XXX.

«... _Je m’imagine que tous les étages de la maison terrestre sont

occupés: sous l’eau les poissons, l’homme sur le pont du navire,

au-dessus des voiles les oiseaux, au-dessus des ailes les morts._

«_Les poissons ne voient l’homme que lorsque l’hameçon du pêcheur

les tire hors de l’eau; pour eux, voir l’homme, c’est mourir. Nous

aussi, c’est en mourant que nous voyons les morts. — Et qui sait si,

quand nous mourons, ce ne sont pas les morts qui nous pêchent, si

les maladies, les passions, les suicides ne sont pas les hameçons des

habitants d’une zone supérieure, si une bataille n’est pas un bon coup

de filet?_

«_En attendant_...».

Roberto sbadigliò, chiuse l’opuscolo e lo posò sul tavolino che stava

accanto al letto.

— Sicuro! _Les manifestations des esprits_, bel titolo, attraente,

promettente... Ma continuerò domani... Se sarò vivo. Ehi! oggi ne

abbiamo 13! Siam lì!...

Spense il lume e si cacciò sotto le coperte. Cominciò a velar l’occhio,

si smarrì in un breve sopore, ma tutt’a un tratto si risentì e riebbe

il pensiero:

— Ne abbiamo 13... Se domattina Giuseppe mi trovasse qui stecchito,

freddo come un marmo?! Una sincope, un vizio organico, un accidente

qualunque... Perchè no? E posso anche cadere in letargo!

Si sentì correre un brivido nella persona, pensando alla possibilità di

essere creduto morto, chiuso nella cassa, portato al camposanto.

— Ecco quel che avrei dovuto fare! Lasciare qualche ordine, qualche

prescrizione per la mia sepoltura. Bastava una riga. Non ho saputo nè

prevedere nè provvedere. Se muoio, i Degioanni si pappano tutto il

mio. E siamo appena parenti! E non li ho mai potuti soffrire!... E

a Susanna? A Susanna niente, e per tante ragioni. Non credo affatto

affatto ch’ella pensi a me. Ciance! Mi hanno veduto andare alla

chiatta, l’hanno veduta venire al Fortino, ed ecco fatto! Succede qui

come in città: un giovinotto ed una signora si fanno vedere insieme un

paio di volte, e tutto il bel mondo parla, e tutto il bel mondo ride.

Cretini!

«Ma guarda, non ci pensavo! Farei un bel servizio a quella poverina,

lasciandole anche solo un legato, un ricordo! Dio santo, parrebbe una

rimunerazione, un compenso! Mi figuro le chiacchiere, le infamità...

No! Io non devo macchiare la sua riputazione, fare fango del suo onore.

Fortuna che non ho ancora scritto niente! E son pur pazzo a tormentarmi

con queste ideacce! Comincio ad abusar eccessivamente della mia

fantasia. Che dappoco! Che pulcin bagnato! Sicuro: un pulcin bagnato,

_une poule mouillée_. Dormiamo, dormiamo, dormiamo.

Stese le membra, e si sforzò di star quieto nella giacitura in cui si

trovava.

A poco a poco le immagini si offuscarono, presero ad apparire e sparire

a vicenda; le palpebre gli si fecero gravi, le chiuse, si addormentò.

Ma nel sonno le idee seguirono la medesima via. Ecco che gli pareva

di trovarsi in un luogo orrido e deserto, sotto un balenìo da fine

del mondo. Laggiù laggiù il vento mulinava la sabbia, e la sabbia si

agglomerava, diventava una donna. Susanna! Egli le correva dietro come

un disperato, e inciampava in una pietra sepolcrale, poi in un’altra,

in un’altra. Finalmente, quando meno se lo aspettava, si trovava a

fronte a fronte con la forma fuggente.

Essa era tutta d’un bianco di neve.

Le parlava e non rispondeva; le porgeva un foglio (il suo testamento) e

non levava la mano a pigliarlo. Però la mano era sempre lì. Si chinava

per baciarla, e non c’era verso di poterla afferrare.

Voleva gridare; ma dal vedere al non vedere Susanna s’era già

trasformata. Il sognante si figurava d’indietreggiare dinanzi a tre

fratelli della Misericordia, coperti di loro cappe nere, colla buffa

calata sul viso, del quale solo gli occhi apparivano per due buchi

tondi. A quegli occhi riconosceva Baino, Galosso e Tomatis. I tre

spettri mettevano la destra sull’anca e alzavano la sinistra con

l’indice teso verso il cielo.

Solo allora egli si accorgeva d’essere in fondo a un’acqua morta e

melmosa. Un amo penzolava a quattro dita dal suo viso. Voleva chiuder

la bocca, ed invece l’apriva: l’uncinetto di acciaio scorreva giù giù

per la gola e gli si ficcava nel cuore. Si storceva per liberarsi, ma

poi si abbandonava e si lasciava tirar su, follemente desideroso di

veder chi l’aveva preso. E l’ascensione si prolungava nel tempo, nel

vacuo, nel buio...

Alle sette e mezzo, Giuseppe salì pian pianino, si accostò trepidando

all’uscio del padrone, stette a sentire, e poi ridiscese.

Il fittaiuolo e la sua famiglia aspettavano a piè della scala.

— È vivo — disse il servitore: — va, viene e canta come un rosignuolo.

Rocco fece un gran respirone e uscì coi figliuoli; Giovanna rimase e si

lasciò andare sur una cassapanca, ch’era lì presso.

— Eh, poveri noi!...

— Non avete capito? — esclamò Giuseppe. — Ho detto che sta benone.

— Per adesso. Ma io non son niente tranquilla. Tadò ha mugolato tutta

la notte.

— Abbaiava alla luna.

— Le bestie la sanno più lunga di noi.

— Eh via! Non fate l’uccello del malaugurio.

— Io non faccio niente, io. Ma ho un batticuore, un batticuore. Darei

la Mora, che è la più bella vacca della nostra stalla, perchè oggi

fosse già domani.

— Bisogna armarsi di pazienza e aspettare. Questo è un affare

commerciale, sto per dire un pagamento, una cambiale che scade a una

cert’ora. Passata la mezzanotte, possiamo cantare vittoria. Ma prima

no. Io per me, se fossi il padrone, oggi non mi esporrei in nessun

modo. Starei in casa, starei a letto, ben coperto, quieto quieto; e non

prenderei altro che uova. Come Napoleone. In tutto il mangiativo ci può

essere veleno, ma nelle uova no.

— Giusta! E perchè non ha mandato a chiamare il medico? Tenerlo qui, in

una giornata come questa! Io pregherei; io avrei la corona in mano; io

farei un bel voto...

— Cosa volete? Io dico così che il mio padrone ha un coraggio da mille

lire. Pacifico lui! Canta da tenore. Sentite sentite!

Stettero un momento in attenzione, poi la donna si alzò e si fece

all’uscio.

— Ecco la Boscarina — diss’ella, — che viene a veder cosa c’è di nuovo;

ecco anche Pron. Quello è mandato dal sindaco. In paese sono tutti

curiosi di sapere come va a finire la faccenda. Oggi sarà una vera

processione; e domani...

— Via! — susurrò Giuseppe, voltandosi verso la scala. — Ecco il padrone.

Roberto si era svegliato a giorno chiaro, e aveva penato alcun poco a

separare le vane e fugaci visioni del sonno dalle memorie della realtà

e dalle sensazioni esistenti; ma passati quei primi momenti, strigate e

riordinate le idee, aveva provato un misto di sentimenti indefinibili

e nuovi. Non voleva cercare donde ciò provenisse, nè trarne alcuna

conclusione.

— Illusione? Presentimento? Speranza? Non fa niente. Sarà quel che Dio

vorrà. La mia vita è tutta piena di contradizioni: ieri ero un uomo

finito, oggi mi par di rinascere. La giornata è splendida: dunque

Non curiamo l’incerto domani

Se quest’oggi ci è dato goder.

Giuseppe lo aspettava da basso, insolitamente pronto e cerimonioso.

— Oh oh! Alzato presto stamattina, il signor Roberto! Mi rallegro, buon

segno...

— Orsù! — disse il padrone, — dammi da colazione e corri ad

attaccare... Che hai? Cosa c’è?

— Per me... Son qui per ubbidire, io. Ma non le pare che... Sì, dico,

oggi, proprio oggi!

— Spiegati.

— Uomo a cavallo (scusi, neh!) sepoltura aperta.

— T’ho detto d’attaccare, non d’insellare.

— Eh, sì signore, ma...

— Basta.

Roberto fece una bella trottata fino a Bornengo, e tornò a casa sano e

salvo, verso mezzodì.

Dopo desinare uscì in cortile. Si sentiva rifocillato e tranquillo,

disposto alla confidenza e all’abbandono.

Chiamò il fittaiuolo, i due giovani, e volle giuocare allegramente alle

bocce.

Uomini, donne, ragazzi, a due, a tre per volta, passavano davanti al

portone, rallentando il passo, guardando sott’occhio nel cortile, come

chi vuol vedere senza dare sospetto.

Alcuni venivano avanti pian piano, con fare sbadato, gettando piede

innanzi a piede, e andavano a confabulare con Giovanna, seduta

sull’uscio. Altri, più sfrontati e indiscreti, si avvicinavano con

passo franco ai giuocatori, si piantavano lì come per assistere alla

giuocata, e intanto andavano occhiando e sbirciando il giovane signore.

Ma Roberto si divertiva sinceramente, e non badava a loro nè punto nè

poco.

Fatte diverse partite, salutò in giro ed entrò in casa. Salito in

camera, si spolverò, si lavò, e, non sapendo che fare, si distese sul

letto. Lo trovò singolarmente morbido e soffice.

Provava sempre in sè stesso un contento che non sapeva spiegare, si

sentiva in un ben essere pieno e perfetto.

— Insomma — diceva tra sè, — non mi riconosco più. Sono quasi felice,

ed è un gran dire. Purchè non sia un bagliore che poi mi lasci più al

buio di prima...

Chiuse gli occhi, ebbe un ribollimento di pensieri, e istantaneamente

si ricordò d’una conferenza sentita parecchi anni prima a Parigi.

L’oratore era un illustre medico inglese; il tema: _«La morte è sì o

no dolorosa?»_ Non vi aveva mai più pensato, e adesso gli tornavano in

mente, per ordine, i punti principali.

— La morte — aveva detto il medico — non è che un semplice atto

vegetativo. L’inaridirsi delle correnti nervose equivale a un vero

appassimento: l’uomo finisce come una pianta, come un fiore. Il momento

supremo è preparato da una sequenza, da un’infinità di altri momenti

coordinati e cooperanti. L’ammalato entra, nel maggior numero dei

casi, in uno stato affatto sconosciuto a chi è sano: è un languore, un

assopimento, un annientamento graduale di ogni sensibilità e di ogni

forza, che lo rende ora inconscio, ora indifferente. Tutti coloro che

fanno professione di assistere i moribondi: medici, preti, monache,

infermieri, sanno che in generale le agonie sono placide e serene.

La morte non solo non è per niente più penosa della nascita, ma può

essere anche piacevole. Sì, anche piacevole: tutti i pseudomorti, vale

a dire tutti coloro che avventuratamente hanno potuto far ritorno dagli

estremi confini della vita, sono concordi nell’affermare che l’andata è

piana, comoda, facile: un viaggetto di piacere e nulla più.

L’inglese, ottimista e umorista, aveva rallegrato l’uditorio,

raccontando come un suo connazionale, salvato mentre annegava, fosse

poi diventato acerrimo nemico di colui ch’era venuto a rompergli il

corso delle sensazioni paradisiache.

Esaminate partitamente, diligentemente le varie forme dell’asfissia,

dichiarandole tutte amabili o dilettevoli o voluttuose, il medico

aveva concluso citando due versi latini, il cui senso press’a poco era

questo: «Gli Dei hanno nascosto agli uomini le delizie della morte,

affinchè continuino a sopportare pazientemente la vita»; e con due

altri versi d’un vecchio poeta francese:

Agoniser est un plaisir extrême

Et rendre l’âme est la volupté même.

— Oh! guarda — pensò Roberto, — me la sono rammentata tutta la

dissertazione, punto per punto, perfino i versi! Come mai ho fatto

a ritenere tanta roba? Dove l’avevo riposta? Non sapevo, non mi ero

mai accorto d’avere una memoria così tenace, una memoria di ferro. Il

cervello è un magazzino maraviglioso... Ohe! E se questa lucidità di

mente, questo fermento di vigore fossero poi fenomeni morbosi, sintomi

di mal augurio!... Già: il canto del cigno. Ch’io sia proprio tanto

vicino a gustare _le plaisir extrême_?

Saltò giù dal letto e si trovò all’oscuro: anche quel giorno era

passato. Andò nello studio, prese un volume al tasto, e discese nei

salotto. Trovò il lume, trovò il fuoco acceso. Giuseppe mise in tavola

e gli augurò sommessamente buon appetito.

Roberto mangiò di voglia, lasciò sparecchiare, poi riprese il libro.

Era la _Storia di Napoleone_ di P. M. Laurent de l’Ardèche, illustrata

da Orazio Vernet. Una mano, tanto ardita quanto inesperta, aveva

colorito alla maledetta le principali battaglie: fuoco, fumo, sangue, e

un guazzabuglio di divise gialle, rosse, verdi, turchine.

Egli si crucciò, poi si ricordò: con quel libro s’era baloccato per

anni, gli anni della sua infanzia e della sua fanciullezza; l’aveva

maneggiato, scartabellato, deturpato, e non ne conosceva una riga!

Cominciò a sfogliarlo, poi a leggere continuatamente, con crescente

attenzione.

Il tempo passava.

Giuseppe girava per la cucina, mettendo le mani qua e là, armeggiando

senza proposito. Di quando in quando apriva pianamente l’uscio

del salotto, e dava una guardata. Come vide che il fuoco s’andava

spegnendo, entrò, avvicinò i tizzi, ravviò i carboni e aggiunse due

pezzi di legno.

Vi fu un silenzio.

A un tratto Roberto alzò gli occhi: Giuseppe pallido e tutto sgomento,

guardava fissamente la finestra che risponde in cortile.

— Cosa c’è? Cos’è stato?

— Ho intravvisto una faccia — disse il servitore con voce tremante. —

Lì fuori c’è qualcuno che ci guarda; qualcuno che aspetta.

— Rocco forse, o Giacomo, o Giovanna.

— Eh! no signore... Piuttosto... ecco... dico... m’è parso il maestro.

— Ah ah ah! Nientemeno!

— Lei ride, lei se la ride, ma io...

— Figurati! Lo credo, lo credo perchè me lo dici tu.

Qui Roberto chiuse il libro, accese una sigaretta e si alzò.

— Cosa fa? cosa fa? — domandò Giuseppe ansiosamente.

— Oh bella! — rispose il padrone, andando all’uscio. — Mi voglio

sincerare.

— Posso aver traveduto, sa; sono certo di aver traveduto... Perchè

poi... Misericordia!

— Va bene, non importa, prendo una boccata d’aria.

— Senta — balbettava il buon Giuseppe, inchiodato presso al camino:

— vado io, se mai... Che diavolo! Però si guardi, neh! Sor padrone?

Signor Roberto? Aspetti un momento; mi faccia il piacere... Oh santo

Dio!

La notte era serena, l’aria sottile; dove batteva la luna, ogni cosa si

poteva distinguere quasi come di giorno.

Una forma femminile andava lentamente verso il portone.

Roberto chiamò due volte: — Giovanna? Giovanna? — benchè non

riconoscesse nè il portamento nè la statura.

Invece di rispondere o di fermarsi, la figura affrettò il passo, entrò

nell’ombra, disparve sotto la tettoia.

Passarono alcuni momenti.

— Tadò, qua! — disse Roberto.

Il cane gli corse alle gambe con un mugolio flebile, che somigliava al

gemere d’una persona.

— Su! Vieni, andiamo dietro al fantasma... Vieni, Tadò, vieni...

Così dicendo attraversò il cortile, si affacciò al portone, guardò a

destra e a sinistra. Di repente sentì una vampa nel petto.

— Susanna! Siete voi?

La fanciulla si ritirava pian piano lunghesso il muro, come per non

essere veduta.

— Susanna! — ripetè Roberto avvicinandosi. — Siete voi? Siete proprio

voi?

Ella si fermò e rispose:

— Sì signore... Sono venuta a trovare Giovanna.

— A quest’ora! E come mai?

— Eh, lo so che è tardi!

— Non volete favorirmi? Non volete prendere qualche cosa? So che venite

qui di tanto in tanto. Non ho mai avuto la fortuna di...

— Grazie! Felice notte.

— Mi permetterete almeno di accompagnarvi?

— No no no! Non permetto ch’ella s’incomodi.

— Ma io non posso, non voglio lasciarvi andar via così. Diavolo! Non

è più ora da cristiani questa. Potete far qualche brutto incontro:

imbattervi in un vagabondo, in un disertore, in un bandito. So che

siete coraggiosa, molto coraggiosa, ma...

— Torni indietro, torni indietro.

— Ebbene farò come volete, ma... vi seguirò da lontano. Ecco, mi terrò

a rispettosa distanza...

— Torni indietro, mi faccia la carità!

E si scostò impetuosamente.

Roberto si risentì.

— E va bene! — esclamò. — Fate come vi piace. Non voglio noiarvi, io.

Non voglio imporvi la mia compagnia. Fate pure come vi piace.

— Signor Duc — mormorò la fanciulla, voltandosi, — non si offenda per

così poco.

— Più che il fatto mi offende il modo, vedete.

— Una parola scappata...

— Una parola?! Grazie tante!

— Mi perdoni. Pensi che sono una poveretta di campagna, un’ignorante...

— Ma sì! ma sì! Perdono sempre, io. Sono la bontà, la clemenza in

persona. Oggi poi... che può essere l’ultimo giorno della mia vita! Lo

sapete anche voi, eh? Non si discorre di altro. — Trasse l’orologio, lo

guardò al limpido lume della luna, e soggiunse: — C’è tempo, c’è tempo;

posso ancora morire e... rimorire!

Susanna si mosse come chi non ha più altro da dire, nè vuol sentir

altro; e Roberto le si mise a fianco. Non parlarono per un buon tratto;

poi, per un tacito consenso, allentarono il passo.

— Adesso vi ringrazio — disse Roberto, con gran dolcezza.

— Di che cosa?

— Vi siete acquietata, vi siete abbonita, non mi mandate più via. Era

tempo, per bacco! Vi ho sempre trovata così fredda, così indifferente,

così armata di spine! Mi avete sempre trattato tanto male!

— Questo è troppo! — disse Susanna, quasi parlando a sè stessa.

Roberto la interrogò con lo sguardo.

— È troppo! — ripigliò la fanciulla. — Come parla! L’ho già detto: sono

una campagnuola, una povera creatura. Che colpa ne ho io, se...

Le mancò la voce o non osò proseguire.

— Ho parlato per celia — disse Roberto. — Che diavolo!

— Ah lei parla per celia? Se provasse a patir certe pene!

— Che pene?

— Pene di morte, pene che fanno andare il cervello in aria.

— Dite dunque, dite. Su via! Coraggio! Confidatevi in me.

Ella non diè segno d’aver inteso, fece ancora tre o quattro passi, poi

si fermò e lo guardò con gli occhi scintillanti.

— Oggi — susurrò, — è stata una giornata trista, terribile. Ho contate

le ore a goccie di sangue.

— Che vi è accaduto?

— Si ha un bel dire: non credo, non credo, non voglio credere! Ma

quando tutti ripetono la stessa cosa, quando tutti sembrano persuasi...

Stasera, in sul vespro, s’è sparsa la voce che lei fosse malato, molto

malato. Allora...

— Allora?

— A che serve che lei mi tormenti con tante domande? Sono una

sfacciata, ecco tutto.

— Susanna!

— Ero in paese: invece di tornare a casa, son venuta al Fortino. E mi

ci sono trattenuta. Perchè... perchè non so più dove io abbia la testa.

Ora mio padre mi aspetta, mi cerca, si affanna...

— Non pensate a questo, non temete di nulla: gli parlerò io.

— Lei? Oh Vergine santa!

— E perchè no?

— Non sa niente?

— So che vuol farvi sposare un uomo a cui non volete bene.

— Non basta, non basta!

— E che l’ha maledettamente con me.

— Ecco.

— Ci parleremo, ci spiegheremo.

— Dio faccia che non s’incontri con lui!

— Diamine, che cosa mi dite!

— Parlo sul serio. Voglia Dio che non si vedano più! Mio padre è buono,

ha buon cuore, ma è fisso fisso nelle sue idee. Ora poi si è scaldata

la testa. Anime nere, maldicenti ce n’è da per tutto. Un non so chi gli

ha dato a intendere che io... e che lei... Non posso dirlo, non posso

dirlo! Ho già dette tante cose inutili, tante cose cattive, che forse

sono peccati. Ho parlato troppo: si vede che non ho più senso di nulla.

È uno sgomento. È una gran tribolazione. Mi lasci qui. Torni indietro.

Vada via, vada via, vada via, per amore del cielo!

Così detto, si lasciò andare sul ciglione della strada, accanto a un

grosso tronco; e, appoggiata a quello la testa, cominciò a piangere a

calde lagrime.

Roberto aveva provato un’insolita e fortissima commozione, credendo

riconoscere in quella voce, piena d’angoscia e di smarrimento, il

suono vero della passione. E adesso che doveva fare? Rispondere

abbandonatamente, lì per lì?... Differire, temporeggiare?... Prese

a lottare, a lottare per riacquistare la calma, il raziocinio, per

trovare quei capi, quei punti che potevano guidarlo a ben giudicare

quanto avveniva.

— Susanna! Non v’accorate; a tutto si trova rimedio, a tutto...

Ella si riscosse e alzò la faccia: non discerneva nulla per la velatura

del pianto.

— Susanna! Parlate ancora. Dite su... Quando avete cominciato a pensare

a me?

— Subito.

— Subito? Cioè?

— Subito dopo il suo arrivo.

— Oh!... Ditemi tutto.

— Non posso, ora non posso!

— Perchè?... Mentre siamo soli, mentre siamo tranquilli... Fatevi

animo, fatevi forza.

— Dunque sì... dopo il suo arrivo. Una mattina lei è venuto in paese.

Ero in casa di mia cugina: l’ho visto passare e ripassare sotto le

finestre... Non si è accorto di nulla, ma io... E basta. Oggi com’oggi

non capisco ancora bene quello che mi è accaduto. Una disgrazia, una

pazzia, una vergogna... il più gran castigo che Dio possa dare a una

povera ragazza. Ecco. E basta, e basta. Adesso mi trovo persa. Vede?

Parlo senza rispetto, senza ritegno. È così. Oramai è bell’e finita,

non si torna addietro... Sicchè dunque... E lei non pensi più a me...

Voglio dire: dimentichi tutto, dimentichi tutto, per i suoi poveri

morti!

— Ancora una parola!

— Oh Signore!... Con questo coltello che ho nell’anima! E poi, se non

la trovo la parola che significa quello che sento! Se non la trovo!

Questo fu detto con un accento quasi disperato. Roberto, vinto, tacque

e le sedette accanto.

Tadò, ch’era corso avanti, tornò e si coricò ai loro piedi.

L’ora era tarda; la notte quieta; la pace delle cose sacra e profonda.

Roberto si sentiva come tramutato in un mondo diverso; non aveva più

nessuna memoria del passato, più nessuna idea dell’avvenire.

Ma come gli si snebbiò la mente, ricominciò a parlare a Susanna, ora

a modo di chi supplica, ora con frasi tronche, veementi, frammettendo

dolcissimi nomi di amore; e alla fine, smarrito di nuovo ogni lume, le

cinse la vita con un braccio e appressò le labbra al suo viso.

L’atto fu pronto, ma non colse il segno: poichè essa si voltò ratta, ed

egli non sfiorò che i capelli...

Nè l’uno nè l’altra badavano al cane che ringhiava stizzosamente.

— Bravi! — disse tutt’a un tratto una voce secca e vibrata.

Un uomo era là, ritto nel mezzo della strada, come fosse balzato di

sotterra.

Roberto e Susanna si levarono in piedi.

— Ho visto — ripigliò l’uomo, senza muoversi, senza fare alcun atto di

minaccia. — Ho visto. Per Dio! stavolta vi ci ho chiappati!

— Sentite, Michele, sentite! — cominciò Roberto, alzando la mano verso

di lui.

— Niente! Stia indietro, lei! Regolerò poi i conti anche con lei.

Adesso voglio mia figlia. Vieni qui, tu. Animo! A chi dico?

Fece un gesto violento; e Roberto vide luccicare lo schioppo.

— Ohe! ohe! — esclamò. — Calma. Non perdiamo la bussola. Adesso vi

racconterò... vi dirò tutto.

Il chiattaiuolo proruppe improvvisamente nei più alti, nei più orrendi

vituperii.

— Basta! — gridò il giovane signore, indignato. — Vergogna! Contro

vostra figlia. Voi che avete i capelli bianchi. Vergogna!

— Oh! — fece dolorosamente Susanna, giungendo le mani. — Non mi fa

caso: ci sono avvezza oramai.

Il padre l’udì, fu preso da un tremito convulso, che gli tolse di

continuare.

Intanto Roberto era tornato padrone di sè.

— A noi — diss’egli; — facciamola finita. Ho bisogno di parlarvi, ecco.

— Indietro! Non voglio saper niente, non me n’importa niente.

— Vi prego!

— Non scherzo, sa! Ho fatto il soldato... Il mio dovere... e l’onore...

l’onore...

— Fermo!

— Faccio uno sproposito! Faccio uno sproposito!

Qui Michele spianò lo schioppo e mirò a mezza vita. L’atto fu così

furioso, così istantaneo, che Roberto sentì il freddo della morte;

e, per un attimo, vide come protese a sè le larve sinistre dei tre

trapassati.

Susanna mise uno strido, si gettò avanti, gli fece scudo con la propria

persona.

— Scansati — urlò il chiattaiuolo, fuori di sè, — scansati, o tiro nel

mucchio!

Ma mentre indugiava a dar la stretta al grilletto, Roberto, respinta la

ragazza, gli si avventò addosso e abbrancò l’arma.

— Sei matto! — diss’egli a tutta voce. — Voglio tua figlia, io. La

sposo, capisci, la sposo.

Michele rimase un momento immobile, come impietrato, poi scagliò

lontano lo schioppo, e si levò rispettosamente il cappello. Susanna

vacillava con le mani sugli occhi, trasognata, abbagliata...

Nel silenzio ampio, solenne, rimbombavano i tocchi d’un orologio: la

prima metà della notte terminava in quel punto.

La falce - Punizione - L'enigma · 第 39 / 46 题