Vi fu un seguito di giornate temperate ed uguali. La terra si estendeva
libera e bruna, sotto un bel cielo d’un azzurro lucente e gentile,
corso di vene come un marmo; gli alberi rosseggianti e gialleggianti a
varie tinte, si alleggerivano dolcemente, continuamente. Lo spettacolo
dei lavoratori sparsi nei campi aveva qualche cosa di forte e di
antico; i mucchi di gramigna, che bruciavano e fumicavano più qua e più
là, animavano i luoghi dove pure non si vedeva nessuno.
Roberto usciva subito dopo il desinare, ora a piedi ora nel calessino,
e si avviava verso Casaletto; a un certo punto trovava infallibilmente
Tomatis, e lo prendeva con sè.
Il buon maestro si lasciava guidare dal compagno, senza fare
osservazioni avventate o domande indiscrete; senza cercare perchè non
voltasse mai a man destra, cioè verso ponente, cioè verso la Baraschia.
Dava le notizie che aveva pescate in paese, poi soggiungeva a mezza
voce, tranquillamente:
— La barca è sempre arenata. Lei sa cosa voglio dire?... Stamattina ho
incontrato Bastiano: pareva un cane bastonato... Michele ha la luna a
rovescio: fa paura... Susanna fa pena: non viene neanche più a messa.
Miserie! miserie!
Roberto aggrottava le ciglia, tentennava il capo, ma non articolava
sillaba.
Più tardi, arrivato a casa, cominciava a rimuginare sopra quel che
aveva inteso:
— Cosa diavolo vuole da me costui? Perchè insiste? Perchè fa sempre
la medesima storia? Che abbia indovinato i miei sentimenti? Se non
mi ci raccapezzo nemmeno io! Che la ragazza gli abbia fatto qualche
confidenza? Non è possibile, a quest’ora sarebbe già uscito dalle
generali, sarebbe già venuto a qualche conclusione. Non credo che
voglia fare nè il politico nè il mezzano... Oh! io l’ho per un
galantomone, questo rustico pedagogo; lo stimo, gli voglio bene... Però
che direbbero i miei antichi amici, se vedessero come vivo, e con chi!
Tant’è, li lascierei dire. Non invidio più i loro passatempi. Ah no,
per Dio!... Ma perchè Susanna non vuole sposar quel Bastiano?
Ben presto scoprì un non so che di nuovo nelle maniere del maestro: una
giocondità pensata, raccolta, diversa dalla solita; un fare di chi si è
prefisso uno scopo, e sa che per conseguirlo ci vuol tatto e finezza.
Lo vedeva atteggiare spesso e volentieri la bocca al sorriso, e far
gesti ora con una mano ora con l’altra, come se ragionasse tra sè.
— Cose grosse? — gli chiedeva, voltandosi.
— Eh!? — faceva Tomatis sorpreso, per prendere tempo a rispondere.
— Cose grosse? Cose serie?
— Niente, niente; faloticherie, idee gotiche, sciocchezze che passano
per la testa...
Un giorno però, mentre correvamo nel calessino sulla via di Vernasca,
il maestro scappò a dire:
— Poh! Non sarebbe più naturale che invece di questo vecchio macacco,
lei avesse accanto una bella moglietta?
Un’altra volta poi pregò Roberto di mostrargli il palazzetto, di
cui non conosceva che il terreno. Vide tutto dalla cima al fondo,
mormorando di continuo: — Che peccato! che peccato! — Finchè il
padrone, impazientito, gli chiese cosa volesse dire.
— Voglio dire che questa è una reggia, caro signor Roberto; gran
peccato che manchi ancor la regina!