Abbiamo visto come il Wright spieghi la copiosa satira contro i villani
che ci fu tramandata dalle poesie dei _trouvères_, come un'adulazione
allo sprezzo del signore verso il lavoratore del suolo; e abbiamo
detto pure come questa opinione del Wright sia confermata dall'evidente
adulazione da cui è dettata la nota poesia satirica contro i villani di
Matazone da Calignano:
A voy, signor e cavaler
Si lo conto volonter
così incomincia la sua «ragione» l'oscuro cantore popolare, che spinge
l'adulazione fino ad attribuire ai signori un'origine molto diversa da
quella vilissima che egli afferma esser toccata al villano:
La zoxo, in uno hostero
Si era uno somero:
De dre si fe un sono
Si grande come un tono.
Da quel malvasio vento
Nasce el vilan puzolento[41].
mentre il cavaliere è sorto dal connubio del giglio colla rosa, e
appena nato ebbe in dono il villano di cui può fare ciò che più gli
talenta. Perciò, dice il Matazone, ricordando la sua origine avvilente,
il villano non deve lamentarsi di essere trattato duramente:
El vilan di mala fede
Queste parole no crede,
Ma e' voyo che sapia
Ch'eie son tute verità.
Che nesun asino che sia
May no va solo per via
Che un vilan o doi
No ge vada da poi,
E valo confortando
E seco rasonando
Però che son parente
E nati d'una zente[42].
E il poemetto termina con un'enumerazione delle prestazioni e
dei lavori che in ogni mese dell'anno il signore può pretendere
dal villano, e che, come osserva il Meyer, malgrado l'evidente
esagerazione, può confermare la misera condizione in quel tempo dei
villani dell'Italia settentrionale. Questo profondo disprezzo della
nobiltà per i villani era condiviso cordialmente dal clero, e, in
generale, da tutta la classe colta, e numerose poesie satiriche ci
provano come lo scherno del clero contro i villani raggiungesse molte
volte il più alto grado della violenza, e non fosse per nulla inferiore
a quello da cui vedremo ispirate molte produzioni popolari della
plebe cittadina. Uno dei componimenti più caratteristici che la satira
contro il villano abbia prodotto in Francia nel secolo decimoterzo è
certamente il poemetto intitolato Des vingtrois manières de vilains[43]
e sul quale non sarà inutile che spendiamo alcune parole. L'anonimo
autore di questa rara operetta, passa prima in rassegna umoristicamente
il carattere ed i vizi della classe dei villani del suo tempo, e trova
che si potrebbero dividere in ventitre categorie, di ciascuna delle
quali espone il lato caratteristico; così, per esempio, il villano
_Porchins_, il _Kienins_ e l'_Asnins_, sono quelli che hanno le qualità
proprie degli animali nominati; il _Ferrè_ è quello che ha quattro file
di chiodi sotto le scarpe; il _Cropére_ è quello che rimane a casa,
invece di andare a lavorare il campo, per rubare i conigli al padrone;
il _Moussous_ è quello che odia la società, il _Babuin_ è quello che
si ferma ad ammirare i monumenti della città e non s'accorge del ladro
che gli ruba la borsa. «Li _Vilains Purs_ si est cil ki onkes ne mist
francisse en son cuer dés lors k'i vint des fons».
Poi segue una parodia delle Litanie[44] in cui si invoca da Dio ogni
sorta di maledizioni e di infermità[45] perchè sia punita la malvagità
dei villani; che l'autore appartenga al clero, appare evidentemente dai
versi seguenti:
A tous chiax qui héent clergie
Soit la male honte forgie!
Por chou ke li cler me soustiennent
Et me joiestent et me retienent
Por chou hé-je tous le vilains
Qui héent clers et capelains.
Seguono poi le Litanie, di cui ricorderemo il principio:
_Kyrieleyson_, biaux sire Diex,
Envoiés-lor hontes et diex.
_Christeleyson_, biax sire cris
Metés-les hors de vos ecris.
_Christe-audi-nos_, oés nos
Qu'il aient brisié les genous!
_Tu pie Pater de celis
Ipsos confundere velis
Tu, Deus sanctus, sancte_
Tu, lor oste toutes santé!
Sainte-Marie — la Dieu mére
Donnés lor grant honte amére,
Sains Gabriel et sains Michiel
Par vous leur soient (fermé) li chiel.
Anche da un fabliau pubblicato dal Wright[46] appare evidente l'odio
dei chierici verso i villani, odio che molto spesso era originato dai
tentativi di rivolta dei servi dei monasteri[47], perchè, come è noto,
gli ecclesiastici non erano molto più umani dei signori feudatari
nei loro rapporti coi lavoratori del suolo, e sono stati gli ultimi
ad abolire nei propri domini la servitù della gleba. Nel fabliau
sopradetto si pregano pure da Dio sopra i villani speciali maledizioni:
A toz les vilains doint Dex honte
. . . . . . . . . . . . .
Ne finent-il de traveillier
Chascuns jor, por ce gaaigner
Don clerc juvent, et autre gent[48].
e più oltre si accenna all'astio reciproco che divideva le due classi:
Se il voient iij. clers ensamble,
O iiij., en une compagnie,
Don n'i a vilain qui ne die,
Esgardez de ces clers bolastres;
Par ma foi, il est plus clerjastres
Que berbiz ne que autres bestes».
. . . . . . . . . . .
Plaust à Deu lo roi puissant,
Que je fusse roi des vilains
Je feisse plus de mil ainz
Et autretant de laz feisse:
Dont je par les cos les preisse:
A mal port fussent arivé!
e nel «Despit au vilain»:
Mès Dieu en poise et moi si fet,
Quar trop sont li vilain forfet
Qui menjuent ces crasses oes
Et à ces clers si font les moes:
Déussent-il mengier poissons!
Il déussent mengier chardons,
Roinsces, espines et estrain
Au diemenche por du fain.
. . . . . . . . . . .
Déussent-il mangier viandes?
Il déussent parmi les landes
Pestre herbe avec bues cornus,
A iiij piez aler toz nus[49].
e Rutebenf nel «Pet au Vilain»:
«Ce di je por la gent vilaine,
«C'onques n'amerent clerc ne prestre».
Ma dove appare più evidente l'animosità che regnava tra queste due
classi è nel «Contrasto tra i chierici ed i rustici» della seconda metà
del secolo decimoquinto[50], e di cui crediamo utile, per la sua rarità
bibliografica[51], dare qui un breve riassunto. La stampa di questo
Contrasto che noi abbiamo avuto sott'occhio, ha per titolo: _Altricatio
(sic)[52] rusticorum et clericorum mota per eos coram domino papa
tanquam iudice assumpto_, e si compone di 156 versi che si possono
dividere in 39 strofe monorime di quattro versi, ciascuno dei quali
consta di due senarii accoppiati; dopo il titolo seguono undici versi
in cui viene esposto il contenuto dell'operetta, quindi incomincia la:
Propositio rusticorum.
Sancte pater, clerici non cessant gravare
Nos modis compluribus quos vobis monstrare
Ad presens intendimus, nec non informare
Quibus nos fallaciis nituntur tractare
. . . . . . . . . . . . . . .
Deum neque populum in nullo verentes
More lupi rapidi nostra rapientes,
e continuano di questo passo accusando i chierici di essere inumani,
simoniaci ed insidiatori dell'onore delle famiglie dei rustici.
Respondent clerici.
. . . . . . . . . . . . . . .
Insensati rustici, quis demon movebat
Vos talia dicere.....
e dimostrano ai rustici la necessità che essi hanno della protezione
del clero, da cui ricevono tanti benefici:
Sicut animalia bruta viveretis
Ni sensum a clericis vos addisceretis
e infine pregano il Papa[53] di giudicare la controversia; e il Papa
così decide:
Dicimus quod rustici pessime fuere
Moti quando clericis se opposuere,
Quibus reverentiam semper exibere
Deberent non iurgia contra hos movere.
Semper vellent rustici peccata peccatis
Addere cottidie spreta sanctitatis
Vita nec non optima norma castitatis
. . . . . . . . . . . . . . . .
Idcirco de cetero dicimus immergentes
Ut cleris in omnibus sint obedientes
. . . . . . . . . . . . . . . .
Talis est proprietas asini qui lirae
Solet libentissime sonitum audire,
Qui sonus in auribus eius sonat mire
Hunc si posset frangeret tamen invenire,
Rustici consimilem modum vos habetis
Nam dei servitium a clero velletis
Habere quos odio tanto vos habetis
Quod si potueritis vita privaretis;
e dimostra ai rustici che i chierici, nello spogliarli, sono mossi
unicamente dal desiderio di toglier loro le occasioni al peccato.
In fine: _Disputatio rusticorum et clericorum explicit feliciter_.
Questo Contrasto, oltrechè per la sua rarità e per la satira contro i
villani che vi predomina, ci pare assai importante perchè vi si scorge
con molta evidenza la forma drammatica, quantunque imperfetta[54], a
cui andava accostandosi questo genere di componimenti, come la nota
«Contenzione di Monna Costanza e di Biagio contadino» di Bernardo
Giambullari; esso si accosta alla Farsa, anche per la forma burlesca
con cui è dettata la risposta del Giudice. Vedremo poi, studiando
il tipo del villano nella novella, come gli ecclesiastici continuino
nella tradizione popolare ad essere considerati come i più fieri nemici
del villano. Molto probabilmente, anche la poesia satirica _De Natura
rusticorum_ pubblicata dal Novati è opera di un ecclesiastico, perchè
tra le molte accuse che sono scagliate contro i villani[55], si insiste
particolarmente sulla loro empietà e ostinazione nel peccato. Una prova
evidente della grande diffusione della satira contro il villano e del
favore con cui era accolta non solo dalla plebe cittadina per le cause
a cui abbiamo accennato, ma anche dalle altre classi, si ha oltrechè
nei Contrasti, in quelle «Riviste satiriche delle varie condizioni
sociali», che incontriamo tanto frequentemente nel medio-evo[56], e
nelle quali la più maltrattata è sempre la classe dei villani. Nella
nota raccolta di poesie medioevali di Edélestand du Méril, in una di
queste satire sulle diverse professioni, l'anonimo autore lamenta la
generale depravazione dei costumi, e, parlando dei villani, rimprovera
loro di essere orgogliosi:
Rusticos etiam quamvis sint humiles,
dico cupidinis esse culpabiles
quoniam inter se concupiscentiam
et incredibilem habent jactantiam[57].
e in un'altra composizione del medesimo genere, è detto dei villani:
païzant de village scevent plus de renart
que nulle gent qui vivent, trop sont de male part
vilain seront preudomme quant chien venderont lart[58];
e nel _Dit des Mais_[59] si censura il loro poco amore al lavoro:
Laboureur sont gens assez benéurez
Mesmement par cui terres sont labourées,
Mais il font bien souvent de malvaises jornées
Et tart viennent à œvre, et tost truevent vesprées[60]._
A questo genere di componimenti appartengono, nella letteratura
popolare italiana del secolo decimosesto, le _Malitie delle Arti_[61]
nelle quali si narrano le astuzie con cui i villani defraudano il
padrone all'epoca del raccolto, accusa che vedremo ripetuta d'ora in
poi in tutti i componimenti satirici contro i contadini:
De contadini mi convien tractare
che poderi di ciptadini haranno;
nanzi che fia tempo di vendemiare
di nascoso assai fructe venderanno,
lassa alcun di nocte le man menare
et rade feste guarderan dell'anno:
chi miete o sega o attende a vendegne
chi va a mulino, mercato o fa legne.
Anche Pietro Nelli (Messer Andrea da Bergamo) in una sua satira
dedicata all'Aretino, passando in rassegna le diverse classi sociali,
fa voti perchè i villani, essendo intemperanti, non possano mai venire
in auge:
Gli artefici, e i villani, a Dio non piaccia
Che gl'habbiano mai ben, perchè sarebbe
Proprio un fargli annegar nella vernaccia[62].
Sullo stesso argomento ricorderemo pure _Il Consiglio Villanesco —
Mascherata sopra tutte le Arti_ del Desioso degli Insipidi[63], dove
la rassegna satirica delle varie condizioni della società è fatta due
villani che finiscono collo stabilire che la loro condizione è senza
dubbio la più felice; e la _Frottola de uno Villan dal Bonden, che se
voleva far Cittadino di Ferrara_[64], dove si narra che un villano,
vedendo sempre più peggiorare la propria condizione, propone ai figli
suoi di abbandonare la campagna e di recarsi in città ad esercitare
qualche mestiere, ma ne è dissuaso dai figli che gli ricordano le male
arti dei cittadini che vanno a gara nello scorticare i villani:
El ghe quei usurari
de quei citain
che per un bolognin
e men de tre fritelle
i cavaria le buelle
ai nostri pari
. . . . . . .
e sbirri e soldà
che mai non fa
che pensar muo e via
de scortegare
i poveri contadin.
Questi due componimenti appartengono a quel gruppo di produzioni
satiriche che furono generate dall'antagonismo a cui abbiamo già più
volte accennato, tra la plebe della città e quella del contado, e
su cui avremo occasione di ritornare quando studieremo la figura del
villano nella drammatica popolare dei Rozzi di Siena. Che la corrente
satirica contro il villano che abbiamo incontrato nella letteratura
prettamente popolare penetrasse frequentemente nella letteratura
classica, è cosa da tutti risaputa e notissime sono le invettive che
scaglia contro i villani Maffeo Vegio da Lodi nelle _Rusticalia_[65]
ricordate dal Novati; il dotto umanista, ammiratore e imitatore di
Virgilio, non può darsi pace che gli scrittori dell'antichità abbiano
tanto lodato la semplicità della vita rustica[66], e crede che soltanto
il desiderio di fuggire il frastuono della vita cittadina possa indurre
i poeti ad affrontare la mala compagnia dei villani.
Oltre quelle già conosciute, altre _Rusticalia_ compose il Vegio, non
meno violente e caratteristiche, che si leggono in un codice del secolo
decimoquinto della Biblioteca Comunale di Verona[67]; ne riproduciamo
qui alcuna delle più notevoli:
fol. 86 t.:
=In Rusticos.=
In comune bonum nasci gens rustica fruges
Fertis: ob id tuto pro studio rapitis.
Pergite commissum, vestra sententia solvet:
Sic aliqua ad superos spes exit ire polos.
fol. 86 t.:
=In Baccham rusticam.=
Non sat erit fruges rapere: at tibi ne quid inausum,
Furata es saccos improba Baccha meos.
Improba sis liceat, dum saltem provida Baccha es
Quandoquidem moriens eicies animam.
Infera precipitem mittent te numina saccis
Servatam quo sit tutior ipsa meis.
Nella seguente si meraviglia che, malgrado gli stenti e i duri lavori
a cui sono obbligati, i villani siano tanto sovente feriti dagli strali
di Cupido[68]:
fol. 86 t.:
=In Rusticos.=
Miror vos agrestes: meaque admiratio digna est:
Quam cupidi in caecam promitis Venerem.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Ebibitis puras comuni e flumine lymphas,
Atque editis viles, insipidasque dapes.
Unde igitur tanta haec vobis innata cupido est?
. . . . . . . . . . . . . . . . . . .
così pure nella seguente:
fol. 87 r.:
=In Rusticos.=
Fama refert asinos romana per oppida numquam
Ad Venerem nisi post verbera multa trahi.
Vos quoque post longos rurestis turba labores,
Post inopem victum dira Libido rapit.
fol. 88 r.:
=In Rusticos.=
Queritis agricolae circum dumeta pusillas
Labruscas; vinum conficitisque novum.
fol. 88 t.:
Suave quidem potum est tenerumque amabile mustum.
Nescio qui dumi talia musta ferant.
Verum conscia nox raptas testabitur uvas,
Quas terrae e labris fingitis esse tamen.
In un'altra dice che i villani non hanno diritto di lamentarsi dei
danni loro cagionati dal lupo e dalla volpe, perchè:
fol. 88 t.:
«In fures furum mutua turba ruit»
e nell'ultima li esorta a mutar vita, affinchè non servano di cattivo
esempio ai loro figli:
Vobis nulla fides, nihil est purive piive,
Exemplum vestra est vita pudenda suum.
Desinite a vitiis igitur, tandemque fovete,
Quos discant mores pignora veatra bonos.
Ma dove troviamo assai più evidente e palese l'influsso della corrente
satirica contro i villani dalla letteratura popolare alla classica,
è nelle opere del Folengo; abbiamo già visto come nell'_Orlandino_
abbia ripetuto contro di essi lo scherno e le accuse che avevamo già
incontrato nella _Nativitas rusticorum_ del Matazone. Senza dubbio la
condizione dei contadini assai meno felice, anche in quei tempi, nella
città del Poeta che nelle altre parti d'Italia, doveva avervi prodotto
un dualismo e un astio assai vivi tra la popolazione del contado e
quella della città, e il poeta che nell'opera sua dà tanto larga parte
alla tradizione popolare, riflette questo antagonismo, in molti luoghi
dell'_Orlandino_ e delle _Macheronee_, con espressioni nelle quali più
ancora di quel convenzionalismo con cui nella letteratura classica si
colpivano la malizia femminile e la corruzione del clero, troviamo
molte volte espresso dell'odio brutale[69]. La satira copiosa del
Folengo contro i villani può trovare un'altra spiegazione anche come
una reazione a quella bucolica falsa e convenzionale che l'imitazione
di Virgilio nel Rinascimento aveva grandemente favorita, e nella
quale la vita rustica ed i costumi degli abitanti della campagna
erano dipinti con colori poco conformi alla realtà e coi luoghi comuni
con cui gli antichi avevano decantato l'età dell'oro. Per una legge
meccanica di equilibrio, succede nella reazione un eccesso opposto
a quello a cui si vuol contrastare; e così, quanto nelle egloghe
rusticali, specialmente verso la fine del secolo decimoquinto, si
era allontanata la descrizione della vita campestre dal modello
classico propostosi e dalla realtà della vita, altrettanto troviamo
nella reazione esagerati i vizi e le cattive qualità dei villani,
disconoscendo la utilità[70] e i meriti di questa povera classe che ha
tanti diritti alla nostra riconoscenza. Alle lodi che il più celebrato
di questi scrittori di egloghe, Giovan Battista Mantovano[71],
tributava nell'opera sua alla purezza dei costumi dei villani del
suo tempo, fanno un troppo forte contrasto le invettive e la satira
pungente con cui li colpisce il Folengo; basterà che ricordiamo la
satira contro i villani della tredicesima Maccheronica:
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Pichetur quicunque favet tutatque vilanos,
Nil nisi crudelis quisquis miseretur eorum.
Tunc ego crediderim leporesque canesque coire,
Seque lupi miscere ovibus cernentur et uno
Stabunt pernices, vel quajae cum sparavero,
Si contadinum potero accattare dabenum.
Vis civem superare? bonas sibi praebe parolas.
Vis contadinum? bastonibus utere tantum.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Villanus nunquam cognovit dicere verum,
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Villanus hominem solo pro pane necaret,
Villanus gesiae reprobat servare statutos[72],
Villanus venerem non naturaliter usat
Et dicit quod nil mulieri bestia differt;
poi si scaglia in particolar modo contro i contadini di Mantova:
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Maxime villanos quos Mantua, Balde, governat
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Semper habent ossum poltronis quando lavorant,
Sed quando ballant, tot caprae nempe videntur
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Villanus nimia pro stizza roditur intus,
Quando bastiones facit impellente senatu...
Non meno vivaci sono le invettive che dopo più di un secolo scagliava
contro i villani il satirico frate Francesco Moneti nella _Cortona
convertita_, il noto poemetto in cui sono svelate le male arti dei
Gesuiti, e che l'autore dovette poi in seguito ritrattare per sfuggire
alla vendetta dei suoi potenti nemici. Il poeta narra la missione di
un gesuita dalla cui parola eloquente ed ispirata tutta la popolazione
della città e della campagna di Cortona fu convertita al bene oprare;
e, dopo di aver deriso come il Boccaccio e il Folengo la credulità dei
propri compaesani, racconta che il Missionario, convertito che ebbe i
cittadini, si reca nel contado allo scopo di convertire anche: