CAPITOLO III.

_Degli Uomini letterati, che fiorirono a tempo di FERDINANDO I e degli

altri Re aragonesi suoi successori._

Fiorirono per tutte queste cagioni nel Regno di Ferdinando insino a

Federigo ultimo Re della sua discendenza, presso noi uomini illustri

per lettere e per dottrina. Non meno che Roma e le altre città d'Italia

si gloriavano in questi tempi d'un Pico della Mirandola, di Marsilio

_Ficino_, Bartolommeo _Platina_, Raffael _Volaterrano_, d'Ermolao

_Barbaro_, de' _Poliziani_, _Ursini_ e di tanti altri[97], che Napoli

ancora dei suoi, li quali e per numero e per dottrina non erano a

quelli inferiori.

Oltre al _Panormita_[98] e gli altri già detti, ebbe _Gabriele Altilio_

celebratissimo Poeta e versatissimo nella lingua latina. La Basilicata

lo produsse e per la fama del suo nome fu da Alfonso, come si è detto,

dato per Maestro al suo figliuolo Ferdinando: fu adoperato, non meno

che il Pontano, negli affari di Stato in Roma col Pontefice Innocenzio

VIII ed altrove. Il Pontano suo coetaneo ne fece molta stima,

dedicandogli il suo libro, _De magnificentia_, dove lo cumula di grandi

lodi; e morto, gli tessè un culto Epitaffio che si legge nel libro

primo de' suoi Tumuli. Non men che il Pontano, fu ammiratore della sua

Musa il Sannazaro e nel primo libro de' suoi Epigrammi, si legge il

Natale dell'Altilio: _De Natali Altilii Vatis_, e nelle sue Elegie non

lascia di commendarlo per i suoi dotti carmi. Molti altri Scrittori

insigni di questo famoso Poeta ne fanno illustre ed onorata memoria,

che possono vedersi presso Toppi e Nicodemo[99]. Ci restano ancora le

sue Poesie latine, l'_Epitalamio_, alcune _Elegie_ ed _Epigrammi_, che

furon raccolte dal Ruscelli, da Giovanni Matteo Toscano e da altri.

Fiorì ne' medesimi tempi _Antonio Campano_ nato in Cavelli, Terra

presso Capua, da vili parenti. I suoi talenti gli fecero trovar sommo

favore presso il Pontefice Pio II, da cui fu creato Vescovo di Teramo

nell'Apruzzo. Fu celebre Oratore, Istorico e Poeta, ed ancorchè niente

fosse istrutto di lettere greche, fu delle latine intendentissimo.

Ci lasciò molte opere: La _Storia d'Urbino_: La _Vita di Braccio_:

L'_Epistole Latine_, e moltissime altre, di cui Nicodemo[100] tessè

un ben lungo catalogo. Alcune di queste sue opere dedicò ad Alfonso

Duca di Calabria, da cui fu tenuto in somma stima. Fu molto celebrato

da' suoi coetanei e da altri Scrittori de' tempi seguenti, di che è da

vedersi Nicodemo. Morì, secondo il Volaterrano[101], non avendo più che

quaranta anni, in Teramo in questo secolo 15 intorno l'anno 1477. Il

Possevino ed il Toppi rapportano il suo Epitaffio, che sono da vedersi.

Non men celebre fu il suo coetaneo _Angelo Catone_ famoso Filosofo

e Medico del Re Ferdinando I. Questi nacque in Supino nel Contado

di Molise: per la sua dottrina fu da' Napoletani ricevuto nella lor

città con molta stima, e tenuto in gran pregio; ed il Re Ferdinando,

oltre averlo fatto suo Medico, nel 1465 lo invitò ad insegnare

nell'Università degli Studj di Napoli Filosofia ed Astrologia, ove

lesse molti anni. Emendò il libro delle Pandette di medicina, che

Matteo Silvatico di Salerno avea composto e dedicato al Re Roberto:

egli l'accrebbe, e nel 1473 lo fece imprimere da quel Tedesco, che poco

prima avea in Napoli introdotta la stampa, e fu un de' primi libri

che si stampassero in questa città[102]. Lo dedicò al Re Ferdinando,

dove gl'indrizza una Orazione, celebrando l'amenità e bellezza del

Regno, e ciò, che più di raro si trova in quello. Furonvi due altri

Angeli Catoni, uno di Benevento molto caro al Re Carlo VIII di Francia,

da cui per la sua dottrina fu creato Arcivescovo di Vienna: l'altro

di Taranto, Medico ed Elemosiniere di Lodovico XI Re di Francia, a

persuasione di cui scrisse i Commentarj delle cose di Francia, per quel

che ne scrive Filippo di Comines Monsignor d'Argentone.

Ebbe il famoso _Pontano_ Poeta anch'egli illustre, Istorico, Oratore e

Filosofo eminente, come dimostrano le sue opere, a tutti non men note,

che celebrate. Nacque egli nell'Umbria in Cerreto, ovvero, secondo che

altri scrissero, in Spelle, donde, essendo stato ucciso suo padre,

venne in Napoli giovanetto: e da Antonio Panormita, conoscendolo

di vivace ingegno, fu caramente accolto e posto nella Corte del Re

Ferdinando: diede gran saggio de' suoi talenti, onde il Panormita

fece, che il Re lo deputasse per Maestro e Segretario del Duca di

Calabria suo figliuolo. Crebbe tanto nella grazia di Ferdinando, che

morto Panormita sottentrò nel suo luogo per secondo Segretario del Re.

Fu poi fatto cittadino napoletano, e da Ferdinando creato Presidente

della Regia Camera, e poi anche Luogotenente del G. Camerario[103]. Fu

adoperato nei più gravi e rilevanti affari dello Stato, e per sua opera

fu conclusa, come si è detto, la pace col Pontefice Innocenzio. Narra

Camillo Porzio[104], ch'avendo il Pontano per sua industria e diligenza

recata a fine quella pace, era entrato in speranza, caduto Antonello

Petrucci, di succedere egli nel suo luogo ed autorità, fidando ne'

buoni ufficj del Duca di Calabria che gli avrebbe fatti col padre;

ma il Duca, ch'era poco amico delle lettere, e de' beneficj ricevuti

sconoscente, non lo favorì appresso il padre, come dovea ed avrebbe

potuto; da che provocato l'ambizioso vecchio, compose il Dialogo della

_Ingratitudine_, dove introducendo un Asino delicatamente dal Padrone

nudrito, fa ch'egli in ricompensa lo percuota co' calci. Non è però che

Alfonso, morto il Re Ferdinando, non l'avesse tenuto in somma stima,

e non gli avesse renduti i più grandi onori: poichè nel suo magnifico

palagio, che egli edificò presso il castello Capuano (che, come si è

detto, per la sua abitazione e per quella della Duchessa sua moglie

finora ritiene quel luogo dov'era fabricato, il nome di _Duchesca_) tra

gli altri arredi nobili e preziosi, ed una famosa Biblioteca, vi fece

ergere una statua di rame del Pontano[105], che non senz'encomi era

dal Re Alfonso mostrata a coloro, che venivano a vedere le ricchezze di

quell'edificio.

Per essere stato sì grandemente esaltato da questi due Re, fu non

poco biasimato, quando entrato Carlo VIII in Napoli, volendo prima di

tornarsene ricevere solennemente nella chiesa Cattedrale, secondo il

costume de' Re di Napoli, l'insegna reale egli onori, ed i giuramenti

consueti prestarsi a' nuovi Re; orando in questa celebrità in nome

del popolo il Pontano parve che o per servare le parti proprie degli

Oratori, o per farsi più grato a' Franzesi, si distendesse troppo nella

vituperazione di que' Re, da' quali era sì grandemente stato esaltato.

Tanto ch'ebbe di lui a dire il Guicciardini[106], che qualche volta è

difficile osservare in se stesso quella moderazione e que' precetti,

coi quali egli ripieno di tanta erudizione, scrivendo delle virtù

morali, e facendosi per l'universalità dell'ingegno suo in ogni spezie

di dottrina maraviglioso a ciascuno, avea ammaestrati tutti gli uomini.

Quanto fossero insigni e celebrate l'opere che ci lasciò questo

Scrittore, così in prosa, come in verso, ben è a tutti palese; e

quanti laudatori avessero così de' nostri, come de' forastieri, ben

ciascuno potrà vederlo presso il Vossio[107], e fra' nostri presso

Nicodemo[108], che di questo Autore e delle sue opere tratta ben a

lungo.

Gli fu falsamente imputato, che nella Biblioteca di Monte Cassino, la

quale siccome da noi fu narrato ne' precedenti libri di quest'istoria,

fu dall'Abate Desiderio arricchita di molti antichi volumi, avesse

trovate alcune opere di Cicerone e datele fuori per sue; ma di ciò è da

vedersi il Vossio e lo Schootkio.

Al Pontano deve Napoli la gloria, che acquistò per l'_Accademia_

cotanto celebre da lui quivi eretta, dove a gara vollero ascriversi

molti Nobili de' nostri Seggi ed i maggiori Letterati di que' tempi.

Del Seggio di _Nido_ furono Trojano Cavaniglia Conte di Troja e di

Montella: Ferdinando d'Avalos Marchese di Pescara: Belisario Acquaviva

Duca di Nardò: Andrea Matteo Acquaviva Duca d'Atri; e Giovanni di

Sangro.

Del Seggio di _Capuana_, il Cardinal Girolamo Seripando, se bene altri

dicono aver questa famiglia goduto nel Seggio di Nido: Girolamo Carbone

e Tristano Caracciolo.

Del Seggio di _Montagna_ Francesco Puderico. Del Seggio di _Porto_,

Pietro Jacopo Gianuario ed Alfonso Gianuario suo figliuolo. Del Seggio

di _Portanova_, Alessandro d'Alessandro ed il Sannazaro.

Fuori de' Seggi, i _Napoletani_ furono Antonio Carlone Signor di Alife:

Giovanni Elia ovvero Elio Marchese: Giuniano Maggio, ovvero Majo,

precettore del Sannazaro: Luca Grasso: Giovanni Aniso: il Cariteo (di

cui non si sa il nome): Pietro Compare: Pietro Summonte: Tommaso Fusco:

Rutilio Zenone: Girolamo Angeriano: Antonio Tebaldo: Girolamo Borgia e

Massimo Corvino, poi Vescovi di Massa e di Isernia.

De' _Regnicoli_: vi furono Gabriele Altilio della Lucania Vescovo di

Policastro: Antonio Galateo di Lecce e Giovanni Eliseo, d'Anfratta in

Puglia.

De' _Forastieri_ vi furono, Lodovico Montalto di Siracusa, Segretario

di Carlo V: Pietro Gravina di Catania, Canonico Napoletano: M. Antonio

Flaminio di Sicilia: Egidio Cardinal di Viterbo: Bartolommeo Scala di

Firenze: Basilio Zanchi di Lucca: Jacopo Cardinal Sadoleto di Modena:

Giovanni Cotta di Verona: Matteo Albino: Pietro Cardinal Bembo, e

M. Antonio Michieli Vinegiani: Giovan Pietro Valeriano di Bellun

di Francia: Niccolò Grudio di Roano: Giacomo Latomo della Fiandra:

Giovanni Pardo, filosofo Aragonese. Michele Marcello di Costantinopoli

e molti altri chiarissimi Letterati, de' quali il Pontano, come

Principe dell'Accademia era capo. Secondo l'uso dell'Accademia di Roma

di mutarsi il nome (onde il Poggio e Bartolommeo Platina patì tanto)

se lo cambiavano ancor essi; onde il Pontano mutossi in Jovianus,

Sannazaro in _Actius Sincerus_ e così gli altri.

Morì il Pontano già vecchio in Napoli nel 1503 ne' primi anni del

Regno di Ferdinando il Cattolico, e giace sepolto nella cappella di S.

Giovanni, ch'egli vivendo s'avea costrutta presso la chiesa di S. Maria

Maggiore ove si legge il suo tumulo, ch'egli stesso s'avea in vita

composto.

Fiorirono ancora negli ultimi anni del Re Ferdinando, di Alfonso e di

Federico, molti altri insigni Letterati che toccarono il decimosesto

secolo. Fiorì il famoso _Michele Riccio_ nostro non men insigne

Giureconsulto che istorico[109]. Questi ancorchè originario di Castel a

Mare di Stabia fu gentiluomo Napoletano del Seggio di Nido, e rilusse

non meno nel Foro che nella Cattedra, essendo stato un gravissimo

Giureconsulto ed eminente Avvocato ne' nostri supremi Tribunali. Il

Re Ferdinando lo fece Lettor primario di legge ne' pubblici studj

di Napoli e suo Consigliere. Quando poi Carlo VIII venne in Napoli,

e s'impadronì del Regno, aderì a costui, il quale nel 1495 lo fece

Avvocato fiscale del regal Patrimonio. Ma fugati i Franzesi, tornando

il Regno sotto il Re Ferdinando II, rimase il Riccio molto depresso,

insino che passando di nuovo a' Franzesi sotto Lodovico XII Re di

Francia, non fosse stato da questo Re innalzato a primi onori[110].

Fu egli nel 1501 da Lodovico creato Vice-protonotario del Regno,

presidente del S. C. ed aggregato colla sua posterità nel Seggio di

Nido. Lo fece poi Consigliere del suo gran Consiglio e del Parlamento

di Borgogna, Senator di Milano e Presidente di Provenza. Entrò in

tanto favore presso questo Principe che era adoperato negli affari

più rilevanti dello Stato; poich'essendo nata contesa fra il Re

Cattolico ed il Re Ludovico intorno alla divisione del Regno per la

provincia di Capitanata, diede egli fuori molte allegazioni a favor di

Lodovico[111], difendendo con tanto vigore e fortezza le sue ragioni,

che dal Zurita[112] fu notato di soverchia arroganza. Ma finalmente

essendo stati pure discacciati i Franzesi dal Regno da Ferdinando il

Cattolico, Michele volle seguire le parti di Lodovico, ed abbandonando

tutti i suoi beni e la famiglia, andò in Francia a dimorare dove dal

Re fu caramente accolto, onorandolo de' primi posti. Lo mandò nel 1503

per Ambasciadore in Roma a congratularsi in nome di quel Re con Giulio

II ch'era stato allora assunto al pontificato, dove si trattenne per

alcuni anni, nei quali trattò con Giulio della recuperazione del Regno

di Napoli per Lodovico; ma lo stato e la condizione di que' tempi

avendo fatto riuscire inutili tutti i suoi negoziati, con tutto ciò lo

fece il Re trattenere in Roma, dove avendo maggior ozio compose la sua

Istoria. Ritornò poi in Francia, da dove nel 1506 fu mandato dal Re

Ambasciadore in Genova, e poi nel 1508 in Firenze[113]. ✠ In fine dopo

essere stato adoperato dal medesimo ne' più rilevanti affari della sua

Corona, morì a Parigi nel 1515, non senza sospetto di veleno. Accoppiò

alle lettere umane una profonda cognizione di dottrina, e sopra tutto

di Giurisprudenza nella quale fu così eminente, che Giano Parrasio non

fece difficoltà d'uguagliarlo a' Sulpicj, a' Pomponj, Paoli ed agli

Scevoli. Fu eloquentissimo, e scrisse la sua Istoria con non minor

gravità che prudenza: il suo stile, secondo il giudizio del Parrasio

fu candido, puro e faticato, nè la sua brevità partorisce oscurezza.

Egli scrisse: _De Regibus Francorum lib. III. De Regibus Hispaniae lib.

III. De Regibus Hierusalem lib. I. De Regibus Neap. et Siciliae lib.

IV_. Se ne veggono di questi libri molte edizioni fatte in diversi

tempi, rapportate dal Toppi[114]. Fu celebrato da' più illustri

Scrittori di que' tempi; e Giano Parrasio gli dedicò un libro, ch'egli

fece imprimere a Milano nel 1501 che conteneva il Carme Pascale di

Sedulio Poeta cristiano da lui fra' M. S. antichi trovato, ed i Poemi

di Aurelio Prudente, dove nell'epistola dedicatoria con grandi encomj

celebra la costui virtù e dottrina. Scrisse a' tempi de' nostri avoli

la Vita di sì insigne letterato Carlo de Lellis, che la premise al

volume de' suddetti libri d'Istoria, impresso in Napoli nel 1645.

Non men celebre fu in questi medesimi tempi il famoso Poeta Giacomo

_Sannazaro_, il quale non altrimenti che il _Riccio_, volle seguire

in Francia la fortuna del suo Signore. Non bisogna che di lui facciam

molte parole, come di uomo pur troppo noto ed illustre, di cui e

delle sue opere è stato tanto scritto e tanto ammirato. Egli nacque

in Napoli, come di se medesimo dice nell'Arcadia, negli estremi anni

del Re Alfonso I, intorno l'anno 1458, e fu Cavaliere del Seggio

di Portanova, di costumi cotanto gentili e politi che Federigo,

secondogenito del Re Ferdinando, l'ebbe sommamente caro, tanto che il

Sannazaro così nella prospera che nell'avversa fortuna, non volle mai

abbandonarlo: lo seguì in Francia, ove dimorò molto tempo: ritornò poi

in Italia, e dopo essersi fermato alcuni anni in Roma, tornò in Napoli,

dove alcuni scrissero che morisse l'anno 1532. Ma vi è gran contesa

fra' Scrittori intorno al luogo ed all'anno della sua morte.

Giovan-Battista Crispo che scrisse la sua vita con molta esattezza,

per la testimonianza che egli rapporta di Ranerio Gualano e del

Costanzo, lo fa morire in Napoli, siccome anche scrisse l'Eugenio[115].

Ma l'autorità di costoro deve cedere a quella di Gregorio Rosso

scrittor contemporaneo, il quale ne' suoi Giornali rapportando in

due luoghi[116] la morte di questo insigne Poeta, accaduta nel tempo

ch'egli andava stendendo que' suoi Componimenti, dice che morì nel mese

di agosto in Roma, senza veder più Napoli, poco da poi della morte del

Principe d'Oranges, della quale si compiacque tanto che nell'estremo

di sua vita non tralasciò di dire che Marte avea fatto vendetta delle

Muse, alludendo alla sua Torre di Mergoglino diroccata per ordine del

Principe: e che li suo corpo fu trasferito a Napoli, e seppellito nella

sua chiesa di Mergoglino nel seguente mese di settembre di quell'anno,

che fu il 1530.

L'anno parimente viene chiarito da questo Scrittore, al quale concorda

l'Iscrizione del suo sepolcro, nella quale non vi è errore alcuno,

come credettero il Crispo e l'Engenio: poich'essendo nato nel 1458, e

concordando quasi tutti col Giovio, che morì di 72 anni, viene a cadere

la sua morte appunto nel suddetto anno 1530. La morte, accaduta del

Principe di Oranges, a 3 agosto del detto anno, conferma lo stesso,

essendo poco innanzi preceduta a quella del Sannazaro[117].

Suo contemporaneo e fido amico fugli _Francesco Poderico_ famoso

letterato anch'egli di questi tempi. Era gentiluomo del medesimo

Seggio e della stessa Accademia del Pontano; ancorchè fosse cieco di

corpo, non già dal nascimento, era uomo d'esquisitissimo giudicio,

tanto che il Sannazaro, mentr'era tutto inteso al lavoro del suo Poema

_de Partu Virginis_, non tralasciava mai pur un giorno di andarlo a

ritrovare e conferire con lui que' versi, ne' quali il Poderico era

tanto critico che il Sannazaro, per poterne sciegliere un verso degno

di quelle purgate orecchie, assai sovente ne recitava diece composti

d'un medesimo sentimento, e così per lo spazio di venti anni, seguendo

questo tenore di studio, pervenne al fine di quell'opera[118]. Il

Pontano l'ebbe ancora in grande stima; a lui dedicò il quarto de' suoi

libri, _de Rebus Coelestibus_; l'onorò sempre nelle sue opere, e nel

libro primo de' suoi _Tumuli_ si legge ancora quello del Poderico.

Pietro Summonte l'ebbe pure in grande venerazione ed in una sua pistola

d'eccelse lodi lo cumula, dedicandogli ancora il Dialogo del Pontano

intitolato, _Actius_.

A questi due insigni uomini dobbiamo noi l'istoria di Napoli del famoso

Costanzo: confessa egli, che fu confortato a scriverla dal Sannazaro

e dal Poderico, che benchè fosse degli occhi della fronte cieco,

ebbe vista acutissima nel giudicio delle buone arti e delle cose del

mondo. Questi due buoni vecchi, dic'egli[119], che nell'anno di N.

S. 1527 s'erano ridotti a Somma, dove io era, fuggendo la peste che

crudelmente infestava Napoli, in aver veduti tanti errori nel Compendio

di Collenuccio, che allora era uscito, mi coortarono ch'io avessi da

pigliare la protezione della verità, ed alle persuasioni aggiunsero

ancora ajuti, perchè non solo mi diedero molte scritture antiche, ma

ancora gran lume, onde poter trovare delle altre: e certo, se tre anni

dopo non fosse successa la morte dell'uno e dell'altro, dic'egli, che

la sua Istoria sarebbe più copiosa ed elegante, perchè avrebbe avuto

più spazio d'imparare e ripulirla nella conversazione di così prudenti

e dotte persone

Fiorirono ancora in questi medesimi tempi dell'istessa Accademia

del Pontano il tante volte nominato _Pietro Summonte_, ancor egli

letteratissimo, come si vede dalle sue pistole, ed a cui dobbiamo

l'edizioni dell'opera del Pontano e dell'Arcadia del Sannazaro, da'

quali ne' loro carmi vien cotanto celebrato, e da Ambrosio di Lione

cognominato il dotto[120]. Il famoso _Tristano Caracciolo_, di cui

l'istesso Sannazaro cantò:

_Ma a guisa d'un bel Sol fra tutti radia_

_Caracciol che 'n sonar sampogne e cetere_

_Non trovarebbe il pari in tutta Arcadia._

Il cotanto celebrato da' carmi di Pontano e dal Sannazzaro _Cariteo_

famoso Poeta di que' tempi[121]. _Ambrogio di Leone_ di Nola: _Vir_,

come di lui scrisse il Vossio[122], _Latine, Graeceque doctissimus,

Philosophus idem, ac Medicus insignis_. Fu egli amicissimo d'Erasmo,

come si vede dalle loro vicendevoli lettere; dal quale fu cotanto

stimato, che 'l priega insino a volerlo nominare nelle sue opere,

delle quali il Nicodemo fece lungo ed accurato Catalogo[123].

Il famoso _Alessandro d'Alessandro_, la di cui opera de' _Giorni

Geniali_, ebbe il favore d'avervi impiegati intorno i loro talenti

tre famosi Scrittori Franzesi, non pure il Tiraquello ed il Colero,

ma anche il chiarissimo Giureconsulto Dionigi Gotofredo. Fu egli

in Napoli ed in Roma nudrito fra' Letterati di questi tempi ed uscì

dall'Accademia del Pontano: conversò con Francesco Filelfo, Giorgio

Trapezunzio, Bartolommeo Platina, Giovanni Pontano, Teodoro Gaza,

Niccolò Perotti, Domenico Calderino, Ermolao Barbavo, Paolo Cortese

e Raffael Volaterrano. Ascoltò alcuni di questi in Roma, con altri

visse familiarmente, onde divenne erudito: mentr'era giovane intese

in Roma Filelfo ch'essendo già vecchio spiegava in quell'Università

le Tusculane di Cicerone: ascoltò ivi ancora Perotti e Calderino che

spiegavan Marziale. Egli di professione era Avvocato, e ne' nostri

Tribunali ed in que' di Roma si diede a difender cause. Poi lasciato il

Foro si diede a' studj men severi ed alle lettere umane tutto intese.

Vi è chi lo nota d'ingratitudine, che avendo composti i suoi Giorni

Geniali a similitudine delle Notti Attiche d'Agellio e de' Saturnali di

Macrobio, e preso da varj Autori tutto ciò che vi scrive, non siasi mai

ricordato di lodarli, dissimulandoli, come se tutto fosse stato dettato

di suo capo.

Fiorirono ancora intorno a questi medesimi tempi _Pietro Gravina_

Poeta assai celebre, _Girolamo Carbone, Girolamo Massaino, Giuniano

Majo_, celebre Gramatico, Maestro del Sannazaro e tanti altri insigni

Letterati: tanto che l'Accademia del Pontano fu uguagliata dagli

Scrittori al Cavallo Trojano, donde uscirono tanti bravi guerrieri.

Ma ove lascio il famoso _Andrea Matteo Acquaviva_ Duca d'Atri e di

Teramo, insigne non men nell'armi che nelle lettere? Dal cui esempio

tutta la sua posterità e la lunga serie de' Duchi d'Atri, seguendo i

suoi vestigi, si adorna di simili virtù, e di esser perpetua fautrice

delle discipline e de' letterati. Fra tanti pregi onde questa famiglia

si è presso di noi resa eminente sopra tutte le altre, fu senz'alcun

dubbio questo, che la rese celebratissima presso tutti gli Scrittori.

Sin da questo principio nel risorgimento delle lettere in Italia

ed in Napoli, fu questo Duca come di lui scrisse il Puntano[124]:

_Princepem Virum et in mediis philosophantem belli ardoribus, et

Philosophorum inter libros, naturaeque ratiocinationes tractantem

Ducum artes, muneraque Imperatoria, utrumque cum dignitate, neutrum

sine suo, et decore, et laude_. E quanta stima facesse di lui questo

Scrittore si vede, che oltre i tanti elogi, che si veggono sparsi

per le sue opere, gli dedica i due libri _de Magnanimitate_, ed il

primo de Rebus Coelestibus. Tutti gli altri Letterati dell'Accademia

del Pontano di questi tempi gli resero estremi onori: Pietro Summonte

fece lo stesso che il Pontano lodandolo e dedicandogli le sue opere;

i libri degli _Epigrammi_ del Sannazaro[125] sono di sue lodi.

Alessandro d'Alessandro gli dedicò i suoi libri de' Giorni Geniali.

Il Minturno[126] nel libro de' suol _Epigrammi_, il Giovio[127] in

quello de' suoi _Elogj_ e tanti altri rapportati dal Nicodemo[128], non

finiscono d'altamente lodarlo. Ci restano ancora di quest'Eroe i suoi

Commentarj, ed i quattro libri delle Disputazioni Morali, che impresse

in Napoli sin dal 1526, furon da poi ristampate in Germania nel 1609.

Ci testifica ancora il Toppi[129], che questo libro si trovava anche M.

S. in pergameno nella Biblioteca de' PP. Agostiniani di S. Giovanni a

Carbonara; ma non sappiamo se dopo il sacco ultimamente datovi, sia ora

rimase fra quei miseri avanzi.

Fu con non interrotta successione continuata la cognizione delie

migliori lingue e di tutte le discipline liberali nella di lui

posterità. _Gio. Antonio Acquaviva_ suo figliuolo fu, secondo

testimonia l'Atanagio, assai dotto e buono. _Giovan Girolamo_ suo

nipote, per giudicio di questo istesso Scrittore, fu nella poetica ed

in tutte le discipline liberali gran Maestro; al quale egli per ciò

dedicò le poesie di Bernardino Rota. Ed ultimamente _Giosia Acquaviva_

XIV Duca d'Atri, che emulando le virtù paterne, non men nelle armi

che nelle lettere, fu celebratissimo, favorì cotanto i Letterati, che

volle avere per direttore de' suoi studj l'incomparabile Cattedratico

_Domenico Aulisio_ pregio di questa Università e suo maggior splendore,

il quale l'ebbe in tanta stima, che gli dedicò quel suo libro

intitolato; _la Sfinge_, ovvero _l'Interprete dell'Affrica Occidentale

con le sue isole_, il quale M. S. presso noi si conserva.

Istoria civile del Regno di Napoli, v. 7 · 第 14 / 51 题