Era un sabato, il più bel giorno dei sette: e io uscito “in sul calar
del sole„ dalla porta di Monte Morello mi recava al colle detto Monte
Tabor. Sono ora pochi giorni: della primavera tuttavia irresoluta avevo
visto già dal mattino, venendo dal Porto alla città di Recanati,
inalberare la terra due insegne tra il pallore degli ulivi; una candida,
una rosea, d'un mandorlo e d'un pesco. E nelle prode e per i greppi
vedevo ora le margherite richiudere per la notturna vigilia i petali
sfumati di carmino che candidi erano apparsi nel giorno (spose
biancovestite che si tingono di rossore allo sbocciare della stella);
mentre io adorava le orme del Poeta, lasciandomi alle spalle la
“piazzuola„ piena del “lieto romore„ dei fanciulli e avviandomi
all'“ermo colle„ donde egli aveva sentito nell'anima gl'“interminati
spazi„ e i “sovrumani silenzi„. Il colle non è più quello, essendo stato
in parte tagliato per dar luogo a una strada nuova, e piantato e
ripulito e pettinato per diventare un giardino pubblico, il Pincio; ma
“ermo„ era anche quella sera di sabato. E si udivano bensì grida di
fanciulli, felici della festa del domani; ma di qua e là, di lontano; e
velavano appena la taciturnità del tramonto. Tornava un contadino con la
vanga sulla spalla, dando la faccia rugosa ai bagliori del sole. Tornava
una vecchierella con sul capo un piccolo fascio di stecchi. Un'altra le
si fermava di contro. Stettero, nereggiando tra uno scintillìo diverso e
continuo, parlando tra uno scampanìo fioco di voci remote. Parlavano a
lungo: tentennavano la testa. Il “buon tempo„ pareva non lo avessero
conosciuto mai.