e finisce colla chiusa solita di questi componimenti popolari:
fornita è questa storia al vostro honore.
Da una nota manoscritta è detto: _Ottave di Giampietro Salvetti (sec.
XVI) di Pistoia, stampate in Firenze nel 1562_. L'altra edizione ha per
titolo: _Historia nuova | delle Malitie, e Astutie, et | Inganni, che
usa ciascheduna arte. Composte | in ottava rima et novamente stampate_,
poi sei piccole silografie rap. lavori campestri, s. d. n. l., due
fogli, doppia colonna, car. rom. sec. XVI; in questa i villani non sono
nominati. Il D'Ancona e il Milchsack ne ricordano un'altra edizione del
1555.
[62] _Le Satire alla Carlona di M. Andrea da Bergamo_, Vinegia 1546,
vol. 1, pag. 60, satira XIII.
[63] CURZIO MAZZI, _La Congrega dei Rozzi di Siena nel sec. XVI_,
Firenze, 1882, vol. 1, pag. 325.
[64] Questa «Frottola» (del sec. XVIº, 3 fogli a 3 col. s. d. n.
l. adesp. 21 × 16), dopo il titolo ha nel primo foglio la medesima
silografia preposta al «Contrasto del matrimonio de Tuogno e della
Tamia» ricordato dallo STOPPATO, _Op. cit._, pag. 102. La grande
diffusione che nel principio del sec. XVI ebbero queste produzioni
popolari, non permetteva per ognuna di esse l'intaglio di una speciale
silografia, e perciò molte volte possiamo venire a conoscere il luogo
di origine di alcune di esse, per mezzo di queste ripetizioni di
silografie tolte da operette più note.
[65] _Carmina illustrium poetarum italorum_, tomo X, pag. 262.
[66] Anche il GARZONI, un secolo circa dopo il Vegio, dopo di aver
nel suo curioso libro _La Piazza universale di tutte le Professioni
del mondo_, Venetia, 1587, ricordate le lodi che gli scrittori
dell'antichità avevano tributato alla vita campestre proclamandola più
invidiabile di quella cittadina, soggiunge: «Con tutte le preminenze
et lodi ch'hanno gli Agricoli della terra se io tacessi, Momo mi
accuserebbe per partiale; onde è forza contare tutte quelle che io
mi ricordo, per fuggir le calonnie di costui; come che il contadino
o villano è da meno che un plebeo, perchè il plebeo riposa pur la
domenica, et esso molte volte anco la festa è sforzato a sudare intorno
al frumento... Il villano è sordido quanto dir si possa... si muta
di camiscia se non allo spontar delle luserte, o al rinovar della
pelle che fanno i serpenti, o delle corna come fanno i cervi, la qual
cosa avviene una volta l'anno... I villani hanno ancora comunemente
la conscienza grossa, et massime nel pigliar la robba del padrone,
servendosi di quella ordinaria ragione, che son troppo aggravati
et angariati da lui. Questa è quella che gli fa diventar furbi et
ladroni... che gli induce a fornicar volentieri con le mogli dei
vicini, a tornar Gomorra in piedi, a partirsi da messa innanzi all'«Ite
missa est»... Hoggidì sono i villani astuti come volpi, malitiosi
come la mala cosa, pieni di magagne come il cavallo del Gonella..., e
quando si dice villano, tanto è dire, come se alcuno dicesse Barraba
fra' ladri, Euribato fra' furbi, Procuste fra gli assassini, Harpalo
fra sacrilegi, perchè non regna in lui comunemente nè conscienza,
nè ragione, essendo un bue nel discorso, un asino nel giudizio, un
cavallaccio nell'intelletto, un alfanna nel sentimento grasso più che
il brodo dei macheroni, eccetto che nel male è peggior di un mulo,
havendo tanta malitia che lo copre tutto da capo a piede. Per questo
il villano è battezzato con tanti nomi di rustico, di tangaro, di
serpente, di madarazzo, d'irrationale, di ragano, di villan scorticato,
e di villan Cucchino che più dispiace a loro che ogn'altro vocabolo».
[67] È il cod. 1393, cart. del sec. XV di carte 187; contiene, come
già abbiamo detto, a c. 112-114 r. la satira _De Natura rusticorum_,
edita dal Novati; è descritto dal BIADEGO, _Catalogo descrittivo dei
Manoscritti della Biblioteca comunale di Verona_, Verona, 1892, pag.
37. Ne dobbiamo la copia alla cortesia del prof. conte Carlo Cipolla.
[68] «E similmente sono ancora di quegli assai che credono troppo
bene, che la zappa e la vanga e le grosse vivande et i disagi, tolgano
del tutto ai lavoratori della terra i concupiscevoli appetiti, e
rendan loro d'intelletto e d'avvedimento grossissimi». BOCCACCIO,
_Decamerone_, giornata III, nov. I. Queste parole di Filostrato sono
ripetute nell'_Heptaméron des nouvelles de très haute et très illustre
princesse Marguerite d'Angoulême, royne de Navarre_, Paris, 1858, nov.
XXIX: «Je ne trouve point etrange, dist Parlamente, que la malice y
soit plus que aux autres, mais ouy bien, que l'amour les tourmente
parmy le travail qu'ilz ont d'autres choses...».
[69] ATTILIO PORTIOLI, _Le Opere Maccheroniche di Merlin Cocai_,
Mantova, 1892, Volume I, Maccheronica VII, pag. 186:
. . . . . . . . quid sueta ligone
Vomere et attrito rigidas sub vertere glebas
Rustica progenies aspirans grandibus ambit?
En pastus siliquas, paleis caput obrutus, et qui
Non nisi festivo tellurem tempore sputis
Inficit, abiectus, sordens, alienus ab omni
Morigero cultu, tantum suefactus aratro,
Aut stimolare boves, aut stercus fundere campis...
Maccheronica XI, pag. 257:
Est sacrificium sanctum ammazzare vilanos.
Sanguine vult (Baldus) spadam nec spegazzare vilano.
E a pag. 261, parlando delle devastazioni portate dalla grandine:
Poltronos facit haec se desperare vilanos.
. . . . . . . . . . . . . . . . . .
Audis gaioffos tali pro sorte vilanos
Blasphemare Deum, coeloque ostendere ficas.
E nell'_Orlandino_, cap. V, ottava LVI:
Perch'esser al villan crudo e severo
Altro non è se non bontà e clemenzia;
Anzi dirò che un fusto grosso intero
È quello che gli spira gran prudenzia:
Dalli pur bastonate sode e strette
Che non si ha di guarirlo altra ricetta.
dove è ripetuto il notissimo proverbio degli Alfabeti e di tutte le
altre poesie satiriche contro i villani.
[70] Anche nella poesia popolare tedesca sono frequenti le lodi
all'utilità del contadino. Ricordiamo i canti nº 1-6 editi dal Bolte
nella raccolta ricordata.
[71] Sono note le lodi esagerate che gli tributarono i contemporanei
che lo dissero «secondo Virgilio»; particolarmente interessante per il
nostro studio è l'egloga quarta, tra le dieci di cui si compone l'opera
sua giovanile _Adolescentia_, intitolata «De disceptatione rusticorum
et civium» nella quale un villano narra a un altro quale sia l'origine
della diversità di condizione tra la popolazione della città e quella
del contado, come gli ha raccontato un giorno Aminta: Il Creatore,
dopo tre lustri da che aveva posti Adamo ed Eva nel Paradiso terrestre,
scende un giorno sulla terra e domanda ad Eva di vedere la loro prole;
Adamo era assente e la nostra prima madre, temendo che i nati non
sembrassero troppo numerosi al Divin Padre, ne nasconde alcuni nel
fieno, e gli presenta i più grandicelli a cui il Creatore dispensa gli
onori terrestri; la madre, incoraggiata da questa buona accoglienza,
corre a prendere gli altri e li presenta così com'erano, coperti di
strame e di ragnatele, al Creatore:
Non arrisit eis, sed tristi turbidus ore:
Vos foenum, terram, et stipulas, Deus inquit, oletis;
Vester erit stimulus, vester ligo, pastina vestra...
L'altro villano risponde che Aminta, essendo cittadino, segue il
costume della gioventù urbana di deridere i villani, ma che invece
gli abitanti della campagna sono da preferirsi per la loro innocenza a
quelli della città, di cui enumera lungamente i vizi:
Insanis, Fulica, insanis, tot in urbibus hostes
Sunt tibi quot cives, hi nos tondentque pilantque
Non habita nostri capitis ratione coarctant.
[72] Confronta questa accusa d'irreligiosità fatta dal Folengo ai
villani, colle lodi che invece il MANTOVANO tributa alla loro pietà
nell'egloga VIII «De rusticorum religione».
[73] È degno di osservazione il fatto di veder qui i pastori trattati
nella satira assai peggio dei villani, mentre vedremo nella drammatica
popolare dei Rozzi e nel dramma pastorale continuamente distinte
le due classi, e il villano rappresentato sempre come disturbatore
degli amori idillici dei pastori, ufficio che più tardi fu assegnato
al satiro. Anche il Bolte ha osservato come avvenga ben presto nella
poesia pastorale questa disparità di trattamento tra i villani ed i
pastori: «Den meisten dünkt der Abstand zwischen dem vergilischen
Ideal und der gemeinen Wirklichkeit zu gross, und sie verfallen
auf den seltsamen Ausweg, die Landbevölkerung in zwei Gruppen, edle
Schäfer und grobe Bauernrüpel, zu teilen. Für die letzteren haben sie
nur stolze Zurückweisung oder Hohn» BOLTE, _Op. cit._, pag. 8. In un
poemetto rusticale di FERDINANDO FRANCHI, intitolato _Gli Sciali dei
Contadini del Piano_ (sec. XVIII) e inteso a satireggiare la voracità
dei villani, vediamo il perdurare, in questo genere di componimenti, di
questa distinzione:
Le sontuose mense dei villani,
le feste, i balli e le allegrie io canto
non già di quei che con industri mani
fendono al vago colle il duro manto,
ma sì de' malcreati _pianigiani_
che sopra tutti han di rapaci 'l vanto:
razza ignorante e rustica nazione,
che duro più dell'asino ha 'l groppone.
Ma avremo occasione più tardi di ritornare su questo argomento; dacchè
abbiamo ricordato il poemetto del Franchi, non sarà fuor di luogo che
riproduciamo qui la descrizione curiosa ch'egli fa di un pranzo nuziale
di contadini. Appena è portata la minestra in tavola:
XXIV. Getta la turba a cotal vista un grido
grido di gioia e di letizia adorno
che ne rimbomba ogni vicino lido
e ne trema la terra intorno intorno:
giunge perfino dentro al Regno infido,
. . . . . . . . . . . . . . . .
e nelle ombrose solitarie selve
le feroci spaventa orride belve.
XXV. Vedeste mai rabbioso stuol di cani
da cruda fame oppressi e tormentati
dal ferro uccisa belva a brani a brani
divorarsi coi denti smisurati?
. . . . . . . . . . . . . . . .
sono cotali que' villan cornuti
che per vantaggio lor son molto astuti.
XXVII. . . . . . . . . . . . . . . . .
O razza buscherona contadina,
o rustica progenie sconsagrata!
laggiù nell'eternale atra fucina
la moglie di Pluton t'ha ingenerata!
Ingolleresti tutta la cucina,
mangeresti un demonio in carbonata.
Questo poemetto fu pubblicato da G. NERUCCI nell'_Archivio per le trad.
pop._, vol. II, pag. 294.
[74] _La Cortona Convertita del Padre Francesco Moneti con la
Ritrattazione ed altri bizzarri componimenti poetici del medesimo
autore_, Amsterdam, 1790, pag. 292. — Il MONETI scrisse anche una
satira _Della vita e costumi de' Fiorentini_, ristampata nel nº 8 della
_Bibliotechina grassoccia_.
[75] Il Rossi illustrando un componimento di questo genere che si trova
nelle Lettere del Calmo (_Le lettere di M. A._ Calmo, Torino, Loescher,
1888, pag. 149) annunziò di aver raccolto un gran numero di questi
testamenti umoristici; speriamo ch'egli attenga presto la promessa
fatta di trattare ampiamente di questo argomento tanto caratteristico
della letteratura popolare. Ricorderemo qui solo alcuni dei più noti.
Che il protagonista di questi testamenti umoristici fosse molto spesso
il Villano, e ch'essi fossero recitati dai buffoni e dai giullari per
dar spasso nei conviti alle liete brigate, ci è attestato dal GARZONI,
_La Piazza universale_, cap. dei Buffoni, pag. 352: «Hor ne' moderni
tempi la buffoneria è salita sì in pregio, che le tavole signorili
sono più ingombrate di buffoni, che d'alcuna specie di virtuosi; e
quella Corte par diminuita, e scema, dove non s'oda, o non si veda un
Caraffula, un Gonnella, un Boccafresca in catedra, che dia tratenimento
con favole, con motti, con piacevolezze, con bagatele, con mocche,
all'honorata udienza, che gli siede intorno. Quivi il buffone recita
i testamenti villaneschi di Barba Mengone, e di Pedrazzo; adorna
l'instromento, che fa Sier Cecco di parole più grosse, che quelle
del Cocai... parla di medicina come un Mastro Grillo...». Oltre il
noto _Testamentum asini_ pubblicato dal NOVATI nei _Carmina m. e_.,
ricorderemo i seguenti altri:
I. _Desperata: Testamento: et Tran | sito de Gratios da Bergem | per
venturina de val Lu | gana. Composta per el dottor Farina: | Cosa da
crepar | dal ridere..._ In Venetia per Stephano Bindoni, 1554, Miscell.
marciana 2213, 5:
. . . . . . . . . . . . . . . . . .
E lagi, mi brigadi, a i me paret
un per de scarpi vechi senza suoli
che combri za tre agn per do marchet
. . . . . . . . . . . . . . . . . .
E sto gabà el lagi e la gonella
al spicial fò da San Salvador
perchè i robè una volta una porcella...
II. _Il Testa | mento de Zuan Polo | alla schiavonescha col nome del |
noder et di testimonii et | comessarii con l'epitaphio che | va sopra
la sepoltura et | un sonetto molto ridiculoso_. Miscell. marc. 195, 7.
III. _El contrasto del matrimonio de Tuogno e de | la Tamia el quale e
Bellissimo et notamente composto da ridere et sgrignare ecc. | Item un
bel testamento de un altro | villan da havere grande piacere: | et el
Pianto de la Tamia_, poi segue una silografia rappresentante quattro
villani che si appellano davanti al giudice. Del Contrasto ha parlato
lo Stoppato; nel testamento burlesco Tuogno lascia sua erede universale
la Tamia:
el corpo me a le grole
e l'anima a chi la vole.
IV. _Il Testamento | di M. Latantio | mescolotti | cittadin del Mondo_.
Miscell. Marc. 2208, 12:
Lascio a color che sono innamorati
mille rivolgimenti di cervello
. . . . . . . . . . . . . . . . . .
L'otio a' Poeti, et a i poveri la fame
. . . . . . . . . . . . . . . . . .
Lascio ch'ognun d'estate goda il caldo
Item lascio le scuse a i debitori.
Vedi GUERRINI, _La Vita e le Opere di G. C. Croce_, Bologna,
Zanichelli, 1879, Saggio bibliografico nº 258. Confronta anche nel
medesimo i testamenti burleschi dei numeri 139, 220, 252, 256, 257.
_V. Testamento novamente | fatto per Messer | Faustin Ter | dotio_
Miscell. Marc. 2147, 3:
el capello ai tignosi
li capilli ai tosi
le orecchie a i sordi
il cervello ai balordi
il lassa ai cechi gli occhi
ai zaltruni i pidocchij
la lingua dona ai mutti
e la vesica ai putti.
Questo testamento burlesco è ricordato dal Rossi, _Lettere di M. A.
Calmo_, Appendice II. Il Rossi ha pure pubblicato un altro testamento
burlesco satirico nell'_Intermezzo, Rivista di Lettere, Arti e
Scienze_, Anno I, Alessandria, 1890, pag. 629.
VI. Un altro testamento burlesco è nell'atto quarto della _Tragicomedia
di Squaquadrante Carneval et di Madonna Quaresima..._, Brescia 1544
(Vedi la descrizione bibliografica di quest'operetta in: LUIGI MANZONI,
_Il libro di Carnevale dei sec. XV e XVI_, Bologna, Romagnoli, 1881,
_Scelta di curiosità letterarie_, dispensa CLXXXI), operetta che da
una nota manoscritta dell'esemplare posseduto dalla Trivulziana è
attribuita a Filippo Ferroverde Pittore senese, e che continua ad
essere ristampata per il popolo (V. BIONDELLI, _Saggio sui dialetti
gallo-italici_, Milano, Bernardoni, 1853, parte I, pag. 178 e 188); e
molti altri ne ricorda il NISARD nell'_Histoire des Livres populaires
ou de la Litérature du colportage_, Paris, 1864, tomo I, cap. VI.
Ricordiamo pure: _La Farce de M. P. Pathelin avec son Testament à
quatre personnages_, Paris, 1723. Nel volume miscell. S. B. V. vi.
65 dell'Ambrosiana si legge pure un testamento burlesco, che ha il
seguente titolo: _Vita e testament de l'Omm de preja_, Milano, 1850.
[76] _Usi e pregiudizi de' Contadini della Romagna_, operetta
seriofaceta di PLACUCCI MICHELE, Forlì, Barbiani, 1848, in _Archivio
per le tradizioni popolari_, vol. III, pag. 486; fu poi ristampata
dal Pitrè, Palermo, Pedone, 1885, nel vol. I delle _Curiosità popolari
tradizionali_.
[77] T. WRIGHT, _Histoire de la Caricature et du Grotesque_, Chapit. V,
pag. 70.
[78] E. DU MÉRIL, _Poésies inédites du moyen âge précédées d'une
Histoire de la Fable Ésopique_, Paris, Franck, 1854, pag. 9.
[79] LÉOPOLD SUDRE, _Les Sources du Roman de Renart_, Paris, Bouillon,
1893, pag. 12. Vedi anche CANELLO, _Saggi di critica letteraria_, pag.
170: _Favole, Fabliaux e Fiabe su Renardo e Isengrino_.
[80] LENIENT, _La satire en France au moyen-âge_, pag. 127.
[81] DU MÉRIL, _Op. cit._, pag. 108.
[82] Nelle favole non è raro di vedere il villano contrapposto al lupo;
ricorderemo la XXII del _Novus Aesopus_ di ALESSANDRO NECKAM: _De lupo
et bubulco_. V. DU MÉRIL, _Op. cit._, pag. 193. Nella facezia CLXII del
Poggio il lupo è sostituito dalla volpe.
[83] SUDRE, _Op. cit._, pag. 341.
[84] LENIENT, _Op. cit._, pag. 134. «Renart est le type et le héros
d'une generation nouvelle. Le monde commence à se désenchanter de
la force pour adorer une autre puissance, l'adresse, la ruse, ce qui
s'appellera plus tard la politique.
Tot cil qui son d'engin et d'art
Sont mes tuit apelé Renart.
[85] MARTIN, _Le Roman de Renart_, Paris, 1882-87, v. 10180.
[86] _Lateinische Gedichte des Xe und XIe Jh. herausgegeben von_ I.
GRIMM _und_ A. SCHMELLER, Göttingen, 1838; vedi quanto è detto nella
Prefazione, pag. XVIII, sulla origine popolare di questa novella.
[87]
Ad mensam magni principis
Est rumor unius bovis
Presentatur ut fabula
Per verba jocularia.
[88] Nei fabliaux si accenna sempre alla classe dei villani benestanti:
Jadis estait uns vilains riches
Més moult estoit avers et ciches.
[89] Nel: _Vanto di duoi | Villani | cioè | Sandron e Burtlin | Sopra
le astutie | tenute da essi nel vender le | castelate quest'anno | Cosa
bella, e da ridere, del Croce_ || In Bolog. per lo Erede del Cochi al
Pozzo rosso con Licenza dei Super. e Pri. (Vedi Guerrini, Op. cit.,
pag. 481, nº 262)
A tal ch'sti Zittadin,
Han ben dal gof a dirla qui fra nu,
Sis credin cha siamo turlurù.
Ch's'iavesin ben più
Occhi ch'n'nha al Pavon in t'la cova
I n'aran mai da nu la part sova
. . . . . . . . . . . . . .
nu cuntadin,
Nassem tut cun l'man fat a rampin.
[90] Vedi sulle descrizioni del _Paradiso deliziano_ e del _Paese di
Cuccagna_, ALBINO ZENATTI, _Storia di Campriano contadino_, Bologna,
Romagnoli, 1884 (Scelta di curiosità letterarie, dispensa CC), pag.
LVIII, e VITTORIO ROSSI, _Lettere di A. Calmo_, Appendice II, pag. 398.
[91] SUDRE, _Op. cit._, pag. 228.
[92] Anche _Renart_, vinto in combattimento da _Roonel_, si finge
morto ed è messo in un sacco e gettato nel fiume, ma è poi salvato dal
cugino _Grimbert_. Ricordiamo come riscontro all'aneddoto del sacco,
oltre quelli già notati, dal Köhler, dall'IMBRIANI, dallo ZENATTI,
dal PITRÉ e dal RUA, la seconda farsa di TABARIN nella quale il
capitano Rodomonte, colla solita promessa, induce lo sciocco Lucas ad
entrare nel sacco. Anche nella novella _Les Lunettes_ di LA FONTAINE
(MARTY-LAVEAUX, _Œuvres complètes_ de LA FONTAINE, Paris, Jannet,
1857, t. II, parte IV, pag. 295), il giovane che si era introdotto
nel monastero e si era tradito rompendo gli occhiali dell'abbadessa,
legato ad un palo, sta per essere castigato della sua temerarietà;
ma fortunatamente passa un mugnaio, a cui il giovane fa credere che i
tormenti che lo aspettano sono una punizione delle sue oneste ripulse,
e il mugnaio si fa mettere al suo posto e viene in sua vece bastonato.
[93] Questo caratteristico fabliau (MONTAIGLON et RAYNAUD, _Op. cit._,
t. III, 74) che ha ispirato a MOLIÈRE il suo _Médecin malgré lui_ è
noto nella novellistica italiana sotto il nome di: _Storia | nuova |
piacevole | e da ridere | di un Contadino nominato Grillo, il quale
si volse far medico | e per le sue astutie diventò ricco, ecc..._
Oltre i numerosi riscontri che ne diedero il KÖHLER nella decimanona
illustrazione alla _Posilecheata di Pompeo Sarnelli_ nella ristampa
curata dall'IMBRIANI, e il Rossi, _Op. cit._, libro IV, pag. 270,
ricorderemo la novella quinta del SERMINI (_Le Novelle di Gentile
Sermini da Siena_, Livorno, Vigo, 1874): «Maestro Caccia da Seiano
era sì in cerusica ed in fisica valentissimo, che veduto, senza
dare medicina alcuna, in meno di due naturali, ogni infermità curava
perfettamente» nella quale, come nelle _Aventures des Til Ulespiègle_,
première traduction complète par P. JANNET, Paris, Lemerre, 1880, pag.
26, è riprodotta la seconda parte dell'aneddoto. Il BARUFFALDI, come
è noto, ha sciupato questo comicissimo tema, diluendolo in un poema
di dieci canti (_Grillo, Canti dieci d'Enante Vignaiuolo_, Venezia,
apresso Homobon Bettanino, 1738), nel quale ha tentato di fare del
villano Grillo un successore della tradizione Bertoldesca:
Tenea in fronte però tal signatura,
Che mostrava avanzar d'astuzia, e senno,
Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno.
(Pag. 4, strofa X).
[94] MONTAIGLON et RAYNAUD, _Op. cit._, tomo III, nº LXXXI.
[95] Vedi LENIENT, _Op. cit._, cap. V.
[96] Confronta le circostanze spaventevoli che accompagnarono la
nascita del mago Merlino, con quelle molto comiche narrate nel capitolo
primo delle _Aventures de Til Ulespiègle_, P. Jannet, Paris, 1880: «De
la naissance de Til Ulespiègle, et comment il fut baptisé trois fois en
un jour».
[97] _I due primi libri della Istoria di Merlino_, per cura di G.
ULRICH, Bologna, Romagnoli, 1884 (Scelta di curiosità letterarie,
dispensa CCI), pag. 39.
[98] _L'Esopo di Francesco del Tuppo_, per cura di CESARE DE LOLLIS,
alla libreria Dante in Firenze, 1886, pag. 27. Vedi anche DU MÉRIL,
_Op. cit._, pag. 34, e la _Vita di Esopo_ del LA FONTAINE (_Œuvres de
J. de La Fontaine_, Paris, Hachette, 1883, t. I, pag. 26-54).
[99] _El Dyalogo di Salomon e Marcolpho_ a cura di ERNESTO LAMMA,
Bologna, Romagnoli, 1885 (Scelta di curiosità letterarie, dispensa
CCIX). Quella stessa tendenza verso il meraviglioso che nella
coscienza medioevale aveva fatto credere che i saggi dell'antichità
fossero iniziati nei segreti dell'arte magica e dotati di poteri
soprannaturali, andava pure rivestendo i sapienti dei caratteri
particolari che la tradizione attribuiva all'indovino delle tradizioni
popolari. Nel _Fiore di Filosofi e di molti savi_, Bologna, Romagnoli,
1865 (Scelta di Cur. Lett., dispensa LXIII) edito dal CAPPELLI, Socrate
è così descritto: «Socrate fu grandissimo filosofo in quel tempo e
fu molto laidissimo a vedere, ch'egli era piccolo malamente, ed avea
il volto piloso, le nari ampie e rincagnate, la testa calva e cavata,
piloso il collo e li omeri, le gambe sottili e ravvolte».
[100] _El Dyalogo_, ecc., pag. XXXII.
[101] ANGELO DE GUBERNATIS, _Storia della Satira e Florilegio di satire
ed epigrammi_, Firenze, 1884.
[102] F. L. PULLÉ, _Un progenitore indiano del Bertoldo, _ negli _Studi
editi dall'Università di Padova a commemorare l'ottavo centenario della
origine della Università di Bologna_, Padova, 1888, vol. III.
[103] Il WESSELOFSKY (_Giorn. storico della lett. ital_., volume VIII,
pag. 275) osserva che nel ciclo delle leggende salomoniche negative
che dimostrano il saggio re confuso dal suo rustico interlocutore si
possono far rientrare «la leggenda abruzzese testè recata in luce
dal Pitrè (_Archivio_, IV, 514, 515) non che il fabliau francese,
avvertito dal Mussafia, di un giovane il quale profittando dei savi
consigli di suo padre, cui egli salvò la vita, riesce a sciogliere le
bizzarre quistioni propostegli dal re». A questo ciclo dell'indovino
del volgo, del villano astuto che scioglie gli enigmi propostigli dal
suo signore si ricollega pure la novella quarta del SACCHETTI: «Messer
Bernabò, signore di Milano, comanda a uno abate che lo chiarisca di
quattro cose impossibili: di che uno mugnaio, vestitosi de' panni dello
abate, per lui le chiarisce in forma che rimane abate, e l'abate rimane
mugnaio»; questa novella è ripetuta nel _Grand Paragon des Nouvelles_
di NICOLAS DE TROYS, Paris, Franck, 1879, nov. 40ª. «D'un seigneur
qui par force vouloit avoir la terre d'ung abbè, s'il ne luy donnoit
responce de trois choses qu'il demandoit, laquelle il fit par le moyen
de son mounier». Così pure la troviamo tra le novelline dell'Hebel in
Germania, e nei _Contes populaires de la Gascogne_, raccolti dal BLADÉ,
Parigi, 1886, tomo III, pag. 297. Nelle novelline popolari vediamo
il villano vincere persino il diavolo nell'abilità di sciogliere
enigmi; basterà che ricordiamo la novella XXVI dei CRYPTADIA, _Contes
secrets traduits du russe, Recueil de documents pour servir à l'étude
des traditions populaires,_ Darmstadt, 1883-86, vol. I, pag. 59.
Nell'_Orlandino_ di LIMERMO PITOCCO, _Le opere Maccheroniche di Merlin
Cocai_, ed. cit., vol. III, parte I, cap. VIII, Marcolfo scioglie
gli enigmi proposti all'abate Griffarosto; il Folengo ha trasformato
l'astuto villano in cuoco dell'abate. Per altri riscontri vedi: DE
CASTRO, _Op. cit._, pag. 183, e V. IMBRIANI, _La Novellaia fiorentina_,
Livorno, Vigo, 1877, pag. 621.
[104] GUERRINI, _Op. cit._, pag. 185.
[105] Il carattere religioso della figura di Salomone, il re saggio per
grazia divina, concorse a conservarne la grandiosità leggendaria: nella
_Rappresentazione di Salomone_ il Signore apparendogli in sogno, gli
dice:
Io t'ho donata molta sapienza
più che mai fusse in persona raccolta,
et ancor voglio per la mia clemenza
che più degli altri abbi ricchezza molta,
onore, gloria e fama ancor ti dono.
Non potendo, per questo carattere religioso, essere intaccata la maestà
della figura del re saggio per grazia divina, la tradizione popolare
cercò di spiegarne la sconfitta per opera dell'indovino del volgo,
accordando all'astuzia del villano un'origine comune, quantunque molto
più modesta, con quella della sapienza salomonica. Vedi _El Dyalogo di
Salomon e Marcolfo_ per ERNESTO LAMMA, ecc., pag. 37.
[106] LAMMA, _Op, cit._, pag. XLV.
[107] NOVATI, in _Giorn. St._, V, pag. 258.
[108] Tra i molti rifacimenti a cui andò soggetta l'opera del Croce,
ricorderemo i _Trastulli della Villa_ di CAMILLO SCALIGGERI, Venetia,
1627, in cui è narrato il viaggio della famiglia di Bertoldo alla
corte del re Attabalippa, e lo _Specchio ideale della Prudenza tra
le pazzie, ovvero Riflessi morali sopra le ridicolose azzioni, e
semplicità di Bertoldino_, Firenze, 1707, del MONETI, curiosa satira
del bizzarro Cortonese contro i dotti commenti degli Umanisti. CARLO
GOLDONI, compose un dramma giocoso per musica intitolato: _Bertoldo,
Bertoldino e Cacasenno_. Il re Alboino fa venire alla sua corte la
famiglia di Bertoldo, e si innamora di Menghina, moglie di Bertoldino;
questi è geloso al massimo grado, e dopo alcuni avvenimenti non molto
spiritosi, la famiglia dei villani ritorna ai suoi monti e ai suoi
cibi prediletti. L'unica scena che ricorda il racconto del Croce, è
l'incontro di Alboino con Bertoldo, il quale parla al re con molta
ruvida franchezza; qui non abbiamo più le astuzie tradizionali con
cui Bertoldo inganna la regina, e il villano è persino ingannato dalla
nuora.
[109] V. ZENATTI, _Op. cit._; G. RUA, _Intorno alle piacevoli notti
dello Straparola_, in _Giorn. storico della Lett. It._, vol. XVI;
PITRÈ, _Archivio per le tradizioni popolari_, vol. I, pag. 200.
[110] MONTAIGLON et RAYNAUD, _Op. cit._, t. IV, nº XCVI.
[111] MONTAIGLON et RAYNAUD, _Op. cit_., t. III, nº LXXX.
[112] BARBAZAN, _Fabliaux et Contes_, Paris, 1808, t. II, pag. 127.
[113] Questa storiella esiste anche in un codice Vaticano da cui la
trasse l'HAURÉAU (_Notices et Extraits des Mss. de la Bibl. Nat._, t.
XXIX, pag. 322), _De clericis et rustico_. Il villano dice tra sè sul
conto dei compagni: «Sed sint urbani cum semper in urbe dolosi...».
È noto poi come questa astuzia sia stata più tardi attribuita a
Pulcinella. Per altri riscontri vedi VITTORIO IMBRIANI, _Dante e il
Delli Fabrizi_ in _Atti della R. Acc. di Scienze di Napoli_, vol. XX,
pag, 10, e la _Novellaia fiorentina_, pag. 616.
[114] HERVIEUX, _Les fabulistes latins_, Paris, Firmin Didot, 1894,
t. II, pag. 420, _Romuleae fabulae Gualteri Anglici_, Favola IV
dell'Appendice. Questa favola, che ci dimostra quanto grande fosse lo
scherno di cui era fatta oggetto nel medio-evo la disgraziata classe
dei villani, deve aver goduto di una grande diffusione, perchè la
ritroviamo spesso ripetuta. Essa, come è noto, forma l'argomento del
fabliau di RUTEBEUF, _Le pet au vilain_ (MONTAIGLON et RAYNAUD, _Op.
cit._, t. III, nº LXVIII):
. . . . . . . . . . . . . .
Onques à Ihesu Crist ne place
Que vilainz ait herbergerie
Avec le Fil Sainte Marie;
Car il n'est raison ne droiture,
Ce trovons nous en Escriture;
Paradis ne pueent avoir,
Por deniers ne por autre avoir;
Et à Enfer ront il failli,
Dont li maufè sont maubailli.
. . . . . . . . . . . . . .
Ainsi s'acorderent jadis
Qu'en Enfer, ne en Paradis,
Ne puet vilains entrer sans doute.
Il poeta destina i villani alla _Terre de Cocusse_. La troviamo anche
nel _Volgarizzamento delle favole di Galfredo dette di Esopo_ (edito
da G. Ghivizzani, Bologna, Romagnoli, 1866, _Scelta di curiosità
letterarie_, dispense LXXV-LXXVI, fav. LXV) ed è seguita dalla seguente
_Moralità temporale_: «Per il villano s'intende l'uomo cattivo, la
compagnia del quale non solo dalli buoni è rifiutata, ma anche dalli
cattivi». Già nel poemetto, _De Paulino et Polla_, abbiamo visto come
fosse rimproverato alla classe dei rustici di corrompere la purezza
dell'aria:
Aera cum flatu, corpore fœdat humum.
CENE DELLA CHITARRA parodiando i dodici sonetti dei mesi di Folgore da
S. Gemignano, contrappone alle gaie feste ed ai baci di belle fanciulle
promessi da Folgore ai suoi concittadini, la compagnia dei villani:
Intorno questo sianovi gran bagli
Di villan scapigliati e gridatori
Dai quai risolvan sì fatti sudori
Che turben l'aire, sì che mai non cagli.
Poi altri villan facendo in mancie
Di cipolle, porrate e di marroni
Usando in queste gran gravezze e ciancie.
A questo ciclo di satire contro il fetore dei villani, possiamo
aggiungere anche il racconto del villano asinaio che passando in una
via dove era la bottega di un profumiere fu tanto colpito dall'odore
degli aromi «essendo stato nutrito en lo fango et in lo fetore de
la stalla» che cadde a terra privo di sensi e non ritornò in sè fino
a quando non gli fu posto sotto il naso un poco di letame. (Vedi F.
ULRICH, _Recueil d'exemples en encien italien_, in _Romania_, Romania,
XIII, 1884, nº 49, pag. 55 e NOVATI, in _Giorn. Storico_, III, 322 e V,
321; vedi anche il nº 54 degli _Exempli_ dell'ULRICH, _De un sengnore
et uno vilan_). È noto come l'autore del corrispondente fabliau, _De
vilain asnier_, faccia seguire la storiella da questa morale:
Ne se doit nus desnaturer.
che ci fa ricordare la favola dell'_Escarbot et sa Femme_, di cui parla
il WRIGHT, _Histoire de la Caricature_, ecc. cap. V, pag. 71, e la
risposta che il lupo dava ai monaci che volevano insegnargli a leggere.
Vedi anche la novella XXI dei CRYPTADIA, vol. I, pag. 49.
[115] Notiamo come nelle favole LXXXIX e XC sia rivolta contro i
villani l'accusa di non saper conservare i segreti, la quale, nella
saga salomonica, e ancora prima nella leggenda di Mahausadha, era
diretta dal volgare indovino contro le donne.
[116] Vedi le favole LIII, LXXXIII.
[117] Vedi le favole LXXV, LXXVI; quest'ultima è ripetuta dal SERCAMBI
(_Novelle inedite tratte dal cod. Trivulziano CXCIII_ per cura di R.
Renier, Torino, Loescher, 1889) nella nov. LXXX.
[118] MONTAIGLON et RAYNAUD, _Op. cit._, t. IV, nº CIX; sarebbe troppo
lungo e inopportuno il ricordare qui tutti i fabliaux che dipingono
l'infelicità coniugale del villano. Ricorderemo quello, _Du preste ki
abevete_, che ha qualche analogia col _Vilain de Bailleul_, così pure
il _Fabliau d'Aloul_, il _Meunier d'Arleux_, la _Sorisete des estopes_,
_Le quatre souhais Saint Martin_, ecc.
[119] Questo fabliau che, come è noto, fornì l'argomento alla nov.
VIII della giornata III del Decamerone, appartiene al ciclo leggendario
delle narrazioni riferentisi allo sciocco che si crede morto o cambiato
con un altro. Basterà che ricordiamo la novella II del SERCAMBI (ediz.
cit.), _De Semplicitate_, la facezia LXVII del POGGIO; in una novella
del FORTINI, il villano Santi del Grande recatosi in città a vendere
due capretti, è persuaso da alcuni burloni che essi sono capponi
e non capretti, come i ladri avevano fatto col prete Scarpacifico
(STRAPAROLA, Notte 1, fav. II) e Eulenspiegel col villano (pag. 133,
cap. LXVIII), e, convinto di esser morto, si lascia fare i funerali,
e solo dalle provvidenziali bastonate con cui è accolto dal fratello
è richiamato alla realtà della vita. Anche nella _Trinuzia_ del
FIRENZUOLA i servi persuadono il dottor Rovina ch'egli non è più lui
stesso, come è narrato del Grasso Legnaiuolo, e come è fatto credere
a M. Niccolò nello _Stufaiolo_ del DONI, a Calandro nella commedia del
DOVIZI, ed al marito dalla moglie infedele in alcune novelle (Vedi la
II delle _Antiche Novelle in versi di tradizione popolare riprodotte
sulle stampe migliori_ con introduzione di G. RUA, nel vol. XII delle
_Curiosità popolari tradizionali_ pubblicate per cura di G. PITRÈ,
Palermo, Clausen, 1893, e la novella _Mustafà_ del BATACCHI). La
storiella dello sciocco che si lascia fare i funerali e che è lasciato
cadere in terra dai portatori perchè l'intendono parlare, è ripetuta
dal POGGIO, facezia CCLXVII; dal MORLINI (_Novellae, Fabulae, Comedia_,
Lutetiae Parisiorum, 1855, nov. II); dal LASCA (_La prima e la
seconda Cena_ di A. GRAZZINI, Milano, 1810, cena II, nov. II) e nella
tradizione popolare questa scempiaggine è attribuita a Giufà in Sicilia
(PITRÈ, _Fiabe, Novelle e Racconti popolari siciliani_, Palermo,
Pedone, 1875, vol. III, cap. CXC), a Iuvadi in Calabria (F. MANGO,
_La leggenda dello sciocco nelle novelle calabre_, in _Archiv. per le
trad. pop._, vol. X, pag. 45). In questo ciclo si può comprendere la
«Farce nouvelle de Malmet badin natif de Baignolet, qui va à Paris au
marché pour vendre ses œufz et sa cresme, et ne les veult donner si non
au pris du marché» (VIOLET LE DUC, _Ancien Théâtre François_, Paris,
Jannet, 1854, t. II, pag. 80), e la novella LXVIII di BONAVENTURE DES
PERIERS.
[120] _Histoire litt. de la France_, XXIII, p. 204. Oltre l'analisi
minuta dei fabliaux che hanno per protagonista il villano, fatta dal
Le Clerc, dal Lenient e dal Bédier, essi furono riassunti dal LEDIEU
nell'_Op. cit._, dove si trovano anche alcune notizie sulla condizione
dei villani nel medio-evo.
[121] È attribuita anche ai saggi di Gotham. (Vedi WRIGHT, _Histoire
de la caricature_, ecc., pag. 212). Secondo un'altra storiella, il
villano, avendo perduto l'asino, si reca da un ciarlatano e si fa dare
una medicina per ritrovare la sua cavalcatura (POGGIO, facezia LXXXVI;
BONAVENTURE DES PERRIERS, novella XCIV).
[122] Poggio, facezia XII. Il DELLI FABRIZI, come vedremo,
l'attribuisce ai Bergamaschi.
[123] POGGIO, facezia XI; MALESPINI, _Duecentonovelle_, parte II, nov.
LXIV; G. FINAMORE, in _Archivio per le tradizioni popolari_, vol. IX,
pag. 157.
[124] Vedi il fabliau _Brifaut_, MONTAIGLON et RAYNAUD, _Op. cit._, t.
IV, nº CII. Questa fa parte del ciclo delle numerose scempiaggini che
nel folklore continuano ad essere attribuite al tipo leggendario dello
sciocco.
[125] MORLINI, nov. XIII; STRAPAROLA, notte XIII, fav. II, e si trova
inoltre nella _Raccolta di burle, facezie_, ecc., poste insieme da
ALESSANDRO DI GIROLAMO SOZZINI, gentiluomo sanese, Siena, 1865, nella
_Cortigiana_ dell'ARETINO (Atto I, scene XI-XVIII), nelle facezie di M.
PONCINO DELLA TORRE, del PIOVANO ARLOTTO, di C. DATI, nel _Cortigiano_
del CASTIGLIONE, Firenze, Sansoni, 1894, libro II, cap. LXXXIX.
Per altri riscontri vedi RUA, _Intorno alle piacevoli notti dello
Straparola_, in _Giornale storico della Lett. Ital_., XVI, pag. 278.
[126] Agli accenni ricordati dal GUERRINI (_Op. cit._, pag. 259-260)
sull'imperizia dei Veneziani nel cavalcare, aggiungiamo i seguenti:
la scena III dell'atto I della _Talanta_ dell'ARETINO dove si narrano
le comicissime paure del veneziano Vergolo che deve essere aiutato
da tre o quattro persone per montare a cavallo. CARLO DATI narra di
un Veneziano, che andato a una posta, chiese un cavallo lungo per
sei persone. Molti altri sono ricordati da V. CIAN nel commento al
_Cortegiano_, ed. cit., libro I, cap. XXVII, lib. II, cap. LII.
[127] MONTAIGLON, ecc., I, nº X. Vedi anche SACCHETTI, novella CXXXIV,
e KRYPTADIA, vol. I, pag. 158, nov. XLIX.
[128] MONTAIGLON, ecc., t. I, nº XI; LEDIEU, _Op. cit._, pag. 111.
[129] A questo ciclo si riconnette anche il noto fabliau _De Berangier
au lonc c..._ (MONTAIGLON, ecc., t. III, pag. 252, n. LXXXVI), nel
quale si narra come una figlia di un castellano povero, costretta
a sposare un ricco villano smargiasso, faccia al marito una certa
burla sulla quale è bene non insistere, smascherandone la codardia e
costringendolo a sopportare in pace che essa conceda il suo amore ad un
nobile cavaliere. Il villano invece confonde e svergogna la moglie nel
fabliau: _De la C... noire_, MONTAIGLON, ecc., VI, nº CXLVIII.
[130] Il Matazone così incomincia:
A voy, segnor e cavaler
. . . . . . . . . .
Intenditi questa raxone
La qual fe Matazone
E fo da Caligano
E naque d'un vilano
E d'un vilan fo nato
Ma non per lo so grato
Però che in vilania
No vose aver compagnia
Se no da gli cortexi
Da chi bontà imprexi.
[131] BÉDIER, _Op. cit._, pag. 292.
[132] _Ibid._, pag. 290.
[133] GUERRINI, _Op. cit._, cap. I.
[134] BARTOLI, _I precursori del Boccaccio_, Firenze, Sansoni, 1876,
pag. 22.
[135] Abbiamo già accennato alla corrispondenza delle parole di
Filostrato in questa novella con quelle di Geburon nella XXIX nov.
dell'_Heptaméron di Margherita d'Angoulême_; in quella raccolta è
l'unica novella in cui il nobile consesso si compiace di narrare le
avventure di un villano; e Normefide, interrompe bruscamente Parlamente
con queste parole: «Je vous pris, laissons là ce païsant avecq sa
païsante...».
[136] _Novelle_ di F. SACCHETTI, Torino, Pomba, 1853, nov. LXXXVIII,
CLXV, ecc.
[137] Vedi la nov. XVIII della raccolta del D'ANCONA, la VII dell'ediz.
lucchese, e la II, XI, LXIX, LXXX della raccolta tratta dal Renier dal
codice trivulziano.
[138] Il MÜNTZ, _L'Arte italiana nel Quattrocento_, Milano, 1894,
trad. it. di A. LUZIO, osserva: «Scorrendo gli scritti del sec. XV, o
esaminando le opere d'arte della stessa epoca, si è colpiti dal vedere
qual esigua parte vi abbia il contadino. Nel secolo precedente esso
era stato uno degli attori favoriti dei novellieri, Sacchetti, ser
Giovanni (!) non meno del Boccaccio. Ma d'ora in poi, diventa un mito,
un'astrazione: quando per caso straordinario, un artista fa ad uno di
questi diseredati l'onore di introdurlo in una sua composizione, egli
lo imbacucca d'un costume bizzarro che si avvicina al costume antico
assai più che non è quello del Rinascimento. Non si direbbe quasi che
l'artista non ha mai messo i piedi ne' campi, non ha mai veduto un
colono od un pastore se non attraverso un prisma?».
[139] _Le Novelle_ di G. SERMINI _da Siena_, Livorno, Vigo, 1874.
[140] Sull'ingratitudine dei villani è da ricordarsi _Le Dit de Merlin
Mellot_ (in JUBINAL, _Op. cit_., pag. 128), in cui è narrato di un
villano «ânier» che si mostra sconoscente verso il suo sovranaturale
benefattore, il quale castiga l'ingrato togliendogli tutti i beni e
gli onori che gli aveva concessi, e riducendolo di nuovo «ânier»; il
racconto termina con questa considerazione:
Je puis bien tele gent au chien comparagier,
Quant le chien a charoigne plus qu'il n'en puet mengier
I. autre ne lairoit par-devant li rungier,
Ainz l'abaie et rechine com déust esragier.
[141] Novel. XXV. Nella nov. XII narra il Sermini la sua fuga dalla
campagna, dove si era rifugiato per fuggire la moria nel 1492, deciso
ad affrontare il pericolo di essere attaccato dal morbo, pur di
togliersi dalla compagnia dei villani, contro cui si scaglia con somma
violenza, deridendone il linguaggio ed enumerandone i vizi.
[142] Nella _Raccolta di Novellieri_ della _Collezione dei Classici
italiani_, vol. II, pag. 29, è narrata, in una novella d'anonimo, una
burla simile fatta a Bianco Alfani a cui è fatto credere che è stato
eletto Podestà di Norcia; egli spende quanto possiede per il necessario
arredamento, ma poi ritorna al suo paese beffato e impoverito.
[143] È un opuscoletto di poche pagine, che porta la segnatura 48, 4,
del sec. XV, e nella prima pagina si legge: _Dialogo de dui Villani
| che se scontrano, et uno dimanda | a l'altro ciò che ha visto a
Venetia, et li narra il tutto, cosa piace | vole, da ridere. Per
Rocho de gli Arimenesi | Paduano Poeta Laureato sul Monte de Venda di
Caroli | e Panocchie Laureato e Poetato de man | de la signora Mathia
Cartolora | ditta refugio de' Matti || Con una novella de uno Villano
che credea essere inspiritato, et venne per rimedio alla speciaria
della Borsa. In fine: In Venetia, per Francesco de Tomaso di Salò e
compagni in Frezaria al segno de la Fede._ Il nome di questo stampatore
non si trova in alcuno degli elenchi dei primi editori di Venezia.
[144] Confronta il ritratto del villano nel _Vilain mire_ e nel
_Fabliau d'Aloul_.
[145] Allo speziale accade quello che toccò pure ad un prete, come
si racconta nella seguente novella: «Novella de uno prete il qual
per voler far le corna a un contadino si ritrovò in la m... lui
e il chierico: cosa piacevole da ridere di Eustachio Celebrino da
Udine. Venetia, 1535». È ricordata dal Passano, dal Brunet e nella
_Bibliographie des ouvrages relatifs à l'amour_; noi non abbiamo potuto
averla sott'occhio.
[146] P. A. TOSI, _Maccheronee di cinque Poeti italiani del sec. XV_,
Milano, Daelli, 1864.
[147] _Duecentonovelle_, parte II, nov. LXIV.
[148] _Novelle ed. ed ined. di ser_ G. FORTEGUERRi, nov. VIII.
[149] _Scelta di curiosità lett_., nº CXXXVIII, Bologna, Romagnoli,
1874.
[150] Il Verri (_Storia di Milano_, II, cap. XIII, pag. 212) riferisce,
riportandola dalla _Cronaca dell'Ozario_, una scena consimile tra un
Villano e Bernabò Visconti; il Villano però non sa di trovarsi innanzi
al temuto signore, e si lamenta soltanto delle ingiustizie commesse dal
governatore di Lodi, e dell'estrema miseria in cui era ridotto.
[151] Nella _Farce de Maistre Pierre Pathelin_, _avec son testament
à quatre personnages_, di PIERRE BLANCHET, come è noto, Thibault
Aignelet risponde sempre «Bée» alle domande del giudice, come gli aveva
insegnato Pathelin; ma quando questi vuol farsi pagare dal villano
che era stato assolto con questo stratagemma si sente rispondere
dall'astuto cliente «Bée»; e la medesima burla è ripetuta in una farsa
di Hans Sachs, nell'_Arzigogolo_ del LASCA, nella _Scelta di facezie_,
_tratti_, _buffonerie_, _motti e burle cauate da diversi autori_,
Firenze, 1594, pag. 161 e nei _Diporti di M. Girolamo Parabosco_,
Torino, Pomba, 1853, Giorn. I, nov. VIII, pag. 63.
[152] Passano, _I novellieri italiani in prosa_, _indicati e
descritti_, Torino, Paravia, 1878, vol. II, pag. 423.
[153] Il villano, in una novella che troviamo riportata dal LA FONTAINE
(_Op. cit._, pag. 254: _Le Diable de Papefiguière_) e dai KRYPTADIA, t.
I, pag. 59, inganna il Diavolo che gli aveva dato un campo da lavorare
a metà prodotto, seminando delle patate e lasciando al Diavolo le
foglie; essendosi poi stabilito che il raccolto sarebbe spettato a chi
dei due avesse riconosciuto la cavalcatura del compagno, il villano
viene al luogo fissato a cavallo della moglie e vince la scommessa, non
avendo il diavolo conosciuto la strana cavalcatura dell'avversario.
Vedi anche sullo stesso argomento della lotta tra il diavolo e il
villano, RUA, in _Giorn. Storico_, XVI, pag. 250. Anche Belfagor,
nella notissima novella del Machiavelli, deve rinunciare a castigare il
villano Matteo del Bricco dell'abuso che costui faceva della facoltà
concessagli di guarire le ossesse, perchè è messo in fuga dalla falsa
notizia, datagli dall'astuto villano, che stava per essere raggiunto da
Monna Onesta. Il D'ANCONA (_Poemetti pop. it._, Bologna, Zanichelli,
1889, pag. 131) come Appendice al _Trattato della Superbia_, ecc. ha
pubblicato tre Contrasti, il primo dei quali in un'edizione recente
è intitolato: _Curioso Contrasto tra la Morte ed un Villano astuto
che guarisce ogni malattia colle Erbe._ La Morte incontra un villano
e cerca di intimorirlo minacciando di farlo morire con varie malattie
che gli viene enumerando; ma il villano non si lascia sgomentare e ad
ogni male minacciato ricorda i rimedi corrispondenti a cui saprebbe
ricorrere, e non si dà per vinto che quando la Morte minaccia di
coglierlo all'improvviso.
[154] Il CARDUCCI, _Cantilene e Ballate_, Strambotti e Madrigali nei
sec. XIII e XIV, Pisa, Nistri, 1871, pag. 74, ha pubblicato uno dei più
antichi esempi di poesia rusticale, anteriore alla Nencia; ripubblicato
da SEVERINO FERRARI, _Bibl. della Lett. pop. it._, Firenze, 1882, anno
I, vol. I, pag. 65.
[155] D'ANCONA, _La poesia popolare italiana_, Livorno, Vigo, 1878.
[156] E. RUBIERI, _Storia della poesia popolare italiana,_ Firenze,
Barbera, 1877, parte II, cap. XIV.
[157] BURCKHARDT, _La civiltà nel secolo del Rinascimento_, Firenze,
Sansoni, 1876, t. II, pag. 104 e seg. Il Burckhardt, dopo di aver
osservato che questa reazione naturalistica nella poesia contro la
bucolica convenzionale degli imitatori di Virgilio e del Boccaccio
non era possibile che in Italia per le condizioni diverse in cui vi
si trovavano i contadini rispetto a quelli di Francia e di Germania,
aggiunge: «Ora è bensì vero che la boria e l'orgoglio cittadinesco
sono un continuo stimolo ai poeti e ai novellieri perchè mettano in
canzonatura il villano, e che la commedia improvvisata si dà premura
poi di fare il resto. Ma tuttavia dove trovare neanche un'ombra di
quel crudele e beffardo odio di razza contro i vilains, di cui sono
pieni gli aristocratici poeti provenzali e qua e colà anche i cronisti
francesi? Egli è un fatto che negli scrittori italiani di qualsiasi
specie (_Corteg._, II, 54; PANDOLFINI, _Governo_, pag. 86) s'incontrano
frequenti e spontanee testimonianze d'onore e di rispetto per una
classe di persone che rende alla società sì segnalati servigi e ha
tanto diritto alla di lei gratitudine». Senza fermarci a constatare la
maggiore o minor quantità di componimenti satirici contro i villani nei
diversi paesi, osserviamo contrariamente a quanto afferma l'illustre
storico del nostro Risorgimento, che se il Pandolfini, o per meglio
dire, l'Alberti in alcuni luoghi dell'opera discorre della felicità
di chi vive in villa lontano dai rumori della città, parlando dei
contadini, dice: «È cosa da non poter credere quanto nei villani sia
cresciuta la malvagità! Ogni loro pensamento mettono nell'ingannarci;
mai errano a loro danno in niuna ragione s'abbia a fare con loro:
sempre cercano che si rimanga loro del tuo... Se le ricolte sono
abbondanti per sè ne ripongono le due migliori parti. Se per cattivo
temporale o per altro caso le terre furono quest'anno sterili,
il Contadino non te n'assegna se non danno, ecc.» (pag. 106-107).
Anche nel _Cortegiano_ del CASTIGLIONE non abbiamo saputo trovare le
attestazioni di simpatia a cui il B. accenna; anzi i contadini vi sono
in più luoghi dipinti come vittime di burle tradizionali per opera
di buontemponi, e vi si stigmatizza il nobile che lotta per diporto
col villano. Certo nella nostra letteratura non mancano le lodi ai
villani, ma ai due scrittori citati non spetta questo merito. Tra i
molti che scrissero in lode della popolazione rurale, ricorderemo GIO.
VINCENZO IMPERIALE che scrisse nei primi anni del sec. XVII un poema,
intitolato: _Lo stato rustico_, Genova, 1611, nel quale contrappone la
felicità della vita rustica all'infelicità della cittadina.
[158] _Storia della Lett. it._ (trad. it.), Torino, Loescher, 1891,
volume II, parte I, pag. 228.
[159] Il Fanfani dice del Magnifico: «Scritturò ancora (mi si lasci
dir così, perchè proprio mi dà l'idea egli d'impresario, e gli altri
di virtuosi) quanti più filosofi, letterati, poeti, storici potè
raccapezzare; e tutti se gli teneva dattorno, e tutti facevansi grassi
alle sue spalle, godendosi ville, sollazzi ed onorati riposi, secondo
la natura di ciascuno, e rendendo poi al magnifico dispensatore larga
mercede di incensature». _Poesie giocose inedite o rare_ pubblicate da
A. MABELLINI, con un _Saggio sulla poesia giocosa in Italia_ di PIETRO
FANFANI, Firenze, 1884, pag. 16.
[160] G. BACCINI, _Bollettino storico_, _letterario del Mugello_,
FIRENZE, 1893, anno I, n. 7, pag. 104; il Baccini ricorda altre
canzonette dello stesso Giambullari.
[161] La quinta delle ventotto stanze rusticali pubblicate dal FERRARI,
_Op. cit._, pag. 231, ricorda questo passo della Nencia.
[162] Nella poesia rusticale pubblicata dal Carducci, già ricordata, è
detto:
Siete più netta che non è il pattume
E rilucete più ch'una stagnata.
Il Folengo:
Bocca Zoanninae cum grignat, grignat Apollo
Bocca Zoanninae cum spudat, balsama spudat.
[163] Satire alla Berniesca, Turino, pro Martino Cravotto, 1549.
Confronta anche la XXXVII delle _Stanze dello Sparpaglia alla Silvana_
di F. DONI, e i ritratti femminili nella Catrina e nel _Mogliazzo_ del
BERNI.
[164] V. ROSSI, _Battista Guarini ed il Pastor Fido_, _Torino_,
_Loescher_, 1886, parte II, pag. 174.
[165] GASPARY, _Op. cit._, vol. II, parte II, pag. 271.
[166] Il volumetto porta la segnatura [47. 1] s. l. n. d. adesp.
car. got. della fine del sec. XV (cm. 16 × 11). Il Capitolo è così
intitolato: _Capitolo rusticale contando le bellezze de_ | _la sua
inamorata_. A fol. 2-t, si leggono: _Strambotti alla Martorella_ che
finiscono con un _Strambotto sopra un paio di calze_: a fol. 5-r:
_Capitolo_, _Sonetti e Strambotti d'amore_: a fol. 9-r e 10-r i due
_Capitoli_ attribuiti a Cecco d'Ascoli di cui parliamo in Appendice II.
[167] SILVIO PIERI, _Un commediografo popolare del sec. XVI_, in _N.
A._, luglio 1881.
[168] Nelle _Rime di Magagnò, Menon e Begotto in lingua rustica
padovana_, Venetia, 1610, sono assai frequenti le imitazioni del
Ruzzante; si confronti il ritratto che Menon fa della Thietta:
E qui do brazzi — Par ramonazzi
. . . . . . . . . . . . . . . .
O che man care — Man da impastare
Senza faiga — sie stara de pan. (pag. 16).
Qui peazzon, che co i va per la villa
I sfregola le zoppe, pi che 'l sole. (pag. 30).
[169] BIONDELLI, Op. cit., pag. 162: _Matinada_, _idest Strambòg che
fa il Gian alla Togna_. Si può qui ricordare anche la _Serenata, overo
cantata del Dott_. _Graciano e Pedrolino in lode della loro innamorata_
del CROCE, pubblicata da A. GAUDENZI, _I suoni, le forme e le parole
dell'odierno dialetto della città di Bologna_, Torino, Loescher, 1889,
pag. 225:
PEDR. ..... voi cantà de Franceschina
Che l'è piò bianca che n'è la puina,
E piò zentil assè d'un formai dur.
GRA. La Sabadina è com'una polpetta,
. . . . . . . . . . . . . . . .
[170] Sulla poesia rusticale vedi il Quadrio, _Della Storia e della
Ragione d'ogni Poesia_, Bologna, 1739, libro I, dist. II, cap. VII. Tra
gli scrittori in lingua rustica napoletana ricorderemo G. C. CORTESE,
al quale appartiene: _La Rosa, Chelleta posellechesca che no Toscanese
decerria Favola boscareccia_ (Collezione di tutti i poemi in lingua
napoletana, Napoli, 1783, t. III). Anche nelle poesie di Filippo
Scruttendio de Scafato abbiamo parecchie descrizioni burlesche delle
bellezze dell'innamorata; basterà che ricordiamo il sonetto III della
_Corda primma_:
Cecca se chiamma la Segnora mia,
La facce ha tonna comm'a no pallone
. . . . . . . . . . . . . . . .
Ha le vuocchie de cefescola e d'arpia,
Ha li capille comme l'ha Protone,
No pede chiatto ha dinto a lo scarpone
Che cammenanno piglia mezza via,
È cchiù bavosa che non è l'anguilla
Cchiù saporita che non sò le spere...
così pure vedi il sonetto nº XIII.
[171] PORTIOLI, _Le opere Macheroniche di Merlin Cocai_, Mantova, 1882,
vol. 1, pag. 253.
[172] _La Piazza universale_, ecc., discorso CXIIII, pag. 344. Vedi
anche G. ROSA, _La Valle Camonica nella Storia_, Breno, Venturini,
1881, pag. 73 e 114, e RUA, _Intorno alle Piacevoli Notti dello
Straparola, in Giorn. Stor._, XVI, pag. 245.
[173] I facchini servivano di spasso alla popolazione cittadina nel
carnovale, come gli Ebrei a Roma nel sec. XVII.
[174] BIONDELLI, _Op. cit._, pag. 182 e seg.; DE CASTRO, _La Storia
nella Poesia popolare milanese_, Milano, Brigola, 1879, pag. 110.
Sulla presenza nel carnevale milanese di Mascherate facchinesche,
vedi AMBROGIO DA MILANO (C. Cantù), _I Carnevali milanesi nel Mondo
Illustrato_, febbraio 1847, pag. 119, e I. CANTÙ, _Il Carnevale
italiano_, Milano, Vallardi, pag. 98.
[175] STOPPATO, Op. cit., pag. 113 e seg.
[176] V. IMBRIANI, _Dante e il Delli Fabrizi_, loc. cit.
[177] Abbiamo qui un'altra conferma dell'uso comunissimo in quel tempo
della parola «facchino» per bergamasco, usata, come avverte l'Imbriani,
anche dall'Ariosto (_Sat._, VI, 115). Altre testimonianze di questo
uso porta il Rossi nel noto studio sull'_Odasi_ (_Giornale Stor. della
Lett. It._, XI).
[178] _Le Tredici Piacevolissime Notti_, Venezia, Zanetti, 1604, pag.
236.
[179] ZERBINI, _Note storiche sul Dialetto Bergamasco_, Bergamo,
Gaffuri, 1886, pag. 38.
[180] Anche nelle _Rime di Magagnò_, ecc. (pag. 58) si legge una
traduzione in lingua rustica padovana del primo canto dell'Orlando.
[181] La corrente satirica contro i Bergamaschi aveva annesso un
significato dispregiativo anche al nome del grande capitano; vedi il
PASSERINI, _Op. cit._, pag. 92, nº 191.
[182] A. MOSCHETTI, _Il Gobbo di Rialto e le sue relazioni con
Pasquino_, nel _Nuovo Archivio Veneto_, Anno III, t. V, parte I; V.
ROSSI, in _Rassegna bibliografica della Lett. It._, I, 184 e in _Giorn.
Stor._, XXII, pag. 295.
[183] Vedi nel _Saggio bibliografico_ del Guerrini sul Croce i numeri
62, 98, 99, 170, 189, 244, 256, 263, 266.
[184] STOPPATO, _Op. cit._, pag. 156 e seg. Sopra la voracità dello
Zanni vedi anche la _Corona Maccheronica di B. Bocchini detto Zan
Muzzina_, parte I, pag. 220.
[185] G. RUA, _Intorno alle Piacevoli Notti dello Straparola_, in
_Giorn. Stor._, XVI, pag. 245.
[186] TOSI, _Op. cit._, Appendice.
[187] STOPPATO, _Op. cit._, pag. 156.
[188] _Le origini della lingua italiana_, Genova, 1685, pag. 498.
[189] Il NICCOLÒ ROSSI, nel passo citato dal De Amicis, dice
appunto: «Nè commedie io nomerò giammai quelle che da gente sordida
et mercenaria vengono qua e là portate, introducendovi _Gianni_
Bergamasco, Francatrippa, Pantalone et simili buffoni...». Nelle
_Stanze in lode delle Virtuosissime et Honestissime Damigelle Siciliane
e di tutta la loro honoratissima Compagnia_ di G. C. CROCE è detto:
(st. XXVI) Burattino v'è anchor, che similmente,
È molto raro nell'imitatione,
E in far belle cascate parimente
Porge diletto assai alle persone;
Ma se ben in tal'arte egli è eccellente,
D'un pelo non gli cede _Giovannone_,
Che col rozzo idioma fa d'intorno
Muover gran risa, e rende un spasso adorno.
[190] _Giorn. Stor._, IX, pag. 285.
[191] _Storia della Lett. It._, vol. II, parte II, pag. 306.
[192] _Opere edite ed inedite del Marchese Cesare Lucchesini_, Lucca,
1832, t. II, pag. 128.
[193] Il dialetto bergamasco, colle sue forti aspirazioni, doveva certo
fornire oggetto di satira, e basterà che ricordiamo le dispute che
nella tradizione popolare si narrano come avvenute tra i Bergamaschi e
i Fiorentini sulla priorità della loro lingua (STRAPAROLA, notte VII,
2, e notte IX, 5.).
[194] RICCOBONI, _Histoire du Théâtre italien_, Paris, 1730, t. I, cap.
II.
[195] Ediz. dei Classici italiani, Milano, 1804, pag. 124. L'Agresti,
_Studii sulla Commedia italiana del sec. XVI_, Napoli, 1871, pag.
146, dice: «In Firenze era un ridotto, detto il Zanni (!!), alle cui
laidezze abbominevoli correvano in folla, anche i giovani bennati,
struggendosi di piacere per quelle sconcezze, ed applaudendole molto
più delle commedie de' letterati». Povero Zanni, confuso con un teatro!
Carlo Dati nella lettera al Menagio, dice: «E perchè questa parte
del Zanni è tra' Comici forse la principale, i medesimi quasi da essa
prendono il nome, dicendosi andare a gli Zanni, e alle Commedie degli
Zanni, cioè dei Commedianti».
[196] In una nota del Minucci al _Malmantile racquistato_ del LIPPI,
Milano, 1807, Canto II, ottava XLVI, è detto: «Zanni, dal nome
Giovanni, che propriamente significa servo ridicolo Bergamasco...».
[197] D'ANCONA, _Origini del Teatro it._, Torino, Loescher, 1891, 1,
602, nota 4.
[198] F. VALENTINI, _Trattato su la Commedia dell'arte ossia
improvvisa. Maschere italiane ed alcune scene del Carnovale di Roma_,
Berlino, 1826.
[199] V. CARAVELLE, _Chiacchere critiche_, Firenze, Loescher, 1889,
pag. 36 e sg.
[200] E. MASI, _Sulla Storia del Teatro it. nel sec. XVIII_, Firenze,
Sansoni, 1891, pag. 227.
[201] Il Cian, nel commento già ricordato al _Cortegiano_ (lib. II,
cap. XXVIII, pag. 159), ricorda un passo del Nifo, _De Re Aulica_,
nel quale si accenna all'analogia della satira contro i Bergamaschi
e i Cavensi, introdotti sulla scena come tipi ridicoli e burleschi:
«... quales apud nos sunt qui Cavenses imitantur, et apud Venetos
Bergomates».
[202] _Op. cit_., parte II, cap. I.
[203] Sulla tanto dibattuta questione dell'origine del nome di
Arlecchino vedansi gli studi del D'ANCONA, _Varietà storiche e lett._,
Milano, Treves, 1885, parte II, pag. 290, e di G. RAYNAUD, _La Mesnie
Hellequin_ negli _Études Romanes_, Paris, Bouillon, 1891, pag. 64.
[204] MICHELE SCHERILLO, _La Commedia dell'Arte in Italia_, Torino,
Loescher, 1884, pag. 53 e seg.
[205] _Corriere di Napoli_, settembre 1893, nº 245 e 247. Vedi pure
dello stesso: _I Teatri di Napoli, sec. XV-XVIII_, Napoli, Pierro,
1891, pag. 688.
[206] _Geschichte des Grotesk-Komischen_, Leipzig, Werl, 1862, pag. 30.
[207] _Masques et Bouffons_, Paris, 1860, t. I, pag. 75.
[208] _Memorie del Sig. Carlo Goldoni, scritte da lui medesimo_,
Venezia, 1788, t. II, cap. XXIV, pag. 186 e seg.
[209] Le parole del Flögel sono pure ripetute nel noto raffazzonamento
del NICK, Die _Hof-und Wolks-Narren_, Stuttgart, 1861, t. II, pag. 90.
[210] BENEDETTO CROCE, _Op. cit._
[211] PIERRE TOLDO, _Figaro et ses origines_, Milan, Dumolard, 1893.
[212] Il QUADRIO, _Op. cit._, libr. I, pag. 193, ritiene pure che gli
Zanni abbiano un'origine relativamente recente: «E generalmente, per
concitare le risa, si sono dagli Italiani introdotti nella Commedia
gli Zanni, che quante parole dicono, tante malamente difformano
e sconciano, sghignazzando intanto per sì fatti spropositi gli
spettatori».
[213] AGRESTI, _Op. cit._, pag. 82.
[214] E. LOVARINI, _Un allegro convito di studenti a Padova. Epistola_
(Nozze Sagaria-Bottesini), Padova, Crescini, 1889, pag. 7.
[215] _Propugnatore_, Nuova Serie, vol. I, parte I, pag. 291.
[216] _Giorn. Storico_, XX.
[217] _Tutte le opere del Famosissimo Ruzante_, Vicenza, 1584.
[218] A pag. 231 della stessa opera trovansi nella _«Zagni che fa tutte
le parti in Commedia»_ alcune notizie interessanti sui vari personaggi
della Commedia dell'Arte.
[219] _Testi antichi modenesi dal sec. XIV alla metà del sec. XVIII_
editi da F. L. PULLÉ (_Scelta di Curiosità lett_., Romagnoli, disp.
CCXLII), pag. LXIX e seg.
[220] _Poesie pastorali e rusticali raccolte ed illustrate con note_
dal DR GIULIO FERRARIO, Milano, 1808, pag. 348.
[221] FERRARIO, Op. cit., pag. 409.
[222] A. D'ANCONA, _Origini del Teatro_, Torino, Loescher, 1891, volume
I, pag. 547 e seg.
[223] STOPPATO, _Op. cit._, pag. 89-127.
[224] CURZIO MAZZI, _La Congrega dei Rozzi di Siena nel sec. XVI_,
Firenze, Le-Monnier, 1882, vol. I, pag. 289 e seg.
[225] D'ANCONA, _Op. cit._, vol. I, pag. 60.
[226] LENIENT, _Op. cit._, pag. 322.
[227] E. PICOT, _La sottie en France_, in _Romania_, VII, pag. 236.
Vedi pure MARIUS SEPET, _Observations sur le Jeu de la Feuillée d'Adam
de la Halle_ negli _Études Romanes_, Paris, Bouillon, 1891, pag. 69.
[228] _Bruno Cotronei_, _Le Farse di G. G. Alione_, Reggio Calabria,
Siclari, 1889.
[229] A. D'ANCONA, _Il Teatro mantovano nel sec. XVI, in Giorn. St._,
V, pag. 27; F. TORRACA, _Studi di Storia lett. napoletana_, Livorno,
Vigo, 1884, pag. 271; _Giorn. Stor._, X, pag. 177; CAMERINI, I
_Precursori del Goldoni_, pag. 180.
[230] Il D'ANCONA (_Op. cit_., vol. I, pag. 600), ricorda come
«ultima immagine delle feste popolari, onde celebravasi il Natale, e
della parte che riserbavasi in esse a' pastori» l'uso dei pifferari
abruzzesi la vigilia di Natale di andar suonando colle cornamuse
alle Madonne di Roma; assai più importante come attestazione del
perdurare della Sacra Rappresentazione nei giorni nostri è il trovare,
specialmente nel Piemonte, riprodotta nelle feste del Natale assai
fedelmente la Sacra Rappresentazione della Natività. Non è qui il
luogo di stabilire un confronto minuzioso tra l'antica e la recente
Rappresentazione, solo ci preme di rilevare come si sia perfettamente
conservata anche ai giorni nostri la satira contro i villani che vi
hanno parte come comico intermezzo; e diciamo villani, anzichè pastori,
perchè chi voglia studiare attentamente il carattere di Nencio, Bobi
e Randello dell'antica Rappresentazione, e il pastore Gelindo della
Rappresentazione odierna, può capacitarsi che i costumi loro attribuiti
si addicono meglio ai villani che ai pastori. Fra le molte stampe
che conosciamo di queste riproduzioni della Natività, nota ai giorni
nostri sotto il nome di _Pastore Gelindo_, ricorderemo la seguente: _La
Natività di nostro Signore Gesù Cristo e la strage degli Innocenti_,
Rappr. sacra, Novara, 1839. Vi abbiamo l'Angelo che fa il prologo: nel
primo atto Gelindo, che parla in dialetto rustico piemontese, dovendo
partire per Betlemme per il censimento, fa alla moglie Alinda mille
ridicole raccomandazioni: avendo incontrato S. Giuseppe e la Madonna
che egli non conosce, fa a S. Giuseppe mille complimenti sul suo buon
gusto nella scelta della moglie, e canta alla Madonna uno «stranot».
Nel secondo atto, Gelindo ritornato a casa e sentita la visione avuta
dai pastori, li conduce a Betlemme; anche qui prima della partenza i
pastori si mettono a mangiare, e succede una scena comica tra quelli
che partono e quelli destinati a rimanere a casa: alla fine partono
tutti insieme, e, giunti alla capanna, depongono ai piedi del Messia i
loro umili doni. Nel quarto atto, Gelindo, ritornato in città a vendere
dei latticini, ne offre ai Re Magi che egli non conosce, e si arrabbia
contro alcuni monelli che lo avevano derubato della sua merce: «Ant el
Sittà el bsogna peu dila, o j'è dla gran burbaja: ant el terri in son
nent chsi dà a la scroccarìa...».
[231] PALERMO, _I Manoscritti Palatini_, Firenze, 1860, vol. II, pag.
435 e seg.
[232] D'ANCONA, _Op. cit._, II, 521.
[233] MAZZI, _Op. cit._, I, cap. X.
[234] _Due Farse del sec. XVI riprodotte sulle antiche stampe_,
Bologna, Romagnoli, 1882.
[235] TORRACA, _Op. cit._, pag. 85-116.
[236] Notiamo qui che nel _Cod. It._, XLVI della Marciana, del sec.
XVII, si leggono le dieci _Mascherate Rusticali di Francesco Faleri ne
la Congrega de' Rozzi detto l'Abbozzato. Dedicate all'Apollinea Sughera
de' Rozzi, 1666_ che il Mazzi non aveva potuto vedere.
[237] MAZZI, _Op. cit._, I, 198.
[238] MAZZI, _Op. cit._, I, 199.
[239] Anche nella _Comedia pastorale_ di _M. Bartolomeo Braida di
Sommariva_, Torino, 1556, un villano, che entra come comico intermezzo,
è bastonato da due pastori; egli corre ad armarsi per trarne vendetta,
e brava, ma i pastori ritornano e lo bastonano nuovamente. Vedi
_Delfino Orsi_, _Teatro in dialetto piemontese_, Milano, 1890, vol. I.
[240] Fu pubblicato per nozze Caravelli-Mucci da R. BONINSEGNI,
Firenze, 1892. Anche ai giorni nostri è ripetuta molto spesso la satira
contro il villano in questi componimenti; ricorderemo la farsa _Villan
che s'inurba_ del Can. EGIDIO CATTANEO, San Benigno Canavese, 1887.
[241] _Il Teatro delle Favole rappresentative overo la Ricreatione
Comica Boscareccia e Tragica_, divisa in cinquanta giornate composte da
FLAMINIO SCALA, Venetia, 1611, giorn. XLII, e XL.
[242] STOPPATO, _Op. cit._, pag. 133-150.
[243] GASPARY, _Storia della Lett. Ital._, II, parte II, pag. 278.
[244] C. VERZONE, _Le rime burlesche di A. Grazzini detto il Lasca_,
Firenze, Sansoni, 1882, pag. 296: _Sopra l'andare a vedere le Commedie
del Zanni_. Vedi anche pag. 521.
[245] _Rime burlesche_ di A. BRONZINO, Venezia, 1810, pag. 19.
[246] MAZZI, _Op. cit._, II, pag. 225. Ne dobbiamo la copia alla
cortesia del Bibliotecario della Comunale di Siena, signor Fortunato
Donati, a cui rinnoviamo i più vivi ringraziamenti.
[247] Confessiamo d'ignorare chi siano questi Ambrogini, uniti alle
note maschere degli Zanni e dei Pantaloni. Nello stesso codice H, XI,
5, fogl. 205-t-207, si legge un _Riscatto degli Ambrogini dalle donne
Ambrogine_.
[248] GASPARY, _Op. cit._, pag. 278.
[249] CAMERINI, _I Precursori del Goldoni_, Milano, Sonzogno, 1872,
pag. 130.
[250] Basterà che ricordiamo la _Calandria_ del BIBBIENA, e la
_Cofanaria_ di F. D'AMBRA.
[251] La nota storiella dell'asino rubato da Pulcinella al villano,
vive nella tradizione popolare; nella Trivulziana esiste una novella
di M. AGNOLO PICCIONE, _L'asino mutato in frate_, Omate, 1810, dove
Pulcinella è sostituito da frate Taddeo. Vedi pure _Archivio per le
trad. pop._, vol. V, pag. 205. Così nel _Conte d'un Paysan qui avoit
offensé son Seigneur_ del LA FONTAINE è ripetuta la scena delle varie
pene scelte da Pulcinella nel primo intermezzo del _Malade imaginaire_
di MOLIÈRE, la quale ricorda alla sua volta la bastonatura del pedante
Manfurio.
[252] VERZONE, _Rime del Grazzini_, ecc., pag. 521.
[253] C. DATI, _Op. cit._, pag. 111.
[254] G. GIUSTI, _Raccolta di Proverbi toscani_, pag. 172. Questo
proverbio si incontra, tra l'altro, in una poesia di Pietro Jacopo de
Jennaro (MANDALARI, _Op. cit._, pag. 99):
Io conoscho tua persone
Che de schacta de villano
Che non va sencza bastone
E per prego non se fa humano...
ed è ripetuto nell'atto IV della _Tancia_ del BUONARROTI, e negli
_Alfabeti satirici_. Nell'ott. LXXVIII del _Sonaglio delle donne_ del
GIAMBULLARI, è rivolto contro le donne:
che la bestia si doma con lo sprone
et la donna perversa col bastone.
[255] NOVATI, _Carm. m. e._; _Alfabeto_ pubbl. dal MEYER, ecc.... La
maggior parte di questi proverbi satirici contro i villani s'incontra
già nelle _Serie alfabetiche_ pubblicate dal NOVATI, in _Giorn.
St._, XVIII, pag. 104 e seg., nella raccolta del PESCETTI, _Proverbi
italiani_, Venetia, Spineda, 1618, pag. 271, del BUONI, del PASQUALIGO,
dello STRAFFORELLO, ecc.
[256] NINNI, _Materiali per un Vocabolario della Lingua rusticana del
Contado di Treviso, con un'aggiunta sopra le superstizioni, le credenze
ed i Proverbi rusticani_. Venezia, Longhi, 1892.
[257] Il PUCCI, nel sonetto satirico già ricordato, dice:
E come anticamente
Dice il Proverbio che per me si conta,
Che chi a villan fa ben, a Dio fa onta.
[258] Dobbiamo la notizia di questa satira al prof. Vittorio Rossi.
[259] Confronta l'_Alphabeto delli Villani_ già ricordato:
. . . . . . . . . . nu martoregi,
Con un po' de sorgo se fazon del pan,
Galli, galline, oche, e polastriegi
Gli altri si magna, e [nu] con un po' de nose
Magnon di raui, come fa i porciegi.
[260] Il LASCA nel _Canto Carnascialesco dei Maestri di far Razzi_ dice
pure:
Vedete questi che pe' contadini
e per la goffa gente
Son fatti solamente
che gli appiccano i putti e i mattaccini.
In un capitolo di un Senese, antecessore dei Rozzi (MAZZI, II, 243) è
pure detto altrettanto.
[261] F. NOVATI, _Studi critici e letterari_, Torino, 1889, pag. 175.
[262] _Sitzungsberichte der Philosophisch-Historichen Classe der K.
Akad. der Wissenschaften_, 1864, Wien, vol. XLVI, pag. 119.
[263] _Romania_, VII, p. 44.
[264] B. BIONDELLI, _Poesie Lombarde inedite del sec. XIII_, Milano,
Bernardoni, 1856, pag. 11 e segg.
[265] C. LOZZI, _De' segni distintivi delle antiche Edizioni e Stampe_
(_Il Bibliofilo_, II, 33).
[266] _Giornale Storico della Lett. It._, vol. I, pag. 62.
[267] G. CASTELLI, _La vita e le opere di Cecco d'Ascoli_, Bologna,
Zanichelli, 1892, pag. 51; V. ROSSI in _Giorn. St._, XXI, pag. 385.
[268] Nelle _Rime genovesi della fine del sec. XIII e del principio del
XIV_ pubblicate dal LAGOMAGGIORE in _Arch, glott. it._, vol. II, pag.
161, ricorre spesso questo motivo; così al nº LXVII, pag. 249:
=De Rustico: moto=
Vilan chi monta in aoto grao
per noxer a soi vexim,
de per raxoin in la per fim
strabucar vituperao.
e al nº CXVII, pag. 286:
=De Rustico ascendentem in prosperitate.=
E no so cossa più dura
ni de maor prosperitae
como vilan chi de bassura
monta en gran prosperitae:
otre moo desnatura,
pin de orgoio e de peccae
. . . . . . . . . . . . .
per zo che in lui no e dritura
ni cortesia ni bontae.
Vedi anche il nº CXVIII.
[269] A proposito del perdurare nella tradizione della credenza che
lo Stabili fosse iniziato ai segreti dell'arte magica, accusa che
l'aveva condotto sul rogo, ricorderemo, tra i molti che si conoscono,
il seguente accenno nell'_Amor nello specchio_, commedia di G. B.
ANDREINI, Parigi, MDCXXII, atto III, scena II, pag. 77. È il Mago
che parla: «..... vi farò veder cose, che direte, questi è un Pietro
d'Abano, un Cicco d'Ascoli, et uno istesso Zoroastro, inventore
dell'Arte».
[270] bisso = panno lino nobilissimo (ADRIANO POLITI, _Dittionario
Toscano_, Venetia, 1665).
[271] cattivanza = tristitia (POLITI, _Op. cit._).
[272] menar la danza = significa anche: esser primo in un negozio.
[273] TIFI ODASI dice di Paolo nella nota Maccheronea:
Ad stringam semper poteris catare botazum.
[274] chiavarina = spetie d'arme in asta (POLITI, _Op. cit._).
[275] stambechina = L'ODASI descrivendo l'armatura di Guiotto, dice:
Tunc stambachinam multo labore tiratam
Se ponit a retro.
[276] Nell'_Alphabeto delli Villani_ già ricordato, è detto:
Odio se porton tutti in la coragia,
E se mostron amisi al parlamento,
Po' se magnassemo el cuor in fritagia.
. . . . . . . . . . . . . . . . . .
Question fra nu andon cercando e briga.
[277] frulla e frullo = niente (POLITI, _Op. cit._).
[278] Nell'_Alphabeto delli Villani_ alla lettera Y:
Fygiol che ge nasse dentro al sieue,
Ge faom le spese e se i tegnom in cha,
No saom si gie nuostri o pur del preue.
[279] Il testo: gli lo a calata. Calarla a uno = accoccargliela
(POLITI, _Op. cit._).
[280] sornacare = ronfare (POLITI, _Op. cit._).
[281] L'Odasi dice a proposito delle cento saette che stavano nella
faretra di Guiotto:
Tu bombardellas poteris pensare ruentes.
[282] È la solita accusa che abbiamo visto lanciata contro i villani.
[283] PICO LURI DI VASSANO (LUDOVICO PASSERINI), _Modi di dire
proverbiali e motti popolari italiani spiegati e commentati_, Roma,
1875, pag. 480, nº 1013, nota: «Mona Onesta da Campi.... rammentata
dal Caro, dal Cocchi, dal Varchi... celebrità femminile nel regno
dell'Ipocrisia». Monna Onesta è nella nota novella _Belfagor_ del
MACHIAVELLI, ripetuta dal LA FONTAINE, la moglie del diavolo mandato
da Lucifero sulla terra a provare le dolcezze della vita coniugale;
Belfagor dopo poco tempo preferisce ritornare nell'inferno. Madonna
Onesta è ricordata anche nella _Ruffiana_, Comedia di M. HIPPOLITO
SALVIANO, in Vinegia, presso D. Cavalcalupo, 1584, atto I, scena I;
la cortigiana Cipria dice alla Madre: «Qui in Roma hauete uoluto fare
Madonna honesta che facea d'una ciliegia due bocconi...». È ricordato
questo motto proverbiale anche nella _Raccolta di Proverbi_ del
PESCETTI, pag. 241, e nel _Piacevolissimo Fuggilozio_ di T. COSTO,
Venetia, 1655, lib. III, pag. 67.
[284] G. MAZZATINTI, _Inventari dei Manoscritti delle Biblioteche
d'Italia_, vol. III, pag. 179; NOVATI, _Carmina m. e._, pag. 30.
[285] Ne dobbiamo la copia alla cortesia del Bibl. Dr Vincenzo Joppi
della Comunale di Udine.
[286] L'autore di questo sonetto doveva appartenere al territorio
padovano, perchè troviamo questo epiteto ingiurioso tra quelli
enumerati dal Ruzzante, e usati dai cittadini di Padova per deridere i
villani (Vedi cap. IV, pag. 145).
[287] _La Libraria del Doni Fiorentino nella quale sono scritti tutti
gli autori vulgari con cento discorsi sopra quelli..._ In Vinegia,
1550, parte V, pag. 61.
[288] DONI, _I Marmi_, Venetia, 1609, lib. I, Rag. IV, pag. 18; nella
ed. Fanfani, Firenze, Barbèra, 1863, pag. 65.
[289] Segnato: O. II, 28, nº 1546.
[290] Oltre le _Malitie delle Donne_ di cui abbiamo più addietro
parlato, un poemetto con questo titolo figura nella raccolta di HERMANN
VARNHAGEN, _Ueber eine Sammlung alter italienischer Drucke der Erlanger
Universitätsbibliothek_, Erlangen, 1892, nº 3. Queste _Malitie delle
Donne_ potrebbero forse appartenere a BERNARDO GIAMBULLARI, autore del
_Sonaglio delle Donne_ e di altri poemetti popolari satirici. Nella
_Bibliographie des ouvrages relatifs à l'amour_ già ricordata, sono
menzionati due opuscoli satirici del sec. XVII contro le _Malizie delle
Donne_ (vol. I, pag. 2, pag. 77); altri ne ricorda il LIBRI, e una
_Malice des femmes contenant leurs ruses et finesses_ come pure una
_Méchanceté des filles..._ ricorda il NISARD, _Op. cit._, cap. VII, e
anche ai giorni nostri si ristampano per il popolo: _Il nuovo alfabeto
delle Donne_ di F. REGGIANI, e l'_Alfabeto agro-dolce delle Donne_
di A. FRIZZI. Naturalmente, come è facile supporre, a questi poemetti
misogini, furono contrapposti altrettanti poemetti contenenti le lodi
del bel sesso e l'enumerazione delle malizie degli uomini. Così al
_Sonaglio delle Donne_ fu risposto col _Trastullo delle Donne_ di PIER
SAULO PHANTINO da Tradotio, Castello di Romagna; in Fiorenza, presso
Iacopo Chiti, 1522; l'autore di questo poemetto in difesa delle donne,
chiama il Giambullari:
Villan marasco nato nel letame.
Al _Trastullo delle Donne_ fu risposto poi colla _Campanella delle
Donne composta per il faceto giovine_ FRANCESCO DE SACHINO _da
Mudiana_. Il NISARD ricorda _La Malice des hommes découverte dans la
justification des femmes..._, il NOVATI un _Alfabeto in biasimo degli
Uomini scritto da una Donna_, ecc.
[291] Vedi intorno alle particolarità delle Silografie di questo
periodo, il VARNHAGEN, _Op. cit._, pag. 2 e segg. e il DUC DE RIVOLI,
_Bibliographie des Livres à figure vénitienes de la fin du XVe siècle
et du commencement du XVIe_, Paris, Leclerc, 1892.
[292] _Scelta di curiosità letterarie_, Romagnoli, Bologna, 1882,
dispensa CLXXXVII.
[293] _Istoria degli Scrittori fiorentini_, Ferrara, 1722, pag. 103.
[294] Vedine la descrizione bibliografica nel MILCHSACK, _Op. cit._,
nº XC, e nell'opera del VARNHAGEN; il PASSANO ne ricorda una edizione
senese dell'anno 1611. Il Varnhagen ricorda dello stesso anche alcune
Canzoni a ballo.
[295] Il Trattato e la novella furono ristampati nella dispensa LXX
della _Scelta di Curiosità lett._ del Romagnoli, Bologna, 1866. La
novella ha molta analogia colla leggenda di Rush, di cui parla il
WRIGHT, _Histoire de la caricature_, ecc., cap. XIV.
[296] Fu ristampata nella dispensa XCVI della _Scelta_ suddetta;
il D'ANCONA la ricorda come un Contrasto che si avvicina alla
Farsa (_Origini del Teatro_, pag. 547). Nella Trivulziana uniti ad
un'_Operetta delle semente_, d'anonimo, stampata in Firenze nell'anno
1572, si leggono due Capitoli, uno dei quali appartiene a BERNARDO
GIAMBULLARI. Il fatto di trovare questa _Operetta delle semente_
unita con poesie del GIAMBULLARI potrebbe servire di conferma
all'attribuzione che il MAZZONI-TOSELLI aveva fatto di essa al poeta
toscano.
[297] _Poemetti popolari italiani_, Bologna, Zanichelli, 1889, pag. 181.
[298] S. FERRARI, _Bibliot. di Lett. pop. it._, anno I, vol. I, pag.
20-53.
[299] Avvertiamo che segneremo con _A_ il testo Casanatense, con _B_
e _C_ i due esemplari trivulziani, nº II e nº III, e che terremo conto
soltanto delle varianti che discordano sensibilmente col testo da noi
seguito.
[300] _B_, compitare.
[301] _B_, togno, nencio e checo _C_, Vanni... Checco.
[302] _A_, risuonin.
[303] _B_, necessità.
[304] _B_, e mi par certo un verme.
[305] Nella _Ruffiana_ già ricordata, atto III, scena VIII, M. Anselmo
dice: «..... perchè sapendo che le p...... sono come il carbone che o
coce o tenge.....».
[306] _B_, Salomista.
[307] _B_, drieto.
[308] _A_, riconduce.
[309] _B_, da ser Puccio.
[310] dare il succio = sopportare di mala voglia (FANFANI, _Voc.
dell'uso toscano_).
[311] oste = il padrone.
[312] _C_, il MARTINI in una postilla spiega: camella = agna.
[313] Nelle _Nozze di Maca_ di F. MARIANI, atto II, scena III, il
villano innamorato dice alla sua bella: «Ch'io vengo a te come il porco
alla ghianda».
[314] coglier l'agresto = rubare.
[315] _C_, il MARTINI spiega: menno = da _minuere_.
[316] Nel sonetto contro i Villani pubblicato dal MAZZONI è detto:
O turba renegata, senza legie,
biastemata da lo eterno dio,
perchè chiascun de voi se trova rio
e fedeltà voi giamai non coregie!
[317] _A_, apparer.
[318] _B_, dee.
[319] _C_ manzotte.
[320] Nell'ottava XIX delle _Malizie delle donne_ (VARNHAGEN, _Op.
cit_., nº III); è pure ricordato l'uso delle contadine di imbiancarsi
il volto colla biacca:
ondechè molti mormoran di quelle
vedendole nel volto trasformate
e d'acqua grassa el volto imbellettato,
con biacca tutto quanto imbrodolato.
uso che ci è confermato anche da un intermezzo del Sansone, ricordato
dal D'ANCONA. Anche nella _Nencia_, come fu già osservato dal
BURCKHARDT, _Op, cit_., vol. II, pag. 132, l'innamorato promette alla
sua bella, biacca e belletto per dipingersi il volto.
[321] _C_, il MARTINI nota: ignoti = sconoscenti.
[322] Il PASSERINI, _Op. cit._, pag. 464, nº 984, spiega: Fare le
castagne ad uno «si fa premendo i polpastrelli dei due diti pollice e
medio, e facendoli scoccare nel dividerli in ordine inverso... atto di
spregio e schernimento plebeo».
[323] _A_, vizato.
[324] pennato = strumento per potar le viti.
[325] indozza = malore.
[326] attassare = tartassare.
[327] Nella _Frottola di due contadini, Beco e Nanni_, questi dice al
compagno che vuole fargli avere a mezzadria un certo podere:
L'oste è mio amico, ignorante e da bene,
Vo' dir male del suo lavoratore,
Ei mi crede e darattel per mio amore.
[328] Abbiamo qui, come nella _Cassaria_ dell'ARIOSTO, e nei _Morti
vivi_, commedia di SFORZA D'ODDI, Vinegia, 1597, atto I, scena III, una
attestazione dell'esistenza in Italia nel secolo XVI della schiavitù;
vedi su questo argomento nella _Nuova Antologia_, serie III, volume
XXXIV, pag. 618, lo studio di LUZIO-RENIER: _Buffoni, Nani e Schiavi
dei Gonzaga ai tempi d'Isabella d'Este_.
[329] Il PASSARINI, _Op. cit._, pag. 265, nº 563, spiega questo modo
di dire, così: «La pace non cementata dall'affetto e dal pentimento
sincero è la pace di Marcone». Ma osserva che è usato anche in senso
equivoco e allora si riferisce alla notissima facezia, ricordata anche
dal TORRACA (_Studi di Storia letteraria nap._, Livorno, Vigo, 1884,
pag. 196) e tratta da una Raccolta di aneddoti di cui abbiamo già
avuto occasione di parlare, nella quale si narra la strana risposta
che un matto diede a Fra Roberto da Lecce. La novella di Marcone
è pure ripetuta dal Bandello (parte III, nov. XLIX), il quale in
un'altra novella (parte I, nov. LIII), ricorda il _Giambo di Marcone_.
In questo secondo significato è usato generalmente, e lo troviamo
nella commedia _Scanniccio_ di G. RONCAGLIA, atto II, e nella prima
scena della Commedia di Pidinzuolo; anche il RICCOBONI, _Dell'Arte
rappresentativa_, Londra, 1728, cap. IV, pag. 38, lo ricorda:
Restino con la pace di Marcone
I Cortigiani............
Il BARTOLI, _Scenari inediti della Commedia dell'Arte_, Firenze,
Sansoni, 1880, pag. LVII, nota 2, e lo STOPPATO, _Op. cit._, pag.
74, ricordano: _La Pace di Marcone_, commedia di CRISTOFORO SICINIO,
Venetia, 1618.
[330] LUCIANO BANCHI, _Statuti Senesi scritti in volgare nei secoli
XIII e XIV_, Bologna, Romagnoli, 1871, vol. II, pag. 200, spiega: lana
sardesca = lana sucida, guadata di Sardegna.
[331] Confronta la strofa LXXXVIII dei _Proverbia que dicuntur super
natura feminarum_, editi dal Tobler in _Zeitschrift für Rom. Phil._,
IX, pag. 287:
Le stele de lo celo ni la rena de mare
Ne le fior de li arbori no porav'om contare;
Altresì per semblança no po omo parlare
Le arte c'a le femine per i omini enganare.
Per raffronti di questo «motivo» nella poesia popolare dei nostri
giorni, vedi D'ANCONA, _La poesia popolare italiana_. Livorno, Vigo,
1878, pag. 203-204.
[332] Nella _Contentione di Mona Costanza e di Biagio_ di B.
GIAMBULLARI, ottava XXXVIII, è detto pure:
Ma fate ch'i' non abbi detto al sordo.
[333] Ci fu comunicata dal Prof. Vitt. Rossi.
[334] Nel Ms. a questo punto vi è una sigla indecifrabile.
[335] Il NOVATI (_Carm. med. aevi_, pag. 28) ha riprodotto da un Cod.
Marc, la seguente declinazione del nome «Rusticus»:
_Singulariter_.
_N_. hic villanus
_G_. huius rustici
_D_. huic tferfero (sic)
_A._ hunc furem
_V_. o latro
_Ab_. ab hoc depredatore.
_Pluraliter_.
_N_. hi maledicti
_G._ horum tristium
_D_. his mendacibus
_A._ hos nequissimos
_V._ o pessimi
_Ab._ ab his infidelibus.
[336] G. MAZZATINTI, _Inventari dei manoscritti della Bibl. d'Ital._,
vol. II, pag. 7, nº 24.
[337] _Romania_, XII.
[338] NOVATI, _Le serie alfabetiche_, ecc., in _Giorn. St_., XV, pag.
337.
[339] MAZZI, _Op. cit_., II, 271.
[340] _Giorn. St._, XV, pag. 337.
[341] _Proverbii attiladi novi et belli, quali l'uom non se ne debbe
mai fidare..._ In Venetia, 1580. _Scelta di cur. lett._, nº XCI,
Bologna, Romagnoli, 1865.
[342] G. BACCINI, _Le Facezie del Piovano Arlotto_, Firenze, Salani,
1884, pag. 316.