II.

“Donzellette„ non vidi venire dalla campagna col loro fascio d'erba. Non

ancora la lupinella insanguina i campi. Avrei voluto vedere il loro

mazzolino, se era proprio “di rose e di viole„. Rose e viole nello

stesso mazzolino campestre d'una villanella, mi pare che il Leopardi non

le abbia potuto vedere. A questa, viole di Marzo, a quella, rose di

Maggio, sì poteva; ma di aver già vedute le une in mano alla

donzelletta, ora che vedeva le altre, il Poeta non doveva qui

ricordarsi. Perchè il Poeta qui rappresenta a noi cose vedute e udite in

un giorno, anzi in un'ora; e bene le rappresenta, come non solevano i

poeti italiani del suo tempo e dei tempi addietro. E come queste, così

altre; e in ciò è la sua virtù principale e, aggiungerei se non fosse

ozioso e noioso a proposito di poesia parlar di gloria, la principale

sua gloria. Vedere e udire: altro non deve il poeta. Il poeta è l'arpa

che un soffio anima, è la lastra che un raggio dipinge. La poesia è

nelle cose: un certo etere che si trova in questa più, in quella meno,

in alcune sì, in altre no. Il poeta solo lo conosce, ma tutti gli

uomini, poi che egli significò, lo riconoscono. Egli presenta la visione

di cosa posta sotto gli occhi di tutti e che nessuno vedeva. Erano forse

distratti gli occhi, o forse la cosa non poteva essere resa visibile che

dall'arte del poeta. Il quale percepisce, forse, non so quali raggi X

che illuminano a lui solo le parvenze velate e le essenze celate. Ora il

Leopardi (io pensavo fermandomi a guardare i monti di Macerata, sui

quali si contorcevano alcune nuvole in fiamma, come dolorando), il

Leopardi questo “mazzolin di rose e di viole„, non lo vide quella sera;

vide sì un mazzolino di fiori, ma non ci ha detto quali; e sarebbe stato

bene farcelo sapere, e dire con ciò più precisamente che col cenno del

fascio dell'erba quale stagione era quella dell'anno. No: non ci ha

detto quali fiori erano quelli, perchè io sospetto che quelle rose e

viole non siano se non un _tropo_ e non valgano, sebbene speciali, se

non a significare una cosa generica: fiori. E io sentiva che, in poesia

così nuova, il poeta così nuovo cadeva in un errore tanto comune alla

poesia italiana anteriore a lui: l'errore dell'indeterminatezza, per la

quale, a modo d'esempio, sono generalizzati gli ulivi e i cipressi col

nome di alberi, i giacinti e i rosolacci con quello di fiori, le

capinere e i falchetti con quello d'uccelli. Errore d'indeterminatezza

che si alterna con l'altro del falso, per il quale tutti gli alberi si

riducono a faggi, tutti i fiori a rose o viole (anzi rose e viole

insieme, unite spesso più nella dolcezza del loro suono che nella

soavità del loro profumo), tutti gli uccelli a usignuolo. Ma non erano

usignuoli quelli che io sentivo tra gli uliveti della valle sottoposta;

sebbene d'usignuolo sembrassero tre o quattro note punteggiate che

promettevano, a ogni momento e sempre invano, il prorompere e il

frangersi della melodia: preludio eterno. Quelle note d'usignuolo mal

riuscito erano di cingallegre; e io le udivo a quando a quando dare in

quegli striduli sbuffi d'ira o timore, che sembrano piccoli nitriti

chiusi in gola d'uccello; le udivo, ora qua ora là, strisciare a lungo

la loro limina mordace su un ferruzzo duro duro.

Conferenze tenute a Firenze nel 1896 La vita italiana durante la Rivoluzione francese e l'Impero · 第 59 / 78 题