Noi siamo poveri Contadini,
Abitiamo fuora in confini,
Stavamo fuora a zappare,
Si ci dovessimo biasimare,
E veniamo per riparo,
E per questo noi vendiamo caro.
Ascoltate la ragione,
Ci havereste compassione,
Da che viene che siamo maltrattati.
Siamo da tutti discacciati,
Verso di noi si dimostra avaro,
E per questo vendiamo caro.
Si volemo torre il podere,
Ascolta, questo si è il dovere:
Le galline, et li capponi
Vogliono li Cittadini di ragione,
Di pollastri più d'un paro,
E per questo noi vendiamo caro.
E però loro si fanno tanti atti
Mille intrichi et mille fatti;
Chi non prova non lo sane,
E ci voglionvi le securtane,
E lo scritto del Notaro.
E per questo noi vendiamo caro.
L'anno al tempo delli frutti,
Li patroni li voglion tutti
Si son fichi, over poponi
Tutti li voglion che sian buoni,
E ci fanno il patto chiaro;
E per questo noi vendiamo caro.
L'anno al tempo della sementa,
Il contadino sempre mai stenta,
Voi sapete che è per usanza,
Se ci danno il grano in prestanza,
Si rincarca per l'ordinaro.
E per questo noi vendiamo caro.
Han costoro per natura,
Sempre far trista misura,
Hanno pigliato certa maniera
Quando adoprando la rasiera,
Ci vorrian votar lo staro;
E per questo noi vendiamo caro.
Se provasser come noi
Tutto il giorno arar con buoi,
E stentare tutto l'anno,
E sudare con affanno,
E lor dormir sopra al solaro!
E per questo noi vendiamo caro[20].
L'anno al tempo della state,
Dal patron siamo aspettati
In su l'aia più d'una volta:
E' ci toglion tutta la ricolta
E ci votano il granaro,
E per questo noi vendiamo caro.
Se vendiamo una cipolla,
Tutti in piazza ci fan la folla
E ci vogliono metter la mano.
E ci bravan da can villano
O pensate che duolo amaro!
E per questo noi vendiamo caro.
. . . . . . . . . . . . . . .
L'anno al tempo de' meloni
O cocomeri, et citriuoli
Ci vorriano il sacco pieno,
Ogni cosa per un quattrino,
E la fune, con il somaro,
E per questo noi vendiamo caro.
E se noi gimo a zappare
L'anno ad opra, e a svangare,
Ci danno a ber dell'acquarello,
Mal trattato il poverello
Con un fiero e puzzo amaro,
E per questo noi vendiamo caro.
. . . . . . . . . . . . . . .
Contadini hor che faremo
Poi che ognun ci ha posto il freno
Cittadini et artigiani,
Che ci trattan come cani,
E ci fanno poi meschini,
E dicon: «dagli, dagli a' Contadini!»
Abbiamo detto che questi contrasti, che riflettono l'eterna lotta tra
il capitale e la mano d'opera[21] nelle relazioni tra il padrone ed il
colono, continuano a vivere tra il popolo e vengono per lui stampati
nella letteratura popolare. Così nel «Contrasto fra un Fiorentino ed
un Contadino»[22] continuiamo a vedere espresso chiaramente l'odio del
cittadino contro i villani che s'inurbano:
. . . . . . . . . . . . . . . .
— Villan f..., contadino, bada,
Se avrò d'accordo gli altri fiorentini,
Mi metterò alla porta con la spada,
E proibirò l'ingresso ai contadini.
Segno che voglia e vada come vada,
Sian di piano, di monti o di appennini,
Sian di collina, della costa o valle,
Gli destino i suoi campi, prati e stalle.
— Quando avrem pien barili, sacchi e balle
D'ogni raccolta che tanto a noi preme,
E quelle pesche colorite, gialle,
D'ogni genere frutta ed ogni seme,
Quei prosciutti, salami e quelle spalle,
Tra noi villani mangeremo insieme
Tacchi, piccioni, galletti e pollastre,
E te in Firenze mangerai le lastre[23].
Malgrado la forma moderna a cui i cantastorie hanno avvicinato questi
contrasti, non è difficile scorgervi un raffazzonamento di quelle
poesie satiriche popolari contro i villani che abbiamo vedute originate
dalle cause economiche che avevano inasprito, dopo l'abolizione della
servitù della gleba, l'attrito tra la popolazione cittadina e quella
della campagna. Accenni manifesti a questo conflitto d'interessi
avremo spesso occasione di incontrare nella drammatica popolare senese
dei Rozzi e nelle novelle «cittadine»; ma per ora ci basta di aver
brevemente accennato alle cause che possono aver generato questo
antagonismo, nel quale noi persistiamo a vedere l'origine principale
della satira contro il villano nella letteratura popolare. Si è da
alcuni tentato di dimostrare che si potrebbe trovare una causa di
questa copiosa satira contro i villani, nella loro condizione florida
che avrebbe spesso trasmodato in un orgoglio insolente e in un lusso
non proporzionato al loro stato[24]. In quanto al lusso nel vestire da
parte dei villani nel medio-evo, non è raro di trovare, specialmente in
Francia[25], degli accenni a questa tendenza, e in Germania troviamo
persino delle leggi suntuarie contro di essi; ma probabilmente ciò
si deve all'esteso significato che la parola «villano»[26] aveva nel
medio-evo, e d'altra parte abbiamo troppe testimonianze della triste
condizione delle classi rurali in quell'epoca, per poter credere
avveratosi uno stato tanto anormale di cose. Alle affermazioni di
coloro che decantano il medio evo come l'epoca più felice per i
lavoratori del suolo, noi potremmo opporre un numero grandissimo
di documenti di quell'epoca, se non temessimo di uscire dal campo
prefissoci in questo studio[27]. Abbiamo più addietro accennato
alla condizione degli abitanti della campagna sotto la repubblica
fiorentina, perchè ivi più specialmente si potevano rilevare, per
lo sviluppo straordinario che erasi dato alle industrie della lana
e della seta, le cause particolari che possono aver originato un
conflitto d'interessi fra la popolazione della campagna e quella
della città; e abbiamo detto anche come questa condizione poco florida
abbia sempre più peggiorato sotto il governo Mediceo, il quale ebbe
cura di conservare premurosamente tutte le misure prese dal governo
popolare della repubblica per impedire l'inurbarsi dei contadini.
Ma non solamente la condizione della classe rurale fiorentina era
ben poco florida, ma anche quella dei contadini di tutte le altre
parti d'Italia. Le frequenti guerre che le città intraprendevano per
aumentare il proprio territorio o per combattere il minaccioso crescere
di una potente vicina, avevano per risultato di guastare e di impedire
la coltivazione dei campi[28], ed i poveri contadini, spingendo dolenti
il bestiame verso la città per sottrarsi all'onda devastatrice degli
invasori, cadevano spesso nelle mani dei nemici che li mandavano a
morte[29]; e quando la città, stremata dall'assedio, non aveva più
vettovaglie per nutrirsi, scacciava i contadini, rifugiatisi entro
le mura al principiare delle ostilità, come bocche inutili[30], ed
essi, uscendo dalla città, andavano soggetti alle rappresaglie degli
assedianti[31]. Di una ben triste eloquenza sono poi i lamenti dei
villani che incontriamo assai spesso nella poesia popolare del secolo
decimoquinto e del decimosesto[32], che sono detti «cose ridiculose
et bellissime»; persino nelle poesie satiriche contro i villani,
molte volte lo scherno muore sulle labbra degli anonimi ed oscuri
rimatori, che si sentono trascinati a compiangere la miseria dei
poveri contadini, trattati peggio delle bestie dalla gente d'armi. Così
nell'_Alphabeto delli Villani_[33] del secolo decimosesto, i contadini
lamentano con triste rassegnazione la loro infelice condizione:
Martori sem con duogia e con gran pianto
. . . . . . . . . . . . . .
Non so come a possom me sofrir tanto
Nassem tutti a sto mondo per stentare
L'è sì desgratià sta nostra ragia
Che d'ogni banda se sentom pelare.
. . . . . . . . . . . . . .
Sarem sempre de quigi che è al fondo
Martori semo e martori sarom.
A sem pruoprio la schiuma de sto mondo.
Anche in una Raccolta di poesie popolari milanesi della Biblioteca
Ambrosiana[34] troviamo dei lamenti di contadini per le sevizie
dei soldati verso gli oppressi; ricorderemo la: «_Lamentatione |
che fanno | Beltram da Gasian | Et Bausion da Gorgonzola | sopra
li presenti tempi calamitosi et Racconta | no le Allegrezze, che si
fanno in Milano per la | felice nascita del presente Principe di |
Spagna che Dio mantenga_» (nº 4 della Raccolta; dopo il titolo vi è
una rozza silografia rappresentante un villano che vaglia, poi: _In
Milano, 1630_). I due villani narrano gli orrori della guerra e i
maltrattamenti che loro usano i soldati.
BAUSION. Se costor fussen pagan
No poraven fa de pesij.
BALTRAM. Quant tosan àn pers l'onor
Per i man desti soldà.
_Allegrezza | fatta da Beltramo da Gagiano | Sopra la Bondanza... Cosa
piacevole et da ridere in lingua rustica_. Milano, Malatesta, senza
data; poi una silografia rappresentante due villani che ballano (n. 7
nella Raccolta).
A nun alter pover vilan
A la nog po' a i ne dan
Sciavatà su per ol cò...
_Il Lamento | del | Contadino | sopra diverse Arti. | Molto
ridiculoso et piacevole, novamente posto in luce_; poi una silografia
rappresentante un villano che guarda le pecore. _In Milano per Pandolfo
Malatesta_: da una nota manoscritta è creduto dell'anno 1625 (n. 8
della Raccolta). Questo Lamento appartiene a quel ciclo caratteristico
di poesie popolari, di cui avremo più oltre occasione di parlare,
che contengono una specie di rivista satirica delle varie classi
sociali e delle varie professioni. Qui il Villano, dopo di aver fatta
l'enumerazione dei difetti della classe dei contadini, lamenta lo stato
compassionevole in cui i soldati li hanno ridotti:
«Guardè un po' che compassion
«Quant em ven sta gent a cà,
«Chai me fan sò di tremà
«Fin intro i pè della lechiera
. . . . . . . . . . . . .
«Fam roba tutt'ol beschiam
«E se vo' po' a lamentam,
«Tas ignò vilan poltron!»[35]
Questi accenni alla misera condizione dei villani in queste poesie
popolari di un'epoca relativamente recente, dimostrano che la
loro sorte, poco invidiabile durante il medio evo, ha continuato a
mantenersi tale anche nei secoli successivi, e, purtroppo, anche ai
giorni nostri, e che ben poco fondamento ha l'ipotesi, a cui abbiamo
più addietro accennato, che vorrebbe originata la satira contro il
villano dal suo prospero stato. Nè molto più felici dovettero essere
le condizioni dei villani nella Francia e nella Germania durante il
medio-evo, e ce lo prova il numero grandissimo di strazianti lamenti,
in parte serî e in parte satirici, nei quali ci fu conservato un ben
triste quadro della miseria delle classi rurali in quell'epoca. Basterà
che ricordiamo per la Francia il disperato lamento del contadino,
di cui si fa eco Alain Chartier nel _Quadrilogue_[36], dove il
terzo stato fa una straziante descrizione delle proprie afflizioni,
ed accusa il clero e la nobiltà di aver rovinata ed immiserita la
patria. Al medesimo autore è attribuita pure quella _Complainte du
pauvre commun et de pauvres laboureurs de France_[37] che troviamo
tanto spesso ricordata, e che è una non meno eloquente pittura del
misero stato delle classi rurali in Francia nel secolo decimoquinto.
Una fosca luce poi gettano sul medio-evo le frequenti e terribili
rivolte dei villani[38], che, spinti dalla disperazione, rialzano
ferocemente il volto macilento e si slanciano con furore selvaggio
sui loro oppressori, vendicando in un sol giorno i soprusi sofferti in
una lunga sequela d'anni; in Francia esse furono assai più sanguinose
che altrove, perchè la reazione suole essere tanto più feroce, quanto
più grande è stata l'oppressione. Ricorderemo tra tutte quella che ha
superato le altre per violenza e per estensione, la famosa «Jacquerie»
del secolo decimoquarto, così detta dal nome di _Jacques Bonhomme_
con cui per disprezzo era chiamato in Francia il villano dalla gente
d'armi. Ma anche questa, come tutte le altre sollevazioni dei villani,
fu soffocata tosto nel sangue dei ribelli, e di essa non rimase che il
noto lamento:
Cessez, cessez, gens d'armes et piétons
De piller et de manger le bonhomme
Qui de longtemps Jacques Bonhomme
Se nomme[39].
Per la Germania le condizioni delle popolazioni rurali durante il
medio evo furono estesamente illustrate da una bella raccolta di
poesie popolari tedesche, pubblicata recentemente dal Bolte[40], tra le
quali particolarmente interessanti sono i lamenti dei villani e i loro
contrasti coi soldati; da una copiosa bibliografia di canti che egli ha
fatto seguire alla sua raccolta, appare evidentemente quanto il tipo
del villano abbia fornito anche alla poesia popolare tedesca continua
materia di riso e di commiserazione.