VIII.

La storia delle guerre dell'indipendenza non ha finora tenuto tutto

il conto che doveva dell'eroica difesa del Cadore, del coraggio e dei

sacrifizi di quelle brave popolazioni, le quali hanno fatto vedere

che se le Alpi sono fortezze naturali che alzano le eccelse cime

sui confini d'Italia, gli alpigiani hanno la tempera dei loro monti,

e sono capaci di farli rispettare, uno contro venti. Quel pugno di

montanari isolati in mezzo ai loro dirupi, senza nessun soccorso,

scarsi di munizioni e di viveri, fecero prodigi di valore, ignoti

ancora alla maggior parte degl'italiani, che ignorano parimenti la

stupenda bellezza di quelle vallate le quali possono rivaleggiare colla

Svizzera, pei pittoreschi prospetti d'una ammirabile natura.

Queste povere pagine nelle quali si raccontano semplicemente le vicende

domestiche di qualche famiglia Cadorina non possono diffondersi a

narrare le diverse alternative di quella lotta meravigliosa, ma tutti

i fatti storici narrati sono della più scrupolosa verità, attinti

direttamente sul luogo stesso, da testimoni oculari.

Gli austriaci ingrossati a tutti i confini minacciavano il Cadore da

vari punti, nessun aiuto esterno veniva a sostenere il coraggio dei

difensori, che resistevano senza speranza di buona riuscita per solo

amore di patria, per l'onore della nazione, come una protesta davanti

l'Europa indifferente del diritto delle genti violato dall'Austria,

e del predominio della forza sulla giustizia. E difendevano ancora

i loro focolari, le care famiglie, le proprietà e le case invase e

saccheggiate da crudeli stranieri, che commettevano esecrandi delitti,

quando trovavano popolazioni inermi e fidenti nella loro tranquillità.

La convenzione stipulata cogli abitanti d'Ampezzo venne violata dopo

pochi giorni, contro la volontà dei tirolesi; le truppe austriache

ingrossate da rinforzi passarono nuovamente il confine, uccisero

la sentinella e penetrarono in Cadore. Il piccolo Corpo Franco che

sorvegliava la Chiusa dovette ritirarsi davanti il numero imponente di

nemici, i quali avanzando sempre più, uccisero a colpi di moschetto un

uomo di S. Vito che fuggiva.

Il giorno 10 maggio una pattuglia tedesca sorprese una povera

donna, Giustina Belfi-Morel, con un figlio ed una figlia, nella loro

cascina di Col. Il figlio che era andato ad invitare i tedeschi ad

entrare, offrendo loro una refezione, cadde ferito mortalmente da

quei soldati, i quali penetrati poi nel casolare, trassero fuori

le due donne spaventate, fecero nefando strazio della figlia, e poi

uccisala ne trasportarono il cadavere accanto al fratello non ancora

morto, obbligando la madre a scavare la fossa pe' suoi figli. Poi la

condussero in uno stanzone di Vodo con altri prigionieri tormentati

in tutto quel giorno con terribili angoscie. Saccheggiarono il paese

e trovatovi un povero pazzo lo unsero col sego e gli diedero fuoco, e

dopo di avergli tagliata traversalmente la pelle del ventre lo finirono

a colpi di moschetto.

Respinti dai cadorini accorsi da ogni parte, dovettero ripassare il

confine, ma tali efferatezze sparsero la desolazione ed il terrore in

tutto il paese.

Allora, prevedendo la possibilità d'una invasione per sorpresa, e

temendo giustamente non solo le depredazioni, i saccheggi, gli incendi,

ma ancora più gli spaventi, gl'insulti, le torture morali, e tutti gli

altri pericoli, si venne nella determinazione di far ritirare in luoghi

sicuri la popolazione inerme con gli oggetti preziosi, o più facili a

trasportarsi.

Quest'esodo alpino del 1848, certamente ancora ignorato fuori

del Cadore, è un fatto assai curioso ed interessante delle guerre

d'indipendenza, e merita d'essere raccontato.

Tutti gli uomini validi erano sotto le armi, intenti alla difesa

dei confini. Si lasciarono nelle case le sole persone strettamente

necessarie all'assistenza dei mariti o dei figli, che compiuto il

loro turno nel servizio della difesa, ritornavano a casa per riposarsi

qualche ora, e si fecero partire le donne, i vecchi, i fanciulli, coi

gioielli, le argenterie, i rami di cucina, le biancherie, gli arredi

che si tenevano più cari.

Da ogni paesello delle Alpi salgono sull'erta dei sentieri serpeggianti

fra le macchie e i frammenti di roccie caduti dall'alto; stradicciole

praticate soltanto dalle mandre, che costeggiano i precipizi, entrano

nei boschi, e riescono sulle cime, dove a grandi altezze, si distendono

vastissime praterie, sparse d'armenti al pascolo. In quelle malghe si

fecero salire le donne, i vecchi, ed i fanciulli, che si ricoverarono

nei casolari dei pastori, o in quelle capanne dette _baite_ dove si

ripone il fieno falciato sulle alture e che sono costruite con tronchi

d'alberi soprapposti, uno sugli altri, coi tetti contesti di pezzetti

di legno collocati a foggia delle squame d'un pesce.

Ogni paesello del Cadore fissava il monte dove credeva trovare

maggiore sicurezza e minore disagio. Era cosa commovente vedere

quell'emigrazione di donne che, abbandonate le dolci abitudini e gli

agi delle loro dimore, andavano ad esigliarsi in luoghi inospiti,

lontane dai loro cari che lasciavano esposti a tutti i pericoli della

guerra, e salivano pel faticoso sentiero portando in braccio i bimbi

ancora lattanti, trascinando per mano quelli che camminavano appena;

precedute dai più grandicelli che stavano in fianco alle guide, seguite

dai vecchi ansanti, affaticati per l'erta e scabrosa via, e dalle

donne di servizio colle gerle sulle spalle, cariche di provvisioni, di

fardelli, e masserizie d'ogni fatta. E la lunga fila saliva lentamente,

arrestandosi talvolta sotto un albero, o sopra una roccia sporgente,

per riprender fiato e mandare un saluto affettuoso alla casa lontana, e

al caro paesello abbandonato.

E dopo molte ore di cammino, trafelati dal sudore, giungevano in

quelle eccelse regioni del silenzio, in quelle solitudini sublimi e

severe, sotto l'aspre giogaie irte di scogli nudi e minacciosi. Colà si

arrestavano, davanti una squallida capanna, che, ripulita e riparata

con tende, offriva un rifugio dalle intemperie, e dagli uragani delle

Alpi. E tutte le donne si accingevano con operoso coraggio ad allestire

alla meno peggio il loro accampamento.

La cucina veniva approntata in pien'aria, e lontano dalla baita per

timore degl'incendi, e si faceva il rancio come i soldati. Il salotto

di società che serviva anche di sala da pranzo aveva sul pavimento un

verde tappeto, uno strato erboso colore di smeraldo, sparso di fiori

alpini; le pareti rappresentavano le catene delle Alpi colle cime

nevose, con monti che succedevano ad altri monti, e boschi ad altri

boschi, ed era soffitto l'azzurro padiglione del cielo. Nelle baite si

dormiva sul fieno, che offriva un letto soffice ed odoroso. Cosicchè

nessuna città poteva vantare più pittoreschi prospetti, nè giardini

più spettacolosi, nè aria più pura, nè letti più profumati di quella

colonia femminile. La quale per non vivere nell'anarchia aveva messo in

ordine i suoi affari, nominando un consiglio con una direttrice, e dei

regolamenti di reciproca utilità, ed aveva attivato un servizio postale

che portava regolarmente le notizie dei paesi vicini, e i bollettini

della guerra.

E in quei dolorosi frangenti, in mezzo ai pericoli, ai disagi,

ai timori, alle ansietà, chi credesse che quelle donne si fossero

abbandonate ad una desolante tristezza, sarebbe in errore. Regnava

invece un buon umore perenne, e quella vita nomade presentava delle

attrattive imprevedute, e il sacrifizio degli agi aveva i suoi compensi

nella bizzarra novità di quella esistenza, nella quale bisognava spesso

aguzzare l'ingegno per trovare continui ripieghi a casi impreveduti.

I bambini erano felici, correvano, cantavano, danzavano, coglievano

fiori, spargevano la gioia dovunque, e si vedeva davvero che la libertà

è un gran bene, che l'uomo in società mena un'esistenza artificiale, in

continua contraddizione cogli istinti della natura.

La montagna scelta da alcune famiglie di Pieve pel loro rifugio

fu quella di Medole, e molte altre fissarono il loro accampamento

sui dorsi più elevati della montagna di Vedorchia. Per recarsi in

quest'ultima bisogna prima discendere per la lunga e rapida strada

che va fino al ponte di Ranza, famoso per la sua posizione sopra

un'altissima gola di roccie. Da Ranza convien salire per sentieri erti

e malagevoli, il lungo cammino in zig-zag che conduce ai _Tabiadi_,

ossia fienili di montagna; disposti in diverse località sulla schiena

del monte. Colà fissarono allegramente la loro dimora le donne di

Pieve, quasi tutte di civile condizione, e molte signore ricchissime,

gentili, avvezze a tutti gli agi di una elegante esistenza, e vi

rimasero lungo tempo, anche dopo l'entrata dei tedeschi, non osando

fidarsi della promessa di costoro di rispettare le persone e le

proprietà dei cadorini, preferendo ogni privazione piuttosto di

tollerare l'aspetto degli abborriti invasori.

Quei fenili sconnessi per vetustà lasciavano entrare il vento da ogni

parte, e mal si potevano riparare con coperte o lenzuola; la pioggia

penetrava dai tetti, filtrava dalle pareti, correva sul pavimento. Nei

giorni burrascosi era impossibile di reggere all'aria aperta. Ciò non

ostante non vi fu in tutto quel tempo nessuna malattia di conseguenza,

e se ne stettero sempre allegre, passando il tempo in conversazioni sul

solito tema della guerra, e sulle vicende del giorno, con reciproche

confidenze delle intime storie di ciascheduna.

L'arrivo delle notizie guerresche era naturalmente il momento delle

grandi emozioni, ma per fortuna dopo gli ultimi fatti di Vodo regnava

una specie di tregua, che quantunque foriera di più gravi avvenimenti,

pure teneva in sospeso almeno i dolori acuti di perdite subite, e

quantunque lasciasse temere nuovi pericoli, pure non mancava anche di

alimentare nuove speranze. E in mezzo a tante gravi preoccupazioni,

e a tante privazioni, l'energia di quelle donne non si smentì mai, ed

esse tennero vivo l'ardore dei combattenti, animandoli alla pugna colle

loro corrispondenze epistolari, nelle quali raccomandavano sempre la

resistenza. E nella loro solitudine innalzavano preghiere a Dio per la

patria, e la vittoria, e intuonavano canti di libertà.

La signora Enrichetta Giacobbi-Solero, donna veneranda per età, ricca

di censo, rispettabile per senno virile, di modi cortesi ed affabili,

di umore gaio e pieno di risorse, simpatica e cara a tutte le compagne,

era stata eletta per acclamazione direttrice della piccola colonia di

Medole, e tutte le signore e signorine dipendevano dai suoi ordini;

ed essa trovava sempre il modo di aver notizie, e di tener viva la

corrispondenza fra gli uomini della difesa e le esigliate del monte,

conosceva tutto l'andamento degli avvenimenti, sapeva consolare e

tacere in tempo; e quando giungeva la notizia d'una vittoria, era una

festa per tutte, una gioja giovanile di canti e di balli, ed alla notte

si accendeva un fuoco, al quale rispondevano tutte le altre colonie

con altri fuochi sulle cime di tutti i monti, che era uno spettacolo

consolante pei combattenti, terribile pei nemici.

E quando il silenzio della sera non era rallegrato da qualche buona

notizia, allora davanti l'ampio orizzonte, cinto dalle nebbie della

notte, tutte quelle signore unite all'ottima donna che si erano eletta

per capo, si mettevano in ginocchio, ed alzavano al cielo ferventi

preghiere per la patria, per la salvezza dei padri, dei mariti, dei

figli, dei fratelli, dei fidanzati.

Al mattino alzate per tempo correvano all'aperto salivano a qualche

punto che dominava il sentiero, e spiavano attentamente l'arrivo d'un

parente, d'un amico, d'un messo. E davvero le visite non scarseggiavano

a quell'attraente eremitaggio, ed ogni interessato trovava la sua volta

per salire, ed ogni riposo concesso ai combattenti era impiegato in

una gita sul monte. Le donne possono ricoverarsi in fondo al mondo, gli

uomini troveranno sempre il tempo di raggiungerle.

Ogni babbo, fratello, marito od amante che saliva era sempre ricevuto

come il re della giornata, e fatto sedere nel centro del grazioso

cenacolo doveva raccontare tutto quello che sapeva dell'universo. E lo

servivano di panna fresca, e d'altre ghiottonerie giunte non si sapeva

come in cima della montagna. E aveva mille motivi di meravigliarsi di

quanto vedeva d'intorno; delle risorse inconcepibili create da quelle

esiliate, per rendere meno incomodo il loro soggiorno, e di certe

raffinatezze impreviste che scaturivano improvvisamente in quei siti

selvaggi. E quando il visitatore partiva non rifinivano d'incaricarlo

delle loro commissioni a voce ed in iscritto, segrete o palesi, lo

accompagnavano per un pezzo, gli raccomandavano caldamente di mandare

amici e parenti, invitandoli a pranzo, e promettendo le più laute

imbandigioni per quei tempi di guerra, di carestia, e di miseria.

Ritornando indietro salivano sulle roccie sporgenti ed agitavano i

fazzoletti in segno d'addio fino che fosse possibile di vedersi.

Così coglievano ogni occasione per ridere e stare di buon umore.

A mantenere costante la loro ilarità contribuì largamente un certo

signor Taddeo, il quale benchè giovane e robusto aveva un carattere

eccessivamente pusillanime, e s'era rifugiato egli pure colle donne e

coi vecchi in cima della montagna. Il suo volto rotondo, paffuto, le

sue membra grasse e ben tarchiate, le sue perpetue paure, lo rendevano

il personaggio più comico della comitiva, ed era la vittima degli

incessanti motteggi, dei frizzi, e degli scherzi delle più vispe

ragazze, che si godevano un mondo a mettergli spavento con notizie

inventate. Un giorno gli si annunziava la leva in massa di tutta la

popolazione: uomini, donne, fanciulli rifugiati sul monte dovevano

scendere per incontrare il nemico; un'altra volta erano i croati che

avevano circondato il loro rifugio coll'intenzione di passare per le

armi tutti i fuggiaschi. E gli mettevano i brividi raccontandogli le

crudeltà degli austriaci, i villaggi saccheggiati, distrutti a ferro

e a fuoco, e simili altri disastri della guerra, che doveva estendersi

ovunque.

Egli studiava tutti i mezzi possibili di salvezza, ma veniva confutato,

allora voleva discutere di politica, e le donne ridevano a crepapelle

dei suoi sproloqui, e lo mettevano in canzone; e così Taddeo per

fuggire dalle palle austriache era divenuto il bersaglio di quelle

lingue mordaci, la vittima, il capro espiatorio di quel terribile

drappello femminile che lo dilaniava fino sull'osso.

Che se talvolta per placare quei disprezzi, o per ingannare il tempo

piacevolmente, tentava di fare il galante, veniva immediatamente

denunziato alla pubblica indignazione, avendo tutte quelle donne

giurato solennemente di condannarlo al celibato perpetuo, senza

concedergli le attenuanti, in pena della sua vergognosa poltroneria.

Allora egli crollava le spalle, si mostrava rassegnato, accendeva il

sigaro, ed accennando colle braccia aperte all'ampiezza del mondo,

diceva che ogni peccato ha diritto all'assoluzione, che ogni idea la

più strana ha incontrato dei sostenitori, che tutto si dimentica, che

i più timidi finiscono sempre col trovare indulgenza, e forse anche

maggiori compensi degli eroi; e in questo non aveva tutto il torto,

perchè giudicava i fatti positivi, senza tener conto della coscienza

del dovere, che è il giudice supremo dei galantuomini.

Le donne più robuste, le più giovani, le più coraggiose scendevano

sovente a Pieve a passare la giornata e ritornavano alla sera alla

montagna, cariche di provvisioni, e fornite di notizie che raccontavano

alle compagne che venivano ad incontrarle.

Maddalena e Maria vivevano appartate sulla montagna, colpite dal dolore

nel profondo dell'anima per l'incerta sorte di Tiziano, non prendevano

mai parte alle gaiezze dell'allegra brigata delle altre donne, e si

erano ricoverate in un angusto tugurio isolato che serviva di rifugio

ai pastori quando l'uragano li sorprendeva lontano dalla baita. Per

solo compagno d'esiglio avevano condotto seco Fido, il cane di casa

Lareze, l'amico del povero scomparso, e scendevano spesso a Pieve

ansiose di sapere se fossero giunte notizie del loro caro, Maddalena

per vedere suo marito, Maria per abbracciare suo padre, quando tornava

nel roccolo a riposarsi qualche ora dalle dure fatiche del campo.

Le buone signore ricoverate a Medole salivano poche per volta a

visitare le due afflitte nel tugurio, si studiavano di consolarle; con

speranze che non potevano dividere, ma che erano balsami pietosi per

quelle anime esulcerate.

Nelle lunghe ore solitarie si comunicavano le loro idee, rammentavano

le rare doti di Tiziano, e piangevano insieme. Fido doveva certo

comprenderle, e sdraiato ai loro piedi le contemplava cogli occhi

mesti, partecipava al loro dolore, e pareva che avesse riportato a

Maria il tenero attaccamento che lo legava a Tiziano, e lambiva le mani

alla fanciulla guardandola con espressione affettuosa.

Sior Antonio si recava spesso a visitarle, portando i pochi viveri

necessari alla vita, del pane bigio, del formaggio, e qualche frutta.

Saliva lentamente per la via tortuosa colla sua pipa in bocca e il

fardello sulle spalle. Fido lo scorgeva da lontano, avvertiva le donne

abbaiando in modo singolare e correva incontro al padrone salutandolo

con molte carezze, e scodinzolando in segno di contentezza.

Le donne non osavano interrogarlo, ma procuravano d'indovinare dalla

espressione del suo volto se aveva delle buone o delle cattive notizie;

egli preveniva tanto le vane speranze che i timori paurosi, e appena

giunto esclamava: — niente di nuovo!... — e accompagnava queste parole

con un profondo sospiro, e qualche volta con una lagrima.

Dopo alcuni giorni di tregua gli austriaci si fecero più minacciosi,

passarono i confini in vari punti, sempre respinti dall'indomabile

resistenza dei cadorini, dall'attiva vigilanza del Comitato della

difesa, dall'instancabile attività del capitano Calvi che pareva avesse

il dono dell'ubiquità, perchè compariva sempre in tutti i pericoli.

Lo si vedeva passare rapidamente pei paesi quasi deserti, montato sul

bianco cavallo, e accorrere dove si udiva il suono del cannone o delle

fucilate.

Animava i combattenti, si metteva alla testa dei drappelli che andavano

all'attacco, dirigeva i movimenti, ordinava ogni cosa coll'audacia

che sfida le maggiori difficoltà, colla calma che calcola freddamente

le conseguenze d'ogni azione. E tutti lo seguivano con fiducia, con

entusiasmo, con slancio irresistibile, e nessuna fatica eccessiva,

nessuna marcia forzata, nessuna privazione faceva uscire un lamento, da

quegli uomini forti, risoluti e coraggiosi.

Ma era impossibile trovarsi sempre in tutti i siti minacciati, e un

giorno 300 cacciatori tirolesi passata la Forcella d'Antelao per un

varco poco praticabile sopra San Vito penetrarono nella valle d'Otten,

e giunsero fino alle prime case di Calalzo. Il paese era deserto,

ma due donne avvedutesi del pericolo corsero in fretta al campanile,

diedero di piglio alle campane, e suonarono con tanto furore che poco

dopo si udirono tutti i campanili vicini che suonavano a stormo. Allora

i nemici si credettero circondati da ogni parte, e si dettero a fuga

precipitosa.

Sarebbe troppo lungo e troppo straziante il narrare tutte le barbare

uccisioni di gente inerme, tutte le atrocità, gli incendi, le sevizie,

le rapine di quei barbari invasori stranieri, e tutti gli atti eroici

dei cadorini, in quelle gole deserte e sconosciute, dove sovente dieci

patriotti risoluti facevano retrocedere cento soldati. Le sole donne

salvarono più volte i paesi minacciati, con quell'ardire che nasce dal

semplice e santo amore della famiglia e della patria, senza il pungolo

degli onori e della gloria che animano i soldati.

Il generale Stürmer con 5000 uomini da Longarone giunse a Rivalgo,

fece vani tentativi per penetrare più avanti, e fu sempre respinto.

Ai _razzi alla congreve_ slanciati per atterrire i difensori essi

rispondevano col grido di «viva l'Italia» e sapevano schivarli, quando

invece le carabine dei cacciatori Cadorini abbattevano ad ogni colpo un

soldato tedesco.

Furibondi per l'impossibilità di vincere quella tenace resistenza, gli

Austriaci misero il fuoco al paese, e si ritirarono, e le rovine di

Rivalgo, dopo più di trent'anni, non del tutto riparate, conservano

le traccie di quella barbarie, attestano l'infame procedimento

degl'invasori, e mostrano ancora alla nazione la necessità di

saper trattare le armi per la sicurezza della patria, per la difesa

dell'onore, della libertà, e della famiglia, contro gli assalti degli

stranieri.

Dopo ripetuti tentativi in Oltrechiusa riusciti tutti vani, un corpo

di 3000 tedeschi si presentò nuovamente a quel confine. I Cadorini

trovandosi in numero assai ristretto si ritirarono fino alla Chiusa ove

li attesero imperterriti; operarono prodigi di valore, e li obbligarono

a retrocedere.

Allora i tedeschi essendo numerosi in Friuli tentarono d'introdursi in

Cadore dalle gole della Carnia, ove il confine era stato poco premunito

per la difesa, non avendo giudicato probabile che dovessero penetrare

da quella parte.

La sera del 23 maggio giungeva al Comitato l'annunzio che circa 3000

Austriaci avevano passato il Fella, che si dirigevano per Tolmezzo

e quindi pel Cadore, attraversando il Mauria; seguiti da altri 700.

Poco dopo, un altro messo portava la notizia che altri 1200 tedeschi

passavano pel canale di Gort, e che sarebbero penetrati in Cadore per

la via di Forni-Avoltri e Sappada.

Calvi fece tosto suonare il tamburo per le strade di Pieve per

raccogliere i Corpi Franchi che si trovavano in paese. Michele ed

Isidoro accorsero subito, ordinarono i loro militi, e tutti uniti

partirono sul far della sera, col capitano Calvi alla testa, montato

sul solito cavallo bianco, salutato con entusiasmo dai pochi abitanti

che si trovavano in paese. Marciarono tutta la notte in silenzio,

ciascheduno raccolto ne' suoi pensieri. La luna batteva i suoi pallidi

raggi sul condottiero, che pareva un fantasma vagante di notte tempo

fra quelle tetre montagne, seguito da ombre fantastiche che di tratto

in tratto sparivano nelle cupe tenebre dei villaggi per ricomparire

confusamente nella luce azzurrognola ove si allargava la valle libera

dalle case e dagli alberi.

All'alba trovarono i paesi sgomenti per la notizia dell'invasione che

s'era propagata rapidamente. Gli abitanti avevano passata la notte

sulla via, esitanti sul partito da prendersi, ascoltando le diverse

opinioni, consigliandosi fra vicini. Le donne cariche di fardelli

partivano coi bimbi, i vecchi esortavano i giovani alla difesa, ma

nella confusione e nel disordine nessuno prendeva un partito. Ma ecco

il primo raggio di sole che batte sul cavallo bianco che si avanza da

lontano, con un codazzo di gente armata, ecco il tamburo che chiama

il villaggio alle armi. A quella vista un grido di esultanza esce

dalla folla, tutti si rivolgono da quella parte al grido di viva

l'Italia, ogni esitanza è scomparsa, tutti si sentono animati alla

difesa ed accorrono ad afferrare le prime armi che trovano in casa

per accompagnare i corpi franchi. Le campane suonano a stormo, tutte

le campane dei villaggi vicini rispondono, e da Lorenzago, da Vigo,

da Lozzo, da Auronzo gli abitanti corrono in massa per difendere i

valichi minacciati. Il passaggio dei Corpi Franchi ha raccolto tutti

gli abitanti dei villaggi che scendono come una valanga da tutte le

alture. Calvi arringa quelle masse, le elettrizza colla sua parola

che risveglia ogni nobile sentimento. Egli li ordina, li fa procedere

regolarmente, e giunto al fine della marcia unisce tutte le forze che

ha raccolte per via, e le colloca opportunamente intorno al passo della

Morte.

Il passo della morte è una strettissima gola, che si nasconde tra due

angusti dirupi, alla sinistra del Tagliamento. La strada passa fra un

muraglione e le roccie tagliate a picco come una breccia scavata nel

monte. Una barricata venne innalzata davanti all'apertura, sotto la

quale praticarono delle mine. I fucilieri vennero distribuiti sulle

coste del monte e si mandarono sulle alture gli uomini disarmati, per

accumulare sassi e macigni e apparecchiare le mine da seppellire sotto

i frantumi coloro che osassero attraversare il varco vietato.

Il mattino del 24 gli esploratori spediti da Calvi verso il nemico

udirono un suono d'armi e di armati oltre il Rio Verde, ad un

chilometro e mezzo dalle barricate, e videro l'avanguardia austriaca

che avanzava. Retrocessero subito per darne l'avviso, mettendosi tutti

in pronto per la difesa.

Giunti al Rio Verde i nemici si fermarono sviluppandosi in catena sopra

e sotto la strada, e mandando avanti un pichetto di pochi uomini fino

all'imboccatura del passo.

Alla loro comparsa s'udì un colpo di fucile, senza sapere da che

parte venisse, ed anche questa volta venne preso pel segnale che era

stato convenuto dai difensori, e subito dopo si scaricarono le armi

da ambe le parti, scoppiarono le mine, e si precipitarono i sassi con

orribile fracasso, quando soltanto pochi nemici erano penetrati nella

gola. Dileguato il fumo della polvere gli Austriaci erano scomparsi,

lasciando pochi feriti e qualche morto sotto le rovine, e spaventati

dal tremendo spettacolo delle montagne che si rovesciavano davanti di

loro, fuggirono in precipitosa ritirata verso la Carnia. Ma due uomini

erano caduti anche fra i Corpi Franchi colpiti dalle palle nemiche, ed

uno di questi era Isidoro Lorenzi, il padre di Maria.

Il roccolo di Sant'Alipio · 第 19 / 38 题