XXV.

Vi fu un seguito di giornate temperate ed uguali. La terra si estendeva

libera e bruna, sotto un bel cielo d’un azzurro lucente e gentile,

corso di vene come un marmo; gli alberi rosseggianti e gialleggianti a

varie tinte, si alleggerivano dolcemente, continuamente. Lo spettacolo

dei lavoratori sparsi nei campi aveva qualche cosa di forte e di

antico; i mucchi di gramigna, che bruciavano e fumicavano più qua e più

là, animavano i luoghi dove pure non si vedeva nessuno.

Roberto usciva subito dopo il desinare, ora a piedi ora nel calessino,

e si avviava verso Casaletto; a un certo punto trovava infallibilmente

Tomatis, e lo prendeva con sè.

Il buon maestro si lasciava guidare dal compagno, senza fare

osservazioni avventate o domande indiscrete; senza cercare perchè non

voltasse mai a man destra, cioè verso ponente, cioè verso la Baraschia.

Dava le notizie che aveva pescate in paese, poi soggiungeva a mezza

voce, tranquillamente:

— La barca è sempre arenata. Lei sa cosa voglio dire?... Stamattina ho

incontrato Bastiano: pareva un cane bastonato... Michele ha la luna a

rovescio: fa paura... Susanna fa pena: non viene neanche più a messa.

Miserie! miserie!

Roberto aggrottava le ciglia, tentennava il capo, ma non articolava

sillaba.

Più tardi, arrivato a casa, cominciava a rimuginare sopra quel che

aveva inteso:

— Cosa diavolo vuole da me costui? Perchè insiste? Perchè fa sempre

la medesima storia? Che abbia indovinato i miei sentimenti? Se non

mi ci raccapezzo nemmeno io! Che la ragazza gli abbia fatto qualche

confidenza? Non è possibile, a quest’ora sarebbe già uscito dalle

generali, sarebbe già venuto a qualche conclusione. Non credo che

voglia fare nè il politico nè il mezzano... Oh! io l’ho per un

galantomone, questo rustico pedagogo; lo stimo, gli voglio bene... Però

che direbbero i miei antichi amici, se vedessero come vivo, e con chi!

Tant’è, li lascierei dire. Non invidio più i loro passatempi. Ah no,

per Dio!... Ma perchè Susanna non vuole sposar quel Bastiano?

Ben presto scoprì un non so che di nuovo nelle maniere del maestro: una

giocondità pensata, raccolta, diversa dalla solita; un fare di chi si è

prefisso uno scopo, e sa che per conseguirlo ci vuol tatto e finezza.

Lo vedeva atteggiare spesso e volentieri la bocca al sorriso, e far

gesti ora con una mano ora con l’altra, come se ragionasse tra sè.

— Cose grosse? — gli chiedeva, voltandosi.

— Eh!? — faceva Tomatis sorpreso, per prendere tempo a rispondere.

— Cose grosse? Cose serie?

— Niente, niente; faloticherie, idee gotiche, sciocchezze che passano

per la testa...

Un giorno però, mentre correvamo nel calessino sulla via di Vernasca,

il maestro scappò a dire:

— Poh! Non sarebbe più naturale che invece di questo vecchio macacco,

lei avesse accanto una bella moglietta?

Un’altra volta poi pregò Roberto di mostrargli il palazzetto, di

cui non conosceva che il terreno. Vide tutto dalla cima al fondo,

mormorando di continuo: — Che peccato! che peccato! — Finchè il

padrone, impazientito, gli chiese cosa volesse dire.

— Voglio dire che questa è una reggia, caro signor Roberto; gran

peccato che manchi ancor la regina!

La falce - Punizione - L'enigma · 第 34 / 46 题