“Donzellette„ non vidi venire dalla campagna col loro fascio d'erba. Non
ancora la lupinella insanguina i campi. Avrei voluto vedere il loro
mazzolino, se era proprio “di rose e di viole„. Rose e viole nello
stesso mazzolino campestre d'una villanella, mi pare che il Leopardi non
le abbia potuto vedere. A questa, viole di Marzo, a quella, rose di
Maggio, sì poteva; ma di aver già vedute le une in mano alla
donzelletta, ora che vedeva le altre, il Poeta non doveva qui
ricordarsi. Perchè il Poeta qui rappresenta a noi cose vedute e udite in
un giorno, anzi in un'ora; e bene le rappresenta, come non solevano i
poeti italiani del suo tempo e dei tempi addietro. E come queste, così
altre; e in ciò è la sua virtù principale e, aggiungerei se non fosse
ozioso e noioso a proposito di poesia parlar di gloria, la principale
sua gloria. Vedere e udire: altro non deve il poeta. Il poeta è l'arpa
che un soffio anima, è la lastra che un raggio dipinge. La poesia è
nelle cose: un certo etere che si trova in questa più, in quella meno,
in alcune sì, in altre no. Il poeta solo lo conosce, ma tutti gli
uomini, poi che egli significò, lo riconoscono. Egli presenta la visione
di cosa posta sotto gli occhi di tutti e che nessuno vedeva. Erano forse
distratti gli occhi, o forse la cosa non poteva essere resa visibile che
dall'arte del poeta. Il quale percepisce, forse, non so quali raggi X
che illuminano a lui solo le parvenze velate e le essenze celate. Ora il
Leopardi (io pensavo fermandomi a guardare i monti di Macerata, sui
quali si contorcevano alcune nuvole in fiamma, come dolorando), il
Leopardi questo “mazzolin di rose e di viole„, non lo vide quella sera;
vide sì un mazzolino di fiori, ma non ci ha detto quali; e sarebbe stato
bene farcelo sapere, e dire con ciò più precisamente che col cenno del
fascio dell'erba quale stagione era quella dell'anno. No: non ci ha
detto quali fiori erano quelli, perchè io sospetto che quelle rose e
viole non siano se non un _tropo_ e non valgano, sebbene speciali, se
non a significare una cosa generica: fiori. E io sentiva che, in poesia
così nuova, il poeta così nuovo cadeva in un errore tanto comune alla
poesia italiana anteriore a lui: l'errore dell'indeterminatezza, per la
quale, a modo d'esempio, sono generalizzati gli ulivi e i cipressi col
nome di alberi, i giacinti e i rosolacci con quello di fiori, le
capinere e i falchetti con quello d'uccelli. Errore d'indeterminatezza
che si alterna con l'altro del falso, per il quale tutti gli alberi si
riducono a faggi, tutti i fiori a rose o viole (anzi rose e viole
insieme, unite spesso più nella dolcezza del loro suono che nella
soavità del loro profumo), tutti gli uccelli a usignuolo. Ma non erano
usignuoli quelli che io sentivo tra gli uliveti della valle sottoposta;
sebbene d'usignuolo sembrassero tre o quattro note punteggiate che
promettevano, a ogni momento e sempre invano, il prorompere e il
frangersi della melodia: preludio eterno. Quelle note d'usignuolo mal
riuscito erano di cingallegre; e io le udivo a quando a quando dare in
quegli striduli sbuffi d'ira o timore, che sembrano piccoli nitriti
chiusi in gola d'uccello; le udivo, ora qua ora là, strisciare a lungo
la loro limina mordace su un ferruzzo duro duro.