PUNIZIONE

Gustavo Caimi posò la tavolozza, si alzò, indietreggiò lentamente con

gli occhi fissi sul suo dipinto.

— Mi par finito — diceva tra sè, — mi par proprio finito... Ma sarà

poi vero? Non ci vedo più, non capisco più niente. Bisognerebbe che

io avessi la forza di stare una settimana senza mettere i piedi qui

dentro, almeno una settimana...

Il quadro rappresentava al naturale un giovane gentiluomo vestito alla

foggia del 1650: farsetto nero, calzoni neri, calze e scarpe pur nere,

tutto quanto guernito di merletti stupendi. Appoggiato al davanzale

d’una finestra, guardava nella strada; l’atteggiamento significava il

concetto dell’artista; lo significava ancor più chiaramente l’aria del

volto, in cui si leggeva un’aspettazione appassionata, speranzosa,

dolcissima. Il fondo era una camera con alcova, piena d’ombra e di

mistero. Il disegno, franco e corretto, appariva assai diverso da

quello comune a molti artisti del giorno d’oggi: disegno timido a un

tempo e sprezzato, incerto insieme e angoloso. Il colore era condotto

sapientemente, largamente; ogni cosa eseguita secondo la sua natura e

la sua importanza: la carne, fresca e soda, pareva veramente vivificata

dal sangue; i capelli sembravano morbidi e lisci; le stoffe pieghevoli

e cedevoli al tatto. L’aria diafana, fine, avvolgeva la figura,

circolava per tutta la stanza.

I pittori Landi e Guabelli, lo scultore Ricolfi, amici intimi di Caimi,

avevano già pronunziato scolpitamente la parola: «_Capolavoro_».

— Non hai mai fatto una cosa più bella, più nobile — diceva Landi: —

è fino e forte, è chiaro e intonato, è antico ed è moderno. Non c’è un

neo a pagarlo un milione...

— C’è qualche cosa che annunzia il caposcuola — aggiungeva Guabelli. —

E tant’è, l’hai da mandare a Parigi, questo quadro, l’hai da mandare.

Farà onore all’arte italiana. Manderò anch’io; manderemo insieme.

— Velasquez, Velasquez — sentenziava lo scultore, lisciandosi la

barbetta caprina. — Ma un Velasquez raccolto, misurato, ponderato...

come dire un Velasquez olandese.

Caimi credeva, assaporava gli encomi; ma un po’ per vero amor del

perfetto e per isquisitezza di gusto, un po’ per ostentazione, si

mostrava sempre incontentabile, e continuava a rifinire, ad accarezzare

l’opera sua.

Ma quel giorno era sazio, stufo, ne aveva veramente fino ai capelli.

Pulì la tavolozza, lavò i pennelli, cominciò ad assestare lo studio,

ch’era tutto sottosopra. Assestare significava anche abbellire, poichè

veniva via via cacciando in uno stanzino attiguo molte cose utili sì,

ma disadorne; mettendone in mostra altre inutili, ma decorative.

Di tanto in tanto girava l’occhio intorno con vivo compiacimento; o

andava a porsi davanti a un grande specchio incorniciato d’ebano, e

contemplava sorridendo la sua bella testa ricciuta, la strana fisonomia

improntata di sensualità e di gaiezza, che tanto ricorda quella d’un

giovane fauno.

Aveva cavato da una vecchia cassapanca un bel piviale di raso bianco,

ricamato a fioroni di vaghissimi colori, e stava cercando il modo di

farlo figurare, quando il campanello tintinnì timidamente.

Il pittore andò ad aprire. Si trovò davanti un giovane pallido,

magretto, di statura traente al piccolo, ma ben disposto della persona

e molto elegantemente vestito.

— Disturbo? — susurrò, togliendosi cortesemente il cappello.

— No no, niente affatto — rispose Caimi. — Oggi non ho modello. Vieni

avanti.

— Passavo qui sotto e mi prese il desiderio di salire... Ho sentito

tanto a parlare del tuo bel quadro! Temevo che tu l’avessi già

spedito...

— No, guarda, è ancor lì.

Enrico Raimondi si avvicinò al cavalletto.

— Bello! — esclamò. — Bellissimo! Per quel poco che me ne intendo, mi

pare una gran cosa.

Caimi rispose con un brontolìo inarticolato, che si poteva prendere

per un ringraziamento, ma che significava invece impazienza repressa e

sazietà di lodi. Soggiunse poi, dopo un momento:

— E tu... che cosa fai? Scherma e cavallo, eh?

— Scherma e cavallo — rispose Raimondi.

— E la sera in società?

— E la sera in società.

— Stanotte ti sarai divertito?

— All’Accademia?... No.

— Come no? È stato un gran bel ballo! Io sono rimasto quasi sino alla

fine. E anche tu, se non isbaglio?

Raimondi non rispose: guardava fissamente Caimi, come per leggergli

nel pensiero. Questi non badava a lui: aveva raccolto fogli, stampe,

disegni sparsi sulla tavola e li ordinava dentro una cartella. Vi fu

un silenzio che si prolungò, divenne fastidioso. Il giovane signore si

accostò all’artista in atto di prender congedo.

— Te ne vai? — disse Caimi, tiepidamente.

— Me ne vado.

— Dunque... a rivederci.

E si strinsero la mano. Raimondi fece alcuni passi, poi si fermò.

— Ero venuto per chiederti un favore — diss’egli piano; — ma vedo che

non è il momento.

Caimi, rivolto a lui, aspettava che si spiegasse. Raimondi aperse le

labbra, poi accennò che non poteva, e barcollò leggermente.

— Tu non ti senti bene — esclamò il pittore. — Che cos’hai?

Il giovane oppose all’abbattimento che lo invadeva un impeto palese

di volontà: stette un istante con i denti stretti, le sopracciglia

aggrottate, poi mormorò:

— Niente, niente... È il solito dolore. C’è della intermittenza nelle

pulsazioni del cuore. Mi passa, mi passa subito...

— Dicevi?

— Dicevo ch’ero venuto per chiederti un favore.

— Parla, parla pure liberamente. Se posso, figurati! Solamente ti

avverto che in questi giorni sono anch’io un po’... un poco alle

strette. Capisci?

— Non si tratta di denaro — disse Raimondi, sorridendo lievemente.

— Se non si tratta di denaro, la va benone.

— No no, ne ho assai più di quanto mi bisogna. Vorrei non aver un

soldo, vorrei esser povero, e non trovarmi... nello stato in cui mi

trovo.

— Ma guarda! chi l’avrebbe detto!... Però, se non ti spieghi...

— Mi spiegherò, mi spiegherò... Ma non è facile. Ti assicuro che non è

facile. Prima di tutto ti devo fare una domanda. Una domanda che forse

ti farà ridere. Non importa. Me lo auguro, anzi. Ridi, ridi pure di me:

ti ringrazio e vado via contento.

— Calma, calma! Sei un poco agitato, un poco nervoso. Mettiti a sedere

e raccontami tutto. Hai avuto che dire con qualcheduno? C’è un duello

per aria?

Raimondi arrossì, poi ridiventò pallido come un morto, e rispose con

voce appena intelligibile:

— No no, niente di tutto questo, niente di tutto questo.

— E dunque?

— Dimmi la verità: tu sei... tu vuoi bene alla signora Spinelli?

Caimi, stupefatto, restò a bocca aperta. Raimondi gli afferrò la mano,

ripetè con forza:

— Dimmi la verità, dimmi la verità.

— La verità, soltanto la verità, tutta la verità?

— Parlo sul serio, sai.

— Oh santo Dio! Cosa vuoi che ti dica? Distinguo, ecco, distinguo:

se intendi dire che mi è simpatica, che mi piace, sta bene; ma se

intendi...

— Ti domando se ne sei innamorato.

— Innamorato? Per tua regola, non lo sono stato mai.

— Però le fai la corte.

— Questo non vuol dir niente.

Il viso di Raimondi cambiò ancora.

— Come? — esclamò. — Non vuol dir niente? Ma vuol dir tutto! Perdonami

se ti parlo a questo modo, in questo tono, ma non misuro più le cose.

Lo vedi, eh, che non misuro più le cose? Ma poichè ho cominciato,

lasciami finire. Ti dico ciò che mi pesa, ciò che mi punge. Sarà quel

che sarà. Ci conosciamo da tanto tempo! Siamo stati a scuola insieme;

allora eravamo amici, molto amici, poi a poco a poco il destino ci ha

separati. Separati no, dico male, ci siamo sempre veduti, ma... Via, la

vita è la vita. Però non c’è stato nulla di violento tra di noi, nulla

d’amaro. Tu ti sei messo a lavorare; io sono rimasto uno sfaccendato.

Tu sei celebre, oramai; io invece... Lasciami dire, lasciami dire.

È la pura verità. E non mi hai in nessuna considerazione. Voi altri

uomini di ingegno siete tutti così: disprezzate i mediocri, perchè la

natura non li ha favoriti. Non ridete d’un guercio, d’un gobbo, d’uno

sciancato, e ridete spesso spietatamente di noi! Ma non è colpa nostra

se... Lasciami parlare, lasciami sfogare: dopo sarò più tranquillo...

Vedi, io sento la mia disgrazia, e questo è terribile. Dio sa se vorrei

distinguermi, segnalarmi, levarmi a volo... ma ho le ali spennate. E

l’è dura. In conclusione: tu sei infinitamente più ricco e più felice

di me.

— Non capisco.

— Tu hai tante cose, io non ne ho che una, una sola, e vivo torturato

dal timore di perderla. Se la perdessi...

Gli mancò la voce. Si mise a camminare nervosamente su e giù, a capo

chino; a un tratto andò a guardare uno studio a pastello appiccato al

muro, e rimase immobile.

Caimi, sdraiato sul divano, tentennava il capo con un misto di

compassione, di rammarico, di tedio. Alla fine si alzò, e andò a

mettere una mano sulla spalla del giovane.

— Cos’hai? Piangi?

Non ho che un sentimento — mormorò Raimondi con voce spenta; — non ho

che il mio amore per la signora Spinelli. Questo solo mi attacca alla

vita, questo solo... Se io vi dovessi rinunziare, non so cosa farei...

— Andiamo, andiamo! Adesso basta, diavolo! Bisogna essere uomini...

sopra tutto quando si tratta di donne. Credi a me, non mette conto di

perdere la testa. No, per bacco! E poi... poichè ti dico che non sono

innamorato...

— La tua parola, che non sei innamorato!

— La mia parola.

Raimondi si voltò, stese le braccia al collo dell’amico.

— Grazie! — esclamò poi, con tale effusione, che il pittore, per

un momento, si sentì sinceramente commosso. — Grazie! Hai ragione;

adesso basta. Cosa vuoi? Sono un bambino, un pazzo, un imbecille. Sei

anni, vedi: le voglio bene da sei anni! Non ho mai avuto la forza di

allontanarmi, mai. Sono d’una debolezza indegna, umiliante: una vera

vigliaccheria. E la signora lo sa: sa che può far di me tutto quel

che vuole, e naturalmente... Non ch’ella sia cattiva, ma è donna,

terribilmente donna; e quando ha qualcun altro vicino, se la gode nel

vedermi patire. Ieri sera, per esempio, c’eri tu; e mi ha fatto dannar

l’anima. È per questo che sono venuto. Sono qui per pregarti di non

secondarla nei suoi capricci...

— Ma sì, ma sì, ma se ho capita! E sta bene, farò quel che potrò. Non

posso promettere di più. È chiaro, eh? O non andarci nel mondo, o far

quel che fanno tutti; non c’è via di mezzo. Se avessi saputo, se avessi

potuto prevedere, non mi sarei lasciato presentare... Quel che è fatto

è fatto; adesso non posso sfuggirla senza passar per ineducato.

— Ma certo, ma certo! Ed io non voglio questo, non lo voglio per nessun

conto. E poi non sei già solo: sono parecchi quelli che le ronzano

d’intorno. Però mi pareva che ultimamente tu ti fossi fatto più assiduo

con lei... Insomma basta, basta, basta! Scusami, perdonami e... e non

dimenticare quello che ti ho detto.

— E come vuoi ch’io dimentichi...

— Siamo intesi, siamo intesi. E stasera che fai? Vieni al Regio?

— Forse sì, forse no. Vedrò più tardi.

— Ci rivedremo presto, eh? Vuoi?

— Figurati!

*

* *

Rimasto solo, il pittore aprì un armadietto, prese una boccia, si versò

un bicchierino di rhum e lo vuotò in un sorso. Questo lo disponeva a

riflettere. Dopo di che si buttò di nuovo a giacere sul divano, con le

mani dietro la nuca.

— Ouf! — fece egli, gonfiando le gote e mettendo un lungo soffio. — Che

parole, che gesti, che scena! Non mi ha lasciato quasi aprir bocca, ed

è andato via contento. _Siamo intesi, siamo intesi_... No, caro; non si

può, così da un momento all’altro, voltar le spalle a una donna, perchè

salta il ticchio a un amico di dichiararsi cotto di lei. Non si può,

non si può, non si può!... Voltar le spalle alla signora Emma Spinelli?

Fossi matto!

Il nome chiamò, suscitò l’immagine. La signora Emma gli apparve

subito, gli apparve tutta, colle attrattive sue proprie, dolcemente ed

ardentemente inclinata ad amare...

E dire che v’era stato un tempo in cui usava rispondere a chi gli

domandava il suo parere: — Peuh, sì, è una bella signora... come ce ne

sono tante! — Ed ecco che un giorno, essendosi per caso imbattuto in

lei a una svolta, s’era sentito subitamente sopraffare da un intenso

desiderio di occuparsi di lei e di occupare lei di sè. Allora aveva

incominciato a frequentare i luoghi ove sapeva di trovarla, studiandosi

di farle intendere perchè vi andava, ma senza avvicinarsi, senza

attaccar corrispondenza di sorta. Egli, che non aveva suggezione di

alcuno, spesso si compiaceva nel parer rattenuto, timido, riguardoso.

Una tal sera, la sala della casa Morelli d’Iviglio era piena di persone

e lieta di svariati ragionamenti. La signora Spinelli osservava il

ritratto della padrona di casa, opera novella di Giacomo Grosso; vari

signori le facevano corona, e discutevano intorno alla rassomiglianza

senza trovar la via d’intendersi. Ad un punto ella si spiccò da loro,

andò dritta dritta a Caimi, che la stava contemplando a distanza, e lo

pregò di dare il suo giudizio.

La conoscenza personale era fatta.

Presto fu fissato che l’artista potesse andare in casa Spinelli una

volta la settimana, non di più; ma siccome vivevano mondanamente tutti

e due, ed appartenevano alla stessa società, avevano agio di trovarsi

al passeggio, al teatro, ai balli, ai pranzi, alle conversazioni,

in visita, nelle chiese... e talora nei musei. Caimi faceva la sua

corte regolarmente, pacatamente, senza furia, senza gelosie, senza

abbandonarsi mai. Egli girava intorno al paradiso terrestre pian

pianino, con le mani in tasca, dando di tempo in tempo un’occhiatina

sopra la siepe per vagheggiare i bei fiori e le bellissime frutta,

ma senza indagare se la porta fosse chiusa o soltanto accostata. Era

temenza, calcolo, astuzia, capriccio? Un po’ di tutto, forse. Egli non

sapeva ancora fino a che punto l’amabile signora potesse confermare

la sua riputazione di donna leggiera, capace di singolari ed ardite

fantasie; di più era di quei tali che — beati loro! — non dubitano mai

di sè stessi, sanno padroneggiarsi, e trovar nell’attesa un misto di

dolce e di amaro che stimola ed accende i loro appetiti.

*

* *

Però, da qualche giorno, pareva a Caimi ch’ella si venisse cambiando:

si mostrava nervosa, irritabile; parlando con lui, passava da un tono

dolce ad un tono brusco senza ragione, senza transizioni; aveva certi

scatti curiosi, certi alti e bassi che si potevano attribuire tanto ad

una natura stravagante e bisbetica, quanto ad un pensiero nascosto, ad

un dispetto che la rodesse. Chi sa? Questo significava forse ch’ella

cominciava ad annoiarsi, e ch’era venuto il momento di mutar registro.

Alla festa di ballo della notte passata, ella lo aveva accolto e

trattato freddamente fino a una cert’ora; poi lo aveva chiamato

a sè, e lo aveva voluto vicino, come se la sua presenza le fosse

divenuta subitamente indispensabile. Al momento di separarsi (a piè

dello scalone, mentre i servitori chiamavano le carrozze, e i cavalli

entravano nell’atrio scalpitando, impennandosi, facendo un fracasso

indiavolato), egli le aveva domandato come al solito: — Quando ci

rivedremo? — Non aveva ricevuta altra risposta che una stretta di mano,

ma così significativa, così elettrica, così promettente, che gli si era

come propagata dal braccio a tutta la persona, mettendogli un brivido

fin nei capelli.

— Che donna, che donna! — pensava egli, sempre lungo disteso sul

suo divano; e, chiudendo gli occhi, sentiva ancora il busto tepido e

flessuoso stringersi e dilatarsi sotto il suo braccio; poi, astraendosi

dai ricordi del ballo, immaginava di tener avvinghiata la bella

persona, tutta libera e tutta sua, e susurrava parole d’amore, e

porgeva le labbra...

Ma... e Raimondi?

Appena questo nome si fu gettato a traverso di quelle cupide fantasie,

i pensieri molesti arrivarono a furia. Caimi si rizzò bruscamente a

sedere: — Eh sì, ora che ci penso, quel poveretto si è sempre mostrato

sommesso, devoto alla signora... fino all’avvilimento. E molte volte

mi sono anche accorto che soffriva sul serio. Ma, santo Dio, il mondo

è pieno di gente che soffre! Siamo nati per questo! Lui poi non ha

ragione di lagnarsi. Quando uno vuol vivere tranquillo, non si dà anima

e corpo alla signora Spinelli. Basta guardarla negli occhi, diamine! È

una di quelle donne che quando hanno nelle mani un cuore lo voltano, lo

rivoltano e lo fanno girare come una trottola. Dovevi stare in guardia,

caro. La colpa è tua, tutta tua. Non hai ragione di lagnarti, e tanto

meno di pigliartela con me. Vediamo un po’: — Ti piace la signora

Emma?... Ebbene, piace anche a me. — Dunque avanti! passo di carica.

E chi ha più filo, farà più tela... Però, al vederlo così, pativo per

lui. È per questo che ho promesso... Adagio un poco: promesso che? Non

lo so neppur io. Ho promesso perchè bisognava pur dir qualche cosa. Ho

promesso in astratto, perchè se dovevo venire al concreto, eh eh!...

Insomma, sgarbatezze non ne ho mai fatte e non ne farò mai. Starò

passivo, inerte, fingerò di dormire. Non posso fare altro, amico caro,

e tu non puoi pretendere di più. Bada però che con questo potrebbe

darsi che io versassi petrolio sul fuoco, e allora... oh allora...

S’era rimesso supino ed aveva già sbadigliato più volte; sbadigliò

ancora e poi si addormentò.

*

* *

Una scampanellata; un’altra subito più aspra e vibrante. Caimi

sobbalzò, si fregò gli occhi, corse ad aprire.

La signora Emma Spinelli era lì, con la mano alzata, pronta a suonare

una terza volta.

— Presto! — diss’ella, pestando i piedini. — Cosa faceva? lavorava?

dormiva?

E perchè il pittore, ancora trasognato, indugiava a rispondere, ella

diede un passo indietro e soggiunse abbassando la voce:

— Lei non è solo!

— Altro! — esclamò Caimi, riscotendosi. — Solo, solissimo. Venga

avanti, mi faccia il favore.

La signora scivolò nello studio, fece un largo giro, voltando la

testina a destra e a sinistra come un vispo uccellino curioso, poi si

lasciò andare sopra una sedia a bracciuoli.

— Bene — diss’ella, guardando sempre intorno. — È bello qui, è

elegante; mi piace.... Senta un po’: dunque lei non mi aspettava?

— Oh! siate mille volte benedetta! — mormorò il pittore accostandosi.

— Lei non mi aspettava? Risponda.

— Veramente...

— Bravo!

— Scusi, ma non potevo sapere...

— Doveva indovinare. E il cuore? Non le diceva niente il cuore?

— Sì sì, ma non osavo crederci...

— Meno male: questo l’ha detto bene. Adesso bisogna che io mi

giustifichi. Cioè, ch’io giustifichi la mia venuta. Taccia!... Lei sa

ch’io dovevo condurre con me mia sorella?

— Io?!

— Eravamo rimasti intesi così.

— Quando?

— Non andiamo a cercar quando. Il fatto è questo: io dovevo venir qui

con Elvira. Infatti sono passata per prenderla; ma essa era già uscita

con suo marito. Confesso che mi ero dimenticata di avvertirla. Allora

ho pensato: Caimi mi aspetta. Perchè credevo ingenuamente che lei mi...

che lei ci aspettasse.

— Infatti avevo come un presentimento.

— Zitto! Non dica bugie: io le detesto. E sarei arrivata prima, se

sotto i portici (cosa mai mi è venuto in mente di passar sotto i

portici!) non mi fossi intoppata in un amico, un amico di casa, che

m’ha voluto accompagnare ad ogni costo.

— Enrico Raimondi — disse Caimi, spensieratamente.

La signora Emma si voltò di schianto, gli piantò gli occhi in viso.

— Toh! — esclamò. — Come fa a saperlo?

— Eheh! lo immagino.

— Ebbene lei sbaglia. Raimondi non c’entra, non c’entra proprio. Ho

detto un amico di casa. In casa nostra non ci viene solamente Raimondi.

Potrei aver incontrato Bianchini, o Perlasca, o il tenente Scarano. Che

ne sa lei?

— Io non so niente...

— Dunque taccia. Andiamo avanti. Sa come ho fatto per levarmi d’attorno

quell’importuno? Sono andata dalla mia sarta. L’altro insisteva; voleva

aspettar sotto. Gli dichiarai che avevo da provar tanta roba, e che mi

sarei trattenuta Dio sa fino a quando. Non ho fatto altro che salire

e discendere. Non l’ho più visto, ma mi rimane tuttavia qualche dubbio

che invece d’allontanarsi non m’abbia seguìta!

Caimi tacque; aveva sempre l’immagine di Raimondi fissa nel pensiero.

— Adesso vado via — ripigliò la signora, dopo un momento.

— Oh! — fece il pittore. — E perchè?

— Non sono tranquilla, non sono punto tranquilla.

— Diavolo!...

Ella si alzò, fece alcuni passi verso l’uscio, poi tornò bruscamente

indietro.

— Ma guardi! — esclamò. — Me ne andavo senza vedere il suo quadro; il

suo capolavoro!

Lo chiamava anch’essa così!

Il pittore la fece sedere sul divano, e girò premurosamente la tela, in

modo ch’ella potesse considerarla a tutto suo agio.

La signora diede in una esclamazione di schietta maraviglia; quindi,

dopo essere rimasta alquanto assorta nella contemplazione dell’opera,

accennò al pittore di sederle vicino e gli fece animatamente alcune

osservazioni, le quali provavano ch’ella non difettava affatto nè di

sentimento nè di vero gusto d’arte. Caimi beveva la lode; e intanto

l’emanazione sottile, soave, fragrante del bellissimo corpo gli

penetrava nel cervello insidiosamente, e glielo infocava.

— Dio! — continuava la signora, con sempre maggior entusiasmo. — Che

bellezza! Siete un grande artista, Caimi, siete un grande artista. Vi

farete onore, ed io ne sarò felice, tanto felice! Lo credete, eh? Come

son contenta d’essere venuta! Come son contenta d’essere qui! — La sua

voce divenne languida, piena di espressione: — Oh! — mormorò ancora,

affissandosi nel giovinetto dipinto. — Com’è bello! Troppo bello!

Par vivo. Adesso basta. Lo volti dall’altra parte, lo volti. Ne ho

suggezione...

*

* *

La mattina dopo, Caimi si svegliò all’ora solita, ma non coi soliti

pensieri. L’immagine della signora Spinelli gli tornò subito viva

nella mente, non accompagnata però da alcun senso di affetto o

di gratitudine: non la odiava nè la disprezzava, gli era divenuta

indifferente, affatto indifferente, come non ci fosse tra loro nessuna

specie di legame. Anche la faccia smorta di Raimondi fu tosto presente;

le sue parole gli risonarono novamente all’orecchio, confuse sì, ma con

un significato grave, profondo, quasi minaccioso.

— Oh! — diceva tra sè il pittore, combattendo rabbiosamente l’uggia che

lo stringeva. — Alla fin dei conti che diritto ha colui d’occuparsi

dei fatti miei? Che cos’è per me? Un compagno di scuola e nulla più.

Che cos’è per la signora Spinelli? Un amante? Forse sì, forse no. E

poi cosa importa? Perchè mi tormento? Ho avuto ben altre fortune e...

Ma non mi sono mai sentito così. Cioè cioè, chi sa? Può darsi che

queste fanciullaggini mi siano già passate per la mente altre volte, e

che io ne abbia perduto totalmente il ricordo; vero segno che... che

sono fanciullaggini. Non voglio rompermi il capo: no, perdio! Quello

che è stato è stato: non pensiamoci più... Non pensiamoci più? Presto

detto! E se qualcuno volontariamente o involontariamente mi ci facesse

pensare?

Questo _qualcuno_ era naturalmente Raimondi, il quale poteva benissimo

aver concepito qualche nuovo sospetto, poteva addirittura aver spiato,

o fatto spiare, la signora Spinelli e, chi sa? fors’anche sapere

ch’ella avea passata un’oretta nel suo studio.

— Capaci di tutto, questi amanti sentimentali, questi spasimanti

sdilinquiti, capaci di tutto!... Battista! Battista!

Il servitore venne e si fermò sulla soglia.

— Stamattina non vado allo studio — soggiunse il pittore; — forse non

esco di casa; però non ci sono per nessuno, ricordati, venisse il Padre

Eterno in persona.

— Sì signore.

— E... adesso portami qui la valigia.

— Quale? La piccola o la grossa?

— La piccola, la piccola, diavolo! Vado a Milano. Starò fuori tre o

quattro giorni... cinque o sei al più... Senti, portale qui tutt’e due.

Battista uscì, e Caimi si diede una fregatina di mani. L’idea di

andarsene, nata lì per lì, accomodava tutto, conciliava il gran bisogno

ch’egli sentiva di svago e di riposo, con la necessità di non lasciarsi

trovare.

*

* *

Durante i preparativi della partenza, Caimi cambiò pensiero.

— Che Milano d’Egitto! Troppo vicino, troppo vicino: non mette conto di

muoversi. Perchè non andrei a Parigi? Una diecina di giorni a Parigi?

L’amico Rosati mi vedrebbe con tanto piacere!...

E partì per Parigi.

Vi restò due settimane; visitò gli studi di parecchi artisti, frequentò

i musei, andò attorno per la città di giorno e di notte, ora solo,

ora in allegra compagnia, dimenticò Raimondi, e dimenticò anche più

presto e più facilmente la signora Spinelli. (Parigi gli parve pieno di

signore Spinelli...). Poi un bel giorno si sentì risvegliar dentro il

diavolo dell’arte, e provò una gran bramosia di rivedere il suo quadro

e confrontarlo mentalmente con quelli che aveva ammirati e studiati.

Prese congedo da Rosati, dalle nuove conoscenze maschili e femminili, e

si rimise in viaggio.

Arrivò a Torino nel pomeriggio di una tepida e chiara giornata di

febbraio; trovò il fido Battista che, avvisato da un telegramma, lo

aspettava alla stazione.

— Niente di nuovo? — domandò quasi ansiosamente, dandogli la coperta e

la valigia.

— Niente, no, signore.

— Sei stato allo studio?

— Sì signore: tutto in regola, tutto all’ordine.

— Venuto nessuno?

— Nessuno.

— Molte lettere?

— Gliele ho spedite a mano a mano che arrivavano.

Benissimo: meglio di così non poteva andare.

Giunto a casa, Caimi si lavò, si mutò e stava per uscire, quando

Battista gli porse alcune carte.

— Cosa sono? — chiese il pittore.

— Lei mi aveva detto di non mandar che le lettere, le sole lettere:

questa è tutta roba a stampa.

Caimi prese le carte e cominciò a guardarle distrattamente l’una dopo

l’altra: erano annunzi, partecipazioni, circolari scadute e senza

importanza; alla fine non restò più che una grossa busta listata di

nero. Aperse anche quella e lesse:

=Enrico Raimondi=

_cessava improvvisamente di vivere oggi..._

Sentì come un vuoto nel capo, un subito mancar del pensiero; sgranò

tanto d’occhi in faccia a Battista.

— Già — mormorò il servitore, — questa è arrivata il giorno dopo la sua

partenza. Avrei fatto bene a mandargliela, eh?

— Basta; va via.

Battista scomparve.

Caimi cadde sopra una sedia, incrociò le braccia, chinò il capo sul

petto. Quanto tempo sia rimasto così, non lo seppe mai. Repentinamente

il bisogno di prendere ragguagli, di acquistare notizie, lo punse, lo

saettò; diede ancora un’occhiata al foglio funereo, e discese le scale.

Mentre usciva in istrada, passava una vettura vuota. L’arrestò con un

gran gesto furioso, e vi si cacciò, gettando al vetturino l’indirizzo

di Enrico Raimondi.

La giornata finiva quieta e serena; le strade erano piene di gente che

andava e veniva. Cammin facendo Caimi guardava a destra, guardava a

sinistra, febbrilmente, smarritamente, cercando di mettere in sesto i

pensieri.

— Raimondi è morto — diceva tra sè; — questo è certo, non posso aver

dubbio, non posso credere a un errore, è impossibile che si tratti d’un

altro, che si tratti d’un omonimo. È finita, è morto... Sì, ma come? È

questo ch’io voglio sapere, è questo, è questo!

La vettura rallentò il corso, si fermò. Il pittore saltò a terra, entrò

sotto il portone, andò rapidamente fino al cortile e tornò indietro

pian piano. Che fare adesso, che fare? Rivolgersi al portinaio? Salire

addirittura al quartierino abitato dal defunto? Gli pareva di dover

prendere una decisione d’un’estrema gravità.

— Scusi — disse accostandosi un vecchio, che aveva sulla schiena un

vistoso rilievo: — chi cerca? Il portinaio sono io.

— Cerco... cerco il signor Enrico Raimondi.

— Ah!... Ma il signor Raimondi non sta più qui. È al camposanto da

quindici giorni. Non lo sapeva? Possibile che non lo sapesse? Oh questa

è bella! Eppure l’hanno messo sulla gazzetta. Si figuri un po’ se

non l’hanno messo! Mettono tutti quelli che muoiono, ricchi e poveri,

grandi e piccini... — S’interruppe per rivolgersi ad una donnetta di

mezza età, che passava con una sporta. — Sora Zita, ha sentito? Questo

signore vorrebbe parlare col signor Raimondi!

— Oh! — fece colei, fermandosi su due piedi. — Ma guardi! Vorrebbe

parlargli, e lui non c’è più. Se n’è proprio andato, sa. La mattina

del 5, entrando nella stanza per svegliarlo, Tom l’ha trovato freddo.

Tom era il suo domestico. Lo chiamano tutti così, ma il suo vero nome è

Tomaso, Tomaso Poirino...

— E poi? — disse Caimi, che avrebbe voluto incalzare di domande quei

due e non poteva quasi fiatare.

— Eh! — riprese il portinaio. — Tom è uscito sulla scala ed ha chiesto

aiuto. Io sono salito subito...

— E che cosa avete visto?

— Ho visto... quello che aveva già visto Tom. Dopo sono corso in

farmacia a cercare un medico.

— E il medico?

— Ha trovato che non c’era più niente da fare.

— Ma avrà visitato il corpo, avrà scoperta la causa...

— La causa? — gridò la donna. — La causa della morte? La rottura d’una

vena dentro lo stomaco. Il medico l’ha detto chiaro e tondo con me; ed

io sono stata contenta. Sa perchè? Perchè così ho potuto sbugiardare

quelli che assicuravano che si era avvelenato, che si era tirato un

colpo nella testa...

— Grazie! — susurrò Caimi, voltando le spalle e tornando prestamente

alla vettura. Comprendeva adesso quanto dianzi avesse paventato di

sentirsi dire: — Il signor Raimondi non è morto, si è ammazzato. — E

non avrebbe avuto bisogno di chieder altro: che mai poteva spingere

quell’infelice a togliersi la vita, se non la certezza del tradimento

di colei ch’egli idolatrava? Ma invece la morte era avvenuta per legge

di natura: dunque rimpianto sì, ma non rimorso; l’affanno, che lo

stringeva alla gola, scemava e svaniva.

La donnetta gli si era messa al fianco.

— Povero signor Raimondi! — diceva con la sua voce strillente. — Ma

non stava bene da un pezzo, sa. Senta, la sera prima io l’ho incontrato

proprio qui dove siamo. Era giallo come un limone e pareva non potesse

reggersi in piedi. Oh come m’ha fatto pena! Avrà avuto anche i suoi

fastidi, i suoi dispiaceri... Però se c’era uno al mondo che potesse

vivere tranquillo, quello era lui: lui ricco, lui giovane e bel

giovane. Mica tanto bello, simpatico. Guardi: questa casa è grande, sa,

è un vero paese; e ce ne sono delle donne, vecchie e giovani, padrone e

serve: ebbene, non ne conosco una che non si sentisse grillare il cuore

quando lo vedeva; non una, signore!

*

* *

Caimi rivide il suo quadro e ne fu contentissimo: c’era disegno,

colore, rilievo, era veramente l’opera vigorosa e gentile, l’opera

di prim’ordine che aveva immaginata; ma non gli andava più a genio

l’espressione del viso, troppo leziosa, troppo lasciva. Diavolo,

contrastava così stranamente con l’austerità dell’abito, con

l’ombrosità misteriosa del fondo! Come mai non se n’era accorto?

Non pensò d’attribuire il fatto ad un mutamento avvenuto nel suo

intimo, credette d’aver commesso un’incongruenza, uno sbaglio a cui

si poteva rimediare in poco d’ora. Non si trattava che di modificare

pianamente, destramente, qualche linea. Incominciò con animo pacato e

tranquillo. Incontrò difficoltà che non aveva previste. S’imbrogliò,

cancellò, poi si arrapinò lungamente per rimettere le cose nello

stato di prima. Il giorno appresso continuò a guastare per modo, che

alla fine dovette raschiar via tutta quanta la testa. Mandò Battista

a cercare il giovanotto che gli aveva servito da modello. Questi era

stato condannato per furto la settimana avanti. Che fare? Si circondò

di studi e di disegni cavati dal naturale, e si rimise al lavoro.

La forma prima, l’abbozzo era sempre mirabile; sciupava tutto appena

cominciava a cercar l’espressione. Sulla tela, a un viso arcigno

succedeva un viso torvo, poi uno convulso, e uno spiritato, e quello

d’un uomo condotto al patibolo: mai mai il viso bello, mestamente

sereno sul quale aveva fermato il pensiero. Che fare? Che fare? Pregare

un amico di lasciarsi ritrarre? Altre volte, per altre figure, aveva

ricorso a tale espediente con somma utilità; ma ora non sapeva a chi

rivolgersi, non conosceva nessuno i cui lineamenti rispondessero neppur

alla lontana a quelli ideati. Caimi crollava il capo e sospirava: — Ah

se Raimondi fosse ancor vivo!

Raimondi, Raimondi!... Pensava spesso e volentieri a lui; sentiva come

palpitare in fondo al cuore qualche cosa di lui, penetrata non sapeva

come. Era una commozione acuta ed intensa, una commozione non provata

da gran tempo, non provata forse mai. Gli pareva talora che un’essenza

arcana e vibrante palesasse la presenza dell’amico in quel luogo: era

un’impressione da prima blanda e leggiera, che lo occupava tutto a poco

a poco, che lo infiammava e si mutava in tormento. Era lì, era lì, lo

sentiva, ma non lo vedeva; e non solo non riusciva a rappresentarlo,

a effigiarlo, ma neppure a immaginarlo vivo, in atto di agire e di

parlare...

E lavorava indefessamente, duramente, tutto il giorno, tutti i giorni,

levandosi dal cavalletto soltanto per prender un boccone, o quando

non ci vedeva proprio più. La sera andava a letto presto e non gli

si faceva mai giorno per l’impazienza di ritrovarsi davanti al suo

quadro. Le gioie del lavoro hanno del divino; però egli non provava

alcun gaudio: dipingendo gemeva, imprecava, si rammaricava quasi

incessantemente. In certi momenti si cacciava le mani nei capelli e

dava una giravolta, non sapendo più che si fare. I dubbi crescevano,

lo travagliavano crudelmente. Avrebbe potuto mostrare l’opera sua

a qualche collega, ma l’idea sola di scegliere un consigliere, un

censore, gli metteva spavento. Così se la passava tutto il tempo da sè,

chiuso nel suo studio, senza aprire a chi picchiava o suonava.

*

* *

Una mattina, mentre saliva le scale, si sentì chiamare dal basso; si

sporse: Landi e Ricolfi gli accennavano di aspettare.

— Insomma non ti si vede più! — gridò il primo, arrivandogli accanto.

— Si può sapere che cos’è successo? — domandò l’altro, raggiungendoli

sull’ultima branca.

Caimi rispose che non era successo niente, che non aveva niente,

assolutamente niente. I due artisti entrarono con lui nello studio,

andarono diviato al cavalletto.

Il pittore li vide restar come pietrificati; ma invece di accostarsi,

voltò loro le spalle, trasse il temperino e si mise a scrostare una

vecchia tavolozza, fischiettando fra’ denti.

Vi fu un lungo silenzio. Poi Landi susurrò:

— Hai fatto qualche cambiamento, eh?

— Già — rispose Caimi, laconico.

— Mi pare che n’abbia fatti parecchi — soggiunse Ricolfi. — Bene,

bene...

Lo guardavano tutti e due fissamente, sbalorditi e contristati. Dopo

qualche altra fredda parola lo lasciarono solo. Allora Caimi si mosse.

girellò un momento qua e là, giunse davanti al quadro. Come l’aveva

ridotto! Perchè? Non sapeva. Non sapeva più nulla, adesso. Una voce

gli diceva nel cuore: — Ecco, questa era l’opera tua più eccellente...

Tu non salirai mai più a simile altezza, mai più! — A un tratto grosse

lagrime amare gli oscurarono davanti ed intorno ogni cosa; e poichè

aveva ancora in mano la piccola lama appuntata, stese il braccio, la

piantò nella tela e cominciò a squarciare senza pietà.

La falce - Punizione - L'enigma · 第 40 / 46 题