PUPPO (Giuseppe), nato a Lucca nel 1749 fece suoi primi studj di musica

nel Conservatorio di _S. Onofrio_ a Napoli. I suoi progressi nello

studio della composizione furono brillanti e rapidi; ma una inclinazione

predominante per il violino lo indusse a darvisi interamente. A tal fine

narra egli che andò in Padova per aver lezione dal cel. Tartini, che

dopo aver esaminato le sue disposizioni, questo gran maestro gli disse

_tre cose esser necessarie per sonar bene di violino: suono, arco e

giustezza_: in quanto alle dita è la natura che le dà. In conseguenza

Tartini raccomandava al suo allievo di filar de' suoni sopra tutti i

tuoni e sopra tutte le posizioni a lunghe arcate. Quest'esercizio durò

per diciotto mesi, ed otto ore per ciascun giorno senz'interruzione.

Ecco quello ch'egli chiamava _gettar delle grosse pietre per la base

dell'edificio_. Puppo assicura di esser restato cinque anni sotto di

lui, e che nol lasciò se non quando quel grand'uomo il riconobbe di non

essere egli un violino del volgo. Puppo viaggiò quindi per l'Italia, la

Spagna, il Portogallo, l'Inghilterra e venne a Parigi, ove soggiornò per

venti sette anni. Nel 1799 pubblicò i suoi studj per violino, e tre

_duo_ per violini. Quel che eminentemente caratterizza lo stile e la

maniera di questo eccellente artista egli è una leggiera tinta di

malinconia, che s'impadronisce dolcemente dell'anima. Egli eseguisce con

magìa ed incanto la musica del suo concittadino Boccherini, che così

graziosamente ha chiamato _la moglie di Haydn_. Puppo attualmente è in

Napoli direttore di orchestra di un teatro secondario di quella città.

RADICATI da Torino, famoso suonator di violino fu scolare del Pugnani.

Dopo essersi arricchito col prodotto della sua arte, sposò la celebre

cantante la _Bertinotti_, e oggidì vivono agiatissimamente in Bologna.

Egli ha abbandonato il suo istromento per darsi alla composizione, e vi

si distingue pel gusto e le grazie della novità, non men che per la

solidità del suo sapere.

REGA (la Signora), napoletana, moglie del rinomato incisor di camei

Filippo Rega, è la più abile suonatrice di Arpa che siavi in Napoli, e

una delle virtuose di quella Real Accademia. Eseguisce con precisione ed

esattezza qualsivoglia concerto o composizione che gli si presenti. Il

suo nome è conosciutissimo in Europa, cosichè i forestieri si fanno un

pregio di conoscerla, ed ammirarla, e ne prendon nota ne' loro giornali

di viaggi.

RENAUDIN, professore di arpa a Parigi, è l'inventore di un nuovo

_Cronometro_, ch'egli propose nel 1785 come il più semplice di tutti

quelli, che sin'allora eransi inventati, e il più facile per

l'esecuzione. È questo un cordone di seta, alla cui estremità pende una

balla di piombo. La sua lunghezza è divisa da alcuni segni posti a certe

convenute distanze, e che formano altrettanti gradi. Si sa che le

oscillazioni di un pendolo sono sempre in ragione della sua lunghezza;

cosicchè quei segni servono per dinotare, ove bisogna sospendere il

_cronometro_, cioè la lunghezza che bisogna dargli per accelerare o

ritardare il moto proprio ad ottenere tutt'i gradi di celerità

possibili. Il vantaggio di questo strumento sopra tutti gli altri

consiste nell'essere di una costruzione facilissima, e di pochissima

spesa, nell'essere portatile, e soprattutto nell'essere un esatto mezzo

di corrispondenza tra' musici alle più rimote distanze.

RIFFELSEN, meccanico danese, cel. per l'invenzione di più importanti

macchine, è anche inventore di un nuovo strumento detto _Melodica_. Essa

è composta di tubi di metallo battuto di varie grandezze, e di una

tastiera simile a quella del forte-piano. Vi si adatta una ruota per

mettere i mantici in movimento: il suono ne è armonioso, aggradevole, e

gli intendenti lo preferiscono a quello del piano-forte. L'inventore

avendo osservato che un cordone passando dalla ruota allo strumento

eccitò, mediante le sue vibrazioni, delle straordinarie sensazioni sulla

persona, che faceva girar quella ruota, provossi di mettere molte

persone in contatto con quel cordone. Siffatta esperienza ha prodotto

de' buoni effetti sopra diverse persone di complession debole, e

singolarmente su quelle attaccate di male di nervi, di podagra, di

scorbuto, ec. Secondo questi principj M. Riffelsen ha fatto costruire

una macchina destinata singolarmente a questi salutevoli effetti, e ha

avuto l'approvazione de' medici di Coppenaghe (_Esprit des Journaux,

août 1808_).

ROLLIN (Charles), celebre rettore dell'Università di Parigi, e autore di

molte opere utilissime di letteratura e di storia, ha trattato della

musica de' Greci nel tom. XI _de l'Histoire ançienne, a Paris_ 1737, in

12º. Egli osserva che l'antica musica presso i Greci era semplice, grave

e maschia: nota in qual tempo e in qual maniera si è corrotta: specifica

i diversi generi, e i varj modi della loro musica, e la maniera con la

quale notavano il canto. Esamina se bisogna dar la preferenza alla

moderna o all'antica musica, e dopo aver considerate le ragioni pro e

contra: _Per me_, egli dice, _non so astenermi dal credere, che i Greci

portati, come lo erano, a' passatempi, educati e nudriti nel gusto de'

concerti, con tutti i soccorsi, di cui ho parlato, con quel genio

inventore ed industrioso per tutte l'Arti che si riconosce in loro, non

siano stati anche eccellenti nella Musica come in tutto il resto. Ecco

la sola conseguenza, che da tutto il ragionamento, che sinora ho fatto

io ne traggo, senza pretendere di dar la preferenza agli Antichi sui

Moderni_. Mr. Fayolle, senza forse averlo letto, ne dà il seguente

saggio; _Ce qu'il en dit est rapporté sur ouï-dire et sans aucune

connaissance de cause: il eût mieux fait de n'en pas parler_. Non si

capisce però cosa dir voglia, quando attacca M. Rollin di aver parlato

della musica de' Greci _sur ouï-dire_. Egli non potè esser presente a

quella musica per poterne dar saggio, gli fu dunque d'uopo starsene alle

memorie che ce ne rimangono, ed ognuno che scrive delle cose antiche non

ha altro mezzo che consultare gli antichi, e parlarne _sur ouï-dire_.

Attacca altresì Rollin di averne parlato _senza cognizione alcuna di

causa_, cioè ch'egli non ha conosciuto nè l'antica, nè la moderna

musica. Ma quale prova ne adduce M. Fayolle? Forse perchè questo Autore

dopo aver consultati tutti i Scrittori sì antichi, che moderni

sull'antica musica (il che non ha mai certamente fatto il Sig. Fayolle)

è disposto a credere, che i Greci sian riusciti eccellenti nella musica,

come in tutte le Belle-Arti, lo che non gli va molto a sangue, ed egli

espressamente il dimostra ogni qual volta ha occasione di entrare in

questa materia, perciò è ch'egli conclude, _che avrebbe fatto meglio a

non parlarne_. Questo giudizio è veramente ingiusto e ridicolo.

ROSSINI (Gioacchino), da Pesaro allievo del cel. Ab. Mattei, è ancora

molto giovane, ma le sue composizioni sono state così bene accolte in

Italia per la novità e gajezza dello stile, che vien egli riputato

oggigiorno come uno de' più grandi ingegni, e de' migliori compositori

del bel paese della musica. Non aveva ancor compiti i dodici anni

allorchè acquistossi gran nome per una _solenne Messa_ e un _Tantum

ergo_ da lui composto per S. Petronio di Bologna: gli applausi e le

grida di tutta l'udienza cambiaron, per così dire, la chiesa in teatro.

Aveva egli scritto un Inno in lode di Murat, ma entrate le armi

Austriache fecero arrestar Rossini per l'entusiasmo che aveva eccitato

la poesia e la musica di quell'Inno: liberossi dal castigo, che gli si

minacciava, a condizione di comporre in tre ore la musica di un altro

Inno in onor dell'Imperatore. Ad onta della strettezza del tempo vi

riuscì al segno che vien creduto quel pezzo un capo d'opera dell'arte.

Ha scritto altresì la musica di varj drammi, come il _Tancredi_, e

_gl'Italiani in Algeri_, che si è rappresentato in questo R. teatro

Carolino di Palermo nel corrente anno con universale approvazione. Si

racconta di lui, che obbligato a scrivere in Italia un certo dramma, che

non gli andava molto a sangue, dopo aver fatta la musica del primo atto,

se n'andò via da quel paese di notte tempo per le poste, lasciando

scritto in fronte alla partitura: _fatevi comporre il resto da uno de'

bravi maestri già morti_, il che mostra un pò di quella mattezza, che al

dir di Tullio, non va scompagnata dai grandi ingegni.

RUSSO (Raffaele), nato in Napoli, fu nella più tenera età da' suoi

parenti portato in Palermo. Come mostrava sin d'allora delle buone

disposizioni per la musica, gli si fece apprenderla nel conservatorio

de' _Figliuoli dispersi_ di questa Capitale sotto la direzione del

maestro Amendola. Dato avendo de' saggi d'una estrema facilità, e d'una

somma vivacità di fantasia nel comporre, gli fu fatto scrivere assai

giovane l'_Atalia_, oratorio per il real teatro di S. Cecilia. La sua

musica eseguita alla presenza della Real Famiglia ebbe il più brillante

successo, nè minor si fu quello ch'ella incontrò poi sul teatro di

Londra. L'anno d'appresso egli scrisse pel medesimo teatro di Palermo

un'opera buffa, che fu del paro sommamente applaudita. Comecchè ne' suoi

accompagnamenti non si trovi molta esattezza e regolarità nella

condotta, nè naturalezza e felicità nelle transizioni di un modo

all'altro, vi si ravvisano tuttavia alcuni tratti di genio, e de' lampi

di quell'estro creatore, che caratterizza i gran compositori, onde siavi

da sperare che coll'esercizio, e lo studio de' buoni modelli acquistar

debba quella correzione, che ancor vi si desidera. E tale dommi a

credere che sia l'oggetto de' viaggi ch'egli ha intrapreso ne' paesi,

ove da sommi uomini maggiormente coltivasi questa bell'arte.

SALES (Pietro-Pompeo), nato a Brescia nel 1729 è stato riguardato a

ragione come uno de' migliori compositori sulla fine dello scorso

secolo. Egli si era di già acquistato pe' suoi talenti gran fama nella

patria, e poteva aspirare a farvisi maggior fortuna, quando un orribil

tremuoto gli fè perdere tutti i parenti, e lo costrinse ad

allontanarsene per cercar altrove la sua sussistenza. Dopo aver

viaggiato per alcun tempo, venne in Germania, ove per molti anni fu al

servigio di diversi principi, che amavano e proteggevano la musica, tra

quali il vescovo principe di Ausburgo. Nel 1763 fu chiamato a Padova per

comporvi un'opera seria, e quindi in Inghilterra, dove ebbe il più gran

successo. Nel 1772 ebbe l'onore di comporre per il teatro dell'elettor

di Baviera: e nel 1777 la rimembranza de' suoi talenti il fè richiamare

a Londra dove fu accolto col massimo favore. Egli morì finalmente

maestro di cappella e consiglier di finanze dell'elettore di Treveri a

Coblenz verso il 1796. Nelle sue opere egli riunisce nel canto l'armonia

tedesca alla soavità italiana, ed impiega con giudizio gl'instromenti

nell'accompagnamento.

SCACCHI (Marco), dotto maestro di cappella romano, al servigio del re di

Polonia, _assai conosciuto_, dice il Marpurg, _per le sue opere teoriche

e pratiche, fioriva nel 1640_. (_Hist. abreg. du Contrepoint, p. XVII_)

Vi ha di lui per le stampe di Venezia _Cribrum musicum_, ossia: _Esame

della musica de' Salmi di Paolo Sifert di Dantzica_, 1643.

SCOPPA (Ab. Antonio), nato l'anno 1767 di assai civile famiglia nella

città di S. Lucia presso Messina, fece in questa città i primi suoi

studj, che venne a terminar poi con ottimo successo in Palermo, in

Napoli e in Roma. Dopo aver viaggiato per l'Italia, ed aver fatto

conoscenza co' Letterati più celebri di quel paese, venne a stabilirsi

in Parigi sul principio del corrente secolo. Egli vi si è fatto

distinguere in qualità di uomo di lettere per più opere da lui

pubblicate. Nel 1803 diè alla luce in Parigi il Saggio dell'eccellente

Opera, di cui or parleremo, col titolo di _Traité de la Poésie italienne

rapportée a la Poésie française_, che fu assai favorevolmente accolta

da' Letterati di Francia, non che dell'Italia. “Egli dimostra (dice M.

_Leulliette_ professore della scuola centrale) con infiniti esempj e

tutti scelti con delicatezza di gusto che la lingua francese è del paro

espressiva e adatta a render tutt'i movimenti dell'anima, e i vezzi

della musica, come l'italiana, a cui erasi sino a quest'ora deferita la

maggioranza: nè dubito punto che quest'opera esser non possa sommamente

utile a' letterati delle due nazioni: essa non può principalmente che

onorar all'estremo la nostra.” (_Lettre à M. Garnier_). Narra lo stesso

abb. Scoppa, che mercè questo primo _Saggio_ ebbe l'onore di esser

ammesso nell'_Accademia italiana_ come membro corrispondente, e che con

un diploma divenne allora socio dell'_Accademia del buon gusto_ di

Palermo; onore, ch'egli mostra d'aver gradito sommamente. “Io mi fo un

dovere, dic'egli a questo proposito, di qui dichiarare che la mia patria

è Sicilia: che in qualsisia tempo o luogo, ove la sorte vorrà mettermi,

sempre geloso de' suoi interessi e della sua gloria, tutte le mie

fatiche letterarie ed i viaggi per mia instruzione intrapresi non

avranno altro scopo se non di meritare il suo compiacimento.” (_Préfac.

du 3 tom. p. V_). Incoraggiato da questo successo intraprese egli a

trattar con più estensione lo stesso soggetto, e ciò ha prodotto

l'eccellente opera _Les vrais principes de la versification développés

par un examen comparatif entre la langue italienne et la française_,

tom. 3 in 8º a Paris, 1811-1814. Egli vi esamina la versificazione e la

musica delle due lingue: propone le regole per comporre de' versi

lirici, e i mezzi di accelerare i progressi della musica in Francia, e

rilevando tutte le bellezze della lingua francese, che la rendono

suscettibile delle grazie della poesia, e della musica, la difende dalle

imputazioni di coloro che le niegano dolcezza ed armonia. “Io devo

aspettarmi, dic'egli, una dimanda dal canto de' miei lettori: _siete voi

musico?_ Io dirò loro francamente che no: che io ignoro sin le menome

regole dell'arte, e le note elementari, contento dell'idee che poteva

offrirmi la musica della natura. Oggetto del mio lavoro non è di

occuparmi del tecnico della musica; non è d'uopo esser musico per

isviluppare la semplicità di certe idee, i di cui principj sono nella

natura, che ci parla per l'organo dell'orecchio (_t. 3, p. 191_). Alcuni

musici mi han censurato, perchè abbia usurpata la giurisdizion loro

nell'entrare in materie di musica, e nel proporre sopra un'arte, che io

ignoro, delle regole facili in teoria, e nell'immaginazione, ma

impossibili nell'esecuzione agli occhi di coloro che conoscono le

difficoltà delle quali è circondata quest'arte. Cerco in vano di

giustificarmi col rispondere che io non parlo del tecnico della musica,

ma sul modo di associar la parola al canto, e vuolsi ch'io creda essere

anche in ciò essenziale la cognizion della musica. Mostrar la maniera di

accoppiar le parole al canto, non è lo stesso che insegnar l'arte della

musica che io ignoro. Quel che non ignoro, e che ignorar non dovrebbero

alcuni musici, si è la _Musica della natura_, che fa magía al cuore, e

risveglia il sentimento, e che non è straniera ad una ben organizzata

orecchia. Guai a coloro, che sono obbligati a studiarla affinchè la

sentano! Assai volte quegli che non sa la musica dell'arte ignora quel

che sanno i musici: ma quegli che conosce la musica della natura, sa

quel che ignorano i musici. Non fa d'uopo esser musico per isviluppar le

idee sull'unione della parola colla musica: i principj di queste idee

sono impressi nella natura del canto, che ci parla per l'organo

dell'orecchio, per la voce del buon senso, per l'uso d'una buona

filosofia (_Pref. t. 2_).” Non giudicò infatti così di quest'opera uno

de' più specchiati professori dell'arte, M. _Gretry_, allorchè scriveva

all'A. ch'egli approvava come veri i suoi _Principj_ relativamente a

quel che riguarda la musica e ch'egli era dello stesso suo sentimento.

“Voi avrete dritto alla pubblica riconoscenza, dic'egli, nel vendicar la

nostra lingua dalle false imputazioni, di cui la caricano. Gradite

altresì ch'io vi renda grazie pe' servigj che prestate all'arte, che io

professo.” I musici potran leggere con diletto e con utile quel che

dietro a' migliori maestri insegna l'A. sulla _divisione dei tempo_

nella musica: come sia possibile il misurare il tempo; come si evitino i

due gran scogli del _controttempo_, e del _controsenso_ (_tom. 1, p. 204

seg._). Esamina egli quindi da filosofo, se la musica è un'arte

imitativa come la poesia e la pittura (_p. 349_), e si attiene al

sentimento, che determina l'imitazion della musica per l'espression

delle parole, che in questo senso può la musica vocale esser imitativa,

e che la strumentale non può con precisione ottenere lo stesso

vantaggio; dacchè non dà essa se non espressioni vaghe ed equivoche, che

possono applicarsi a più immagini. Nel 2º tomo tratta egli dell'_accento

musicale_, che secondo lui non è che il risultato dell'accento oratorio

e patetico. L'accento musicale propriamente detto, dic'egli, è un

linguaggio particolare della natura e delle passioni, che si esalano

cantando: associandosi alle lingue egli le rende cantanti, e dà loro

quel che non hanno. Nel 3º tomo esamina l'A., se il clima, e il gusto e

'l genio della nazione francese possono opporsi a' progressi della buona

musica: espone quindi le vere cagioni che li han ritardato in Francia, e

che li han promosso in Italia e in Alemagna, e termina con proporre i

mezzi più energici perchè quest'arte giunga alla stessa perfezione

presso i Francesi com'ella è giunta presso gl'Italiani e i Tedeschi.

L'A. è per lo più così chiaro nelle sue spiegazioni, dice l'ab.

_Sicard_, così adeguato ne' suoi principj, così sincero nelle sue

critiche, che i Francesi di buon grado saran per perdonargli alcune

leggere scorrezioni che rendono men vago il suo stile, senza indebolir

mai la forza della sua logica. Quest'opera merita di essere ben

conosciuta, e 'l suo autore otterrà dei dritti alla stima de' letterati

di tutte le nazioni, come ne ha alla riconoscenza de' Francesi.

SCORPIONI (Domenico), da Rossano, minor conventuale fu maestro di

cappella in Roma, e nel Duomo di Messina sui principj dello scorso

secolo. Le sue _Riflessioni Armoniche_ stampate in Napoli nel 1701, sono

citate con elogio dal P. Martini, e da Gugl. della Valle.

SILVA, una delle più rinomate cantanti de' nostri giorni è stata

grandemente ammirata per una bellissima voce, per la sua buona scuola di

canto, e molto più per la sua singolar saviezza ed avvenenza. Essa

nacque di nobil famiglia a Reggio di Modena, e più per suo diporto, che

per bisogno ha cantato in alcuni pochi teatri. La fama di questi

eminenti suoi pregi giunta essendo in Londra, fu spedita a bella posta

una persona di distinzione a Reggio per scritturar la Signora Silva per

quel teatro a qualunque condizione volesse ella imporre in quanto al

prezzo, ma mentre trattavasi l'affare un'immatura morte venne a rapirla

non compiti ancora i trent'anni di sua età.

SILVESTRO II (il Papa), ossia Gerberto, prima arcivescovo di Rheims, poi

di Ravenna, e precettore di Ottone III, e finalmente sommo Pontefice fu

francese di nascita: ma venne giovine a Roma, ove conosciuto

dall'Imperatore Ottone I, ebbe da lui il governo del cel. monastero di

Bobbio verso l'anno 970. Egli adoperossi singolarmente a farvi rifiorire

gli studj. Quattro anni soli governò la Chiesa Romana, ma ciò che il

rendette assai caro ed utile all'Italia, ed all'Europa tutta, fu il di

lui zelo nel risvegliare in tutti l'ardore del coltivamento de' buoni

studj che già da più secoli sembrava del tutto estinto. Nelle sue

lettere tratta sovente non sol della matematica, che era lo studio suo

prediletto, ma della musica e d'altre scienze nelle quali ei si mostra

versato. Le lettere, ove parla egli della musica, sono la 92, 124 e 151.

Tra molte sue opere di meccanica si fa menzione di un organo idraulico

di sua invenzione, nel quale l'acqua scaldata produceva i suoni (_V.

Tiraboschi tom. 3_).

SOLONE nacque a Salamina, ma il desiderio di colta educazione lo fè

trasferire da ragazzo in Atene. S'istruì nell'armonia e nella scienza

de' costumi e della politica, e diede di tutto i più luminosi saggi.

Incaricato dal Senato di formare un nuovo codice di leggi, egli vi diè

opera con tal senno e prudenza, che ne' giorni festivi i ragazzi si

radunavano a cantarlo nel tempio. Si sa che le leggi in que' tempi

componevansi in versi e cantavansi in musica (_V. l'artic. di Dracone_).

Platone nel _Timeo_ dice di aver egli cantato il codice di Solone in

questa circostanza insieme con gli altri ragazzi; assicurandoci che la

melodia de' suoi canti era così particolare, che se gli sconvolgimenti

degli Ateniesi non l'avessero disturbato, Solone sarebbe da paragonarsi

con Omero, ed Esiodo per la leggiadra armonia delle sue composizioni.

Solone morì a Cipro in età di 80 anni sei secoli prima di G. C.

SPERANZA (l'Abbate), uno de' più profondi teorici, e de' più illustri

discepoli del maestro Durante, teneva scuola di musica in Napoli sua

patria nella metà del p. p. secolo. A mostrare la di cui celebrità,

basterebbe il dire essersi in essa formato il rinomatissimo Zingarelli.

“Per avvezzare gli scolari, _dice il dotto Carpani_, a trarsi d'impaccio

speditamente, ecco il metodo che soleva adoperare il celebre abate

_Speranza_ di Napoli. Egli obbligava il suo discepolo a comporre trenta

volte di seguito, e variando tuoni e tempi, la stessa aria senza uscire

dal carattere prescritto dalla poesia. La cosa è fattibile dappoichè

trenta diversi maestri possono comporre sulle medesime parole, far

ognuno un'aria confacente alle medesime, e nessuno aver fatto la musica

dell'altro. Un bell'esempio di ciò ne abbiamo di recente in quella

arietta messa in musica da cento e più maestri, e stampata dal _Mollo_

in Vienna. Ma trarre da una sola testa e di seguito trenta cantilene

diverse sulle stesse parole è cosa, come ognuno vede, scabrosissima. Di

questa fatta il detto _Speranza_ addestrò il rinomato Zingarelli, ec.”

(_Lett. 3_).

STAT (M.), di nazione tedesco, cel. professore ed improvvisator di

violino, venne in Italia sulla fine dello scorso secolo: fu in Milano

alla corte di Ferdinando arciduca d'Austria. Oltre a più pregi necessarj

per ben distinguersi su quell'istromento, che eminentemente trovavansi

in lui riuniti, faceva nel suonare anche uso del pollice, di che

ricavavane non indifferenti vantaggi. Viaggiò per tutta l'Italia, ed

essendo in que' tempi assai illustre la riputazione del Pugnani, recossi

a Torino. Ammesso in un'accademia, dove quel virtuoso eseguir doveva in

presenza de' Sovrani un suo concerto dopo aver riscosso costui i più

grandi applausi dalla corte e da tutti gli astanti, M. Stat pregò

Pugnani che gli permettesse di suonar quel concerto medesimo, il che

ottenuto capovolse la carta, e l'eseguì con tal franchezza, espressione

e forza, che si trasse de' replicati viva, non che l'ammirazione di

quanti eran presenti: ma al Pugnani sopraggiunsero così gagliarde

convulsioni, che fu costretto ad uscirsene dalla sala. Siffatto aneddoto

è il più grande elogio che far gli si possa.

STELLINI (P. D. Giacomo), chierico regolare de' Somaschi, di Cividal nel

Friuli, coltivò le lingue greca e latina, la poesia, la storia, la

musica, le matematiche e la teologia. Fu professore di Morale

nell'università di Padova, ove contrasse singolare amicizia col cel.

Cesarotti e quindi morì l'anno 1770. Tra le sue opere stampate in Padova

dopo la di lui morte nel 1781, in 6 vol. in 8º, molte cose si trovan

sulla musica, che possono leggersi con profitto.

TESTORI (Angelo) da Milano, quanto brutto di persona, altrettanto

amabile cantante di soprano è stato molti anni alla corte di Russia.

Dopo aver guadagnati quivi de' tesori colla bella sua voce è tornato in

Italia a goderne co' suoi ed è tuttora al servigio della R. Cappella di

Milano. Era la sua maniera maestosa ed espressiva, e quel che più

sorprendeva era il suo talento come attore.

VIGANONI da Bergamo, può dirsi il primo de' cantanti di tenore nel

genere comico o di _mezzo carattere_ come dicesi in Italia. Egli si è

spezialmente distinto nel _Matrimonio segreto_ di Cimarosa per l'aria

che fu per lui scritta _pria che spunti in ciel l'aurora_: non vi è

stato teatro dove non gli si sia fatto cantar questo pezzo, senza

produrre lo stesso entusiasmo e furore della prima volta. Viganoni è

stato lungo tempo in Londra dopo aver girato per tutta quasi l'Europa:

alla sua sublime maniera di cantare univa gran talento nell'azione, e

sapeva sulle scene far divenire interessante la sua persona. Egli vive

oggidì molto agiatamente in la sua patria all'età di 65 anni. Gli

s'imputa alcun poco d'avarizia; ma a fare il suo elogio basta il

proverbio ch'eravi in Italia: _David per il serio, e Viganoni pel mezzo

carattere._

Dizionario storico-critico degli scrittori di musica e de' più celebri artisti, vol. 4 Di tutte le nazioni sì antiche che moderne · 第 14 / 17 段