetrazioni,
sempre molto arrischiate, notiamo esservi anche motivo di dire, che con
ogni probabilità il Campanella non conobbe l'esistenza di quest'altra
denunzia e l'andamento vero delle prime fasi del processo; infatti egli
disse ancora che lo Xarava, nella stessa occasione, diede egualmente
cartelle, in cui erano scritte le rivelazioni da doversi fare, a
Mario Flaccavento e a Tommaso Striveri che non erano stati esaminati
in Calabria»; or bene quest'ultima circostanza, almeno per Tommaso
Striveri, sappiamo certamente essere inesatta, risultando il contrario
del pari dagli Atti esistenti in Firenze, mentre poi e l'uno e l'altro
si trovano già rivelanti con la denunzia in quistione.
È del tutto naturale l'ammettere che la denunzia sia stata subito
inviata al Vicerè, il quale ebbe poi a comunicarla allo Spinelli:
ma essendo la cosa passata per la via dell'Audienza, il segreto fu
svelato, e il motivo della venuta dello Spinelli fu presto capito. Ne
dovè quindi trapelare qualche cosa, e parrebbe che specialmente D.
Alonso il Governatore non si fosse creduto nel dovere di mantenere
il segreto, onde poi lo Spinelli ebbe a dolersi di lui col Vicerè.
Certamente, nello stesso giorno in cui la denunzia fu consegnata, il
Vescovo di Catanzaro seppe ogni cosa; ed essendo amico di fra Dionisio,
e tenero della Religione Domenicana che vedeva compromessa, avvertì
fra Dionisio il quale trovavasi tuttavia in Catanzaro, eccitandolo
a salvarsi. Costui prese allora nel suo convento la prima giumenta
che gli capitò sotto mano e partì. Vedremo tra poco dove egli andò,
pensando a tutt'altro che ad una fuga pura e semplice; per ora vogliamo
accertare che questo accadde appunto il giorno 25, avendo da una
parte, nel processo di eresia, una lettera del Vescovo al Visitatore
in tale data, che copertamente accenna al fatto in quistione, e d'altra
parte, nel Carteggio del Vicerè, una lagnanza dello Spinelli contro il
Vescovo, che «fece fuggire fra Dionisio _due giorni prima_ che egli
arrivasse». E dobbiamo anche rettificare quanto ne disse nella sua
Narrazione il Campanella, che si studiò di porre le cose sotto altra
luce a questo modo: «Bibbia e Lauro consultati dallo Xarava avvisaro
al F. Dionisio che si fuggisse perchè venia Spinello contro lui; e poi
il medesimo Xarava fè intendere questo al Vescovo di Catanzaro amico
di F. Dionisio che lo facesse fuggire, perchè saria stata la ruina
del clero se F. Dionisio era preso; et il Vescovo che suspicò per le
discordie, scomuniche et interdetti, che ci fosse qualche trattato,
pregò F. Dionisio benchè ripugnante che fuggisse, e Bibbia e Lauro
li donaro cavalcatura e commodità, perchè con la fuga di Dionisio si
donasse colore alla congiura arrivando Spinelli, e li dissero che pur
facesse fuggire il Campanella et avvisaro a Mauritio che fuggisse».
Ma invece nel Carteggio del Vicerè troviamo che lo Spinelli si lagnò
di D. Alonso de Roxas perchè avea proceduto «inconsideratamente»; e
se si volesse ritenere che lo Spinelli non sia stato bene informato,
avremmo pur sempre di certo che «la cavalcatura» non venne donata a Fra
Dionisio da' rivelanti, ma venne da lui presa nel convento; infatti nel
processo di eresia che poi si fece, tra le molte cose affermate intorno
a fra Dionisio vi fu anche quella che avea «robbato una giumenta del
convento» per fuggirsene; l'affermò fra Giuseppe d'Amico priore del
convento di Soriano, e non apparisce alcun motivo plausibile per non
prestargli fede. Circa poi all'avere i medesimi rivelanti detto a
fra Dionisio che facesse fuggire il Campanella, e all'avere avvertito
Maurizio che fuggisse, il Campanella medesimo nella sua Dichiarazione
scritta, rilasciata allo Xarava, espose il fatto in un modo ben
diverso.
Fra Dionisio, avvertito dal Vescovo, lasciò Catanzaro e si diresse
al convento di Stilo, per far sapere al Campanella che la congiura
era scoperta e che lo Spinelli veniva contro di loro[328]; ma non gli
propose di fuggire, sibbene, come rilevasi dalla Dichiarazione del
Campanella, lo sollecitò che volesse uscire in campagna, insieme col
Petrolo, con lui e Maurizio, e gli «pose fretta e paura»; gli disse
che il non volerlo fare «sarà la ruina sua», e gli «dimandò lettera
a Claudio Crispo» verosimilmente al medesimo scopo. Il Campanella si
rifiutò all'audace progetto, divisando piuttosto scrivere all'Auditore
David in sua discolpa e presentarsi a tal fine in Catanzaro; ma non
attuò nemmeno questo suo pensiero e si ricoverò a Stignano. Dionisio se
ne partì scontento, senza dubbio in cerca di Maurizio, che forse non
trovò così presto, poichè egli era in giro a raccogliere i fuorusciti
per la prossima insurrezione: quindi andò sino a Belforte a prendere
con sè Gio. Tommaso Caccìa, ed insieme con costui lo vedremo poi andare
a Pizzoni presso fra Gio. Battista, evidentemente per avvertirlo del
pari e concertare anche con lui ciò che rimaneva a farsi. A Stignano
il Campanella non andò già presso suo padre, ma in casa di un D. Marco
Petrolo sacerdote: se non che dovè ben presto trovare qualche altro
ricovero e nascondersi, pur sempre in Stignano, dietro un orribile
voltafaccia da parte di D. Marco e quasi al tempo stesso da parte
di altri vigliacchi già suoi amici di Stilo. Gli avvenimenti oramai
s'incalzano, s'accavallano, s'intralciano, ed è impossibile riferirli
seguitamente: diciamo qui appena, che divulgatasi la scoperta della
congiura e saputasi la venuta dello Spinelli, D. Marco denunziò il
Campanella che era venuto ad alloggiare in casa sua, e il clerico
Giulio Contestabile non solo lo denunziò, ma procurò una Commissione
a Geronimo di Francesco suo cognato per la persecuzione e la cattura
di lui e de' complici! Tutto ciò rilevasi dagli Atti esistenti in
Firenze: ne vedremo i particolari più in là, e per ora notiamo che
la denunzia di D. Marco vi si trova riferita con la data del 28, onde
si desumerebbe che tanto l'andata di fra Dionisio a Stilo, quanto la
ritirata del Campanella a Stignano, doverono effettuarsi appunto in
tale data; ma forse D. Marco, per mostrarsi più sollecito, la segnò con
un poco di anticipazione.
Lo Spinelli giungeva in Calabria prendendo terra il 27 agosto a S.
Eufemia; quivi dovè abboccarsi con lo Xarava, e il 28 era già in
Catanzaro. Da questa città teneva continuamente corrispondenza col
Vicerè, dandogli conto di ogni sua mossa e ricevendone gli ordini;
ma la prima delle sue lettere che ci sono rimaste, trasmessa in copia
a Madrid e così trovata in Simancas, reca la data del 30. Da essa si
rileva che avea già scritte altre lettere e ricevutane una da Napoli
del 24, e può desumersi che avea dovuto giungere in Calabria il 27.
Comincia egli per dolersi sempre più di D. Alonso il Governatore, il
quale «non contento di aver posto mano a procedere in quel negozio
tanto inconsideratamente» avea commessa un'altra sbadataggine ancora
più grossa. Nel mattino del 29 lo Spinelli avea fatto carcerare qual
seduttore e capo-popolo Orazio Rania (che abbiamo visto in compagnia
del Franza e del Cordova al convegno di Davoli), e non essendogli
sembrato opportuno il prenderlo in poter suo, per dissimulare quanto
poteva l'esser venuto per la faccenda della congiura sino a che gli
fosse riuscito di assicurarsi di altri individui d'importanza, avvertì
ed ordinò a D. Alonso, presente l'Avvocato fiscale, che tenesse il
Rania con cautela; ed invece egli (che non dovè capire il motivo
gravissimo dell'arresto) non gli pose guardie, e lo lasciò scappare
tostochè lo Spinelli e il Fiscale si allontanarono; nè si curò di
riferire questa faccenda della fuga sino a poco prima di sera, mentre
egli era fuggito sulle quattordici ore, e lo Spinelli si affrettò a
darne conto al Vicerè. Ma subito, tra due ore, gli vennero a dire di
aver trovato Orazio morto in una vigna, ed avendolo portato entro la
città, si vide che era stato soffocato, non presentando alcuna ferita.
S'iniziò allora un'informazione, e con questa occasione di ricercare
chi avesse ucciso il Rania, si pose mano a prendere e carcerare i
nominati e sospetti nella congiura; e di fatti se ne presero alcuni,
e si scrisse e si provvide per quelli di fuora. Il giorno 30 lo
Spinelli pensò anche assicurare da ogni sospetto che poteva tenersi i
castelli di Gerace, S.^ta Severina, Squillace, Nicastro, Monteleone,
Oppido e Scilla, e provvide per alcuni di essi col mandare coloro
che avea condotti seco come persone di sua fiducia, in qualità di
sopraintendenti delle marine di detti luoghi. Si preoccupava inoltre
de' Vescovi, venendogli nominati quelli di Mileto, di Nicastro, di
Gerace, e quello di Catanzaro che avea fatto fuggire fra Dionisio
due giorni prima che egli arrivasse; ed essendogli stato riferito
che altri due frati con lettere sopra questa faccenda erano venuti
al Vescovo di Catanzaro, e presupponendo che non avrebbero potuto
fare a meno di riportar lettere, comandava che sei uomini stessero di
guardia sulla loro via per prenderli. Infine diceva che la congiura
stava molto innanzi, e il Campanella e il Ponzio la predicavano a
tutti per indubitabile e di successo felice e molto conforme alla loro
intenzione, di tal che i congiurati aveano gli animi assai sicuri e
fiduciosi[329]. — Queste cose lo Spinelli scriveva al Vicerè. Con ogni
probabilità i frati a' quali egli alludeva erano fra Cornelio di Nizza
e qualche suo compagno di viaggio, forse fra Domenico di Polistina
strettamente collegatosi a lui da qualche tempo: infatti il processo
istituito poi dal Visitatore ci mostra che, giuntagli il 28 agosto
la lettera del Vescovo della quale più sopra si è parlato, egli mandò
il 29 fra Cornelio in Catanzaro presso il Vescovo; così lo Spinelli,
invece di frati complici della congiura, ebbe a trovare frati che
erano già pronti a secondarlo, e che sappiamo di sicuro essersi recati
spontaneamente presso di lui, dopo di aver veduto il Vescovo, per
concertarsi sul miglior modo di perseguitare i congiurati. Quanto alla
condotta di D. Alonso de Roxas, è possibile che lo Xarava, il quale
anche teneva corrispondenza assidua col Vicerè, mosso dagli abituali
rancori lo avesse tacciato di connivenza; ma lo Spinelli non giunse
a tanto, e solo può dirsi che, o per naturale benignità, o piuttosto
per ispirito di contradizione allo Xarava, D. Alonso non avesse preso
le cose sul serio, e si fosse mostrato negligente. Nè risulta che
il Vicerè se ne fosse risentito: vedremo tra poco che solamente gli
ordinò di allontanarsi da Catanzaro, e di venirsene a Napoli subito,
mentre per verità non poteva che essere d'inciampo. Il Campanella
affermò di poi in più circostanze, che Spinelli e Xarava avessero
processato anche lui, e nella Narrazione disse, che non lo carcerarono
«perchè era andato con una compagnia di soldati al rumor di clerici di
Seminara, che ruppero li carceri gridando viva il Papa, et intendendo
che volea Spinello con Xarava carcerarlo, fuggìo di là in Napoli».
Sappiamo pertanto con certezza che l'affare di Seminara era accaduto
verso la metà di luglio, e quindi tutt'al più D. Alonso poteva essersi
là recato per prendere i colpevoli, come ne fu poi dato incarico più
tardi allo Spinelli: ma non risulta vero che gli si fosse fatto un
processo, e tanto meno che si fosse voluto carcerarlo, la qual cosa già
non sarebbe venuto in mente ad alcuno, essendo D. Alonso parente della
Viceregina (D.ª Caterina de Roxas de Sandoval) come trovasi notato
dal Residente di Venezia. Vedremo anzi che fra Cornelio si rivolse a
lui per informarlo di quanto accadeva, e fu da lui sollecitato perchè
carcerasse almeno il Pizzoni e il Lauriana. Inoltre aggiungiamo che
non cessò veramente dall'ufficio di Governatore di Calabria ultra, e
documenti rinvenuti negli Archivii di Napoli e di Venezia ci mostrano
che dopo la scoperta della congiura fece atto di autorità verso il
Segretario dell'Audienza Guarino de Bernaudo o Bernardo, intimandogli
di lasciare il posto a Camillo Passalacqua, da cui con regolare
contratto, a que' tempi ammesso, il Bernaudo teneva il posto qual
sostituto; che nell'aprile 1600 ebbe a trattare un negozio relativo
alla nave veneta Lione e Ponte naufragata in Calabria, che lasciò
l'ufficio appunto verso questo tempo, essendo stata data solamente
in maggio 1600 la commissione di sindacato del suo governo giusta
le prescrizioni delle Prammatiche, ed essendo stato nominato dopo il
detto tempo qual suo successore un altro parente della Viceregina, D.
Pietro de Borgia, che avea tenuto lo stesso ufficio nelle provincie
riunite di Capitanata e Molise[330]. Non vogliamo poi lasciare la
narrazione degli avvenimenti che si verificarono al primo arrivo
dello Spinelli in Calabria, senza notare essersi malamente affermato
dal Parrino e dal Giannone che si trovò il cadavere di uno de' rei,
fuggitivo dalle carceri, affogato _nel mare_, e che tale circostanza
rese pubblico il fatto, onde i congiurati pensarono a salvarsi. Non vi
fu affogamento nel mare ma qualche cosa di peggio, e quanto all'avere
i congiurati pensato a salvarsi in sèguito di tale fatto, per verità
anche lo Spinelli scrisse al Vicerè che molti individui sospetti si
erano posti in sicuro dietro la fuga del Rania; ma evidentemente egli
lo fece per aggravare la mano su D. Alonso e sbrigarsi di lui, mentre
la sola carcerazione bastava a dar l'avviso, non potendo essa tenersi
celata davvero in una piccola città. D'altronde si vide poi che la
fuga medesima del Rania, e secondo gravi indizii anche la sua morte,
fu opera di congiurati, e quindi si hanno anche troppe ragioni per
ritenere che essi avevano molto prima pensato a' casi loro, ma pure non
tanto efficacemente da non lasciarsi cogliere con bastante facilità.