CAPITOLO V.

_De' Giureconsulti, che fiorirono fra noi a questi tempi._

Dopo Luca di Penna e Sebastiano Napodano, era quasi che intermesso fra'

nostri Professori l'uso di scrivere, e la nostra giurisprudenza era in

declinazione; ma nel Regno di Ferdinando e de' suoi figliuoli, sursero

alcuni eccellenti Giureconsulti, de' quali bisogna farne qui memoria.

Surse _Paris de Puteo_, il qual nato in Pimonte nel Ducato d'Amalfi,

due miglia lontano da Castell'a Mare[135], venne giovanetto in Napoli,

dove nell'Università de' nostri Studi apprese la legal disciplina.

Non contento de' nostri Cattedratici, girò per tutte l'Università

d'Italia, dove ascoltò i più insigni Dottori di quei tempi. Fu in Roma,

a Pavia, Milano, in Firenze, in Bologna, Perugia e nell'altre città

più rinomate, ed ebbe per maestri, com'egli stesso ci testifica[136],

Andrea _Barbatia_, Angelo _Aretino_, Alessandro _de Tartagnis_ d'Imola

ed Antonio _de Pratoveteri_ di Bologna. Ritornato a Napoli fu per la

sua gran dottrina dal Re Alfonso, gran favoreggiatore delle Lettere,

caramente accolto, facendolo suo Consigliere. Da poi, essendo già

adulto Ferdinando suo figliuolo Duca di Calabria, lo deputò per maestro

del medesimo non meno nelle lettere umane, che nella giurisprudenza o

nell'altre scienze[137]. Per molti anni Ferdinando fu suo discepolo,

da cui apprese le leggi civili e le altre discipline[138]. Era Paris

non pur eccellente Giureconsulto, ma versato (per quanto comportavano

que' tempi) nelle Sacre carte e nella lettura de' Padri e nelle

opere d'Aristotele; ed era secondo l'uso di que' tempi, inteso anche

d'Astrologia. Dell'Istoria non fu cotanto ignaro, e sopra i libri di

Tito Livio v'avea fatto molto studio. Entrò pertanto in somma grazia

del Duca di Calabria, e da lui era tenuto in molta stima, e quando

Alfonso dovendo partire da Napoli per la spedizione di Toscana, fece

Luogotenente generale del Regno Ferdinando suo figliuolo, questi nel

1446 creò _Paris_ suo Auditore Generale in tutto il Regno; la quale

carica per due anni, che il Re fu assente, esercitò con molto applauso

ed universale ammirazione.

Morto nel 1458 Alfonso, Ferdinando che gli successe, lo decorò assai

più di dignità e d'onori: lo fece Inquisitor Generale di tutto il

Regno contra i facinorosi: nel 1459 lo creò Consigliere, ed in tutti

gli anni che regnò, si valse della sua opera e de' suoi consiglj, così

nel promulgar delle leggi, come negli altri rilevanti affari della

sua Corona. Perchè a quei tempi non era riputata cosa incompatibile

a' Ministri del Re di patrocinar cause, non altrimente, che non si

stimava cosa strana di leggere nelle Cattedre; si diede ancora Paris

all'avvocazione, nella quale riuscì il primo; e per essere gran

Giureconsulto e peritissimo Feudista, tutte le cause de' primi Signori

del Regno eran da lui patrocinate, onde acquistò grandi facoltà. Ma

sopra tutto, quello che lo rese arbitro de' più potenti Signori non

pur di Napoli, ma di molte città d'Italia, fu, che stando a que' tempi

in Italia in fiore il costume, e presso noi da' Longobardi introdotto,

del duello, non vi era punto di Cavalleria, che dovesse per quella via

decidersi, che non era _Paris_ consultato, come in ciò versatissimo

sopra tutti gli altri. Venivano non pur i nostri, ma i più remoti

Principi da lui, donde gli fu data occasione di compilare un Trattato

_de Duello_, che scritto prima da lui in latino, egli stesso poi lo

tradusse in volgar materno[139]. Carico di tanti onori e dignità e

della familiarità regia di Ferdinando, divenuto già vecchio, morì poco

prima del Re Ferdinando nel 1493 d'età maggiore di ottanta anni in

Napoli, ove nella chiesa di S. Agostino giace sepolto.

Egli fu il primo, che rinovò l'istituto, tralasciato da molti anni,

di giovare il pubblico con lo scrivere; onde altri mossi dal di

lui esempio, ci lasciarono molti insigni volumi delle loro opere

legali. Compose egli un libro _de Syndicata Ufficialium_; opera, che

nel Foro acquistò molta autorità, tanto che il Consiglier Matteo

d'Afflitto[140] non lasciò ne' suoi scritti di commendarla. Fu la

prima, che nell'istesso tempo del Re Ferdinando fosse stata impressa;

ma perchè non era in tutto perfezionata, l'Autore la ripulì ed emendò,

e così corretta fu di nuovo in appresso mandata alle stampe. Fu da poi

ristampata, ed in Vinegia, ed in Lione, ed oggi si legge tra' volumi

de' Trattati[141].

Scrisse ancora un libro _de Reintegratione Feudorum de finibus, et modo

decidendi quaestiones confinium, territoriorum_, etc. che fu stampato

in Napoli, e poi in Francfort. Opera anch'ella da' nostri Scrittori

molto lodata, ancorchè Carlo Molineo vi desiderasse miglior ordine,

parendogli quel trattato assai confuso.

Compilò anche un altro libro _de Reassumptione instrumentorum;_

ed alcuni han creduto, che quel trattato _de Liquidatione, et

Praesentatione instrumentorum_, che fu impresso in Vinegia l'anno 1590

fosse pure opera sua; ma altri dubitano non sia apocrifo.

Compose ancora varie _Allegazioni_ intorno alle Collette imposte

innanzi di Luca di Penna, delle quali fece menzione Antonio

Capece[142]; ma queste non sono pervenute all'età nostra; siccome

alcune altre sue fatiche sopra alcuni titoli delle Pandette._ De in

integrum restit. De eo, quod met causa. De dolo malo, et de receptis

arbitris_.

Il libro _De Re Militari_, ovvero _De singulari certamine_, fu da lui

dedicato all'Imperador Federico III. Matteo d'Afflitto[143] narra, che

gli diede anche occasione di scriverlo, un libretto _De Duello_, che

prima di lui avea composto _Goffredo_ antico Dottore. Fu quel suo libro

prima impresso a Milano nell'anno 1515 ed ora lo leggiamo ancora fra'

Trattati. Egli stesso, come fu detto, lo tradusse in volgar materno, il

quale fu poi stampato in Napoli nel 1518.

Scrisse finalmente un altro libro _De Ludo_, del quale Afflitto[144]

fece anche memoria lodandolo, ed ora pur lo vediamo impresso tra'

volumi de' Trattati

Non men, che si questioni della Patria di Pietro delle Tigne e di

Luca di Penna, fu disputato della Patria di Paris. Giulio Claro[145]

d'Alessandria del Ducato di Milano, lo vuole Alessandrino. Ma

Toppi[146], non men di quel che fece per Luca di Penna, dimostra esser

nostro, siccome han per fermo tenuto non meno i nostri Scrittori, che

i forastieri, come _Molineo_, che lo chiama Dottor napoletano, siccome

chiamò ancora Luca di Penna Partenopeo.

Fiorì anche intorno a' medesimi tempi _Antonio d'Alessandro_ Cavaliere

napoletano, ed ancor egli insigne Giureconsulto. Fu sin dalla sua

giovanezza dato allo studio delle leggi nell'Università di Napoli: non

ben pago de' nostri Professori ne cercò altri nell'altre Università

d'Italia. Fu in Ferrara ed in Siena, dove ascoltò Francesco _Aretino_

famoso Giureconsulto di quei tempi, sotto la cui disciplina fece

maravigliosi progressi, e fu ancora discepolo di Alessandro d'Imola,

come narra Matteo d'Afflitto[147]. In Bologna prese il grado di

Dottore, e dapoi ritornò in Napoli. Appena giuntovi fu da Ferdinando

invitato a leggere Giurisprudenza in questa Università, dove per più

anni insegnò con tanto plauso ed ammirazione, che tirò a se Uditori

dalle più remote parti. Fu egli di acuto e grande ingegno, piano e

facile nello spiegare, chiaro e copioso: tanto che dalla sua scuola,

non meno che dall'Accademia del Pontano, uscirono innumerabili

Giureconsulti e dotti Ministri.

Nell'istesso tempo che insegnava nelle Cattedre, non tralasciava

esercitarsi nel Foro, dove riuscì famoso Avvocato; e fu egli non men

dotto ch'eloquente: difese cause de' primi Baroni e non meno orando,

che scrivendo si rese celebre. Scrisse egli un dotto responso in

materia feudale nella causa d'Antonia Tommacella, che ora leggiamo

tra' Consiglj d'Alessandro d'Imola[148], dopo quelli di Sigismondo

Loffredo[149], e per la sua prudenza, dottrina, perizia dell'istorie e

gravità de' costumi, s'acquistò presso il Re Ferdinando somma grazia

e stima: fu per ciò adoperato dal Re ne' maggiori e più importanti

suoi affari. Lo mandò nel 1458 Oratore in Roma al Pontefice Pio II

per ottener da quel Papa l'investitura del Regno: superò gli ostacoli,

che s'eran frapposti per parte del Duca d'Angiò, ed in fine entrò in

tanta buona grazia del Papa e del Collegio de' Cardinali, ch'egli

consultò e dettò la Bulla dell'investitura. Maneggiava affari di

Stato con molta destrezza, felicità e prudenza, onde fu in appresso

da Ferdinando mandato due volte per suo Ambasciadore in Ispagna al

Re Giovanni d'Aragona suo zio col quale trattò le nozze del Re colla

costui figliuola Giovanna. Lo inviò ancora due altre volte in Francia

suo Legato a quel Re; ed altrettante a' Pontefici successori di Pio,

Innocenzio VIII ed Alessandro VI, nelle quali legazioni si portò con

tanta prudenza e destrezza, che tutte ebbero felice successo. Fu

per ciò da Ferdinando innalzato a sommi onori; oltre averlo cinto

Cavaliere, lo fece Presidente della regia Camera, da poi nel 1465

Consigliere, indi nel 1480 Viceprotonotario e Presidente del S. C, nel

qual Tribunale presedè non pure in tutto il tempo che visse Ferdinando,

ma anche vi fu mantenuto da Alfonso II suo successore, da Ferdinando

II, da Carlo VIII istesso e da Federico ultimo Re, nel cui Regno,

essendo già vecchio, trapassò in Napoli a' 26 ottobre del 1499. Gli

furon fatti pomposi funerali nella chiesa di Monte Oliveto, dove vi

recitò l'Orazion funebre Francesco Puccio Fiorentino famoso Letterato

di que' tempi, in presenza di Ferdinando d'Aragona Duca di Calabria, e

dove al presente giace sepolto.

Ci lasciò questo insigne Dottore molti monumenti della sua dottrina.

I dotti _Commentarj_ fatti a quelle leggi, ch'egli spiegava

nell'Università de' quali pochissimi furono mandati alle stampe.

Quelli che furono impressi sono i _Commentarj_ sopra il secondo libro

del Codice, che portano questo titolo: _Reportata Clarissimi U. J.

Interpretis Domini Antonii de Alexandro super II Codicis, in florenti

studio Parthenopaeo sub aureo saeculo, et augusta pace Ferdinandi,

Siciliae, Hierusalem, et Ungariae Regis invictissimi_. Fu il libro

impresso in Napoli nel 1474 nella stamperia di Sisto Riessinger

Alemanno, che fu il primo, come si disse, che introdusse l'arte della

stampa in questa città.

Niccolò Toppi ci rende testimonianza aver egli veduti gli altri

_Commentarj_ sopra altre leggi, manuscritti, nelle librerie d'alcuni,

ed in quella del Consigliere Felice di Gennaro averne osservati più

volumi. Alcuni altri supra l'_Inforziato_ ed il _Digesto nuovo_, in

quella del Presidente di Camera Vincenzo Corcione. Altri sopra il

_Digesto vecchio_, in quella del Consigliere Ortensio Pepe. Alcune

_Letture_ sopra il secondo del _Digesto vecchio_ in pergamena, le

conservava il Dottor Giovanni Battista Sabatino. Gio: Luca Lombardo

conservava ancora un libro intitolato: _Recollectae D. Antonii de

Alexandro in tit. Soluto matrimonio. De liberis, et posthumis, et

de vulgari, et pupillari, etc. collectae per Franciscum Miroballum

ejus scholarem, dum idem Antonius in Neapolitano Gymnasio, anno 1466

publico Regio stipendio conductus, legeret, concurrens Domini Andreae

Maricondae in lectione extraordinaria_. Toppi istesso afferma che ebbe

anche in suo potere alcune note M. S. fatte da questo Giureconsulto nel

corpo di Bartolo.

Alcune Note ed _Addizioni_ fatte da lui nella Glosa di Napodano ancor

oggi si leggono: Grammatico[150] allega le _Addizioni_ che fece a

Bartolo ed a Baldo; allega ancora con Antonio Capece[151] quelle altre

che fece ad Andrea d'Isernia sopra le Costituzioni del Regno; e si

vedono queste _Addizioni_ alle Costituzioni ancor oggi impresse insieme

colle Chiose e Commentarj di Napodano, di che è da vedersi Camillo

Salerno[152] nell'Epistola alle Consuetudini di Napoli.

Fiorì ancora in questi medesimi tempi un altro Giureconsulto illustre,

il qual fu _Giovan-Antonio Caraffa_ non men famoso Legista che

Canonista. Fu caro ad Alfonso e più al Re Ferdinando suo figliuolo, da

cui fu creato Consigliere. Fu ancora Professore nella Università degli

studi non men di legge civile, che canonica, e finalmente fu innalzato

nel 1463 al posto di Presidente del S. C. Ci restano di questo insigne

Dottore molte sue opere. Un trattato de _Simonia_, impresso a Roma,

un altro _de Ambitu_, allegati da M. Afflitto[153] nelle Costituzioni

e nelle Decisioni e l'altro _de Jubileo_. Scrisse ancora alcune

_Prelezioni_ sopra il Codice, allegate da Afflitto. Lorenzo Valla[154]

gli tessè quest'elogio: _Joannes Antonius Carafa Jureconsultus pari

nobilitate, et scientia proximus, Princeps Jureconsultorum_. Morì egli

di morte improvvisa in Napoli a' 25 decembre del 1486 e fu sepolto nel

Duomo, come rapporta Giuliano Passaro ne' suoi _Giornali_.

_Luca Tozzolo_ ancorchè romano, esule però dalla sua Patria[155],

venuto in Napoli, qui finì i suoi giorni, e per la sua erudizione e

gran perizia delle leggi, fu da Ferdinando accolto con molto onore.

Era stato egli discepolo di Giovanni Petrucci di Monte Sperello

Perugino famoso Giureconsulto de' suoi tempi[156]: fu egli fatto nel

1466 Consigliere, nel medesimo tempo leggeva anche Giurisprudenza

nell'Università degli Studj di Napoli. Poi nel 1468 fu innalzato

all'onore di Viceprotonotario, e presedè ancora per qualche tempo nel

S. C. come Afflitto rapporta ne' suoi Commentarj e decisioni, dove si

leggono in più luoghi le sue lodi[157].

_Andrea Mariconda_ del Seggio di Capuana fiorì pure in questi medesimi

tempi ed acquistò fama di celebre Giureconsulto. Fu dalla giovanezza

dato allo studio delle leggi, e prese il grado di Dottore in Napoli

ai 25 d'ottobre del 1460. Riuscì nel Foro celebre Avvocato, e dalla

Regina Isabella Luogotenente Generale del Re suo marito, fu creato

Consigliere nel 1461. Da Ferdinando poi fu fatto Presidente della

Regia Camera e Razionale della G. C. della Zecca, e nel 1477 fu rifatto

Consigliere: fu celebre ancora nell'Università de' nostri studi, ove

insegnò giurisprudenza insieme con Antonio d'Alessandro nel 1466. Di

lui si leggevano alcune _Letture M. S._ sopra l'_Inforziato_ e _Digesto

nuovo_. Fu lungo tempo Consigliere e per l'assenza ed impedimenti

d'Antonio d'Alessandro esercitò anche in sua vece più volte l'ufficio

di Viceprotonotario. Poi per la sua età decrepita fu licenziato con

la ritenzione della metà del soldo finchè visse. Morì egli in Napoli

intorno l'anno 1508, e lasciò _Diomede_ e _Niccolò_ suoi figliuoli non

men dotti che gravi Giureconsulti. Matteo d'Afflitto suo Collega non è

mai satollo di lodarlo nelle sue decisioni ed altrove[158].

Fiorirono ancora intorno a' medesimi tempi _Niccolò Antonio de

Montibus_ di Capua celebre Giureconsulto, Avvocato, Regio Consigliere,

Presidente e Luogotenente della regia Camera: Pontano[159] lo chiama

_Vir Juris Romani consultissimus_. Questi ancora fu adoperato dal Re

Ferdinando negli affari di Stato, inviandolo per suo Oratore in Roma,

ove nel 1467 dimorò tre mesi; e si legge ancora la sua soscrizione,

come Luogotenente del Gran Camerario in alcune Prammatiche del Re

Alfonso e di Ferdinando[160]._Agnello Arcamone_ del Sedile di Montagna,

Presidente di Camera nel 1466, poi nel 1469 regio Consigliere, fu

anch'egli dal Re Ferdinando adoperato negli affari di Stato, inviandolo

nel 1474 per suo Ambasciadore in Vinegia ed in Roma al Pontefice Sisto

IV per negozj gravissimi[161]. Disbrigato dall'Ambasceria con felice

successo, fu dal Re nel 1483 fatto Conte di Borrello, investendolo

ancora delle Terre di Rosarno e di Gioja in Calabria. Ma da poi la

sua fortuna mutò sembiante: poichè nella congiura de' Baroni, perchè

sua sorella era moglie d'Antonello Petrucci, fu dal Re insieme con gli

congiurati imprigionato, e fin che Ferdinando visse, lo tenne con gli

altri in carcere[162], donde poi insieme con tutti gli altri ne fu da

Ferdinando II nel 1495 liberato[163]. Ci lasciò egli alcune _Addizioni_

sopra le Costituzioni del Regno che ora abbiamo. Morì in Napoli nel

1519, e giace sepolto nella chiesa di S. Lorenzo, ove si vede il suo

tumulo.

Fiorirono ancora _Antonio dell'Amatrice_ celebre Canonista e Lettore

de' Canoni nella nostra Università nel 1478. _Antonio di Battimo_

napoletano, Dottore anch'egli rinomato di legge non men civile che

canonica. Compose egli nel 1475 un volume, che M. S. avea Toppi[164]

veduto che portava questo titolo: _Reportata, et tradita per

Dominum Antonium de Battimo Partenopaeum U. J. D. A. D. 1475. Lallo

di Tuscia_ napoletano, di cui abbiamo ancora alcune _Note_ nella

nostre Costituzioni del Regno[165]. _Stefano di Gaeta_ parimente

napoletano, famoso Canonista, fiorì nel Regno di Ferdinando nel 1470.

Scrisse un'opera molto stimata _de Sacramentis_, che la drizzò a

Giovan-Battista Bentivoglio Consigliere del Re Ferdinando, e molto vien

commendata dall'Abate Tritemio[166].

Non men celebre Giureconsulto fu nella fine di questo secolo, per

tralasciar gli altri d'oscuro nome, _Antonio di Gennaro_ del Sedile

di Porto. Fu egli figliuolo di Masetto e di Giovanella d'Alessandro

sorella del famoso Antonio: negli studi legali fece miracolosi

progressi, tanto che nell'Università di Napoli fu reputato il miglior

Cattedratico de' suoi tempi. Fu poi dal Re Ferdinando nel 1481 creato

Giudice della G. C. ed indi a poco Regio Consigliere. Ancor egli era

adoperato dal Re ne' più importanti affari di Stato; fu inviato da

Ferdinando nel 1491 per suo Oratore al Duca di Milano, e nell'istesso

anno in Ispagna al Re Ferdinando il Cattolico, ed alla Regina Isabella

sua moglie, e nel 1493 fu di nuovo mandato in Milano ed a Roma.

Morto Ferdinando, dal Re Alfonso II suo successore fu la terza volta

mandato al Duca di Milano. Il Re Federico l'inviò di nuovo nel 1495

suo Legato in Ispagna al Re Cattolico e poi al Duca di Milano. Estinta

la progenie di Ferdinando, sotto il Regno di Ferdinando il Cattolico

fu ancora in somma grazia del G. Capitano, da cui nel 1503 fa creato

Viceprotonotario e Presidente del S. C. nel cui ufficio lungamente

visse: essendo poi d'anni già grave, depose il posto, e fu contento che

in suo luogo sottentrasse Francesco Loffredo allora Consigliere, ma con

legge che fin che vivea non assumesse il nome di Viceprotonotario o di

Presidente, ma fosse sol contento dell'esercizio. Morì finalmente nel

1522 in Napoli e fu sepolto nella Chiesa di S. Pietro Martire, ove si

vede la sua statua e si legge l'iscrizione ai suo tumulo.

Chiuda in fine la schiera il cotanto presso di noi celebre e rinomato

_Matteo degli Afflitti_, quel perpetuo splendore del nostro S. C. il

quale, secondo il giudicio che ne diede l'incomparabile Francesco

d'Andrea[167], fu _omnium nostrorum quotquot ante, et post ipsum

scripserunt, proculdubio doctissimus_. Nacque egli in Napoli intorno

l'anno 1443, ma i suoi maggiori furono della città di Scala, com'egli

stesso ci testifica[168]. Ebbe ancor egli la vanità di tirar la sua

schiatta dai Patrizj romani, e da S. Eustachio Martire (non meno di

ciò, che si diceva di Sebastiano Napodano e del Sannazaro; il primo

che traesse sua origine da S. Sebastiano; il secondo da S. Nazario):

perciò nell'invocazione de' Santi, che premette nelle sue opere,

fra gli altri invoca S. Eustachio suo _gentile_. Non si ritenne

perciò egli di scrivere ne' _Commentarj_ alle Costituzioni del

Regno, essere stati i suoi maggiori Romani, i quali vennero, nella

decadenza dell'Imperio, ad abitare nella città di Scala, donde poi si

trasferirono in Napoli, ove furono nel Seggio di Nido aggregati. Che

che ne sia, si diede egli nella giovanezza allo studio delle leggi,

dove riuscì eccellente, e nell'anno 1468 prese in Napoli il grado di

Dottore[169]. Si diede poi all'avvocazione, e divenne nel Foro famoso

Avvocato: da' Tribunali passò alla Cattedra e nell'Università de'

nostri studi spiegò non solo il _Jus_ civile e canonico, ma anche

il feudale e le nostre Costituzioni, nel che riuscì ammirabile ed

oscurò la fama di quanti lo precedettero. Egli consumò venti anni in

questa lettura con applauso universale ed ammirazione di tutti. Ne'

primi anni sotto il Re Ferdinando spiegò in quest'Università tutti i

libri feudali co' Commentarj di Andrea d'Isernia, secondo l'ordine di

que' titoli: fatica veramente grande e nuova, che nè prima, nè dopo

lui, alcun si confidò di farla, e la ridusse felicemente a fine[170].

Incominciò egli a scrivere questi suoi _Commentarj de' Feudi_ nel 1475

nel trentesimosecondo anno di sua età, e li terminò nel 1480, come egli

stesso ne rende testimonianza[171]. Ciò che convince l'error di coloro,

i quali ingannati da Bartolommeo Camerario[172], che credette avere

Afflitto stesi questi Commentarj essendo già vecchio, e perciò non aver

ben capita la mente d'Andrea d'Isernia, scrissero inconsideratamente

il medesimo[173], mostrando con ciò non aver ben letti questi suoi

Commentarj, i quali potevano disingannargli di quest'errore, e fargli

apprendere, l'opera essere stata dettata nel suo maggior vigore,

e di essere la più sublime e dotta di quanti mai intorno a' Feudi

scrivessero.

Interpretò ancora nella nostra Università le leggi del _Codice_

ed i libri delle _Istituzioni_, e negli ultimi, anni vi spiegò le

_Costituzioni_ del Regno con indefessa ed instancabile lena.

La fama del suo sapere, l'esser nelle leggi sublime cotanto, e, secondo

comportava quel secolo, la perizia che mostrava avere della Sagra

Scrittura, delle opere di S. Tommaso e di Niccolò di Lira, lo resero

assai rinomato. I Nobili di Nido lo aggregarono al lor Seggio: il

Re Ferdinando I ed il Duca di Calabria suo figliuolo cominciarono ad

innalzarlo a pubblici Ufficj; prima lo elessero Avvocato de' Poveri,

ma egli non volle accettarlo, come egli stesso lo scrisse[174]: poi

il Re Ferdinando nel 1489 lo fece Giudice della G. C. della Vicaria:

indi dall'istesso Re fu nel 1491 creato Presidente della regia Camera.

La morte del Re Ferdinando, siccome pose in disordine tutto il Regno,

così non solo troncò le ali alla sua fortuna, ma con varie vicende fu

dall'avversa afflitto. Non trovò il suo merito ne' Principi successori

quella mercede, che si conveniva: fu trasferito ora in uno, ora in

un altro Tribunale, e sotto il Re Cattolico la fortuna gli fu pur

troppo avversa. Dal Re Ferdinando II nel 1496 fu fatto Consigliere, e

vi stette sin all'anno 1502, nel qual anno fu di nuovo trasferito in

Camera. Carlo VIII lo levò, ma poi fu rimesso[175]. Fece da poi nel

1503 ritorno in Consiglio, ove sedette insino all'anno 1507. Ma il

livore de' suoi Emoli potè poi tanto presso Ferdinando il Cattolico,

che datogli a sentire, che la sua decrepita età sovente lo portava a

delirare, fecion sì, che quel Re lo levasse dal Consiglio, e si ridusse

a menar vita privata, di che egli nelle sue opere cotanto si duole,

e si querela. Ma in questa sua vacazione non intermise i suoi studi,

ed ancorchè vecchio perfezionò in questa età in pochi anni i suoi

_Commentarj_ sopra le _Costituzioni_, che avendoli cominciati nel 1510

li ridusse a fine nel 1513 nel settuagesimo anno di sua età[176].

Fu da poi nel 1512 di nuovo fatto Giudice di Vicaria, ma per un

sol anno, onde quello terminato, tornò a' suoi studi, ed a finire i

suoi giorni in riposo, ed in privata quiete. Quindi è, che nel suo

testamento, che e' fece poco prima di morire a' 27 settembre del 1523

non si legge decorato d'altro titolo, che di semplice _Dottore_.

E quindi ancora è avvenuto, che morto in questo anno 1523, avendo

ordinato in questo suo testamento, che il suo cadavere si seppelisse

nella Chiesa di Monte Vergine, Diana Carmignano sua seconda moglie,

donna molto savia, e d'incorrotti costumi, per togliere quella taccia,

che da' suoi emoli era stata data a suo marito d'alienazione di mente,

nella iscrizione, che fece ponere quivi al suo tumulo, vi facesse

scolpire queste parole: _Ad extremam senectutem integra, et animi, et

corporis valetudine pervenit_

Lasciò della sua prima moglie Ursina Caraffa, Marino suo figliuolo,

che fattosi Sacerdote, fu Canonico del Duomo di Napoli; e di Diana

Carmignano più figliuoli, che istituì eredi, tre de' quali, come e'

dice, generò dopo aver passati i sessanta anni[177]. Sottopose la sua

casa, che possedeva nel quartiere di Nido, ed un podere nella Villa

di Centore presso Aversa, ad un perpetuo fedecommesso, al quale,

mancando tutta la sua discendenza maschile, chiamò il Collegio de

Dottori dell'una e l'altra legge di Napoli (del quale egli era) con

peso al Priore di quello, di dovere della sua casa formare un Collegio,

dove dai frutti di quel podere dovessero alimentarsi ed allevarsi

diece Studenti, la cui elezione si dà al Priore; e nel caso venisse

a distruggersi il Collegio, invitò in luogo di quello cinque Nobili

del Seggio di Nido, dei quali il più giovane dovesse avere l'istesso

peso, che avea imposto al Priore, di mantenere il collegio, ed i diece

Studenti, affinchè niente loro mancasse per attendere agli studi: ne

raccomanda efficacemente l'osservanza, _quia scit_, come sono le parole

del suo testamento, _quantum viri scientifici sint utiles Reipublicae,

et toti saeculo_.

Tali erano le disposizioni degli uomini saggi e prudenti di questi

tempi, mancata la loro posterità, non invitare monasteri e chiese al

godimento de' loro patrimonj, ma sovvenir poveri, e provvedere a'

bisogni delle lettere, e proccurare, che nelle Repubbliche quelle

s'avanzassero, e si dasse a' bisognosi modo d'apprenderle. Durano

ancora oggi i suoi posteri, i quali devono a questo insigne Dottore

non solo il pregio, ch'essi godono degli onori di Nido, ma molto più,

perchè possono pregiarsi d'avere un sì glorioso progenitore per Autore

della loro Casa.

Durano ancora via più luminose le insigni opere, che ci lasciò. De'

suoi Commentarj sopra i Feudi (ancor che altrimenti ne sentissero i

suoi emoli Sigismondo Loffredo[178] e Camerario[179]) ecco ciò che

ne lasciò scritto l'incomparabile Francesco d'Andrea[180]: _inter

omnes, qui post Afflictum integra Commentaria in fenda edidere, pauci

sunt, qui cum illo possint comparari; qui praeferri, certe nullus_.

Non potè in vita aver il piacere di vedere in stampa tutti i suoi

volumi, che compose; toltone le _Decisioni_ ed i _Commentarj sopra le

Costituzioni,_ tutti gli altri furon impressi dopo la sua morte. Avea

in vita disposto con Niccolò Agnello Imparato Stampatore in Napoli, e

s'era con costui convenuto per la stampa, e nel suo testamento avea

designato soddisfar le doti e monacaggi d'alcune sue figliuole, col

denaro che dovea ritrarsi da questi libri da imprimersi: ma la morte

ruppe i suoi disegni. Questi Commentarj sopra i Feudi furono da poi

stampati in Vinegia del 1543 e 1547 e poi in altri tempi e luoghi più

volte.

Egli fu il primo che pensasse di raccorre le decisioni, che nel

corso di più anni erano nate nel nostro S. C. e le distendesse in

quella maniera, che ora si leggono, nelle quali rapportò non pur le

diffinizioni di questo Tribunale e della regia Camera profferite in

tempo, che e vi sedette, ma ancora quelle, che e' stimò degne di

memoria, e che s'interposero poco prima, fin dal tempo, che il S.

C. dal Re Alfonso fosse stato istituito. Opera non pur fra' nostri,

ma anche presso i Forestieri celebratissima, dal cui esempio presero

l'altre Nazioni a distender le decisioni de' loro Tribunali, onde surse

la nuova schiera de' _Decisionanti_.

Furono queste impresse in Napoli la prima volta nel 1509 vivente

l'Autore, e furono dedicate alla città di Napoli sua patria[181].

Egli stesso nel suo testamento lo dice: poichè volle, che della

legittima lasciata a D. Marino suo figlio s'escomputassero ducati

venticinque, prezzo di ventisette corpi di decisioni, che costui

s'avea presi. Quanto fossero commendate dai nostri Professori, ben

si vede dalle fatiche che vi fecero intorno Tommaso Grammatico,

Giovannangelo Pisanello, Marc'Antonio Polverino, Prospero Caravita,

Cesare Ursillo e Girolamo de Martino, i quali l'illustrarono colle

loro note ed addizioni, che ora insieme col corpo di quelle si vedono

impresse, nel che Ursillo sopra tutti fu eminente. Non tralasciarono

però i suoi emoli Loffredo e Camerario di screditarle e vilipenderle,

scrivendo nelle loro opere non doversegli dare tanta fede, _ex quo_,

come dice Loffredo[182], _aliter judicatum fuit, quam Afflictus dicit:

e Camerario[183], nemo a Sacri Consilii auctoritate commoveatur ex

iis Afflicti decisionibus, cum sint Afflicti verba, qui cum homo

fuerit potuit errare_. Ma il livore di costoro niente oscurò la lor

fama; poichè nelle età seguenti corsero per tutta Europa luminose e

commendate non men da' nostri, che da' più eccellenti Giureconsulti di

straniere Nazioni; e _Tesauro_[184] l'antepone a quante mai decisioni

uscissero da tutti gli altri Tribunali del Mondo.

Ci lasciò ancora i suoi _Commentarj sopra le Costituzioni del Regno_:

opera, per la condizione di quei tempi, assai dotta e copiosa, la quale

fu avuta in sommo pregio non men da' nostri, che dagli esteri. Giacomo

Spiegelio[185] grandemente lodolla, e narra, che Cassaneo ne' suoi

Commentarj alle Consuetudini di Francia, trasportò molte cose da quelli

d'Afflitto; onde da molti è ripreso, che con somma ingratitudine non

si degnasse nè pure nominarlo. Questi anche furono impressi in vita

dell'Autore nel 1517, e reimpressi poi in Milano nel 1523 ed altrove.

Insegnando egli nella nostra Università le _Costituzioni_ del Regno

compilate dall'Imperador Federico II su la credenza, che fosse ancor

sua la Costituzione _Sancimus de jure prothomiseos_, prese egli a

spiegarla nella Cattedra nel 1479. Era veramente quella di Federico

I e non s'apparteneva punto alle nostre Costituzioni, siccome fu da

noi altrove avvertito; ma perchè questo Scrittore per la condizione

di que' tempi non fu molto inteso d'istoria, come di lui disse Marino

Freccia, prese per tanto tal'abbaglio. Non è però, che il Commentario

che vi fece, non fosse avuto in sommo pregio; anzi ebbe il favore,

che dall'incomparabile Cujacio[186] venga citato ne' suoi libri de'

Feudi. Fu più volte impresso, e si legge ancora fra' Trattati. Da poi

Francesco _Rummo_ Giureconsulto napoletano vi fece copiose addizioni,

che stampato da lui con queste sue fatiche in Napoli nel 1654 l'abbiam

veduto ora ristampato in quest'ultimi nostri tempi.

Molte altre sue Opere che compilò, ce l'ha tolte l'ingiuria del tempo;

e siccome si raccoglie dal suo testamento, molti libri avea egli

destinato di far imprimere ad Imparato suo Stampatore: ma la sua morte

e la peste indi seguìta in Napoli nel 1527, per iscampar la quale

fu obbligata Diana Carmignano a fuggire in Aversa, fece sì, che si

perderono non meno i suoi M. S. che i libri, ch'egli avea lasciati a'

suoi figliuoli. Pure presso Gabriele Sariana nella raccolta, che fece

di diversi M. S. di Dottori, che stampò nel 1560, leggiamo di questo

Autore alcune _Letture_ sopra il settimo libro del Codice[187].

Nell'iscrizione del suo tumulo leggiamo ancora: _multa scitissima

consiglia reliquit_: ma ora non sono: sovente però egli nelle sue opere

impresse allega questi consigli e fra gli altri uno, che e' compilò nel

Regno di Sardegna[188].

Scrisse ancora molti Commentarj sopra alcune leggi del Codice e sopra

le _Istituzioni_, de' quali toltone la memoria ch'egli ce ne dà nelle

sue opere citandogli, non se ne ha altra notizia.

Compose parimente un Trattato _de Consiliariis Principum, et de

Officialibus eligendis ad justitiam regendam, ac eorum qualitatibus,

et requisitis_, che dedicò a Ferdinando I. Compose anche a richiesta

del Cardinal Oliviero Caraffa, l'_Ufficio della Traslazione del corpo

di S. Gennaro_[189], coll'occasione della traslazione, che si fece del

medesimo Corpo nel 1497 dal monastero di monte Vergine in Napoli; delle

quali opere non è a noi rimalo altro vestigio, se non nelli suoi libri,

dove si citano. Scrisse pure un libro _de Privilegiis Fisci_, di cui

fece menzione Giovan Battista Ziletto[190].

Cotanto nel Regno di Ferdinando I e de' suoi figliuoli, per li favori

di questo Principe, e per li tanti e sì illustri Professori, erasi

la nostra giurisprudenza innalzata e salita in pregio assai più, che

non si vide ne' precedenti secoli. E siccome nell'altre Università

d'Italia tutto lo studio e tutta l'applicazione delle Cattedre era

sopra i libri di Giustiniano, così ancora nella nostra questo studio

crebbe per li tanti Professori, che vi s'impiegarono; e poichè, come

si è veduto, per lo più i Cattedratici erano insieme Magistrati ed

altri Avvocati, quindi avvenne, che siccome que' libri nelle Cattedre

avean molti anni prima presa forza e vigore, così poi tratto tratto

si vide, che il medesimo vigore ed autorità acquistassero ne' nostri

Tribunali. Quindi avvenne, che in questo secolo la legge _Longobarda_

fosse non men dalle Cattedre, che dal Foro affatto sterminata ed

abborrita, e che finalmente cedesse alla _Romana_. I Cattedratici, gli

Avvocati ed i Magistrati si diedero allo studio di questa, e di coloro

che l'avean commentata, allegandola non men nelle Scuole, che ne'

Tribunali. E narra l'istesso Matteo d'Afflitto[191], che se bene dagli

Avvocati vecchi avea inteso, che la legge _Longobarda_ nel Foro avesse

alcun tempo prevaluto alla _Romana_, nulladimanco, che a' suoi tempi

e quando fu Giudice di Vicaria e quando poi fu Presidente di Camera e

Consigliere nel S. C. non mai ciò vedesse, anzi tutto il contrario, che

la _Romana_ prevaleva alla _Longobarda_.

In questi tempi fu adunque, ed in questo rialzamento non meno delle

buone lettere che delle altre discipline, che presso noi le leggi

longobarde cedessero alle romane; onde poi avvenne, che presso i nostri

Causidici fosse appena noto il lor nome. Ecco il periodo ed il fine

delle leggi longobarde, e di qua innanzi non sentirete di lor più

favellare.

Non è però, che abolite queste leggi non rimanessero ancora presso noi

alcuni vestigi de' loro costumi. In Apruzzo si ritengono molti istituti

intorno a' Feudi che si regolano secondo le leggi longobarde, e ritiene

ancora quella provincia i beni _gentilizj_. In Bari, poi che le loro

consuetudini per lo più sono fondate sopra quelle leggi, si ritengono

ancora non meno i vocaboli che gl'istituti. Negl'istromenti, che in

molte altre province si stipolano, i Notari anche a' tempi nostri, se

vi sono donne, vi fanno intervenire per esse il _Mundualdo_. Ancora

dura lo stile, che negl'istromenti si metta la clausula _Jure Romano

etc._ per denotare, che i contraenti vivevano sotto quella legge e non

longobarda. Durano ancora le voci di _Vergini in capillo_, di _Meffio_

e _Catameffio_ e moltissime altre, delle quali fu da noi fatto lungo

catalogo nel quinto libro di quest'istoria. E perchè di loro affatto

ogni memoria non mancasse, _Giovan Battista Nenna_ di Bari non ignobile

Giureconsulto di que' tempi, Autore del trattato della vera nobiltà,

che intitolò il _Nennio_, e dedicò alla Regina Bona di Polonia e

Duchessa di Bari, trovando tra' libri de' suoi antenati un voluminoso

Commentario M. S. sopra le leggi de' Longobardi di Carlo di Tocco per

la ricerca che ne avea da molti, l'abbreviò e fattevi alcune postille,

con una esplicazione per alfabeto delle parole oscure de' Longobardi,

il fece stampare in Vinegia nel 1537 con grande utilità de' legisti, e

come dice Beatillo[192], con non minor comodità della città di Bari ed

altri molti luoghi del Regno, dove ancor oggi si vive con l'osservanza

delle leggi longobarde.

Di quest'opera oltre i nostri[193], ne fanno memoria anche gli

Scrittori forestieri, come il Pignoria[194] e quel ch'è più strano,

sino i Germani come Lindenbrogio[195], e Burcardo Struvio[196]. A

questo medesimo fine _Prospero Rendella_ Monopolitano distese quel suo

trattato: _In Reliquias Juris Longobardi_: impresso in Napoli l'anno

1609, perchè molti luoghi del Regno serbano ancora alcune loro usanze;

ma perchè ora il Regno universalmente si regola con altre leggi,

e le longobarde sono andate in disusanza, chi per se allega questi

particolari usi, si carica del peso di provarli[197].

Le leggi adunque, onde universalmente fu governato il nostro Regno,

erano quelle racchiuse nelle _Pandette_ di Giustiniano, secondo

l'antica partizione di Pileo e di Bulgaro, della quale si valse

Accursio e tutti gli altri Repetenti e Glossatori: il _Codice_ di

repetita prelezione: le _Istituzioni_ e le _Novelle_, secondo il numero

d'Agileo. Seguirono le _Costituzioni del Regno_, ove sono racchiuse le

leggi de' nostri Re Normanni e Svevi. I Capitolarj, ovvero _Capitoli

del Regno_, che racchiudono le leggi de' Re Angioini. I _Riti_ della

Camera e della G. C. Le _Consuetudini_ particolari così di Napoli come

dell'altre città del Regno; e finalmente le novelle _Prammatiche_, che

s'incominciarono dal Re Alfonso I, e furon da poi accresciute dagli

altri Re Aragonesi ed Austriaci, insino a quel numero che ora si vede.

Per quel che riguarda la legge _Feudale_, i libri de' _Feudi_ colle

_Costituzioni_, _Capitoli_ e novelle _Prammatiche_ stabilite da poi a

quelli appartenenti.

Ancorchè in questi tempi i libri de' Dottori non fossero cresciuti in

quell'infinito numero che si vede ora; e non si vedessero tanti volumi

di _Trattati_, di _Consiglj_, di _Controversie_, di _Allegazioni_,

di _Discettazioni_, di _Resoluzioni_ e di _Decisioni_; nulladimanco,

perchè per l'uso della stampa cominciavano ad apparire più del solito,

quindi nacque la massima, che i Giudici, quando le leggi mancassero

dovessero seguire o l'autorità delle cose giudicate o la opinione più

comune de' Dottori, e più i loro _Commentarj_ che i _Consiglj_; onde

mancando le leggi, le consuetudini, i riti e lo stile di giudicare,

non si rimetteva al loro arbitrio e prudenza il decidere, ma che

dovessero seguire il più comune insegnamento de' Dottori. Ed in ciò

pure si prescrissero molte regole e cautele. I se gli Interpreti

saranno fra' loro varj e discordanti, il Giudice dovrà seguire quella

parte dove sia maggior numero, ed il detto di costoro dovrà riputare

la più comune opinione. II dovranno i Giudici attenersi più tosto alla

sentenza di coloro, li quali di proposito e profondamente avranno

discussa ed esaminata la materia che di quelli, che di passaggio

senza punto esaminarla, vanno dietro agli altri. III che debbiano più

tosto seguire i loro commentarj ed i trattati, che i consiglj o i loro

responsi ed allegazioni. IV ove si tratti di cause appartenenti al Foro

ecclesiastico, debbano seguitare i canonisti, siccome i legisti in

quelle del Foro secolare. V invecchiando non meno, che tutte l'altre

cose umane, le opinioni; ed il corso del tempo, il lungo uso e la

nuova esperienza delle cose, ammaestrando gli uomini in maniera, che

sovente fanno loro abbandonare gli antichi dettami; quindi è dovere,

che i Giudici debbiano seguire più tosto le nuove, che le vecchie

opinioni degli Interpreti. Moltissime altre regole vengono da' nostri

Autori prescritte intorno a ciò, delle quali lungamente scrissero,

per tralasciar altri, Dionigi Gotofredo[198], ed il savissimo Arturo

Duck[199].

Ecco in fine lo stato nel quale Ferdinando I di Aragona lasciò questo

Regno, per quel che riguarda la sua politia e governo: lo vedremo ora

nel seguente libro tutto sconvolto e disordinato, in maniera che in

pochissimi anni vide sette Re che lo dominarono; nella revoluzione

delle quali cose rimase cotanto sbattuto, fin che poi non riposasse

sotto la Monarchia dell'inclito Re Ferdinando il Cattolico.

Istoria civile del Regno di Napoli, v. 7 · 第 16 / 51 题