La mattina dopo, alle otto e tre quarti, il sindaco, accompagnato
dagli assessori e seguìto da un codazzo di curiosi, entrò al _Cavallo
Grigio_, girellò da per tutto, guardò e riguardò il biliardo, poi
prese a interrogare l’ostessa. Costei per un buon poco rispose con voce
fiacca, come sonnolenta, e facendo spallucce; ma a un tratto aprì la
bocca e lasciò andare:
— Ah! lei crede proprio che il maestro sia morto d’un colpo
d’accidente? Ma niente affatto! È morto perchè doveva morire, perchè
non poteva farne a meno. Quello che è scritto lassù non si scancella,
non c’è modo di scansarlo. E lui, Tomatis, aveva l’appuntamento. Non
capisce? Sì signore: l’appuntamento. Voglio dire così che il mio uomo,
buon’anima, e Galosso e Tomatis e il signor Duc, qui in questa stanza,
a dì tanti del mese di agosto, hanno fatto l’accordo, si son data la
gran promessa di trovarsi tutti insieme nell’altro mondo.
Vi furono degli Ah! degli Oh! degli Uh! I presenti si guardavano l’un
con l’altro maravigliati.
— Una scommessa, eh? — No, non una scommessa, come dire una
convenzione. — Euh! ma è grossa! — Cose da matti. — Io già non la bevo.
— Neanche io. — Come volete che quattro persone sensate, giudiziose...
Oibò! — Eh, caro mio, dove entra il bere, esce il sapere. — Diavolo!
volete dire che fossero in cimberli? — E perchè no? — Ha ragione la
vedova: quello che si scrive in cielo non si scansa. — Bisogna star
preparati. — A chi tocca, tocca. — Zitti! sentiamo cosa dice il vecchio
Lardone. — Oh Dio, racconta un caso simile accaduto cinquant’anni fa. —
E il sindaco? — Strapazza la vedova, che vuol dare a intender fandonie.
Queste e molte altre consimili parole formavano un susurro, un brusìo,
che, uscendo dall’osteria, si propagava prestamente e largamente
all’intorno.
Un’ora dopo, la piazza e le strade erano seminate di crocchi: il fatto
andava per le bocche di tutti, esagerato e aggravato in cento maniere.
Il giorno seguente, durante l’accompagnamento del defunto alla chiesa e
al luogo del suo ultimo riposo, la gente non guardava che Roberto, non
parlava che di lui.
Era un uomo destinato a sparire fra pochi giorni o fra poche ore o fra
pochi minuti. Poveretto, chi sa che tremarella! Che batticuore!
Il venerando Lardone diceva a Roccavilla, che marciava al suo fianco:
— Quel signore lì mi fa ritornar giovane; mi ricorda il tempo in cui
s’impiccava ancora al capoluogo. Già. Si vedeva la carretta venire
avanti adagio adagio, come dire col passo della morte; e dentro, tra
il prete e il boia, un poveraccio scamiciato, color della cenere, che
stralunava, e chiudendo le sue manacce, faceva Gesù, Gesù, Gesù. Ma a
quei tempi, chi ammazzava doveva essere ammazzato. Il castigo di uno
serviva d’esempio a tutti. Già. Ma per adesso...
— Per adesso — rispondeva Roccavilla: — chi vuol giustizia, bisogna che
vada in America. Ecco.
A parlar veramente, Roberto non aveva affatto l’aspetto d’un uomo
condotto all’estremo supplizio, ma bensì di chi segue il feretro di
una persona amata e stimata, d’un caro amico. Un amico sì, povero
Tomatis, forse il più leale, il più disinteressato che avesse avuto
mai. Ne restava privo proprio nel momento in cui, avendolo finalmente
conosciuto, si disponeva ad affidarsi a lui, a lasciarsi guidare da
lui.
Aveva ancora la sua immagine negli occhi, la sua voce negli orecchi:
l’immagine aggrandita, nobilitata, gli incuteva rispetto; la voce
suonava dolce e armoniosa nell’intimo del cuore.
Venuto il momento supremo, la gente si raffittì, si serrò intorno alla
fossa e al gruppo che vi stava vicino, gruppo composto delle persone
più ragguardevoli del paese e dei più stretti parenti del morto.
Calata la cassa nel fondo, il sindaco gittò la prima terra, e diede la
vanga a Roberto. Questi rifece quello che aveva veduto fare, poi piegò
la fronte, affissò lo sguardo nella buca, che si veniva empiendo, e
rimase immobile.
Quando tutto fu finito, la folla uscì dal camposanto, ma invece di
sciogliersi, di tornare verso il paese, indugiava ronzando e fremendo,
come quando spera o desidera di essere scossa da qualche cosa di
straordinario.
Luvotto, Forastelli, Lardone, Roccavilla, fermi presso al cancello,
guardavano curiosamente Roberto, sempre curvo sulla terra bruna che
copriva l’amico.
— Cosa diavolo fa? — diceva Luvotto. — Piange? Prega?
— Pare una statua — osservava Forastelli.
— Già, la statua d’un santo — aggiungeva Lardone; — un santo guerriero,
un martire della Legione Tebea. Però non vorrei trovarmi nei suoi
piedi. Già. E vi dico che non bisogna lasciarlo solo. Non si sa mai.
— Giusta, giusta! — esclamò Roccavilla. — Non si sa mai. La
disperazione manda il cervello a processione. In tutti i naufragi c’è
chi si ammazza per paura di morire. Ecco. Mi ricordo che, trovandomi
sul... sul... sur un bastimento americano...
— Ma io non voglio grattacapi — interruppe il sindaco, — non voglio
scandali. Storie! Stasera arriva il cavaliere Cucchietti, lo sposo di
mia figlia. Non voglio seccature, non voglio malinconie. Adesso glielo
dico: — Signor Duc, faccia tanto il piacere, non rompa le tasche.
— Oh glielo dico fuori dei denti!... Fermi tutti. Zitti. Parlo io.
E andò bravamente incontro a Roberto, che veniva avanti a passo lento,
guardando le lapidi e le croci.
— Signor Duc, bramerei di parlarle da solo a solo; con suo comodo,
però, con suo comodo.
— In che posso servirla? — chiese Roberto, facendosi scorrere la mano
sugli occhi, come per rimuovere una nebbia, una scurità che gli stava
dinanzi.
— Signor Duc...
— Eccomi qui, dica pure.
— Eh, corpo della luna!... Si faccia coraggio.
Passata la soglia del camposanto, Roberto prese a sinistra, per cercare
la scorciatoia che taglia diritto alla strada di Bornengo e quindi al
Fortino.
L’aveva appena trovata, quando si sentì dietro le spalle un — ohohopp!
— che pareva diretto a lui. Si voltò e vide, a una certa distanza, lo
speziale che trottava trottava per raggiungerlo.
— Come mi seccano tutti costoro! — pensò Roberto, fermandosi
malvolentieri.
— Un momento! un momento! un momentino! — diceva Forastelli,
accostandosi. — Amerei dirle una parola.
— Anche lei?
— Anch’io, sì signore. Cosa vuole? Casaletto è il paese delle
chiacchiere. Assurdità e superstizione. Ma la superstizione non mi
spaventa. Me ne valgo, la metto a profitto. Lei faccia lo stesso..
Diamine! è giovane, di complessione robusta... E poi lasci fare a me.
Stamattina, sfogliando un libro antico, ho trovato l’indicazione di
certi ingredienti e delle loro dosi per fare un composto contro l’umor
nero; un composto, direi quasi, esilarante. Senta, lo vuol provare? Una
cucchiaiata ogni due ore. Non può far male e può far bene. Sarebbe una
scoperta, sa. Su via! Coraggio! Io non credo niente, parola d’onore.
Tant’è, adesso vado a casa e apro una sottoscrizione per un banchetto
da offrirsi _All’egregio signor Roberto Duc_, appena... appena passato
il pericolo. Va bene così?
— A meraviglia — rispose Roberto che non aveva capito, nè si curava di
capire.
— Vada franco, eh! Niente paura.
E si separarono.
Roberto aveva già fatto non so quanta strada, quando tutt’a un tratto
gli tornarono in mente le parole: — Niente paura. — Voltò indietro il
viso: lo speziale non si vedeva più.
— Niente paura!? E come c’entra la paura? Cos’ha voluto dire quello
stivale?... Oh santo Dio! Ora che ci ripenso, è la storia del patto
che si è divulgata. Questi signori mi vedono spacciato. Che imbecilli!
Però, bisogna dire che la faccenda prende un aspetto curioso. Caspita!
prima Baino, poi Galosso, poi Tomatis... E va bene. Io farò il
possibile per non seguirli. Della campagna ne ho fino ai capelli, e
perciò domani... Adagio. Non vorrei che si credesse, che si dicesse...
No! Non tornerò in città che alla fine del mese... Niente paura, eh? Vi
farò veder io se ho paura!
Arrivando a casa, scorse Giuseppe, Giovanna e Felice in un canto del
cortile, stretti insieme in gran colloquio: comprese subito che al
Fortino si ripeteva segretamente quanto si diceva già apertamente in
paese.
Ben presto poi si avvide che il servitore lo guardava sottecchi, con
un misto di curiosità, di compassione, d’ironia; ma però lo serviva con
una puntualità e con uno zelo affatto insoliti in lui.
— Eh già — diceva Roberto tra sè, — mi vede finito, perduto, e non
vuole amareggiarmi questi ultimi giorni. Per di più egli pensa che,
invece di morire in sul colpo come Baino e Tomatis, posso ammalare come
Galosso, e aver agio a ricompensare chi mi avrà assistito.
Rocco e Giovanna lo scansavano, temendo forse di non poter celare
la loro angustia. Giacomo invece andava a caccia quasi ogni giorno,
e nell’uscire chiamava sempre Tadò con voce fortissima, o con certi
fischi che bucavano gli orecchi.
Una mattina, Roberto si affacciò alla finestra.
— Giacomo!
— Signore?
— Dove vai?
— Contavo d’andare fino agli stagni di Vernasca.
— Aspetta. Vengo anch’io.
— Bravo, sor Roberto! Stavolta mi ha capito... Perchè se ne sta sempre
lì ad ammuffire?... Mi fa pena. E poi a che serve? Bisogna muoversi,
bisogna distrarsi...
E così cominciarono a far camminate lunghe, strapazzose, stando fuori
dalla mattina alla sera. Più che a dar dietro alle beccacce e ai
beccaccini, Roberto si divertiva a scrutare il cuore del suo giovane
compagno. Giacomo ora entrava in apprensione, pareva temer del tempo,
dei luoghi, di tutto, e abbondava in cautele e in riguardi; ora invece
ficcava addosso al padrone due occhi bramosi, esprimenti una cupidigia
contenuta ed ardente, e diceva parole o faceva atti di maraviglia,
considerando la portata dello schioppo, la comodità del cartucciere,
l’utilità degli stivaloni da padule.
— Ho capito — pensava Roberto, filosoficamente. — Tu mi vedi già
agli estremi, eh? E vuoi una memoria? Va pur là che sei un solenne
frecciatore anche tu!
Una sera, rientrando in casa, trovò il parroco che lo spettava. —
Eh! eh! era uscito col breviario, come al solito, ed ecco che, quasi
senza accorgersene, gettando piede innanzi a piede, era venuto fino
al Fortino. Cospetto! Allora non aveva potuto resistere al desiderio
di fare una visitina al signor Duc, una così brava persona, figlio del
primo benefattore della parrocchia di Casaletto!
Il prete si fermò pochi minuti: accettò il vermut, offrì una presa,
ammirò il luogo, ringraziò e promise di ritornare. — Cospetto! Adesso
poi che aveva rotto il ghiaccio...
E tornò infatti, due giorni dopo, alla medesima ora.
Anche questa volta parlò di cose diverse e leggiere, come per atto di
semplice conversazione; ma Roberto sentiva ch’era venuto con deliberato
proposito, per fargli un discorso serio e lungamente pensato, che poi
non gli bastava l’animo d’incominciare.
— Ecco — diceva tra sè, quando colui se ne fu andato, — ecco un altro
che vede in me un condannato, un moribondo; e viene per iscarico di
coscienza, per ispirarmi qualche santo pensiero... E sopra tutto perchè
al momento opportuno io mi ricordi di lui e della sua parrocchia.
Intanto un’idea, che stava appiattata cheta cheta in un cantuccio della
mente, cominciava a levarsi di tanto in tanto, a farsi innanzi nera
e sgarbata: — E se fosse vero? Se costoro pronosticassero giusto? Eh,
tutto è possibile al mondo!