La vedova di Baino era in cucina, seduta vicino alla tavola, sotto
una lucerna attaccata a una pertichetta pendente dal palco. I
capelli scuri, fitti e scarmigliati, i grossi orecchini, involti
in due brandelli di stoffa nera (come usano le contadine in lutto),
facevano apparire ancora più gialla quella faccia annuvolata. Diceva
sommessamente le sue divozioni; e di tanto in tanto volgeva sul
figliuoletto, accoccolato presso al focolare, uno sguardo esprimente
un dolore aspro e dispettoso, e tosto le sillabe sacre morivano tra le
labbra come in un sibilo.
Tutt’a un tratto si sentì un calpestìo e un chiasso di voci maschili.
La donna si scosse e si alzò in piedi. Tomatis balzò dentro franco e
rubizzo; Roberto, Roccavilla e Forastelli entrarono poi con passo più
misurato.
— Presto — gridò il maestro — presto, sora Lucia, quattro tazze di
caffè: di Moka, di Portorico, di san Domingo... o della Guadalupa, non
importa, purchè sia di prima qualità. Facciamoci onore. Intanto noi
illumineremo a giorno il _salone_. Ohe, e il biliardo? In che stato è
il biliardo?
— Sgombro e pulito — rispose l’ostessa, già tutta affaccendata. — Ieri
sera, non avendo più letti, ci ho messo a dormire Rogna, il vetturale.
— Ah! bene bene — ripigliò Tomatis. — Animo! Chi vuol fare una partita?
Passarono nello stanzone. Il maestro corse al biliardo, accese i lumi a
bilancia, dispose le palle sul piano; poi, dato di piglio a una stecca,
si rivolse a Roberto:
— Ah, le rammento ancora le sue lezioni! Stia attento: uno... due... e
tre!
Forastelli e Roccavilla gli fecero l’urlata.
— Cosa c’è? cosa c’è? — domandò Tomatis.
— Avete fatto steccaccia — rispose Roberto.
— Davvero? Come mai? Come sarebbe a dire?... Ah! ho capito, ho capito...
Guardava fissamente le palle bianche e brillanti sul panno stinto e
opaco. La sua faccia si fece da prima attonita e seria; poi si compose
a una commozione ingenua e profonda... Di subito impallidì, piegò il
capo, si abbandonò.
Roccavilla, credendo facesse per celia, ruppe in una sghignazzata. Ma
Roberto e Forastelli, grandemente impauriti, accorsero, lo sollevarono;
e vedendo che proprio non si reggeva, lo adagiarono sul biliardo.
— Coraggio, coraggio! — diceva lo speziale, sbottonandogli il
panciotto, sciogliendogli la cravatta. — Niente! Scherzi del vino.
Avete bevuto un po’ troppo... Sono tempacci, mio buon Tomatis; e ci
vuol giudizio. Passa, eh? Vi sentite già meglio?
— Mi pare un deliquio, uno svenimento — susurrò Roberto.
— Un deliquio... senza dubbio — rispose Forastelli. — Adesso proveremo
a spruzzargli la faccia.
L’ostessa, che entrava col vassoio del caffè, si fermò su due piedi,
esterrefatta.
— Acqua! acqua! — gridò più d’uno.
La donna andò e tornò in un lampo.
— Date qui, date qui — disse lo speziale, prendendole il bicchiere. —
Avete l’aceto dei quattro ladri? Un po’ d’ammoniaca?
— Ho rhum e marsala — rispose l’ostessa.
— Ecco! — esclamò Roccavilla. — Un bicchierino di rhum, subito. In
America...
— Niente — interruppe lo speziale, — niente senza il parere del medico.
Andate a chiamarlo.
— Mando Gigino — disse la vedova.
— Vado io! — esclamò Roberto.
— Suole andare a veglia in casa Luvotto... Se mai, troverà anche il
parroco...
Il povero Tomatis, disfatto, colore di morte, ansava ansava, e faceva
la spuma dalla bocca.
— Ssss! — fece Forastelli, chinandosi e posandogli una mano sul cuore.
— A voi, raccomandategli l’anima.