«Relazione fedele e veridica a Sua Eccellenza circa la congiura

e ribellione che finora è stata tentata ed al presente si tenta

dagl'infrascritti, per quanto noi Fabio di Lauro e Gio. Battista

Biblia abbiamo potuto tener notizia e procurato sapere con ogni

diligenza, in servizio di Dio e del Re nostro signore. — Fra Tommaso

Campanella di Stilo, dell'ordine di S. Domenico, persona che per tutto

il mondo tiene il primato nelle scienze, che per maraviglia di esse è

stato molti anni carcerato nell'Inquisizione, presupponendosi opera

diabolica siccome al presente ci è stato veramente certificato, con

intelligenza di D. Lelio Orsini e del Principe di Bisignano, del Duca

di Vietri, del Vescovo di Nicastro e di molti altri Vescovi del Regno,

di Signori titolati e Potentati, ed in particolare di Sua Santità e

in nome suo del Card.^l S. Giorgio, del Turco; e fra Dionisio e fra

Pietro Ponzio di Nicastro, predicatori dell'ordine di S. Domenico,

con copioso numero di altri predicatori frati di diverse Religioni

e di persone principali di molte città e terre, con intelligenza di

molte corporazioni dell'una e dell'altra provincia, hanno tentato e

tentano quotidianamente di rivoltare ed ingannare i popoli contro il Re

nostro signore, pubblicandolo tiranno del mondo, e con parole efficaci

dànno ad intendere l'incomportabile malvagità de' suoi Ministri, i

quali vendono come all'asta pubblica il sangue umano e la giustizia e

tutto, usurpando con tirannia il sudore de' poveri con tanti tributi

e pagamenti e assassinii che si veggono nel Regno di Napoli, Regno

della Santa Chiesa occupato tirannicamente, dicendo che tutti i Re di

Spagna sono dannati per avere usurpato gli Stati della Chiesa, sangue

di Gesù Cristo, e che già è venuto il tempo che nostro signore Iddio,

mosso a pietà, si compiace di togliere la sozzura (?) di tanta tirannia

e servitù, e ciò per opera del suo Vicario, il quale, condolendosi

della calamità de' popoli, ha risoluto porli nella pristina libertà

di repubblica, come era per l'innanzi, pur che vogliano riconoscere

per signora la Santa Chiesa, con darle soltanto il libero consenso

e un mediocre tributo, dicendo che non bisognava spargere il sangue

de' loro figli, padri e madri, in rovina de' proprii averi, mentre

sperano che aggiusterà loro ogni cosa solamente col persuadere la

verità e fare che ognuno si riconosca a sè medesimo e al servizio

di Dio nostro signore, il cui aiuto dicono di tenere in ciò per

divine rivelazioni ed ispirazioni, stimolando la gente con promesse

di lauti guiderdoni e con la facilità del negozio, mentre tutte le

città e terre delle dette provincie sono divise e nella maggior parte

disposte a versare il sangue pel servizio di Dio e della Santa Chiesa

e per la propria libertà, aggiungendo il poco governo e poco talento

de' governanti che al presente si trovano nelle dette provincie, e

questo dicono essere permesso divino, che sembra gli abbia accecati,

dando agli animi di tutti fama immortale pe' secoli avvenire, come

pure mettendo innanzi il gran profitto da trarsene. — Nella detta

congiura sta Maurizio de Rinaldis di Guardavalle, persona nobile e

di grande intelligenza, e fuoruscito con comitiva di più di 2,000

persone di Stilo, casali e dintorni, il quale ha sobillato col detto

Campanella e tuttora va sobillando, e particolarmente in Catanzaro

Matteo Famareda, Orazio Rania ed altri suoi concertano intimamente

con lui. E perchè nella detta congiura, la quale si tratta già da un

anno, vi è pure l'intervento del Turco, che ha commesso ogni cosa al

Cicala acciò esegua quanto i congiurati gli saranno per chiedere, nel

mese scorso il detto Maurizio, inviato da' congiurati con una loro

credenziale, s'imbarcò insieme con alcuni compagni nelle galere di

Morat Rais che lo portò a parlare al Cicala, e di poi se ne tornarono

alla marina di Stilo come è fama pubblica. E il detto Cicala sta

già pronto a sua richiesta con 60 vele, che debbono servire ad andar

costeggiando la Calabria ed impedire qualunque soccorso da mare. —

Nella medesima congiura interviene Ferrante Moretto di Terranova della

piana con un suo germano ed infinita gente di suoi aderenti. Vi sono

pure molti della città di Reggio, S.^ta Agata e Casali, e persone

principali e potenti, e particolarmente della città di Seminara. Ci

è ancora la maggior parte della città di Tropea, Mileto, Monteleone,

Amantea, Fiumefreddo e città di Cosenza, Cassano, Castrovillari e

Terranova-citra, Bisignano, Taverna, Cotrone, e la maggior parte

del Principato di Squillace, ma specialmente infiniti della città

di Nicastro, e molti di Rossano e Pietra Paola. Ci ha inoltre della

città di Catanzaro Mario Flaccavento, parente di fra Dionisio e di

Gio. Antonio Fabbrica con altri suoi compagni. Si trovano ora nelle

provincie due compagnie di cavalli di uomini d'arme, che stanno a

requisizione de' nemici. Vi sono ancora tutti i fuorusciti delle

altre provincie, con altro infinito numero de' casali di Cosenza,

e capipopolo di diversi luoghi. — La detta congiura, stata già

trattata da tanto tempo, al presente è affrettata, e solo attendono

la venuta del Principe di Bisignano, il quale verrà incognito, e così

pure del Vescovo di Nicastro e di alcuni altri grandi personaggi. I

congiurati, oltre che sperano felice successo per la moltitudine de'

congiuranti e loro potere con guide del demonio che tratta col padre

Campanella, sperano giovarsi molto della lingua tra' popoli, nel senso

di far loro buone prediche, mentre concorrono molti predicatori di

diverse religioni i quali si hanno diviso i luoghi tra loro, e per

mezzo di essi si è quasi sempre trattato, e vanno promettendo grosse

remunerazioni in nome di Sua Santità. Si scrivono tra loro con cifra

di numeri e segni, i quali abbiamo visti in potere di fra Dionisio,

che credendo tenerci nel suo partito, per la grande familiarità

che da molti anni vi è stata tra lui e noi, ci ha comunicato tutto,

promettendoci grandi cose, e con grande esagerazione ci facea premura

in questo affare, nel quale non gli abbiamo dato rifiuto, per scovrire

da lui quanto c'è e darne avviso a Sua Eccellenza, come abbiamo fatto

in servizio di Sua Maestà. Guadagnate le provincie di Calabria, sperano

di conquistare apertamente il resto del Regno, dicendo che la Calabria

è la chiave, in dove si trovano le fortezze, munizioni e vettovaglie. —

Tutte le dette cose per la maggior parte le abbiamo udite dalla bocca

propria di fra Dionisio Ponzio, che per tale motivo va per diversi

luoghi, e di Matteo Famareda, e vedutele per evidenti segnali e lettere

di fra Dionisio che ci hanno mostrato. Speriamo d'ora innanzi tenere

di ciò notizia più particolareggiata, sebbene quanto facciamo si faccia

tutto con grandissimo pericolo di essere uccisi fin nelle nostre case;

ma per servizio di Dio, di Sua Maestà e di Vostra Eccellenza, noi non

ci curiamo di spargere il sangue e far notoria al mondo la nostra piena

fedeltà e seguire le orme degli avi. — Dat. in Catanzaro il 10 agosto

1599. — Io Fabio di Lauro dò l'infrascritta relazione di mera volontà

mia propria, e depongo come quassù in presenza dell'Avvocato fiscale

di questa provincia in nome di Sua Maestà, sperando la sua grazia e

guiderdone, mano propria. — Io Gio. Battista Biblia dò l'infrascritta

relazione di mia propria volontà, e depongo come quassù in presenza

del Sig. Avvocato fiscale di questa Provincia in nome di Sua Maestà,

sperando la sua grazia e guiderdone, mano propria».

Successivamente, il 13 agosto, essi mandavano direttamente al Vicerè

un'altra relazione[308]. Con questa dicevano che meglio informati,

poichè andavano ogni giorno cercando di sapere, avendo parlato con

alcuni congiurati principali, «credendo essi di tenerli pe' loro

più affezionati come avevano loro mostrato e mostravano», aveano

potuto toccar con mano che già tutta la provincia era in ordine, che

nella Città di Catanzaro vi erano tra' congiurati più di 100 persone

principali, «e tra gli altri la Regia munizione stava in ordine per

costoro»; che i corrieri e messi andavano tra loro quasi sempre di

notte, ed erano per la maggior parte frati e clerici; che essi, i

denunzianti, aveano mandato corriere «per avere qualche loro lettera»

ed inviarla a S. E., come pure d'allora in poi avrebbero procurato

«sapere tutti i nomi de' congiurati». In fondo, come ben si vede,

non avevano ancora fatto altri progressi nelle scoverte alle quali

attendevano; frattanto magnificavano il «pericolo di essere bruciati

fin dentro le loro case» e dicevano che «per ore e momenti stavano

aspettando la morte»; assicuravano che i congiurati aveano tra loro

«persone grandi e molti di Corte», e soggiungevano che se non si

rimediava presto, correva «grandissimo rischio di porsi in rivolta il

mondo». Infine conchiudevano rimettendosi alla grazia di S. M.^tà e di

S. E. da cui speravano «competente rimunerazione di tale e tanto grande

servigio». — Vedremo che in sèguito, attendendo sempre «a scovrire

la congiura per ordine dell'Avvocato fiscale», giunsero realmente ad

avere «tre lettere» le quali trasmisero alle Autorità, come risulta

dal Carteggio Vicereale[309], e fecero pure qualche altra scoverta che

troveremo espressa[310] nelle loro deposizioni.

La prima denunzia giunse in Napoli, per mezzo del fiscale, il 18

agosto, la seconda, direttamente, il 24 agosto, e in tale ultima data

il Vicerè ne trasmetteva copia a Madrid, dando conto de' provvedimenti

fatti e della impressione ricevuta: tutto ciò si rileva dalla sua prima

lettera scritta al Re su tale argomento[311]. Fin dal 18, all'arrivo

della prima denunzia, egli spedì subito un corriere all'Ambasciatore

di Spagna in Roma D. Antonio de Cardona Duca di Sessa, avvertendolo di

ciò che accadeva «e scrivendogli un'altra lettera da potersi mostrare

a S. S.^tà», nella quale diceva che certi frati e clerici in Calabria

facevano trattative col Cicala, e che perciò supplicasse S. S.^tà

di «restar servita» di permettergli che per l'investigazione di tal

negozio potesse prendere i frati e clerici che fossero colpevoli, ciò

che S. S.^tà fece con molto piacere, richiedendo che li traducesse

alla carcere del Nunzio che teneva in Napoli, ma che se gli paresse

altro, lo lasciava nelle sue mani. Dippiù, quantunque ritenesse la cosa

senza fondamento, il Vicerè pensò ad inviare in Calabria una persona

capace d'investigare con ogni segretezza e carcerare i frati nominati

nella relazione, procurando di avere in poter suo tutte le loro carte;

e scelse Carlo Spinelli, di cui avea trovato in Napoli molto buona

relazione, e che oltre all'essere buon soldato era anche molto prudente

ed accorto, e perciò si era servito di lui il Duca di Ossuna a tempo

del tumulto della città (il tumulto contro l'Eletto Starace), e lo

avea fatto Reggente della Vicaria, nella qual carica in pochi giorni

avea presi i più colpevoli tra' delinquenti; lo scelse anche perchè

gli sembrò che sarebbe stato la persona la quale avrebbe potuto andare

con minor rumore, con voce che sarebbe andato a difendere la costa (a

difenderla dal Turco siccome avea fatto altra volta). Del resto, egli

diceva, «mi pare grande stravaganza mischiare il Papa e il Card.^l S.

Giorgio col Turco; che se fosse stato col Re di Francia o con qualche

potentato d'Italia non mi sorprendeva, poichè, secondo mi ha avvertito

il Duca di Sessa, già altra volta si sono tentati questi rumori da

gente inquieta e di poca sostanza; e così mi persuado che solamente da'

frati sono uscite queste invenzioni, chè d'uno di loro tengo relazione

essere apparecchiato, per credere di lui qualunque novità». Parevagli

pure stravaganza ciò che dicevano del Principe di Bisignano, del Duca

di Vietri e di D. Lelio Orsini: con tutto ciò, egli soggiungeva,

«per non errare è mestieri pensar sempre al peggio». Aveva quindi

ordinato al Fiscale di andare a S.^ta Eufemia, ove dovea sbarcare Carlo

Spinelli, per farvi una certa informazione, perchè nell'Audienza non

sospettassero a che fine egli là si recava, e di vedersi quivi con

lo Spinelli, il quale, informato bene del caso, avrebbe nelle mani i

frati e i più colpevoli, e glie ne darebbe avviso. Ripeteva poi ancora

una volta che egli credeva tutto esser cosa senza fondamento, se non

invenzione de' frati.

Il Vicerè D. Ferrante Ruiz de Castro Conte di Lemos era stato da poco

tempo inviato a Napoli, in sostituzione del Conte Olivares, e vi era

entrato appena il 16 luglio 1599, avendo avuta anche la missione di

Ambasciatore straordinario di obbedienza al Papa: nella sua venuta

avrebbe dovuto passare per Roma, ed invece con una certa sorpresa

della Curia Pontificia, che trovasi espressa in una lettera al Nunzio,

era «capitato a Napoli prima che a Roma»[312]. Fu detto che nel suo

passaggio per Genova un frate Francescano lo avesse avvertito di

tener d'occhio la Calabria, e che egli fece subito diligenze e si

venne così a scovrire la congiura[313]: ma tutto ciò non ci risulta

esatto, e potrebbe stare soltanto che quel frate, appartenente ad un

Ordine solito a servire da spia agli spagnuoli massime nelle cose di

Levante, gli avesse parlato del Campanella come di un uomo torbido,

capace di qualunque novità; questo potrebbe ritenersi adombrato nel

periodo sopra riferito della lettera del Vicerè, mentre poi veramente

egli conobbe la congiura solo per opera di Lauro e Biblia, e stentò

molto a ritenerla cosa seria malgrado le rivelazioni di costoro. Fu

detto pure, dal Parrino, che i due cittadini di Catanzaro, complici

della congiura, la rivelarono perchè la Divina Provvidenza toccò loro

il cuore: ma ci risulta solamente certo che il loro cuore fu tocco

dalla speranza di un buon guiderdone, avendo formalmente espresso

questa speranza in entrambe le relazioni da loro scritte. Fu detto

infine dal Campanella, nella sua Narrazione, che Lauro e Biblia si

scovrirono avidi di mutazione con fra Dionisio, il quale secondo i

segni e profezie di lui commendò il disegno loro, e di poi con la

speranza di sollevarsi ed aggrandirsi parlarono allo Xarava, il quale

essendo scomunicato e malcontento, «per scaricarsi appresso il Re la

colpa della scomunica, e per vendicarsi degli ecclesiastici e d'altri

nemici suoi in Catanzaro, disse falsamente a Lauro et a Biblia che

questa era congiura di ribellar il regno e com'esso sempre l'havea

pensato, e che c'intervenia il Vescovo di Milito, da cui era stato lui

con tanti Baroni et Ufficiali scomunicato, e tutta casa del Tufo, el

Vescovo di Nicastro che fece l'interditto, e che per effettuar questo

F. Dionisio era andato a Ferrara, e che il Papa consentia e però non

levava l'interditto, e che potean'esser altri Signori e s'informò con

quanti havea amicitia il Campanella el F. Dionisio, e consertaro di

metterli in processo, qual fece segretamente contra Prelati e Baroni

et amici del Campanella e nemici suoi e delli prefati rivelanti; et

ci posero anche D. Alonso de Roxas Governator della provincia, parte

perch'era suo nemico di Xarava, parte perchè non fossero obbligati

a farlo consapevole di tal processo, perchè non haveria consentito a

tanta falsità». Ma questo si capisce facilmente essere un garbuglio,

per far apparire Biblia e Lauro promotori di un movimento e lo Xarava

autore di tutti i particolari della congiura; mentre invece, come

abbiamo già avuta occasione di vedere, il Campanella medesimo, nella

Dichiarazione che si decise a rilasciare appunto allo Xarava, disse che

fra Dionisio avea predicato in Catanzaro ribellione secondo la profezia

di lui, e per aver molti dalla sua parte avea nominate tutte quelle

persone a cominciare dal Papa. Adunque la denunzia di Lauro e Biblia

rivelò in tutto e per tutto le cose esageratamente ed artificiosamente

propalate da fra Dionisio in Catanzaro: si può soltanto dire che le

rivelò in un modo ancora più esagerato ed artificioso, con una grande

impudenza, per accrescere il valore del servigio reso. Nè vi si vede

poi accusato di complicità D. Alonso de Roxas, che realmente sappiamo

essere stato, come ogni altro Governatore, in dissidio con lo Xarava;

ma lo si vede soltanto genericamente posto in cattiva luce, assieme con

altri ufficiali Regii, là dove è notato il poco governo e poco talento

de' governanti delle Calabrie. Che se egli non fu fatto consapevole del

processo, sappiamo non essere ciò accaduto per astuzia dello Xarava

e de' rivelanti, ma per gli ordini dati dal Vicerè, il quale, a fine

di mantenere il segreto, volle che l'Audienza non potesse nemmeno

sospettare di qualche cosa all'arrivo dello Spinelli. Aggiungasi che

nella denunzia non si vede per anco nominato il Vescovo di Mileto e

la casa Del Tufo, degli individui di Catanzaro si trovano nominati

appena Matteo Famareda, Orazio Rania e Mario Flaccavento, e fino al

13 agosto non erano stati ancora conosciuti altri nomi, mentre pure

si accertava essere più di 100 i congiurati in quella città; onde deve

dirsi non apparirvi alcuna traccia de' voluti nemici dello Xarava e de'

rivelanti, che sarebbero stati nominati con la qualità di complici. In

conclusione rimane solo che potè forse lo Xarava essere l'estensore

della denunzia ma non l'inventore della congiura: potè essere

l'estensore della denunzia, perocchè questa, sebbene scritta in un modo

abbastanza scempiato, risulta sempre in una forma superiore a quella

che avrebbero comportato le forze intellettuali de' rivelanti, come si

desume pure da qualche altro documento scritto da uno di loro, che noi

abbiamo rinvenuto nell'Archivio di Napoli e che a suo tempo daremo. —

Pertanto il Vicerè mostrò un certo accorgimento nel non prestar fede a

quella miscela de' Nobili, del Papa e del Turco, tutti d'accordo in una

congiura, e nel crederla invece una invenzione di frati: ma la grave

responsabilità inerente al suo ufficio l'obbligava a preoccuparsene

senza ritardo, e naturalmente, trattandosi di persone ecclesiastiche,

egli si diresse innanzi tutto a Roma.

Occupava allora la sedia Apostolica Papa Clemente VIII (Ippolito

Aldobrandini), e secondo il costume del tempo, spinto all'eccesso da

questo Papa, brillava intorno a lui tutta la tribù degli Aldobrandini.

Sarebbe inutile e disgustoso darne l'elenco, ma occorre alla nostra

narrazione menzionarne almeno tre: 1.º Cinzio Aldobrandini Cardinale

di S. Giorgio, nipote del Papa essendo figlio della sorella Giulia

maritata ad Aurelio Personei, e per ragioni facili ad intendersi

decorato del cognome materno, creato Cardinale insieme col cugino

Pietro nel 1593, ma divenuto Segretario di Stato fin dal 1592,

in sostituzione del Vescovo di Bertinoro; 2.º Pietro Card.^le

Aldobrandini, altro nipote del Papa essendo figlio del fratello Pietro

sposo a Flaminia Ferracci, creato Cardinale a 21 anni, incaricato di

alti affari e divenuto anche Camerlengo, da non confondersi con un

altro Cardinale Aldobrandini (Silvestro), pronipote del Papa essendo

figlio della nipote Olimpia maritata a Gio. Francesco Aldobrandini,

creato Cardinale impubere, nel 1603; 3.º[314] Jacopo Aldobrandini

del ramo di Brunetto Aldobrandini, ramo rimasto in Firenze, figlio

di Francesco e Clarice Ardinghelli, già Canonico di S. Lorenzo, poi

Referendario della Segnatura sotto Sisto V, poi governatore di Fano

etc., poi mandato Nunzio in Napoli nell'aprile 1593, e in dicembre

dello stesso anno creato Vescovo di Troia in sostituzione di Monsignor

Rebibba, non che assistente al soglio Pontificio[315]. Importa

molto distinguere principalmente Cinzio, Pietro e Jacopo, i quali si

veggono talvolta confusi dagli scrittori delle cose del Campanella:

importa del pari avere qualche notizia delle condizioni degli animi

nelle Corti di Roma e di Napoli, mentre s'inauguravano trattative

le quali ebbero un lungo sèguito, destando armeggi giurisdizionali

tanto più delicati, in quanto riflettevano un delitto di lesa Maestà.

In generale i Vicerè ostentavano sempre le migliori disposizioni

verso Roma, e la Curia Pontificia non soleva tralasciar nulla per

avere i Vicerè ben disposti, profittando molto di quella devozione

che gli spagnuoli non mancavano mai di mettere in gran mostra, pur

quando non la sentivano. Il Conte di Lemos, stato già nove mesi frate

Zoccolante in gioventù, succedendo nel governo a quello tempestoso

dell'Olivares, con la missione anche di Ambasciatore di obbedienza

del nuovo Re presso S. S.^tà e col desiderio riposto di ottenere un

Vescovato ad un suo fratello per soprappiù illegittimo, fece concepire

alla Curia le più belle speranze nella persona sua. Come scriveva il

Cardinal S. Giorgio al Nunzio, anche prima di entrare nel Regno si era

affrettato ad inviare «una lettera piena di obsequio et di humiltà,

con la quale si essibisce di servire alle cose di S. S.^tà et di

tenere ogni buona intelligenza co' suoi Ministri». Dal canto suo, il

Papa avea subito mandato non solo un Breve di risposta al Conte, ma

anche un Breve alla Contessa, alla quale faceva la «spontanea gratia»

dell'indulgenza plenaria il primo giorno che si sarebbe confessata e

comunicata nel territorio del Regno, ed avrebbe pregato per la pace ed

esaltazione della Chiesa: ed aveva ordinato al Nunzio di presentarlo ed

«accompagnarlo con officio opportuno in voce, mostrandole spetialmente

che S. S.^tà si promette ch'ella debba essere instrumento efficace non

pur di mantenere il marito così bene affetto et così riverente verso

S. S.^tà et verso questa S.^ta Sede come si dichiara di voler essere,

ma di accrescere la dispositione et riverenza et di farne apparir gli

effetti all'occasioni»[316]. La grazia dell'indulgenza, naturalmente,

venne impiegata il meglio possibile, ma qualche volta nemmeno se ne

vide il frutto, ed allora si ricorse al Confessore del Vicerè, P.^e

Ferrante Mendozza Gesuita, che ebbe sempre molta influenza sull'animo

de' Lemos padre e figlio. Il Nunzio, da parte sua, adempiva con premura

all'ufficio; non lasciava mai nulla intentato e spiegava un'operosità

instancabile, superiore a quanto comportasse l'età sua che non era

fresca, ed anche il suo carattere che era di uomo svogliato e poco

espansivo[317]. Occupava così molto tempo «ne' negotii», con un certo

scapito dell'amministrazione della giustizia e del buono andamento del

Tribunale cui doveva attendere, come si vide dolorosamente anche nella

causa del Campanella e socii. Non si potrebbe dirlo poco amante della

giustizia, che anzi il suo Carteggio ce lo rivela sovente ammirabile,

sia quando sollecita la Curia Pontificia a trovar modo di far gastigare

la vita scandalosissima de' frati e de' clerici, e far perseguitare

i malviventi ricoverati nelle Chiese e ne' monasteri, sia quando

resiste alle sollecitazioni di essa a graziare delinquenti condannati

dal Tribunale della Nunziatura e ad imporre alle Chiese predicatori

raccomandati: ma erano moltissime le faccende che dovea trattare, e si

sa che la prima cura sua doveva essere la preeminenza ecclesiastica e

la raccolta delle ragguardevoli somme che dal Regno affluivano a Roma,

sicchè tutto il resto veniva in seconda linea; pure tutto il resto

non era poco, e alle faccende ordinarie se ne aggiungevano tante altre

straordinarie, non mancando nemmeno le commendatizie presso il Vicerè

per far avere impieghi! Frattanto nel tempo del quale discorriamo non

v'era ancora bisogno che egli si affannasse molto a trovar favore e

benevolenza nella Corte del Vicerè: si era in un periodo di grandi

tenerezze che durò tre buoni mesi, e parecchie lettere del Card.^l

S. Giorgio attestano la letizia di Sua Beatitudine per la buona

inclinazione, per la pietà, per la modestia del Vicerè, la premura di

mostrargli che a Roma «non si davano manco volentieri le sodisfattioni

di quello che si ricevevano»[318].

In simili condizioni di cose il Vicerè si spinse a chiedere licenza

di far carcerare gli ecclesiastici incolpati per poi procedere

all'informazione, ed il Papa glie l'accordò immediatamente: ma vi

fu qualche circostanza degna di nota da parte dell'uno ed anche

dell'altro. Il Vicerè non disse che que' frati e clerici promovevano

una congiura, sibbene che «trattavano col Cicala», o, come più

chiaramente mostra la comunicazione fattane dal Card.^l S. Giorgio

al Nunzio, che avevano «commesso delitti gravissimi et atroci, et

che per pigliar maggior vendetta dei loro nemici si sono indotti à

chiamar Amorat Rais all'esterminio di certo luogo che possedono alla

riva del mare»! Il Papa concesse la facoltà di farli carcerare, con la

condizione di consegnarli poi nelle mani del Nunzio, o quando vi fosse

timore che potessero fuggire e si volessero custodire nelle carceri

Regie, di custodirli sempre come prigioni del Nunzio; ma aggiunse

pure a costui, che mandasse «con le genti che spedirà contra l'E. S.

coloro... un huomo suo, con l'intervento del quale si veda che per

quello che tocca alle persone ecclesiastiche si tiene il conto che

conviene della nostra giurisditione mentre non sono verificati gli

eccessi che si pretendono contra di loro»[319]. Nè apparisce avere

il Papa veramente aggiunto al Vicerè, come costui scrisse a Madrid,

che «se gli paresse altro, lo lasciava nelle sue mani»: fu questa

probabilmente una di quelle piccole vanterie alle quali bisogna bene

essere preparati, giacchè ne vedremo talvolta negli ufficiali Regii

e nello stesso Nunzio, rientrando nel gonfio e nel vano che tanto

piacevano a que' tempi. — La comunicazione di ciò che a Roma si era

deliberato fu scritta il 20 agosto, e pervenne al Nunzio per mezzo

dello stesso Vicerè; il Nunzio glie ne diede notizia immediatamente,

e disse che era pronto a far la sua parte sempre che occorresse;

il Vicerè se ne mostrò contentissimo, e rispose che quando fosse

tempo glie lo farebbe sapere[320]. Ma certamente non pensava punto

a soddisfare i desiderii del Papa, circa l'invio di una persona che

rappresentasse il Nunzio con le genti che avrebbe spedite in Calabria.

Difatti non se ne curò menomamente, nè apparisce che la Curia se ne

fosse risentita: vedremo che molto più tardi poi il Vicerè evocò tale

provvedimento, ma per cercare di eludere l'obbligo di far esaminare

gl'incolpati in Napoli, ed invece farli esaminare in Calabria da un

Giudice secolare coll'intervento di un Commissario Apostolico. Pel

momento egli volea veder chiaro e senza testimoni importuni, tanto più

che parlavasi di complicità dello stesso Papa: laonde, siccome si è

detto, commise la faccenda solo allo Spinelli e allo Xarava, escludendo

perfino l'Audienza e quindi anche il preside di essa D. Alonso de Roxas

Governatore della provincia.

Fra Tommaso Campanella, Vol. 1 la sua congiura, i suoi processi e la sua pazzia · 第 28 / 55 段