— Il caffè — disse Roberto al servitore; poi soggiunse, rivolgendosi a
Tomatis. — Mi pare che si potrebbe prenderlo in giardino, non è vero?
Uscirono e si avviarono verso la tavola e i sedili alla rustica, posti
al piede d’un gran platano decrepito. Intorno intorno piovevano le
foglie gialle, spiccate dai rami come da migliaia di piccole mani
invisibili.
— Dica un po’ — esclamò il maestro, quando si furono messi a sedere:
— quei tre o quattro fatterelli che le ho raccontato pranzando, non
ricordano forse le burle e le piacevolezze che si leggono nei libri
del Boccaccio, e di altri antichi novellieri?... Lei non è mai stato
a veglia (scusi) in una stalla? Ah! lì sì che c’è da divertirsi! Sopra
tutto se il luogo è grande, e se vi sono giovinotti e ragazze in buon
numero. Si canta, si salta, si balla... e, quando c’è qualcuno che sa
parlare e dir le novelle, si ride o si piange. Alle volte è un soldato
in congedo, ma più spesso un vecchio o una vecchia. Simone Falco, che
è morto l’anno passato di ottantotto anni e sette mesi, era famoso.
Bisognava, per esempio, sentirgli raccontare la storia di Giulio e
Giulietta, che aveva appresa dal suo nonno, grande di età...
Giuseppe venne a posare il vassoio sulla tavola; e Roberto domandò al
maestro se il caffè gli piaceva dolce o amaro.
— Piuttosto dolce — rispose Tomatis. — Ecco, così va bene; tante
grazie... Lei non la conosce, eh?
— Cosa?
— La storia di Giulio e Giulietta?
Roberto crollò il capo.
Tomatis vuotò e posò la chicchera, poi ripigliò:
— Una cosa da far spiritare i cani e piangere le pietre.
— Sentiamo.
— Non voglio noiarla, non voglio empirle la testa con altre
chiacchiere...
— Ma che! Avanti, avanti.
Il maestro chinò il viso per raccogliere un poco i pensieri, poi
cominciò:
— Oh! deve dunque sapere che un pezzo fa, Giulio Cesa, gran cavaliere,
teneva molti poderi a Casaletto; anche il castello era suo. Essendo
in età di venticinque anni e avendo veduta a una festa una damigella
di casa Raynaldi (casa onorata), e piaciutagli sommamente, la domandò
in matrimonio. La damigella si chiamava Giulietta: aveva quindici
anni manco finiti, capelli biondi come oro filato, occhi neri neri
che pareano more, gote fiorite di colore rosato, voce dolce come
quella dell’usignuolo... E pare che fosse anche vispa la sua parte.
Appena concluso il parentado, Giulio fece avvertire i congiunti
e gli amici che all’indomani a mezzogiorno, restassero serviti di
venire al castello, a far conoscenza con la sposa. A mezzogiorno gli
invitati c’erano tutti; e, quando comparve Giulietta, s’alzò un vero
frastuono di congratulazioni e di acclamazioni; poi mentre si aspettava
l’ora di andare a tavola, gli uni facevano a rubarsela, gli altri
complimentavano calorosamente i genitori che avevano dato al mondo
quel fior di bellezza. Dopo pranzo, giacchè la stagione era buona e
la giornata splendida, si uscì all’aperto. Le persone mature di anni
e di senno si raccolsero a confabulare sotto la pergola; i giovanotti
e le ragazze cominciarono a giuocare a mosca cieca, poi a fare a
rimpiattino, poi a fare ad acchiapparsi, correndo in qua e in là alla
fanciullesca, all’impazzata. Giulio teneva a fianco la sua fidanzata,
e sognava tutti i beni e tutte le grazie che possono fare l’uomo felice
in questo mondo, e beato nell’altro. Che è che non è, Giulietta, preso
il contrattempo in cui lo sposo coglieva una rosa, spiccò un salto e
fuggì verso il castello. Giulio la inseguì, la raggiunse; ma ella gli
sguizzò di mano e, trovando la porta spalancata, entrò e volò su per lo
scalone.
«Il giovane le gridò dietro: — Oh la cattiva! Aspetta aspetta, che ti
accomodo io! — E lesto come un gatto, per una scaletta segreta e per
certi andirivieni, giunse alla stanza ove credeva si fosse serrata.
La stanza era vuota. Mentre si mirava dattorno, gli parve di sentir
sbattere un uscio su in alto. Salì al secondo piano, guardò da per
tutto, non vide anima viva: — Be’, lasciamola stare, sbucherà fuori
quando ne avrà voglia. Donna pregata nega, ma trascurata prega. —
E scese senza più. I signori Raynaldi cercavano giusto di lui per
prendere commiato: il sole già baciava la cima del monte, rimaneva ben
poco del giorno, e le strade erano malagevoli, fangose, niente affatto
sicure. Non c’era che ridire, ma bisognava scovare quella cervellina.
Il babbo e la mamma la chiamano ad alta voce; non risponde. Dice
Giulio: — Sapete com’è? Ella è scesa per lo scalone, mentr’io salivo
per la scaletta. — Sì, sì, ma e poi? — domandano gli altri. — Eh! sarà
uscita sulla spianata dalla porta di ponente. — Ma e poi? ma e poi? E
si fanno congetture, s’interrogano i servitori, il giardiniere, si va
a vedere nelle case vicine; cerca di qua, cerca di là, gira e rigira:
Giulietta non c’è in nessun luogo. La gente si guardava l’un l’altro,
senza saper che si dire, quando arriva il maestro di casa, tutto
affannato, che era corso a cercar nuove intorno: — Gli zingari! gli
zingari! — Che? — Che? Che? — Sì signori, una carovana di zingari ha
traversato Casaletto mezz’ora fa. — Gli uomini si armano in fretta e in
furia; gli zingari sono inseguiti, acchiappati, malmenati, perquisiti:
Giulietta non si trova. A farla corta, le ricerche furono continuate
tutta la notte, in tutto il villaggio, alla disperata; il giorno dopo
si esplorarono i contorni; alla fine si scrisse in varie parti, ma
non se n’ebbe mai la più piccola notizia. Pensi quale dovette essere
il crepacuore di quei poveri genitori! Giulio Cesa, consumato dentro,
fuggì dal castello e non tornò più.
Tomatis si fermò, pensò ancora; quindi riprese abbassando e allentando
la voce:
— In processo di tempo i beni di Casaletto passarono in proprietà del
conte Filippo d’Ariè, il quale prendeva quel tanto che fruttavano
i terreni, ma non si faceva vedere nè punto nè poco. Il castello,
un pezzo d’antichità che avrebbe avuto bisogno di grandi e continue
riparazioni, in pochi anni si guastò per modo che non teneva più
insieme, e non rimaneva saldo altro che quella muraglia che si vede
ritta sino ad oggi. Il custode informò il conte; e un bel giorno il
conte incaricò il suo segretario di scegliere e far trasportare in
città le suppellettili di valore, e mettere il resto sotto una tettoia,
per venderlo al maggiore e migliore offerente. Antiquari, rigattieri,
ebrei, sfaccendati piovvero al castello da tutte le parti. La vendita
andava a vele gonfie; il monte delle masserizie diminuiva rapidamente;
ogni cosa trovava issofatto il suo compratore. Una cassa di legno,
di forma assai elegante e tutta intagliata a basso rilievo, ferì la
fantasia d’un ricco signore di Bornengo, che la volle e ne sborsò il
prezzo. Ma mentre la sollevavano per porla sopra un carro, colui che
faceva gli interessi del conte vide ch’era serrata, e ben serrata,
e diede l’ordine di cercare la chiave. Vattel’a pesca! Quella cassa
era sempre stata in una stanzaccia disabitata dell’ultimo piano, e il
custode non s’era mai curato di sapere che cosa contenesse. I presenti
si strinsero intorno; chi aveva un’idea e chi un’altra; finalmente si
pensò di mandare per il fabbro. Il fabbro venne, guardò, riguardò, e
incominciò ad adoperare i suoi ferruzzi; di tanto in tanto tentennava
il capo, e diceva: — C’è il segreto, c’è il segreto. — Infatti, dal
vedere al non vedere: cricch! s’udì lo scatto d’una molla, e alzato il
coperchio, guarnito internamente di lamine e spranghe, si trovò... Eh,
lei ha già capito!
— Ci vuol poco — disse Roberto.
— Si trovò Giulietta rigida, secca, stirata... come le mummie del museo
di Torino. Sicchè dunque ella aveva pagato con la vita una bambinata,
un capriccio innocente. Che vuole? io immagino, io vedo quella
poverina, accesa, ilare in viso, salire lesta lesta, balzare nella
stanzaccia, correre alla cassa, aprirla, adagiarsi. Chi mi ritrova è
bravo! Ma il piombar del coperchio, l’urto del gomito (o la necessità
del destino) fanno giuocare il serrame, e l’arnese che un giorno ha
contenuto il corredo d’una giovane sposa, diventa istantaneamente la
tomba di un’altra.
— Bravo! ma bravo! — esclamò Roberto. — Ma sono tutte di questo gusto
le storielle che mi volete narrare?
— Eh, questo è un mondo di miserie, caro lei; le disgrazie sono più
frequenti che le fortune. Io giudico da quel che vedo. A Casaletto,
per modo d’esempio, nessuno è felice, nessuno è contento, nessuno vive
in pace. Il sindaco è dissestato, l’assessore Rattonero ha perduto
il figlio in Africa, l’assessore Garzino ha un braccio paralitico, il
conciliatore giorni sono è stato bastonato di santa ragione; perfino
Michele Masino, che vive nei boschi...
— Ebbene?
— Non voglio andar per le lunghe.
— Sentiamo: cos’ha Michele Masino?
— Ha i suoi fastidi anche lui.
— Che fastidi?
— Come? Non sa niente? Michele vorrebbe dar la sua figliuola a un
giovanotto qui del paese, ma la figliuola non vuole...
— E perchè?
— Euh! a star dietro a tutti i _si dice_ c’è da perdere la testa.
— Già.
— Può aver dato il suo cuore a un altro... Oppure, avendo ricevuto
una buona educazione, non se la sente di sposare un contadino;
l’educazione, si sa, è una seconda natura. Comunque sia, io li
compiango tutti: padre, figlia e spasimante. L’altra sera sono stato
casualmente presente a una scena, che mi ha fatto paura e pietà.
Dubito che la faccenda voglia andare a finir male. Miserie, caro signor
Roberto, miserie umane.
Roberto accese una sigaretta e buttò lontano il fiammifero. Tomatis
guardò l’orologio.
— Basta — diss’egli, — lei mi ha fatto passare una giornata deliziosa,
indimenticabile...
Roberto fumava, guardando le nuvole. Una frondicella appassita venne
a cadere sulla tavola. Il maestro la prese e scorse un bruco tanto
somigliante alla foglia sulla quale era posato, che ci volevano proprio
i suoi occhi per distinguerlo; e vi era poi tanto appiccicato sopra,
che non si smuoveva neanche a scuoterla.
— Ecco — osservò Tomatis, tanto per dir qualche cosa: — se
quest’insetto fosse morto o dormisse della grossa, sarebbe caduto
senz’altro... Dunque è vivo, è desto, ma assorto... così assorto in
qualche dolce pensiero, che nulla vede e nulla sente attorno di sè.