I.

Era un sabato, il più bel giorno dei sette: e io uscito “in sul calar

del sole„ dalla porta di Monte Morello mi recava al colle detto Monte

Tabor. Sono ora pochi giorni: della primavera tuttavia irresoluta avevo

visto già dal mattino, venendo dal Porto alla città di Recanati,

inalberare la terra due insegne tra il pallore degli ulivi; una candida,

una rosea, d'un mandorlo e d'un pesco. E nelle prode e per i greppi

vedevo ora le margherite richiudere per la notturna vigilia i petali

sfumati di carmino che candidi erano apparsi nel giorno (spose

biancovestite che si tingono di rossore allo sbocciare della stella);

mentre io adorava le orme del Poeta, lasciandomi alle spalle la

“piazzuola„ piena del “lieto romore„ dei fanciulli e avviandomi

all'“ermo colle„ donde egli aveva sentito nell'anima gl'“interminati

spazi„ e i “sovrumani silenzi„. Il colle non è più quello, essendo stato

in parte tagliato per dar luogo a una strada nuova, e piantato e

ripulito e pettinato per diventare un giardino pubblico, il Pincio; ma

“ermo„ era anche quella sera di sabato. E si udivano bensì grida di

fanciulli, felici della festa del domani; ma di qua e là, di lontano; e

velavano appena la taciturnità del tramonto. Tornava un contadino con la

vanga sulla spalla, dando la faccia rugosa ai bagliori del sole. Tornava

una vecchierella con sul capo un piccolo fascio di stecchi. Un'altra le

si fermava di contro. Stettero, nereggiando tra uno scintillìo diverso e

continuo, parlando tra uno scampanìo fioco di voci remote. Parlavano a

lungo: tentennavano la testa. Il “buon tempo„ pareva non lo avessero

conosciuto mai.

Conferenze tenute a Firenze nel 1896 La vita italiana durante la Rivoluzione francese e l'Impero · 第 58 / 78 题