CAPITOLO I.

CAUSE CHE DETERMINARONO QUESTA SATIRA. LA CONDIZIONE ECONOMICA DEI

VILLANI NEL MEDIO EVO.

Uno dei tipi più caratteristici e più noti nella letteratura popolare

medioevale è senza dubbio il «Villano», che incontriamo in una

straordinaria quantità di componimenti satirici degni di essere

studiati, se non per la loro poca importanza letteraria, almeno per la

luce che possono portare alla conoscenza dei rapporti fra le diverse

classi sociali nel medio evo. Soltanto la satira contro le malizie

delle donne, colle quali i Villani hanno avuto molte volte comuni

i capi d'accusa, e quella contro la corruzione del clero, possono

paragonarsi in fecondità ed in violenza a quella assai copiosa di cui

furono fatti bersaglio i poveri coltivatori del suolo. Oggetto del

più profondo disprezzo da parte dei signori per i quali erano composte

le poesie satiriche dei menestrelli, i villani furono colpiti con non

meno feroci invettive dagli appartenenti alle altre classi sociali, e

specialmente dalla plebe cittadina, per quell'antagonismo assai vivo

che ha sempre diviso gli abitanti della campagna da quelli della città,

e che nel medio-evo era inasprito da speciali ragioni economiche. Da

quali cause fu originata questa satira feroce contro i villani? Ecco la

questione più difficile a risolversi in questa nostra ricerca.

Lo Stoppato[1] aveva promesso di dedicare un capitolo speciale del

suo lavoro annunciato sul _Ruzzante_ allo studio del tipo del villano

nella letteratura popolare durante il medio-evo; ma la morte immatura

che l'ha rapito, non ha permesso ch'egli mandasse a termine il suo

divisamento. Il Novati[2], illustrando una poesia medioevale satirica

contro i villani «De natura rusticorum»[3], ha ricordato un buon numero

di queste produzioni satiriche contro i villani del medio-evo, ed egli

pure si è domandato: «Perchè i miti abitatori dei campi, quei coloni

che il buon Virgilio chiamava pii, presso i quali la giustizia aveva

soffermato il piede ancora un istante prima d'abbandonare la terra

per sempre[4], essi la di cui semplicità ed innocenza sono esaltate

a gara da tutti gli scrittori antichi, divengono per le generazioni

del medio-evo i malvagi villani pieni di ogni malizia, degni di ogni

vitupero contro i quali tutto è lecito, poichè per essi nulla esiste

di sacro, di venerando? Perchè l'odio popolare giunge perfino a

designarli complici, anzi autori del più atroce fra i misfatti, di aver

crocifisso Gesù Cristo?[5] Perchè per tanti secoli non una voce si leva

a difenderli? La questione è assai ardua, nè si comprende facilmente

la cagione di un odio così tenace, che si effuse in tante poesie

burlesche, in tanti proverbi e motti, in tante satiriche novelle,

contro questa umile classe, la quale considerata pari agli animali

domestici e venduta e rivenduta colla terra che coltivava, ebbe a

soffrire più che le altre tutte nell'età media: per la quale le stesse

libertà comunali furono vano nome».

Rintracciare le cause principali che possono aver generato e favorito

questa satira contro il villano, e tentare di fissare e di ricostruire

la figura di questo tipo curioso, seguendone le vicende nei numerosi

componimenti satirici in cui lo troviamo tratteggiato, ecco quanto

noi ci proponiamo di fare in questo nostro studio. Ed anzitutto

osserveremo come sia necessario distinguere due correnti opposte in

questa satira contro il villano, che si manifestano ben presto, e

forse contemporaneamente, e che molte volte più che uno sdoppiamento

della medesima figura, ci farebbero supporre l'esistenza di due tipi

ben distinti del villano; ma esse invece, come vedremo, corrispondono

evidentemente a due fonti diverse di produzioni che hanno per oggetto

il medesimo tipo. Da una parte abbiamo la corrente, che chiameremo

negativa, a cui appartengono tutti i componimenti satirici nei quali è

riflesso il disprezzo del mondo aristocratico e della plebe cittadina

verso il villano nel medio-evo; dall'altra la corrente opposta, e che

chiameremo positiva, nella quale la fantasia popolare si impadronisce

di questo tipo caratteristico di «vinto della società» per crearne

il rappresentante degli oppressi, che, valendosi dell'astuzia

riconosciutagli dai suoi schernitori, riesce con quest'arma vincitore

dei suoi potenti e brutali avversari. Questa inversione della satira

contro il villano si è compiuta quasi insensibilmente nella coscienza

medioevale; perchè, come vedremo, le qualità positive per le quali

grandeggia nella fantasia popolare fino a confondersi con leggendari

personaggi creati come lui dal sentimento di rivolta degli oppressi

contro gli oppressori, non sono che la conseguenza naturale della

esagerazione delle cattive qualità attribuitegli dalla satira negativa.

Queste due correnti ci rappresentano da una parte il villano vittima

delle burle più grossolane e dotato di tutti i vizi che la più bizzarra

fantasia ha potuto immaginare, tra cui primeggia una volpina astuzia

contro cui è impossibile lottare; dall'altra invece, nel concetto

stesso dei suoi detrattori, riesce, appunto colla sua malizia, ad

ottenere vittoria sugli avversari che gli sono attribuiti nella

tradizione popolare. Ma avremo occasione di ritornare più a lungo su

questa inversione della satira, studiando la figura del villano nella

novella, in cui appaiono ben distinte queste due correnti satiriche di

cui abbiamo ora parlato.

Per ora ci fermeremo alla satira negativa, e cercheremo di rintracciare

le cause principali che la possono aver generata.

Il Wright[6], parlando delle cause inesplicabili che possono aver dato

origine alla straordinaria quantità di invettive che nel medio-evo dai

_trouvères_ furono scagliate contro i villani, in molte delle quali

troviamo manifestato dell'odio brutale, ha espresso l'opinione che

queste poesie satiriche contro di essi siano state prodotte dalla cura

costante dei menestrelli di guadagnarsi la benevolenza dei signori da

cui erano mantenuti, e ai quali erano indirizzate queste poesie che

ne riflettevano ed adulavano il disprezzo per i servi. Questa ipotesi

del Wright, che ci pare più accettabile di quella messa innanzi da

altri[7], che cioè la satira contro i villani originasse dalla paura

che si aveva nel medio-evo che questa moltitudine di oppressi non

rialzasse un giorno minacciosamente la testa, è confermata da molte

poesie dei «jongleurs» tra le quali basterà che ricordiamo il poemetto

di Matazone da Calignano[8], di cui avremo occasione di parlare,

nel quale appare evidente l'intento del rozzo cantore di rendersi

favorevoli i signori, attribuendo loro un'origine ben diversa da quella

vilissima attribuita ai villani, coi quali è lieto di non aver più

legami.

Ma per quanto giusta, questa ipotesi del Wright vale solo a spiegare

una parte molto limitata dei componimenti satirici contro i villani,

quella cioè che riflette il disprezzo dei signori verso i servi

lavoratori del suolo; vedremo come il disprezzo verso i rustici non

fosse men vivo da parte dei «chierici» e in generale di tutta la

classe colta nel medio-evo[9]. E questo, oltrechè per quella speciale

tendenza satirica di quell'età da cui ci son pervenuti tanti bizzarri

componimenti, trova una spiegazione anche nel perdurare, in epoche

relativamente recenti, della dottrina aristotelica che sanzionava la

differenza sociale tra servo e padrone, come una conseguenza razionale

di un diverso grado d'intelligenza. Nella letteratura italiana

troviamo, a differenza delle altre nazioni, ben poche poesie satiriche

contro i villani originate da questo sentimento aristocratico di

disprezzo verso una classe infima; perchè invece la maggior parte dei

componimenti satirici contro i villani appartiene alla letteratura

prettamente popolare, e fu dettata dall'antagonismo assai vivo nel

medio-evo tra gli artigiani della città e gli abitanti della campagna.

Il Novati osserva giustamente che «una spiegazione probabile di questa

satira può trovarsi nel fatto che insieme ad una ignoranza, ad una

semplicità che porgevano pronta e facile occasione di riso, la plebe

cittadina rinveniva nel villano che s'inurbava una astuzia ed una

sagacità grossolana, è vero, ma non sospettata; talchè spesso chi

pensava poterlo con impune facilità gabbare e schernire, allo stringer

dei conti vedevasi contro ogni sua credenza gabbato e schernito»[10].

Questo antagonismo assai vivo che troviamo espresso in una quantità

straordinaria di poesie popolari, di novelle, di proverbi, deve però

essere stato originato ed inasprito da cause speciali economiche;

perchè in più d'una di queste composizioni satiriche popolari contro

i villani nel medio evo, troviamo frequenti accenni a questa lotta

economica tra la popolazione cittadina e quella rurale. Una delle

cause principali che hanno dato origine a questo antagonismo tanto

vivo, deve ricercarsi, molto probabilmente, nella continua e numerosa

immigrazione delle popolazioni del contado verso la città; immigrazione

che ha cominciato subito dopo l'abolizione della servitù della gleba

e ha continuato, si può dire, fino ai giorni nostri. La satira contro

il villano che godette tanto favore specialmente nella drammatica

popolare del secolo decimosesto, fu originata da cause economiche non

molto dissimili da quelle che hanno creato più tardi nella Commedia

dell'arte la maschera degli Zanni bergamaschi, coi quali andò a poco a

poco confondendosi il tipo del Villano. E infatti tanto questo quanto

quelli rappresentano, molto probabilmente, l'odio della plebe cittadina

verso il campagnuolo che si inurba portando colla sua robusta opera

un pericoloso concorrente all'occupazione degli artigiani della città,

che si vendicano dell'intruso collo scherno di cui lo fanno bersaglio;

come più tardi la plebe delle città marittime vide certamente con

animo trepidante la calata in città di numerosi montanari, quasi tutti

bergamaschi, che, stabilendovisi in vaste e potenti corporazioni,

finivano col monopolizzare in proprio favore, per così dire, il lavoro

manuale dei porti. Abbiamo detto che questa invasione dei villani

nella città ha cominciato appena dopo l'abolizione della servitù della

gleba, e non sarà perciò inopportuno che diciamo alcune parole intorno

alle condizioni economiche dei villani nel medio-evo. Purtroppo assai

poco sappiamo su questo argomento, specialmente per la pluralità di

nomi con cui viene distinta la classe rurale nel medio-evo, e per la

mancanza di un lavoro speciale, come quelli che si hanno in Francia e

in Germania, che illustri le condizioni delle nostre classi rurali di

quei secoli. «È una lacuna grave assai nella storia italiana, dice il

Cipolla, sicchè noi siamo costretti a ricorrere ai lavori stranieri,

che riproducono condizioni di cose simili, ma non sempre identiche

alle nostre. Dobbiamo augurarci che da un lavoro d'insieme ci siano

sciolti i molti enimmi, che si celano sotto i nomi indicanti le varie

classi sociali dei lavoratori, o che si nascondono sotto i documenti,

non sempre chiari, di livello, di enfiteusi, di precaria, ecc...[11]».

I comuni italiani, osserva il Poggi, appena resisi indipendenti dalla

giurisdizione comitale, si diedero tosto all'opera per abbattere

le forze ostili della nobiltà feudale da cui erano minacciosamente

circondati, e la lotta si iniziò nel campo economico tra le industrie

nascenti e la proprietà fondiaria. Iniziatasi la lotta su questo

terreno, i signori rurali credettero di uscirne facilmente vincitori

impedendo ai propri vassalli di portare a vendere nelle città le

derrate di cui esse abbisognavano; ma le città si approvigionarono

per mezzo delle comunicazioni fluviali e marittime, e ciò valse anzi

a dare un notevole impulso al loro commercio. Visto riuscir vano

il loro tentativo, i conti rurali incominciarono a imporre tasse

e balzelli sulle merci che transitavano per il contado, e anche ad

impadronirsene depredando i mercanti; allora le città vennero a guerra

aperta coi conti rurali e ne abbatterono la potenza[12]. Già prima

che si iniziasse questa lotta, erano frequenti le fughe dei servi

della gleba, dalla campagna nella città, per sottrarsi ai soprusi dei

feudatari. «Beato chi poteva toccare il suolo di una terra franca,

senza che il padrone ne conoscesse il ricovero. Dopo un anno ed un dì

alzava al seguito del gonfalone di una arte un capo libero e cittadino,

e guardava in faccia senza tremare il suo antico tiranno»[13]. Quando

poi nella seconda metà del secolo decimoterzo i comuni, dopo di aver

abbattuta la potenza feudale, abolirono il servaggio della gleba,

allora si manifestò un vero esodo dalla campagna dei villani, che

abbandonavano i loro tuguri e i campi da loro coltivati per correre

nelle città a godervi i beneficî delle libertà municipali; ma allora

incominciarono pure i provvedimenti da parte dei cittadini per

impedire questa pericolosa invasione dei contadini che si inurbavano.

Particolarmente celebrato dagli storici è il bando con cui la

Repubblica fiorentina il 6 agosto dell'anno 1289 abolì la servitù della

gleba, e vietò di vendere i coltivatori coi terreni, annullando nello

stesso tempo tutte le prestazioni, angarie e servizi personali dovuti

al padrone; ma basta scorrere gli Statuti fiorentini[14] per accorgersi

che la libertà accordata alle popolazioni rurali fu più in apparenza

che in realtà e che, colla abolizione della servitù personale, la

Repubblica aveva unicamente di mira di liberare l'agricoltura dai

vincoli signorili, perchè i prodotti di essa potessero venire senza

molestia nella città, e di abbattere completamente la potenza feudale.

E infatti subito dopo l'abolizione della servitù della gleba troviamo

negli statuti stabilite delle misure molto restrittive alla libertà dei

villani per immobilizzarli sul terreno e impedire il loro inurbarsi,

e per favorire nello stesso tempo la classe mercantile e l'interesse

delle industrie urbane. E infatti «fu ordinato che le famiglie dei

lavoratori non potessero locar l'opera loro a giornata, ma dovessero

ricercare la coltura d'altri fondi; e per timore che partissero dai

poderi all'insaputa dei proprietari, gli obbligarono a riportare da

essi il consenso alla disdetta..... il che se non rendeva inutile il

benefizio della conseguita libertà, lo attenuava d'assai, rilasciando

all'arbitrio dei proprietari di rifiutare il consenso alla partenza dai

poderi..... Questi ordini rendono evidente che le catene servili, più

che per sentimento di carità, furono abolite per favorire l'interesse

della casta mercantile»[15]. Negli stessi statuti troviamo inoltre

non equiparati i diritti degli abitanti della città e di quelli della

campagna; era infatti comminato il doppio della pena al contadino che

offendesse un cittadino, ed era all'offeso lasciata facoltà di trarne

vendetta[16].

Noi ci siamo fermati a parlare della nuova condizione fatta ai villani

nella Repubblica fiorentina, perchè qui più che altrove ci è dato di

scorgere la preoccupazione dei cittadini di mantenere l'agricoltura

in una costante inferiorità di fronte alle industrie, appunto perchè

in Firenze erano queste assai sviluppate. Anche la nuova forma

di contratto agricolo iniziatosi dopo l'abolizione della servitù

della gleba, cioè la mezzadria, concorse assai, coll'indebitare il

colono, ad immobilizzarlo sul terreno che coltivava, spingendolo

a ricorrere, per vivere, a quelle rapine che vedremo, con tanto

monotona frequenza, ricordate nei componimenti satirici contro il

villano. Ma quello che certamente ha inasprito questo antagonismo

che si andava manifestando tra la città e il contado, fu l'obbligo

imposto ai contadini dagli Statuti della coltivazione dei gelsi e

dell'allevamento di una data quantità di bestiame, proibendone nello

stesso tempo l'esportazione[17], perchè non mancasse la materia prima

all'industria della seta e a quella della lana; ed erano comminate

gravi pene ai trasgressori, e si fissava il prezzo a cui questi

prodotti dovevano essere venduti. Ora siccome il prezzo fissato

era quasi sempre tale da non rimunerare le fatiche dei coltivatori,

questi molte volte guastavano i gelsi e trascuravano l'allevamento

del bestiame, perchè venisse a mancare agli artigiani della città

la materia prima necessaria per le industrie suddette. E questa

condizione poco felice delle classi rurali, anzichè migliorare sotto il

governo Mediceo, andò sempre più peggiorando, perchè i Medici ebbero

di mira l'accrescimento delle industrie cittadine, ed aumentarono i

vincoli gravosi con cui la repubblica aveva inceppato l'agricoltura,

e reso malagevole il commercio dei prodotti della campagna. Da qui,

secondo noi, originò quel fiero odio tra gli artigiani delle città

ed i contadini che troveremo chiaramente espresso in molte poesie

popolari, e, particolarmente, in quei contrasti[18] caratteristici

che godettero tanto favore tra il popolo, e che continuano anche ai

giorni nostri ad essere ristampati, quantunque abbiano perduto gran

parte del loro significato. Malgrado la forma rozza di questi contrasti

che indica la loro origine prettamente popolare, essi sono importanti

come una conferma di questo antagonismo a cui abbiamo accennato, ed

una spiegazione delle cause che hanno dato così grande incremento

alla satira contro il villano. Basterà che ricordiamo le: _Astutie

de' Villani sententiose, e belle, Composte per Lorenzo Piccinini_

che si leggono in una Miscellanea marciana[19] e che risalgono, molto

probabilmente, alla prima metà del secolo decimosesto; per la rarità

e la brevità di questo contrasto, crediamo utile di riprodurlo, anche

perchè la risposta che i contadini fanno alle accuse degli artigiani,

rientra nel numero di quei «Lamenti dei Villani» di cui avremo spesso

occasione di parlare. Prima sono gli artigiani che si lamentano delle

male arti che adoprano i villani quando vengono in città a vendere le

frutta:

Artigiani, hor che faremo,

Poi che ogn'un ci ha posto il freno

E non sono i Cittadini,

Ma son peggio i Contadini,

Se da lor nulla compriamo?

Dio ci scampi dal mal Villano.

Contadini fuora in contado

Che de' buoni si trovan rado,

Quando vendono lor mercantia,

O per piazza, o per la via,

Han la bocca com'i cani;

Dio ci scampi da i mal Villani.

Se ci vendono un caciuolo,

Oh ch'affanno, pena e duolo!

Non più presto in piazza gionto,

L'ha pesato, e fatto il conto;

E ci giuran per certano,

Dio ci scampi dal mal Villano.

Nosce, pesche, fichi et mele,

E susine, nespole e pere,

Se da lor [gli] vogliam comprare

Non lo lasciano con man toccare,

E ti dicono: là fè pian piano;

Dio ci scampi dal mal Villano.

Quando vengono alla cittade,

Con le bestie, come accade

Che si abbattono in Luca, o in Viagio

Stà fuorte, ci harian sto sagio

Guarda, guarda, o paesano;

Dio ci scampi dal mal Villano.

Vedi se sono di mala razza!

Quando portan legno in piazza,

Se ne stanno con l'arco teso,

Si ben l'asino porta il peso,

Quando à freddo per monte, per piano,

Dio ci scampi dal mal Villano.

Hor finiam noi questa guerra;

Contadini da zappar la terra,

Buon bocconi non haveranno,

Perchè mangiar non sanno;

Agli, cipolle, fave, lupini e poco grano,

Dio ci scampi dal mal Villano.

«Quanto vuoi di questa legna?»

Non ti ascolta, et se ne insegna

Muta un passo et dice: «arri là.»

«Val un Giulio, stà fuorte qua»

E ti mira da lontano,

Dio ci scampi dal mal Villano.

Quando questi vanno ad opra

Una malitia vo' che si scopra;

Quando che hanno piena la trippa

Piglia la vanga, non si ficca.

E ti mandano il dì pian piano,

Dio ci scampi dal mal Villano.

L'anno al tempo della State

Mille astutie han ritrovate,

Fanno il giorno conclusione,

E a dispetto del padrone

A sue spese il pan facciano.

Dio ci scampi dal mal Villano.

Vanno al tempo del vendemmiare

L'uno e l'altro a consigliare:

«Che faremo Antonio et Matteo?

Sta in cervello, et non ci far Meo,

Vo' che insiem ci accordiano».

Dio ci scampi dal mal Villano.

Ha voluto il vino Agosto

Caro vender l'uva et il mosto

Siam venuti al nostro gioco

Dieci lire la soma è poco,

Vo' che a venti la diciano.

Dio ci scampi dal mal Villano.

Dove è il loco deputato

Se ne van loro al mercato,

Et in man tengono un mellone,

E li fanno lor riputatione,

Ne ci pia un quattrin da fano,

Dio ci scampi dal mal Villano.

O si havessino costoro

Grano, vino, argento et oro

Come i nostri Cittadini

Non vorriano i nostri quattrini

Per comprare del lor grano:

Dio ci scampi dal mal Villano.

Ma l'intendono i ciricochi

Nè son matti, nè dapochi;

Li ci fanno stare al segno,

E 'l Villan ch'ha poco ingegno,

Si ben pare l'artigiano.

Dio ci scampi dal mal Villano.

Saggio di ricerche sulla satira contro il villano · 第 13 / 140 题