LA SATIRA CONTRO IL VILLANO NELLA COMMEDIA.

Dopo di avere ricercato i primi elementi costitutivi del tipo del

villano nei diversi componimenti che abbiamo passato in rassegna,

parleremo ora di altri componimenti che hanno più stretta relazione

colla Commedia rusticale, e in generale con tutte le produzioni di

forma drammatica nelle quali è fatta larga parte alla satira contro

il villano. Il D'Ancona[222] e lo Stoppato[223] hanno già dimostrato

come nei componimenti minori della letteratura popolare della fine

del secolo decimoquinto si debbano ricercare i primi rudimenti delle

commedie rusticali; e noi avremo occasione, parlando delle produzioni

drammatiche dei Rozzi, di accennare alle prime forme di questo

genere, composte per essere recitate nei trattenimenti e nei conviti.

Particolarmente interessanti per lo studio delle fonti della Commedia

popolare sono le parole che si leggono dopo il titolo in molte di

queste produzioni, come nella nota _Contenzione_ del Giambullari e in

molti inframessi degli antecessori dei Rozzi[224], da cui si apprende

che esse erano rappresentate.

Il D'Ancona, nel suo magistrale lavoro sulle origini del nostro teatro,

ha dimostrato come le scarse reliquie di produzioni drammatiche che

ci sono pervenute dal medioevo non ci autorizzino a supporre quanto

lo Stoppato aveva cercato di assodare, che cioè, durante quell'epoca

di tenebre, abbia continuato ad esistere accanto al dramma religioso

un dramma popolare indipendente; perchè tali reliquie si possono

considerare tanto come ultimi resti del teatro popolare latino quanto

come inizio informe e rudimentale del teatro popolare italiano[225].

In tanta incertezza di cognizioni su questo argomento, noi incliniamo

a credere che le origini del tipo del villano quale lo vediamo

tratteggiato nella commedia rusticale debbano ricercarsi, nelle loro

prime manifestazioni, in quei componimenti satirici dell'età media che

noi siamo venuti passando in rassegna. Abbiamo già avuto occasione

di ricordare quanto il Toldo ha cercato di dimostrare studiando il

carattere del servo nel medio-evo, come cioè il villano dai fabliaux

passi coi medesimi tratti caratteristici nella farsa nel secolo

decimoquinto, rappresentandovi la parte del servo e dello sciocco;

passando in rassegna molte di queste farse, egli ha dimostrato come

in esse il villano conservi assai bene delineato il suo carattere di

rappresentante del debole che lotta coll'astuzia contro il forte, e

come nel Badin della farsa francese si incontri già quella ingordigia

che diverrà poi la caratteristica dello Zanni della Commedia dell'Arte.

Già prima il Lenient[226] aveva rilevato l'importanza di questo tipo

del teatro popolare francese, paragonandolo al parassita del teatro

classico latino e diffondendosi a parlare dello sviluppo grandissimo

che, come è noto, ebbe in Francia la maschera del Badin, come pure

quelle del Sot e del Fol[227]. Questo tipo entra assai presto negli

intermezzi che si introdussero, con un processo uguale a quello

con cui la parodia penetra nell'epopea, nei misteri e nelle sacre

Rappresentazioni. Il Barbazan ci dice appunto: «La représentation des

Mystères était interrompue par différents entr'actes, dans lesquels un

fol, c'est-à-dire un baladin, disait de lui-même tout ce que lui venait

à l'esprit, et faisait diverses sortes de tours. Ces entr'actes sont

marqués en marge par ces mots: Hic Stultus loquitur.» L'influenza del

teatro popolare francese in Italia che si manifesta con tanta evidenza

nelle Farse dell'Alione[228], deve aver avuto un raggio di esplicazione

molto più vasto di quanto comunemente si crede; abbiamo già visto nel

Convito di studenti padovani a fianco della maschera del villano e del

facchino quella del «mattello», e abbiamo pure altre notizie della

presenza del matto sul nostro teatro[229]. Anche se nell'Italia non

si ebbero, per ragioni speciali, i sots come s'incontrano invece nel

nord dell'Europa, è certo però che la presenza del badin nelle farse

francesi deve aver contribuito molto, per analogia, all'introduzione

delle parti ridicole tanto nella Sacra Rappresentazione come nelle

prime manifestazioni del teatro popolare italiano. Data la costante

preoccupazione della Chiesa di allontanare il pubblico dagli spettacoli

profani dei buffoni di piazza, era naturale che nelle concessioni che

successivamente si facevano nel dramma sacro allo spirito popolare che

andava risvegliandosi, si riflettessero le correnti e le nuove forme

più caratteristiche di esplicazione di detto spirito. Al fatuo ed allo

sciocco dovette succedere molto presto nella Sacra Rappresentazione

quella riproduzione satirica della vita rusticale che noi abbiamo visto

accolta con tanto plauso nella letteratura popolare e popolareggiante.

Lorenzo de' Medici e i suoi imitatori, tra i quali forse il meno noto

e quello che più largamente ed efficacemente contribuì a diffondere i

vari generi letterari a cui il Magnifico dava un'impronta artistica col

suo ingegno multilaterale è Bernardo Giambullari, col nuovo indirizzo

dato alla poesia rusticale concorsero validamente a rendere bene

accetti negli inframessi del dramma sacro i villani; il Giambullari

anzi li aveva forse per il primo introdotti, colla _Canzona de'

saeppolatori_, anche nelle mascherate carnevalesche. Dello stesso

Giambullari è quella _Contenzione di Mona Costanza e di Biagio_, in cui

è detto: «e puossi fare in commedia» parole che unitamente a quelle

che si leggono in parecchie composizioni degli antecessori dei Rozzi

«opera dilettevole, e da recitare per trattenimenti di conviti, veglie

e feste» ci dimostrano chiaramente come quei Contrasti, che sono da

considerarsi come le forme rudimentali del nostro teatro popolare,

andassero mano mano assumendo vera forma drammatica. Crediamo inutile

di ripetere qui i numerosi accenni che si conoscono della frequenza

di questi frammessi di contadini nella Sacra Rappresentazione, di cui

hanno fatto menzione il Palermo, il D'Ancona ed il Mazzi; ricordiamo

soltanto quanto lasciò scritto il Borghini: «Al tempo de' nostri padri

non si faceva commedia che buona parte del riso non dipendesse da un

frammesso di contadini. Oggi come cosa bassa e vile, e riso sciocco,

è pure dimessa, e sono successi i Bergamaschi e Zanni e i Veneziani

che, in verità sono poco meglio, per non dir peggio.» Già nella Sacra

Rappresentazione assistiamo a quella differenza di trattamento tra

i pastori ed i villani della quale abbiamo già avuto occasione di

parlare; mentre i pastori sono dipinti con quella purezza idillica

che incontreremo nell'egloga e nel dramma pastorale, i villani sono

perpetuamente rappresentati come rapaci ed ingordi, e interessanti sono

solamente i lamenti ch'essi fanno sulla loro condizione miserevole,

come nella Rappresentazione di Giuseppe, del Santo Onofrio, e del

Sant'Ippolito[230]. La frequenza dei villani introdotti come intermezzo

comico nella Sacra Rappresentazione, fu rilevata per primo dal Palermo.

«I contadini poi, egli dice, si trovano per avventura più che gli altri

messi in iscena, e dipinti per molto furbi e ingordi ai danni dei loro

padroni....... non certo a fin di correggerli, chè da questi spettacoli

troppo alieni erano i contadini, ma perchè in quel tempo i loro costumi

davano più che altro materia a divertimento»[231]. Questi inframessi

di villani nelle Sacre Rappresentazioni, se ci possono interessare

come conferma della diffusione grandissima raggiunta in quel tempo

dalla satira negativa, non presentano da nessun altro lato materia di

studio, perchè contengono le solite accuse contro i ladrocinii ai quali

i poveri contadini erano costretti a ricorrere per vivere; noi vedremo

ripetute queste accuse, con una costanza degna di miglior causa, nelle

Commedie rusticali e nella _Sferza dei Villani_ da noi riprodotta in

Appendice. Questi frammessi di contadini che incontriamo nella Sacra

Rappresentazione, introdotti dapprima come comico intermezzo per

sollevare l'animo degli spettatori dalla tragicità dello spettacolo

che si rappresentava, incontrarono tanto il favore del pubblico,

che vennero mano mano ampliandosi ed emancipandosi dalla Sacra

Rappresentazione[232], assumendo il nome di Commedia o di Farsa[233]

e iniziarono un nuovo genere di produzioni di carattere rusticale

da cui trae origine il teatro dei Rozzi di Siena. Tra queste Farse

ricorderemo, tra le molte che si conoscono[234], la _Rappresentazione

di Biagio contadino_ nella quale si narra una comicissima burla che

alcuni buontemponi fanno ad un villano avaro, burla che ritroviamo già

narrata dal Morlini, ripetuta poi dal Bernoni, e che ci prova come nel

teatro popolare penetrassero, forse per mezzo della tradizione orale,

elementi tratti dalla novellistica.

Abbiamo già avuto occasione di accennare alle farse Cavaiole che si

rappresentavano in Napoli sulla fine del secolo decimoquinto e sul

principio del successivo[235]; giustamente il Palermo ha combattuto

l'idea che esse si ricollegassero alle Atellane, ed ha dimostrato come

invece esse debbano considerarsi come un prodotto spontaneo locale ed

«una imitazione naturale, esagerata più o meno, de' costumi ridicoli

de' campagnuoli, e così di altre condizioni di cittadini».

Dove però questo nuovo genere di produzioni raggiunse il massimo

sviluppo, in modo da diventare quasi esclusivo trattenimento, fu

nella città di Siena per opera della Congrega dei Rozzi. Lo studio

dei numerosi componimenti rusticali di questa Congrega di artigiani

ci è facilitato prima di tutto dai diligenti lavori del Palermo e del

Mazzi, e in secondo luogo dalla uniformità di queste produzioni che ci

presentano sempre presso a poco i medesimi fatti compiuti da caratteri

molto affini, e informati da uno stesso intento, la satira cioè contro

i villani[236]. Questa Congrega dei Rozzi, la più prospera tra le

molte che fiorirono in quel tempo a Siena, era composta di artigiani

che si radunavano nei giorni festivi per recitare i loro componimenti

drammatici, dei quali essi, come tutti i commediografi popolari,

erano e autori e attori; godettero per molto tempo la protezione del

Cardinale Alessandro Chigi, furono chiamati più volte a Roma da Leone X

e alcuni di essi, probabilmente, si spinsero fino a Napoli.

Dai primi anni del secolo decimosesto fino al 1531, anno in cui fu

costituita la Congrega, abbiamo un periodo di preparazione a cui

appartiene un buon numero di produzioni degli Antecessori dei Rozzi;

il periodo più fiorente della Congrega è nella seconda metà del

secolo decimosesto, perchè nel principio del successivo incomincia

a manifestarsi quella decadenza che doveva colpire un genere di

produzione di carattere esclusivamente rusticale, e la satira

contro i villani, che era stata l'unica ispiratrice del teatro dei

Rozzi, viene a fondersi nella caricatura delle diverse regioni che

incontriamo riprodotta nelle varie maschere della Commedia dell'Arte.

Il Palermo non era del parere che nel Teatro dei Rozzi vi fosse stato

un «cammino successivo d'arte», cioè che prima si fossero composti

Dialoghi, poi Egloghe e poi Commedie, perchè le produzioni da lui

esaminate apparivano composte contemporaneamente; ma noi crediamo

che anche in esse vi sia stato un passaggio progressivo dai frammessi

della Sacra rappresentazione al Dialogo, all'Egloga e da ultimo alla

Commedia rusticale. Il fatto di trovare componimenti dell'un genere

contemporanei a quelli di un altro, vorrebbe forse significare soltanto

che si continuava a scrivere, per esempio, i Dialoghi anche quando

si era già pervenuti nell'evoluzione artistica alla Commedia. È per

noi però abbastanza evidente che le fonti del teatro dei Rozzi, più

che un ampliamento di mascherate campagnuole, come vuole il D'Ancona,

siano da reputarsi come strettamente collegate a quell'indirizzo nuovo

segnato dal Magnifico colla _Nencia_ e coi _Canti Carnascialeschi_,

a cui appartengono pure molte composizioni popolari di Bernardo

Giambullari che furono per lungo tempo credute opera dei Rozzi. Il

Mazzi, avuto riguardo alla parte che spetta ai villani in queste

Commedie dei Rozzi, le ha divise in tre classi: «l'Egloga e Commedia

rusticale, che pone in scena quasi esclusivamente villani; l'Egloga e

Commedia pastorale o di maggio, rappresentante Ninfe e Pastori, fra'

quali, come episodio, alcun villano; e l'altra ove parlano cittadini

e qualche villano al solito»[237]. Quantunque questi tre generi non

si siano succeduti con ordine progressivo rigoroso, tuttavia noi

possiamo vedere in essi tracciata la parabola discendente di questi

componimenti rusticali, come avevamo visto l'ascendente iniziantesi coi

frammessi della Sacra rappresentazione e coi contrasti e cogli altri

componimenti popolari di forma imperfettamente drammatica. La Commedia

rusticale in cui non s'incontrano che villani, perde molta parte

dei suoi tratti caratteristici nella pastorale, dove i villani non

entrano che come disturbatori degli amori idillici dei pastori, come

più tardi nel dramma pastorale il satiro col quale i villani vengono

a poco a poco confondendosi; e nella commedia cittadina, nella quale

i villani entrano come episodio, vengono pure avvicinandosi al tipo

del servo sciocco o astuto col quale li vedremo fusi nella commedia

classica. Parlando delle Commedie rusticali dei Rozzi, il Mazzi dice:

«Se noi vogliamo cercar in esse qualche merito, bisogna riconoscerlo

solamente in quel tanto che ci hanno conservato di voci e modi popolari

e contadineschi; non già nella pittura e rappresentazione dei villani;

i quali posti in scena o ingordi e rapaci, o brutali e sensuali, o

sciocchi e stupidi, o importuni e insolenti, o poltroni e vigliacchi,

queste note appariscono troppo forti e sentite, perchè alcuno possa

crederle, tali quali sono rappresentate, proprie dei villani senesi

del secolo XVI, e non riconosca a prima giunta l'esagerazione e lo

sforzo di far ridere alle loro spalle»[238]. E il Palermo: «Proprio

dei Rozzi fu di rappresentarli, più che furbi o grulli, quali son

sempre fatti dai Fiorentini, brutali invece e sfacciati: e forse ciò

per colpire meglio il ridicolo, entrati una volta infelicemente a

cercarlo nel disonesto.» Importanti per il nostro studio, più ancora

che la satira contro i villani che manca di ogni senso di misura,

sono gli accenni frequentissimi che incontriamo in queste Commedie

alla condizione miserevole dei poveri villani, e non è raro il caso

di vedere questi autori artigiani prendere le parti della gente di

contado contro i soprusi a cui andava soggetta da parte della nobiltà

e dei soldati spagnuoli. Così pure assai numerose sono le conferme di

quell'antagonismo tra contadini e cittadini che abbiamo visto originato

da condizioni economiche. Nell'Egloga rusticale _Michelagnolo_, il

cittadino, da cui prende il nome il componimento, dice al villano

Balestro:

MICH. Vatti con Dio che tu se' la volpaia

che chi dice un villano, un traditore

vuol dire: che son di tristitia una nidaia.

Chi v'impiccasse tutti con furore

(spergiuri falsi, prima che piccini)

farebbe un sacrificio a tutte l'ore.

BAL. Costetta è cosa pur da cittadini:

tirate l'uschio a voi, et poi serrate

a ciò che non ne vengha a' contadini.

Sollecitate pure el verno et siate:

con dani, con la paglia et le gravezze

et con le spese mai ci abbandonate.

Et fateci col gran cento stranezze,

et quando al verde poi noi siam condotti

empicha, empicha dice: o che carezze.

Anche negli _Inganni Villaneschi_ del Desioso della Congrega degli

Insipidi, appare quest'antagonismo; il Sindaco, padre della Bia, dice

che darà la figlia in moglie a quello fra i tre villani innamorati che

proverà d'aver meglio degli altri ingannato i cittadini:

E perché so ch'ognun di voi vuol male

A' cittadini e anco a' buttegai,

Perchè ognun c'è nemico capitale

Chè so che ci vorrebbero, e' carnai,

Veder tutti falliti ire a baldana

. . . . . . . . . . . . . . . . .

A nessun di vo' tre chi vo' dar Bia

A quel che più dal dover s'allontana

Nel praticar con elli. . . . . . .

e i tre villani rivali raccontano i furti commessi da loro a danno dei

cittadini:

FRUZICHELLA. Nel vino io metto sempre l'acquarello

perchè no m'embriachi le persone,

dell'oglio furo el primo ch'è più bello

. . . . . . . . . . . . . . . .

SINDACO. Tu fai come die fare ogn'uomo accorto.

Tanto nelle Commedie rusticali, come nelle Commedie od Egloghe

maggiaiuole i villani finiscono sempre col bastonarsi a vicenda,

o coll'essere bastonati dai pastori ch'essi importunano colla loro

sguaiataggine[239]; ciò fa ricordare come anche nei Scenari della

Commedia dell'arte figuri sempre il bastone nella nota degli attrezzi

necessari alla rappresentazione. Il teatro dei Rozzi, per la tendenza

che ebbe sempre ad esagerare nella satira contro i villani, conteneva

già dal suo nascere quei germi di decadenza che cominciarono a

svilupparsi sul principio del secolo XVII, e tutte le loro produzioni

hanno uno scarso valore artistico. Il Palermo anzi sostiene che nessun

profitto apportò alla vera comica il teatro dei Rozzi, perchè più che

un ritratto dei costumi del contado, ce ne diede una contraffazione

e si propose il riso come fine e non come mezzo. Che le Commedie

dei Rozzi abbiano avuto una benefica influenza come reazione alla

bucolica falsa e convenzionale che imperava nell'egloga pastorale,

crediamo si possa difficilmente negarlo, e vedremo anzi come si possa

frequentemente riscontrare un influsso di esse anche nella Commedia

sostenuta. Dal Torraca e dal Croce sappiamo che non solo a Roma,

ma anche a Napoli si rappresentavano già fino dalla prima metà del

secolo decimosesto commedie dei Rozzi, e che si facevano venire anche

«eccellenti istrioni da Siena.» E assai evidente è pure l'influenza che

ebbe il teatro dei Rozzi e la poesia rusticale toscana sul Ruzzante,

il quale già fino dal 1520 dava rappresentazioni di brevi componimenti

rusticali nei conviti dei signori, e si può considerare come anello di

congiunzione tra la commedia rusticale e le prime forme rudimentali

della Commedia dell'arte. Anche nelle egloghe drammatiche del Calmo

si scorge facilmente l'influenza delle egloghe maggiaiuole dei Rozzi;

nell'egloga seconda anzi incontriamo un villano Alfeo Satiro che

sorprende i due pastori Cornisiol e Tegola e li lega ad un albero per

divorarli, e, come abbiamo già ricordato, vi incontriamo dei pastori

bergamaschi che vengono sostituendosi al tipo del villano. Anche nelle

Commedie del Calmo il villano ha per lo più la parte di servo, e come

tale viene accostandosi al tipo dello Zanni della Commedia popolare.

Il tipo del villano entra pure come comico intermezzo nell'atto terzo

del _Figliuol Prodigo_ del Cecchi, in cui Tognarino fa delle sciocche

domande al padre Bartolo; anche nel _Martello_ dello stesso è narrata

una burla che alcuni famigli e una cortigiana fanno al villano Tognon

di Bartolo, burla molto simile a quella che si legge nell'atto secondo

della _Vaccaria_ del Ruzzante. Anche in altre Commedie entrano dei

villani, ma in generale si può notare che nella commedia sostenuta

questo tipo va perdendo molta parte dei suoi tratti caratteristici. La

commedia rusticale raggiunge il punto culminante della parabola colla

_Tancia_ di Michelangelo Buonarroti il Giovane, la quale può dirsi

il capolavoro di questo genere; vi sono narrate le gelosie di due

villani innamorati della Tancia, che è stata promessa dal padre ad un

cittadino. Assai interessante per lo studio delle tradizioni popolari

è lo scongiuro contro la malía che le villane recitano nel terzo atto

sulla Tancia svenuta:

Mi succionno gli orci i sorci

Mi becconno i polli i porri

Mi mangionno gli agli i porci

Io gridava corri corri

E' sorci, e' polli, e' porci fuggir via.

Malia malia

. . . . . .

Molto comiche sono le esclamazioni desolate dei due villani, che

decidono di morire, dovendo la Tancia sposare il cittadino:

CIAP. Or venga di baleni un centinaio

Si spampanino i tuoni a dieci a dieci

Vada in malora l'orto e il pisellaio

E' baccegli, e' carciofani co' ceci...

CEC. Si trasformino in vespe e in calabroni

Tutte le pecchie mie e 'l mele in pegola

E l'olio in morchia e 'n zucche i miei poponi...

Il cittadino fa bastonare i due villani, pensando:

Che 'l villan è una bestia sì ritrosa

Che le parole suol poco temere

E le lusinghe la fanno viziosa

Ma col baston se n'ha ogni piacere.

Il villano continua a mantenersi intatto nei suoi tratti caratteristici

nelle rappresentazioni che si davano nei conventi e in generale negli

istituti religiosi, e anche ultimamente si è pubblicato uno scherzo

scenico di Filippo Baldinucci in cui il villano Ciapo ha una larga

parte[240]. Il nome di Ciapo è dato sempre al villano nelle commedie

del Fagiuoli, e nell'_Amarilli_ di Cristoforo Castelletti il villano si

chiama Cavicchio, il quale nome nei scenari dello Scala[241] distingue

la maschera del villano. Anche nella Commedia dell'arte la maschera del

villano ebbe un grande sviluppo, ed a lei più particolarmente erano

affidati i prologhi[242]; ma però, se ben si osserva, dopo il favore

immenso che abbiamo visto accordato nei secoli antecedenti a tutto

quanto si riferiva alla satira contro il villano, e particolarmente

alla lingua rustica, alle farse ed ai frammessi, si aspetterebbe

di trovare nella Commedia dell'arte una più larga partecipazione di

questo tipo, che nella prima metà del secolo XVI aveva formato quasi

esclusivamente la delizia degli Italiani nei teatri popolari. Per

spiegare questo fenomeno basterà che ricordiamo le parole del Borghini

riguardo all'invasione dall'alta Italia nella media e nella meridionale

delle maschere della Commedia dell'arte. Nella seconda metà del secolo

XVI ai lagni che gli scrittori delle commedie letterarie innalzano

per il favore che il pubblico andava sempre più accordando alle

maschere, si uniscono quelli degli scrittori di Commedie rusticali.

Cristoforo Castelletti nel prologo dei Torti amorosi (1581), come nota

il Gaspary[243], si lamenta che il pubblico preferisca alle commedie

classiche «una chiacchierata all'improvviso e fuori di proposito

di un vecchio Venetiano e d'un servitor Bergamasco, accompagnata da

quattro ationi disoneste.» Pier Jacopo Martelli ricorda come in Venezia

la _Scolastica_ dell'Ariosto fosse accolta da fischi e schiamazzi

da quello stesso pubblico che tanto applaudiva le maschere. E il

Lasca[244]:

Le belle cose e i costumi divini

de i giovan Fiorentini

l'opere degne e 'l vertuoso spasso

altro oggidì non è che gire in chiasso

per udir commediacce rattoppate

recitate e condotte da brigate

infami, tal che mai belle e gentili

cose non s'odon, ma plebee e sporche.

. . . . . . . . . . . . . . . .

e per questo cotal maggior sollazzo

botteghe, banchi, cameracce e scuole

restan la sera abbandonate e sole.

E più oltre (pag. 430):

Hanno i poeti questa volta dato

del cul, come si dice, in sul pietrone,

poi che 'l nuovo salone sverginato

stato è da' Zanni per lor guiderdone,

onde delle commedie hanno acquistato

la gloria tutta e la riputazione;

così da i Zanni vinti e superati

possono ire a impiccarsi i letterati.

E il Bronzino[245]:

I ciurmadori e zanni, della calca abbisognano

E de' corribi, e di chi creda e spenda

Non di chi lor bugie scuopre e difalca.

Ma assai più caratteristici, e molto più interessanti per lo studio

delle fonti della Commedia dell'arte, sono i lamenti che si leggono

in un codice, del principio del secolo XVII della Comunale di Siena,

contenente rime di anonimi Rozzi[246], nella _Mascherata d'un branco

di Villani che si lamentano delle Donne che apprezzano più Il Zanni,

Pantaloni e Ambrogini_[247]. Precede un «Mandrigale cantato in Musica

da quatro Villani.»

Siam, Donne belle, i vostri contadini

Da voi abbandonati,

E del tutto laggati,

Per Venetiani, Zanni et Ambrogini.

Noi siam pur donne del vostro paiese

Che per voi lagoriamo,

E poder v'azzappiamo,

E (vi) si può dir che vi faccian le spese.

Che pensate cavar da simil genti

Ch'appena san parlare,

E parte sol belare,

Facendo sol bèbè che sien dolenti.

Son venute tal gente in cheste bande,

Per dar pene, et affanni,

A noi coi lor malanni,

E voi di lor ne fate un conto grande.

Laghatel'ire et fate a modo vostro

E noi soli apprezzate,

Che vi haviam sempre amate

Essendo ciaschedun sempre mai vostro.

Seguono poi ventiquattro stanze dette alternativamente dai villani;

riporteremo qui soltanto alcune delle più importanti:

Stanza III, Villano III.

Siam delle Masse i vostri contadini

E la più parte stati mezzaiuoli.

Che a dolerci di voi, mesti e tapini,

Venuti siam con pene, affanni e duoli,

Sol perchè troppo i Zanni e gli Ambrogini

Norcin, Pantalon come figliuoli

Voi gli apprezzate et a lor date spasso

E noi havete laggat'ire in chiasso.

Stanza VI, Villano II.

Io non son però vecchio e m'arricordo

Ch'un certo Milanino, et un Masetto

Et ho sentito dir, ch'io non so' sordo

Che un Basilio et un ser Angioletto,

Prima che fusse il Mondo fatto lordo

Da costor, che ciascun sia maladetto,

Eran da voi quasi tenuti in collo

Tenendo in feste ognor la lengua in mollo.

Stanza VII, Villano III.

Ma poi che varcò qua questa canaglia

Cascamo della cima in piana terra,

E non siamo apprezzati un fil di paglia

Tanto ci fanno chesti Zanni guerra;

Laghate Donne star chesta germaglia

A far le baie quando si fa serra,

E pigliate noi altri del paese

Che haviam pur lengue che saranno intese.

Stanza VIII, Villano IV.

E che siel ver che son gattivi e tristi,

Che son dipenti per ogni ostaria,

E mi ricordo anchor d'haverne visti

Dipenti fin ne la furfanteria;

Potete con lor farvi pochi acquisti,

Laghate dunque sì fatta genia

E apprezzate noi che siam moschani

Et haviam più di lor meglior 'taliani.

Stanza X, Villano II.

El peggio è poi che con tanto apprezzargli

Se cavate da lor molti visacci,

Che sian contenti di voler mostrargli,

Acciò laghate chesti animalacci,

E quando parlan non state a scoltargli,

Chesti ch'an lengue di Pappagallacci,

E laghate apprezzargli in Bombardia,

Dove quasi da lor sempre è moria.

Particolarmente interessante per la storia delle maschere della

Commedia dell'arte è l'accenno in quest'ultima stanza al luogo

d'origine di questi tipi, cioè alla Lombardia, che qui però, come

abbiamo già osservato, va intesa nel senso più largo di Alta Italia.

Non è qui il luogo di parlare a lungo delle origini della Commedia a

soggetto, tema assai importante e che ha interessato in questi ultimi

tempi molti studiosi; a noi basta di accennare soltanto ad un fatto

di capitale importanza per il nostro argomento. Abbiamo già avuto

occasione nel capitolo precedente di rintracciare le origini di una

delle maschere più caratteristiche della Commedia dell'arte, quella

dello Zanni, che noi abbiamo ricollegato alla corrente satirica che

dominava, in Venezia più specialmente, contro i facchini bergamaschi.

Respinto ogni legame di parentela dello Zanni col Sannio della Commedia

popolare latina, ne viene per conseguenza che anche le altre maschere

non hanno alcun legame atavico coi tipi corrispondenti delle Atellane,

e che queste maschere sono un prodotto locale delle varie regioni

d'Italia, una creazione di quello spirito mordace e sarcastico del

secolo XVI che ci ha dato tanta copia di componimenti satirici. «La

Commedia improvvisata, dice il Gaspary, pare sia nata dalla farsa

popolare sotto l'influsso della Commedia letteraria. Alcuni dei

suoi tratti caratteristici osserviamo già nel Ruzzante e nel Calmo,

l'uso dei dialetti... i servi burloni, l'unione in una sola persona

dell'autore e del recitante, il ritorno in diverse produzioni della

medesima figura rappresentata dallo stesso autore... Se si considerano

i tipi principali, si potrebbe credere che la Commedia dell'arte sia

venuta dall'alta Italia, di dove furono anche alcuni de' suoi più

antichi comici, come Alberto Ganassa da Bergamo»[248].

Lo Zanni è nato dalla corrente satirica contro i villani, di cui

abbiamo visto l'ultima forma di esplicazione nell'introduzione della

lingua rustica; l'antagonismo contro gli industriosi bergamaschi

trovava nel loro dialetto valligiano pieno di aspirazioni l'elemento

principale per la caricatura. La farsa popolare offriva poi nel tipo

tradizionale del servo sciocco[249] un ottimo materiale per lo sviluppo

della maschera dello Zanni; il carattere del servo sciocco che era,

come è noto, anche nelle farse francesi uno dei principali personaggi,

non poteva trovare un migliore continuatore dello Zanni, caricatura

dei facchini bergamaschi, i quali venivano pure introducendosi nella

commedia sostenuta[250].

Il popolo delle città trovava nel tipo dell'Arlecchino un continuatore

di quel rozzo e sciocco villano che aveva formato per tanto tempo

la sua delizia nelle farse popolari e nella commedia rusticale; più

tardi, perdendosi a poco a poco la coscienza dell'intento satirico

che aveva originato questa maschera, sorse accanto allo sciocco

Arlecchino il furbo Brighella, nel quale il popolo vedeva riflesso

sè stesso, e un rappresentante, come il villano del fabliau e della

saga marcolfiana, del debole che vince coll'astuzia il forte e il

prepotente, raffigurato nel capitano spagnuolo. A Venezia si unì presto

allo Zanni, nelle prime forme rudimentali della Commedia improvvisata,

Pantalone, rappresentante del popolo veneziano, e mano mano che questo

nuovo genere di produzione veniva diffondendosi in Italia, si venivano

aggiungendo altri tipi e caricature; così a Bologna il Dottor Graziano,

in cui si può veder riprodotto il tipo del pedante tanto frequente

nella Commedia popolare scritta e nella erudita, e via dicendo. Lo

Zanni, pur cambiando nome e sdoppiandosi, in queste peregrinazioni,

in mille figure secondarie, conserva però sempre i tratti principali

suoi caratteristici, ed anche Pulcinella, lo Zanni napoletano, è pure

la caricatura dei villani dell'Italia meridionale[251]. Del favore

accordato a Bologna alla maschera dello Zanni, ci fanno fede le opere

del Croce e del Bocchini già ricordate; e dappertutto lo Zanni formava

lo spasso e la delizia del popolo italiano. Il Lasca, nel Capitolo _In

lode di Zanni_, ci dice[252]:

. . . . . io credo che Zanni sia nato

per passatempo, burla, giuoco e festa

e fare il mondo star lieto e beato.

. . . . . . . . . . . . . . . . . .

Lo scalo. . . . . . . . . . . . . .

mi dice ch'uno spasso a Zanni uguale

mai non vide il Latino o 'l popol Greco.

. . . . . . . . . . . . . . . . . .

e tra la più pregiata e nobil gente,

a Napoli ed a Roma altro che Zanni

così quaggiù, ricordar non si sente.

Zanni ognun chiede, ognun chiama e vuol Zanni,

Zanni ognun brama, e quello è più stimato,

che parla meglio, e meglio scrive in Zanni.

Carlo Dati racconta che «il Duca di Mantova si dilettava di praticar

commedianti, e anche di far da Zanni. Onde egli con essi ed essi con

lui parlavano famigliarmente e mangiava con essi»[253]. Ma non ci

dilungheremo oltre a parlare della popolarità della maschera dello

Zanni; a noi basta di aver dimostrato i non dubbi legami di parentela

che esistono tra questo tipo e quello del villano e che spiegano come

la satira contro quest'ultimo, tanto popolare nella prima metà del

secolo decimosesto, venga tutto a un tratto, al primo apparire della

commedia improvvisata sul nostro teatro, perdendo quel favore con cui

era stata accolta per tanto tempo da ogni classe di persone.

*

* *

Ben poco ci resta ancora a dire sull'argomento che forma l'oggetto del

nostro studio. Dopo di aver ricercato le cause principali che possono

aver generato questa satira copiosa contro il villano, cause che

abbiamo visto potersi determinare nell'odio di casta e nell'antagonismo

tra la popolazione rurale e la cittadina, e dopo di avere seguito

nei vari generi letterari lo sviluppo progressivo di questo tipo

caratteristico, ci rimarrebbe ancora di ricercare nella tradizione

popolare gli ultimi e scarsi accenni del perpetuarsi di questa

corrente satirica. Ma tale ricerca non sarebbe coronata da un risultato

soddisfacente, perchè nel folklore la divergenza tra le due correnti

satiriche, la positiva e la negativa, per quella infantile esagerazione

che la fantasia del popolo suole usare nelle trasformazioni a cui

assoggetta la tradizione, si fa assai maggiore; tanto che nella prima

il villano viene fatto l'autore di una quantità di burle e di astuzie

che in altri tempi erano attribuite ai più noti buffoni, e nella

seconda diventa il tipo caratteristico della sciocchezza, e si confonde

col personaggio leggendario che, in tutti i tempi e in tutti i paesi,

commette presso a poco le medesime scempiaggini. Nei proverbi, più

ancora che nelle novelline popolari, è più facile trovare riprodotti

alcuni dei concetti fondamentali della satira negativa; ne ricorderemo

qui alcuni dei più curiosi:

Allo sprone i cavalli, al fischio i cani

Ed al bastone intendono i villani[254].

Il villano punge chi l'unge e unge chi lo punge[255].

Quando il villano è alla città

Gli par d'essere il Podestà.

Quando il villano mangia una gallina

O il villano è ammalato, o è ammalata la gallina.

Saggio di ricerche sulla satira contro il villano · 第 27 / 140 题