CAPITOLO V.

_Re FERDINANDO I riforma i Tribunali e l'Università degli Studj:

ingrandisce la città di Napoli e riordina le province del Regno._

Non solo a questo Principe deve la città e Regno di Napoli, per avervi

introdotte tante buone arti e di tante prerogative averlo fornito,

ma assai più gli deve per la particolar vigilanza, che tenne nel

riordinare i Tribunali di questa città, e di provvedergli di dotti ed

integri Ministri, perchè la giustizia fosse in quelli ben amministrata.

Egli accrebbe i Tribunali del S. C. e della Regia Camera con nuovi

e migliori istituti, e in forma più ampia gli ridusse di ciò che

Alfonso suo padre aveagli lasciati. Riordinò il Tribunale della G. C.

della Vicaria, ed a' suoi Riti aggiunse nuovi regolamenti intorno al

modo d'istituire le azioni e l'accuse, e in miglior forma prescrisse

l'ordine giudiziario ed i compromessi, siccome si vede da' suoi editti

che pubblicò nel 1477[61], donde poi i nostri più moderni Pratici,

e fra gli altri Bernardino Moscatello Lucerino, preser la norma ch'è

quella, che tuttavia in gran parte regola oggi i giudicj ne' nostri

Tribunali.

Fu tutto inteso a fornir questo Tribunale d'ottimi Giudici; onde si

narra che non ben soddisfatto d'alcuni Dottori ch'erano in Napoli,

mandò a cercargli per le province del Regno, e presso il Summonte[62]

si legge una sua pistola drizzata ad un suo famigliare in Apruzzo,

dove gli dice che avea caro d'avere da quella provincia due Dottori che

fossero persone da bene per mettergli per Giudici nella Vicaria, e che

facesse opera che dall'Aquila venisse _Messer Jacopo de Peccatoribus_,

e che vedesse ancora se in Cività di Chieti ve ne fosse un altro,

perchè gli piacerebbe averlo più presto da quella città che d'altra

parte.

Nel suo Regno cominciarono a fiorire le lettere, onde si videro

sorgere tanti uomini illustri nella giurisprudenza e nell'altre

scienze, de' quali più innanzi faremo parola; e per essere egli gran

fautore delle scienze, proccurò, che nell'Università di Napoli fossero

uomini illustri, che da tutte le parti invitava a leggere in quella

Università. V'invitò nel 1465 con buoni stipendi _Costantino Lascari_,

che da Milano, ove in quella Università avea letto sei anni, lo fece

venire in Napoli a leggere lingua greca[63]. Leggiamo ancora, che nel

1474 v'invitò _Angelo Catone_ di Supino celebre Filosofo o suo Medico,

facendolo leggere Filosofia ne' pubblici Studj di questa città. Quel

famoso _Antonio d'Alessandro_, che da questo Principe fu adoperato

negli affari più rilevanti di Stato, e che per la gran perizia della

giurisprudenza acquistò il soprannome di _Monarca delle leggi_,

pure nel 1483 volle che la leggesse in questa Università. _Antonio

dell'Amatrice_ celebre Canonista di questi tempi fu da Ferdinando

nel 1478 posto in questi Studj per Cattedratico, ove insegnò con

grand'applauso e concorso la legge Canonica. E nel 1488 v'invitò per

Lettori Bartolommeo di Sorrento, Girolamo Galeota, Giuliano di Majo,

Francesco Puzzo, Antonio Feo ed altri famosi Professori, li quali

illustrarono quest'Università e la resero non inferiore alle altre

Università d'Italia[64].

Per le tante utili arti quivi introdotte e per la grandezza de'

Tribunali, per la celebrità di quest'Accademia e per tanti altri

pregi onde ornò questo Principe Napoli, concorrendovi da tutte le

città e Terre del Regno, e da più remote parti gran numero di persone:

avvenne, che il numero degli abitatori crescesse a tal segno, che fu

d'uopo a Ferdinando ingrandir la città, ed allargare il giro delle

sue mura. Avea Carlo I d'Angiò, dopo le antiche ampliazioni, di cui

ben a lungo favella il Tutini[65], dato principio ad allargare le sue

mura, riducendo il mercato (quel miserabil teatro ove rappresentossi

l'orribil tragedia dell'infelice Corradino) dentro la città, edificando

le mura con torri avanti la chiesa del Carmelo, tirandole per dritto

incontro al mare insino all'antico porto della città che si chiama

piazza dell'Olmo, e racchiuse dentro di esse le strade, che oggi si

appellano della Conciaria, la Ruga de' Franzesi, la Piazza, detta

Loggia de' Genovesi, la Piazza delle Calcare e la Ruga de' Catalani.

Carlo II suo figliuolo nel 1300 l'ampliò dalla parte di Forcella, e

la Regina Giovanna II nel 1425 erse le nuove mura dalla dogana del

sale, insino alla strada delle Corregge. Ma Ferdinando dilatò il suo

circuito in più ampj e magnifici spazj, e con augusta celebrità si

diede ad ingrandirla, buttando la prima pietra con gran solennità e

pompa a' 15 giugno dell'anno 1484 dietro il Monastero del Carmelo, ove

edificò una Torre, che oggi giorno è in piedi, ed è nomata la torre

_Spinella_, per essere stato Francesco Spinello Cavalier napoletano

dal Re destinato Commessario a questa nuova fabbrica delle mura di

Napoli. Venne perciò racchiuso dentro la città per queste nuove mura

il monastero del Carmelo, e si tolsero via i ponti di tavole, ch'erano

avanti a ciascheduna porta della città, poichè attorno all'amiche

mura v'erano i fossi; ed a lato della chiesa suddetta si fece quella

porta, che ancor oggi si vede adornata di pietra travertina. Camminano

queste mura da questo luogo, e rinserrano la strada del Lavinaro,

l'altra della Duchesca (così appellata, perchè ivi anticamente era il

giardino d'Alfonso Duca di Calabria e della Duchessa sua moglie) e la

piazza chiamata Orto del Conte; e si trasferì la porta di Forcella

dall'antico luogo a quello dove è al presente, donde vassi a Nola,

onde Nolana appellossi. Così ancora fu trasportata la porta Capuana,

ch'era vicina al castello di Capuana, a fianchi della Chiesa di S.

Caterina a Formello, ove ordinò Ferdinando, che magnificamente si

costruisse, e fece scolpire in marmo la sua coronazione per collocarla

sopra la medesima; benchè poi, non sapendosene la cagione, non vi fu

posta, se non che da poi proseguendo l'Imperador Carlo V di cinger

Napoli di nuove mura, abbellì ed adornò questa porta di finissimi

marmi e maravigliose sculture con quella magnificenza, che ora si

vede. Furono da Ferdinando continuate queste mura, insino al monastero

di S. Giovanni a Carbonara, per le quali così questo, come quello di

Formello vennero a rinserrarsi dentro la città. Ma rimase interrotto

ogni lavoro per le turbolenze, che seguirono, e per le nuove guerre,

ch'ebbe a sostenere nella nuova congiura orditagli da' Baroni, cotanto

ben descritta da Camillo Porzio. La fabbrica è ben intesa: ella è tutta

di piperno, e da passo in passo vi sono molti Torrioni della stessa

pietra, il cui Architetto fu Messer Giuliano Majano da Fiorenza[66].

Sopra ciascuna porta vi fu scolpita in marmo l'effigie del Re sopra un

destriere con l'iscrizione: _Ferdinandus Rex nobilissimæ Patriæ_. Carlo

V poi finì il disegno, poichè nel 1537, quando egli venne a Napoli,

rinovò ed abbellì la porta Capuana con quella magnificenza, che ora

si vede, e togliendo l'effigie di Ferdinando vi pose le sue imperiali

insegne; e tirando le mura dalla parte di dietro del Monastero di S.

Giovanni a Carbonara le continuò sino alla porta di S. Gennaro, e poi

le stese insino alle falde del Monte di S. Martino, nella maniera,

ch'ora si vedono; ma le fabbricò non già di piperno, ma di pietra dolce

del monte del paese con nuovo modo di fortificazioni, non con torri, ma

con Baloardi: e questa fu l'ultima ampliazione per ciò che riguarda il

giro delle mura, poichè da poi si fabbricò tanto intorno ad esse, che i

suoi borghi nello spazio di 150 anni sono divenuti ora tante ampissime

e vastissime città.

Non pure il Re Ferdinando ne' suoi anni di pace inalzò cotanto Napoli

capo di un sì floridissimo Regno; ma ebbe ancora particolar pensiero

delle sue ampie province, che lo compongono. Non volle, che d'un

Regno se ne formasse una città sola, con ispogliar le altre delle

loro prerogative; ma le città principali delle province le fece Sedi

de' Vicerè. Quando prima i Presidi, che si mandavano a governarle,

eran chiamati _Giustizieri_, ne' suoi tempi cominciarono a chiamarsi

_Vicerè_. Quindi ne' tempi di questi Re Aragonesi leggiamo i Vicerè

d'Apruzzo e di Calabria. Quindi leggiamo concedute alle città ove

risedevano grandi prerogative, come all'Aquila, Bari, Cosenza ed a

molte altre.

Ma sopra ogni altra provincia innalzò quella d'Otranto, e

particolarmente la città di Lecce, dove ristabilì con ampissimi

privilegi e prerogative quel Tribunale. Quando questo Contado, dì cui

Lecce era capo, fu sotto i Principi di Taranto dell'illustre famiglia

del Balzo e poi Orsino, questi Principi tenevano il lor Tribunale,

ch'era chiamato il _Concistoro del Principe_; quindi ancor oggi vediamo

alcune sentenze profferite in Lecce _in Consistorio Principis_, dove

s'agitavano le cause di quel Contado, ed avea il suo Fisco; onde si

diceva il Fisco del Principe, a differenza del Fisco del Re. Questo

Concistoro era composto di quattro Giudici Dottori, d'un Avvocato e

d'un Proccuratore fiscale, d'un Maestro di Camera, o sia Camerario,

d'uno Scrivano e d'un Mastrodatto. Fu istituito nel 1402 da Ramondello

Orsino e da Maria d'Engenio genitori del Principe Giovanni Antonio[67]:

ed avea la cognizione delle cause così civili, come criminali, sopra

tutto il Contado e sopra tutte quelle città e Terre, che i Principi di

Taranto aveano occupate alla Regina Giovanna I.

Quando per la morte dell'ultimo Principe, accaduta in Altamura, il

Principato di Taranto venne in mano del Re Ferdinando, ancorchè il

Duca Giovanni d'Angiò tentasse i Leccesi perchè si mantenessero sotto

le sue bandiere, nulladimanco furon costanti sotto la fede del Re,

al quale si diedero, subito che intesero esser morto in Altamura il

Principe[68]. Ed oltre ciò, venuto il Re in Lecce nel 1462 dopo la

morte del Principe, gli presentarono tutto il tesoro del Principe,

che teneva serbato nel castello di quella città, ricchissimo di vasi

d'oro e d'argento e di preziosissime suppellettili: ciò che oltremodo

fu accettissimo a Ferdinando, il quale, per le spese della guerra,

che sosteneva col Duca Giovanni, era rimaso molto esausto di denaro.

Concedè per tanta fede e per un sì opportuno soccorso a Leccesi

privilegi ampissimi: confermò loro tutte le concessioni e contratti

di terre demaniali e burgensatiche, che aveano avuti col Principe.

Confermò il Concistoro co' Giudici, che lo componevano, e gli stipendj

che tenevano situati sopra le entrate d'alcuni Casali della città:

concedè loro privilegio, che quel Tribunale dovesse sempre risedere

in Lecce: lo ingrandì d'altre più eminenti prerogative, costituendolo

Tribunal d'appellazione sopra tutte le altre città e Terre della

provincia così dei Baroni, come demaniali: che potesse conoscere

delle cause feudali, anche de' feudi quaternati: potesse dare i

balj ed i tutori a pupilli feudatarj: potesse ravvivare l'istanze

perente, che noi diciamo _insufflazion di spirito_: che le sentenze

potessero proferirsi in nome del Re, e potesse farle eseguire, non

ostante l'appellazione interposta. Vi costituì per Capo D. Federico

suo figliuolo secondogenito, il qual vi dimorò fin che per la morte

di Ferdinando II, suo nipote non fosse stato chiamato alla successione

del Regno. Volle perciò, che non meno del S. C. di Santa Chiara, fosse

nomato ancor egli Sacro Consiglio provinciale, e che dopo quel di

Napoli fosse il più eminente sopra tutti gli altri Tribunali del Regno.

Quindi avvenne, che la Puglia, essendosi divisa in due Province, in

Terra di Bari e Terra d'Otranto, avendo ciascheduna il suo Tribunal

separato, ambedue s'usurpassero il titolo di Sacra Audienza; ma

ora molte delle riferite prerogative sono svanite, e toltone questo

spezioso nome ed alcuni altri privilegi di picciol momento, sono state

uguagliate alle Udienze di tutte le altre province del Regno.

Forse il Re Ferdinando in maggior splendore ed in una più perfetta

polizia avrebbe ridotto il Regno di Napoli, se avesse avuti nel suo

regnare più anni di pace e di tranquillità; ma ecco che contro di lui

sorgono nemici più fieri e terribili, ed i Baroni più ostinati che

mai, tornano di nuovo a perturbargli il Regno. Egli è vero, che se

Ferdinando le virtù medesime ch'esercitò nel principio del suo Regno e

tra le avversità della sua fortuna, l'avesse continuate nella prospera,

sarebbe certamente stato un Principe de' più saggi che abbiano regnato

in terra; ma il vedersi ora, dopo aver trionfato de' suoi nemici in un

Regno vastissimo e floridissimo, tutto pacato ed in pace; o che non

potesse resistere all'impeto della dominazione, o che prima covrisse

i suoi naturali costumi, fu poi notato di poca fede, e di animo fiero

e crudele. Dice Francesco Guicciardino[69] gravissimo istorico, essere

stato Ferdinando un Principe certamente prudentissimo e di grandissima

estimazione, che colla sua celebrata industria e prudenza, accompagnato

da prospera fortuna, si conservò il Regno acquistato nuovamente dal

padre contra molte difficoltà, che nel principio del regnare se gli

scopersero, e che lo condusse a maggior grandezza, che forse molt'anni

innanzi l'avesse posseduto Re alcuno; e che sarebbe stato un ottimo Re,

se avesse continuato a regnare con le arti medesime, con le quali avea

principiato; ma da poi, siccome ponderò Angelo di Costanzo[70], non men

di quello, savissimo Scrittore, il vedersi in tanta prosperità, mutò

maniera e costumi; poichè non ricordandosi de' beneficj che Iddio gli

avea fatti, cominciò a regnare con ogni spezie di crudeltà ed avarizia,

non solo contra quelli, che alla guerra passata aveano tenuta la parte

contraria, ma anche contra coloro che l'aveano più servito, perchè

rivocò tutti i privilegi che loro aveva fatti in tempo di necessità. Ma

quel, che più d'ogni altro gli facesse acquistare l'odio universale, fu

Alfonso Duca di Calabria suo primogenito, il quale seguendo il medesimo

stile lo superava di crudeltà ma assai più di libidine, disonorando

molte case principali, pigliandosi pubblicamente dalle case de' padri

le figliuole, e togliendole a' mariti illustri a cui erano promesse,

e poi maritandole a Nobili, e sovente contro lor volere. Accumulò

per tanto Alfonso tanto odio all'odio che s'avea acquistato il padre,

che non solo da' sudditi del Regno, ma da altri Potentati d'Italia fu

desiderata la sua ruina.

Conoscendo tanto Ferdinando, quanto Alfonso la mala volontà universale,

pensarono di vivere sempre armati, tenendo molte genti di guerra,

perchè potessero tenere in freno i soggetti che non si ribellassero.

E Ferdinando per aver occasione di nutrire il suo esercito in paesi

d'altri, fatta lega con Papa Sisto, mosse guerra ai Fiorentini, e

mandò il Duca di Calabria all'impresa di Toscana. Reggeva allora la

Repubblica fiorentina Lorenzo de' Medici, cittadino tanto eminente

sopra il grado privato nella città di Fiorenza, che per consiglio suo

non pur si reggevano le cose di quella Repubblica, ma era per tutta

Italia grande il nome suo, poich'invigilava con ogni studio che le cose

d'Italia non in modo bilanciate si mantenessero che più in una che in

altra parte non pendessero, e sovente l'aiuto dell'uno si ricercava

per far contrappeso all'altro. I Fiorentini per ciò, per tema che

il Re Ferdinando non stendesse oltre i suoi confini e non venisse ad

insignorirsi della Toscana, impegnarono i Venegiani ad entrar in lega

contro Ferdinando. I Vinegiani temendo ancora, che presa la Toscana,

non venisse a farsi Signore della Lombardia, s'unirono prontamente co'

Fiorentini, li quali non potendo dalle potenze cristiane conseguire che

travagliassero Ferdinando, si girarono a quella del Turco che avea suo

imperio nell'Albania, e parte nella Schiavonia dirimpetto al Regno[71];

onde i Fiorentini per divertire l'arme di questo Re dalla Toscana, ed i

Vinegiani quelle del Turco da' loro proprj Stati, invitarono Maometto

II alla conquista del Regno di Napoli. Gli avvenimenti della qual

impresa, siccome quella de' Baroni congiurati, bisogna riportare al

seguente libro di questa istoria.

Istoria civile del Regno di Napoli, v. 7 · 第 8 / 51 题