Ma la storia che su questa terra, chiamata da Dante

L'aiuola che ci fa tanto feroci,

non è nè l'una cosa nè l'altra, a tale arcadia politica dava, col suo

fato ironico, per epilogo proprio il Terrore, quando l'idillio di Andrea

Chenier era troncato a mezzo dalla scure che, recidendo una testa,

insanguinava un alloro.

La filosofia non basta a cambiare le condizioni sociali che, con tutta

quella comunanza intellettuale, rimanevano differenti; come i cittadini

veri e non nominali (non quelli variopinti che il tedesco Anacarsi

Clootz, oratore del genere umano, menò al cospetto dell'assemblea)

rimasero cittadini, e ciascuno della loro patria e del loro clima,

coll'indole della propria razza, colle tradizioni della propria storia,

colle necessità del proprio governo. Onde diversi furono così gli

stimoli e i fini dei rivolgimenti dei vari popoli, come gli affetti e i

propositi suscitati in essi dal grande incendio francese.

Diversi furono in America, dove pure la dichiarazione dei diritti

dell'uomo precorse di 13 anni il giuramento della Pallacorda. Diversi

furono in Inghilterra, tuttochè fosse la patria non solo della famosa

filosofia volgarizzata in Francia di seconda mano, ma eziandio di quel

governo libero e rappresentativo che s'invocava ad esempio; e dalla

quale pertanto sarebbe parso ragionevole, a stregua di filosofia,

attendere aiuto e favore, mentre invece da Pitt a Burke, da Nelson a

Wellington ivi si trovarono i più arrabbiati nemici, coloro che dettero

l'alto là, e riuscirono a fiaccare una forza che per un momento era

parsa indomabile. Diversi infine furono, come noi dobbiamo vedere, a

Napoli nel '99, sebbene di laggiù Tanucci desse la mano a Necker,

Galiani a Voltaire, Filangeri e Giannone a Montesquieu e a D'Alembert.

Ma se non poteva farsi a meno di accennare in iscorcio le ragioni della

distinzione tra quello che fu la rivoluzione in Francia, e quello che

poteva essere nei varî luoghi dove, non già scoppiò, ma venne portata,

certo è che intanto di fuori uscì, e, rotte le dighe, effetti universali

ne ebbe, dovuti appunto e alla parentela delle dottrine, e alla analogia

qua e là delle condizioni civili, morali e politiche, e forse più di

tutto ai suoi stessi nemici.

Perocchè la sua azione europea, e specialmente italiana, fu determinata,

più che dalle speranze e le simpatie degli oppressi, dai timori e dalle

viltà degli oppressori, i quali, collo sfidarla, la cambiarono di guerra

civile in guerra nazionale, e, in luogo di abbassarla, l'ingrandirono.

E, assai più che i libri e i bandi altisonanti, strumento per essa di

apostolato, come compresero i Girondini, erano le armi, che, sempre per

una delle notate contradizioni, mentre dicevansi imbrandite per quella

civiltà cosmopolita, furono rese invitte e onnipotenti dall'amor

passionato della patria e dal sentimento della sua salvezza e grandezza;

furono sacrate alle più prodigiose vittorie dalle più stolte e folli

provocazioni.

Finchè, quando le parti della salvezza e della provocazione vennero

invertite, s'invertì anche il successo. Ma intanto i popoli dei due

campi avversi avevano una cosa nuova imparato: a combattere, non per i

re, ma per le patrie. E questo, il sentimento nazionale di un solo

riscatto e d'una incoercibile indipendenza, fu forse il più prezioso e

più incontroverso retaggio della rivoluzione, al quale non sarebbe

bastata, come all'eguaglianza civile e alla libertà politica, la

evoluzione pacifica e riformatrice.

L'Italia perciò non ha da lamentare, ma da benedire quei tempi

fortunosi. L'Italia che sapea le tempeste fin dalle sue gloriose

repubbliche, che dava nel rinascimento al mondo la cultura moderna, che

avea nelle tradizioni domestiche la signoria universale dell'Impero e

della Chiesa, ma, per non essersi mai potuta comporre a salda unità, era

stata costretta

A servir sempre o vincitrice o vinta.

Ludibrio a ogni voglia rea degli stranieri, bersaglio alle ambizioni dei

loro potentati, arena perpetua ai conflitti dei loro eserciti, teatro

agli abusi e alla corruzione più sfacciata dei loro proconsoli, mercato

aperto alle più svergognate cupidigie dei loro diplomatici, se c'era

contrada che avesse sovra tutte patito le oppressioni e le angherie di

ogni fatta, sofferto della burbanza e della tracotanza dei privilegiati,

preda lacerata, spogliata, conculcata, mentre più che qualunque altra

doveva sentir fremere, pur soffocata e dormente in fondo all'anima,

l'ansia e l'agonia della libertà, questa certo era la patria di Dandolo,

di Ferruccio, di Micca.

E la sua debolezza e divisione da un lato, le sue condizioni politiche e

sociali dall'altro, facevano sì che sovr'essa principalmente si

riversasse il nembo di Francia, e in essa trovasse il terreno più

propizio quel seme celeste e fecondo che vi cadde, mescolato alla

grandine fosca e sterminatrice.

E, poichè in questi geniali e gentili ritrovi, geniali e gentili come

tutto ciò che è fiorentino, dovevasi quest'anno dare una corsa alla vita

italiana nel secolo XVIII, che sarà in eterno chiamato il gran secolo

della rivoluzione, mi parve che sarebbe mancata qualche cosa, se non si

fosse toccato affatto dell'eco e del contraccolpo che ebbe in Italia, di

quei sollevamenti che ne uscirono e furono, come a dire, il proemio

delle tante rivoluzioni che finalmente, attraverso una iliade di

sciagure e un poema di olocausti e di ardimenti, ci hanno ridato una

patria.

Anche da noi ribollì tutto, e quasi da per tutto, i popoli, per molti

dei quali la repubblica era o un vanto avito, o un rimpianto mesto, o

un'invidia acerba, poterono levarsi il gusto di vederla risorta,

ribattezzata alla francese, per qualche giorno.

Le repubblichette di allora, effimere, ebbero la vita fuggevole di chi

non nasce vitale; durarono tutte pochi mesi, mesi peraltro pieni di

eventi e di passioni, di scelleraggini abbominande e di virtù sublimi,

memorie sacre che ancora parlano all'animo dei cittadini.

E a narrarne qualcuna il più chiaramente e compiutamente possibile,

anche a costo di abusare della pazienza di un così eletto uditorio al

quale chiedo indulgenza, tutto portava a prescegliere quella che ebbe i

casi più infelici e più rei, che, unica, dette prova di virtù civile e

di morale grandezza, quella sprigionata laggiù a piè di un vulcano, nel

paradiso dove fiorisce l'arancio, e dove allora, inaffiata dal sangue

dei generosi, germogliò una palma immortale.

Episodio insieme lugubre e radioso, dove la storia s'intreccia al

romanzo, il dramma epico sospira nella tragedia piena di lacrime e

insieme di ammaestramenti solenni e di conforto virile a noi, che, in

un'ora infausta e triste, sentiamo più che mai il bisogno di richiedere

al vaticinio cruento dei padri nostri, alla lezione dei loro errori e

all'esempio delle loro sventure, qualche anelito di concordia e di

sacrifizio, qualche palpito di carità della patria, qualche raggio del

morente ideale.

Se, per le idee e la conquista intellettuale, la rivoluzione poteva

dirsi, al pari che in Francia, nata negli animi di lunga mano anche in

Italia; per i fatti, da noi non prese piede se non nel terzo periodo.

Quando, cioè, scaturito dalle lotte interne, ultimo e triste portato, il

trionfo dei giacobini, salito sul palco il re, proclamata dalla

convenzione la repubblica, questa, mentre colla diplomazia e ogni

maniera di propaganda cercava di adescare popoli e governi, colle armi

provocate prima a difesa, e cogli eserciti resi invincibili dal genio

allora sorgente di Bonaparte, andava incarnando la missione quasi ideale

attribuitasi con un solenne decreto, che alla sua volta era provocazione

e sfida a tutti i governi, dove ingiungevasi ai generali francesi di

proteggere i popoli che insorgessero e i cittadini che per la causa

repubblicana patissero; la missione, dicevo, che sarebbe stata magnanima

se non avesse covato nessun pensiero egemonico, sublime se in tutto

sincera, ma in ogni modo storicamente impossibile, di comporre una sola

famiglia umana sotto l'egida della libertà.

Belli propositi generati dalla filosofia del secolo, da quello spirito

di democrazia cosmopolita per il quale Bourget crede che l'Europa morrà,

e destinati a seminare molte illusioni. Ma forse allora, negli albori,

la rivoluzione illudeva sè medesima, mentre poco di poi, trascinata, al

pari dei monarchi, dalla sete di dominio e di conquista, dall'amor

patrio e dallo stesso fanatismo, doveva cercare qualche utile materiale,

qualche accrescimento di potenza dai suoi trionfi, che finirono ad

imporre una nuova dominazione, non sempre più giusta nè meno

spogliatrice. Onde Alfieri che aveva detto di voler per la libertà

spiemontizzarsi e disvassallarsi, salutava il giorno della restaurazione

in Toscana come il giorno della purificazione.

La rivoluzione non poteva essere subito compresa, misurata nella sua

importanza; se tutti dovevano esserne stupiti o sgomenti, per

l'inopinata audacia e violenza, pochi erano tali in alto e in basso da

impensierirsene e da sperarne sul serio. In fondo, non ci si credeva.

Non si credeva dai re che non potesse venir domata o sopita in casa sua,

molto meno che dovesse entrare a forza in casa loro; non si sperava dai

popoli di scuotere il giogo, o si temeva di cambiarlo e non altro.

Era _l'alterius spectare labores_ dalla riva tranquilla; era uno

spettacolo nuovo e gigantesco da seguire da lontano con curiosità mista,

sia pure, a voti trepidi o ansie inquiete, ma da non considerarsi se non

un elemento di più nei calcoli, nei disegni, e nei consigli della

diplomazia europea, a cui se ne accrescevano le cupidigie, le contese, e

le insidie reciproche. A scuoter l'abbandono venne il fatto più atroce e

più colpevole di quella storia epicamente miseranda, il supplizio di

Luigi XVI e lo scatenarsi della belva umana, che pure ai confini sapeva

ruggire la sfida leonina di un popolo che si leva alla conquista

dell'avvenire.

Mai forse come in quei giorni la reazione potè addurre tanto a propria

scusa il significato del proprio nome divenuto più tardi giustamente

esecrato e obbrobrioso, quando le vendette cieche e furibonde, le

persecuzioni spietate, il delirio di stragi, la sete di sangue

innocente, mostrarono che quella belva è anche più feroce e più insana

quando trovasi ai piedi o sopra di un trono.

Fino allora perfino le due sovrane che, dalla neve perpetua alla

perpetua primavera, fra tanta diversità d'intelletto e di facoltà

mostrarono tanta somiglianza di passioni, e finirono ad annegare le

altre libidini in quella del sangue, Caterina II di Russia e Maria

Carolina di Napoli liberaleggiavano, bruciavano incenso alla gaia

filosofia del secolo, e stettero a un pelo di entrare in quella setta

dei franchi muratori che in quel torno aveva fini alti e nobili di

virtù, di fratellanza e di emancipazione.

Fino allora si seguitava a scherzare col fuoco, come ci aveva scherzato

Luigi XVI inviando perfino agli antipodi i propri ufficiali a propugnare

la ribellione dei sudditi americani contro al proprio re, e imparare i

benefizi e le lotte gloriose della libertà. Seguitavano i principi nello

zelo delle riforme, pericoloso dacchè non pensavano a riformare sè

stessi; generoso solo in apparenza, dacchè il più delle volte non

disinteressato e leale. Quelle riforme, come fu bene avvertito dal Balbo

e da altri, erano in gran parte egoistiche, liberali solo dell'altrui,

perchè consistevano nel prendere e non nel dare, nell'abolire quei

privilegi che sminuivano l'onnipotente accentramento regio, mantenendo,

se non accrescendo, gli altri.

Dalla convenzione e dal terrore, da Hoche e Bonaparte in poi, non si

pensò più ad altro. Salvo la repubblica di San Marino che poteva

rimanere, e rimase, indifferente, ben sapendo i cardinali Alberoni non

nascere ogni giorno, l'Europa fu tutta divisa in due campi: o colla

rivoluzione o contro di essa; e attorno ad essa si consumarono tutto le

energie indomite, tutti gli istinti generosi, tutte le passioni

selvagge, tutto lo sforzo di vita del secolo morente.

All'imperatore Giuseppe II che, durante il dilatarsi della rivoluzione,

guardava da un'altra parte, seguitando a imbastire con Caterina II un

audace disegno di smembramento della Turchia, era succeduto Leopoldo,

fratello insieme dell'infelice Maria Antonietta e di Maria Carolina,

passato a Vienna dalla Toscana, dove aveva fatto scuola immortale di

benefico esempio a qualunque principato assoluto, e dove, per le larghe

riforme compiute in ogni ramo della pubblica cosa, salvo che trascurò, e

fu errore, la milizia stanziale, la sua memoria ancora dura cinta di

ammirazione e di gratitudine.

Egli, anche sul trono imperiale, non cambiò natura, tanto che la sorella

di Napoli, già fremente contro le nuovità, diceva di lui a scherno che,

se non fosse imperatore, sarebbe Barnave.

Ma, perchè la filosofia è una cosa e la politica un'altra, pur

destreggiandosi a evitare la guerra che gli riuscì di lasciare solo in

eredità a suo figlio, dovette mettersi contro alla fiumana straripante,

e strinse colla Prussia il primo nucleo di lega antifrancese col famoso

patto di Pilnitz, dove si consumò lo smembramento della Polonia,

l'Italia del Nord, e il cui testo alla sua morte, per prova che in lui

la sottigliezza politica non aveva smorzato la immedicabile

scostumatezza, gran malattia di famiglia (che forse non fu del tutto

estranea ai casi di Francia, e in ogni modo ebbe tanta parte nelle

traversie di Napoli), fu ritrovato in un cassetto fra rose secche e

lettere d'amore.

La lega di Pilnitz, a poco a poco fece valanga; e, vedendo oramai

coalizzarsi contro di sè tutte le monarchie, nelle quali alla noncuranza

era sottentrato l'odio e lo spavento, la Francia, a cui, come all'antica

Roma, era divenuta necessaria la guerra, dovè risolversi a mutarla di

difensiva in offensiva e conquistatrice.

E la conquista fu rapida e tremenda; e, come al solito per fato antico,

ebbe per primo campo l'Italia, e fu opera di un predestinato italiano.

Tutto ciò che ha fatto il giro del mondo, ha preso le mosse dall'Italia.

E oltre che questa era l'agone naturale della lite secolare coll'Austria

a cui aveano dato mano i più grandi ingegni che vanti la Francia:

Richelieu, Mazzarino, Condé, Turenna, Villars; e le sue coste e le sue

isole erano il nido naturale dell'egemonia del Mediterraneo, pegno di

una contesa eterna che si perde alla memoria nella notte del passato e

si dilegua alla previsione in quella dell'avvenire; oltre che quivi si

colpivano, se non al cuore, nelle membra forse più valide e gelose, le

potenze rivali che, o per dominio diretto, o per patto di famiglia, o

per vincolo di protezione, tenevano soggetti la maggior parte degli

stati italiani; oltre che, abbandonato oramai dalla repubblica il

disegno di democratizzazione universale possibile solo in un momento

d'entusiasmo, ed entrata oramai in lei l'avidità della conquista, non

v'era più bella e più grassa preda, onde dagli agenti segreti di

Robespierre e dai rappresentanti diplomatici fioccavano le proposte per

quella che, con abile eufemismo, chiamavano la liberazione dell'Italia;

oltre tuttociò, dico, il fomite più vivo di avversione dei governi e di

favore nei popoli era qua. Di qua, da Torino e da Napoli, senza contare

il Papa, era partita la prima e più provocante opposizione.

Lo stato della coscienza politica nazionale, le condizioni dei popoli e

dei governi italiani durante la rivoluzione, esaminò e ritrasse in una

serie di studi dotti e magistrali un vostro valoroso concittadino,

Augusto Franchetti. E possono compendiarsi così: che gli uni e gli altri

mancavano delle due grandi virtù, sapienza civile e valore soldatesco;

erano fiacchi, insufficienti. E nei popoli era un dissidio tra la mente

dei pensatori, i cui voti s'ispiravano alla filosofia ardita e dolce del

secolo XVIII, e il sentimento delle moltitudini e delle plebi avvilite e

inselvatichite dalla lunga oppressione, snervate dalla pace torbida,

incallite oramai e rassegnate supinamente al giogo e agli abusi. Sicchè,

per concorde testimonianza, i governi della penisola non avevano da

temere una rivoluzione spontanea e popolare come in Francia, e la

rivoluzione se la portarono in casa essi per l'inettezza dei capi, per

la mancanza di un barlume di amor patrio e di unione nazionale, per le

loro insidie e cupidigie, per gli sperperi e l'inettitudine dei ministri

e dei capitani, pei pessimi ordinamenti militari.

Onde nessuno degli stati italiani osò dichiarar la guerra esso per

primo. Lo stesso Piemonte dovè temporeggiare e tergiversare. Venezia,

già emula e arbitra dei più potenti e regina dei mari, immemore della

passata grandezza, fatta molle e imbelle e maestra all'Europa di

perpetuo carnevale, oramai ombra di sè medesima, ondeggiò fra la

neutralità armata e la neutralità disarmata, prostrandosi in una

politica infelice, di cui doveva raccogliere l'infelice guiderdone a

Campoformio. Toscana, Genova, Lucca, Modena, Parma, pure inchinevoli a

rimaner neutrali, dovevano, per la loro impotenza, subire gli ordini

alteri e minacciosi dell'Inghilterra. E il Papa, più debole di tutti e

più di tutti naturalmente ostile all'andazzo francese, era incapace a

frenare quegli ammutinamenti di plebe fanatica e sobillata, dove perì

Hugon (di cognome e non Ugo di nome) De Basseville, debitore presso noi

di celebrità a quel Vincenzo Monti, che si presumè più tardi, con

diverso umore e metro, che a quei tempi cambiò più spesso della camicia,

di aggiungere fama anche a Napoleone, non accorgendosi e non curando di

sminuirla e offuscarla a sè medesimo.

Solo Napoli, entrato oramai con foga nella politica contraria ai suoi

interessi, i quali avrebbe potuto invece, approfittando con lealtà degli

avvenimenti, migliorare, e alla sua quiete, che avrebbe potuto mantenere

non turbata, dichiarò per primo a cuor leggero e spavaldamente la

guerra. E contro ai francesi inviò quel famigerato esercito o armento

capitanato dall'austriaco Mack, che lo destinava, mi si passi lo

scherzo, a tutti gli smacchi, e, spulezzato via da Championnet, dietro

al re che, senz'essere Achille, era piè veloce e fuggiva come vento,

attrasse la conquista anche nel mezzogiorno.

E coll'entrata di Championnet a Napoli, che il re aveva codardamente

abbandonata in faccia alla invasione straniera da lui con temeraria

follia provocata, fuggendo di nuovo in furia sui vascelli di Nelson,

carichi degli ori, dei gioielli, dei capolavori dei musei, di 73 milioni

di ducati munti al suo popolo, si aprì laggiù un'êra delle più

incredibili e commoventi vicende, da far sentire, più che forse altre

mai, quanto sia erroneo l'andare a cercare emozioni e avventure nei

romanzi, quando tutte sono comprese nel romanzo per eccellenza che è la

storia.

Tanto vero che Alessandro Dumas nel 1860, venuto a Napoli al seguito di

Garibaldi, fece di quella storia, credendo di colorirla, un cattivo

romanzo. Ma i nomi di Re Nasone, di Carolina, di Acton, di Lord

Hamilton, di Emma Liona, di Nelson, di Speciale, di Guidobaldi, di Fra

Diavolo, di Pronio, di Rodio, di Sciarpa, di Mammone, del cardinale

Ruffo, del prete Toscani, di Mario Pagano, di Domenico Cirillo, di

Manthoné, dell'ammiraglio Caracciolo, del conte di Ruvo, di Eleonora

Fonseca-Pimentel, della duchessa San Felice, sono rimasti nella storia,

e molti anche nella leggenda popolare, come ricordo di un'epoca

straordinariamente avventurosa e sventurata, con un'impronta di

grandezza mostruosa o misteriosa nel male e nel bene.

Un'êra che, sebbene consolata anche da esempi di aurea lealtà e di virtù

antica, è piena peraltro di tradimenti nefandi, di dolori e supplizi

ineffabili, che avranno sedici anni dopo il ferale epilogo giù al Pizzo,

nel cuore venale e vipereo di Barbarà e Trentacapilli, nel cuore

generoso e ambizioso di Gioachino Murat, rotto, sul fior degli anni, dal

piombo borbonico.

Questo, o un altro di quei portentosi generali napoleonici, che

cavalcavano superbi e impavidi al fuoco alla testa della vittoria,

Michelet chiamò con frase michelangiolesca: _Un grand drapeau vivant_.

Come si potrebbe invertire la frase per quel re Ferdinando fuggiasco di

professione, che scappa sempre, scappa da Roma, scappa e riscapperà da

Napoli, sfumerà da per tutto dove fischiano le palle e sventola una

fulminata bandiera?

Fosse stato almeno soldato, poichè re di fatto non era lui, ma sua

moglie, cui Napoleone, ripetendo un detto di Mirabeau a proposito della

sorella Maria Antonietta, chiamò l'unico uomo della corte di Napoli.

Invero tra le due figlie di Maria Teresa, come tra i due loro mariti,

correvano parecchie somiglianze, e tanto l'imperiosa inframmettenza

delle une quanto la debolezza frolla degli altri ebbero non ultima parte

nei casi funesti che contristarono i rispettivi regni.

Bensì tra le somiglianze v'erano molte differenze a vantaggio della

coppia francese, se non altro quella che dà l'aureola sacra della

sventura. E mentre Maria Antonietta scontò le colpe sul patibolo,

l'altra, vera e principal causa degli errori e dei pericoli dello Stato,

della infelicità della sua casa e del suo popolo, attraverso le fughe

fatte a tempo e più caute di quella di Varennes, attraverso gli

spergiuri sfrontati e le persecuzioni tiberiane, seppe morir vecchia

presso Vienna sopra una poltrona dove la trovarono spenta, colla bocca

contorta e gli occhi sbarrati, come se per la prima volta leggessero nel

libro del rimorso. E Ferdinando, dal gran dolore che ne provò, poco più

di un mese dopo si sposava la principessa di Partanna, che gli aveva

consolato l'asilo della Conca d'oro.

Ma la politica di Maria Carolina ebbe a strumenti e suggeritori,

complici e indettatori nel tempo stesso, stante la potenza che, per

cagioni varie, alcune delle quali non confessabili, esercitarono

sull'animo suo, tre personaggi, tutti e tre inglesi, due dei quali in

ciò trovarono la loro non invidiabile celebrità, e l'altro appannò la

sua, la più fulgida e bella di tutte, perchè eroicamente acquistata a

prezzo della vita e in servizio della patria.

Essi furono Acton, Nelson ed Emma Liona divenuta Lady Hamilton, che fu

la vera anima dannata della regina, e anche dopo morta non le ha reso un

buon servizio. Perocchè si è appunto il carteggio tra loro, conservato

nel Museo britannico, che ha distrutto i tentativi di apologia e

riabilitazione fatti nel passato da varii scrittori borbonici e più

recentemente dall'Ulloa e dal Barone di Helfert, dei cui libri del resto

fece ragione da par suo un mio amico, pieno d'ingegno operoso, che ha

cercato il ricovero tranquillo agli studi, il _secessum scribentis_ qui

a Firenze, voglio dire Giovanni Boglietti.

E poichè di questi personaggi che, colla politica sbagliata, fecero

nascere infelicemente una repubblica infelice, e, colla politica

insensata e feroce, le dettero modo di divenire gloriosa cadendo, e

fatidico esempio alla succedente generazione, è impossibile non

tratteggiare in succinto l'indole e la figura, non ho bisogno di dire

che in un discorso viene meno la prova dei giudizi e la critica dei

documenti. S'intende quelli essere improntati a questi che abbondano e,

vagliati a dovere fra attestazioni spesso discordi e partigiane, danno

la verità serena e imparziale, che oramai c'è facile di professare.

Imperocchè abbiamo almeno dalla libertà ricevuto questo precetto e

questo benefizio, di dovere e potere essere imparziali anche con quelli

che tentarono strozzarla sul nascere col capestro del manigoldo.

E, insieme ai caratteri dei personaggi, non è possibile non toccare,

anche di sfuggita, gli eventi politici che precorsero la repubblica, e

che ne coloriscono il significato intimo e i destini.

Coi trattati di Utrekt, di Rastadt, di Vienna e di Acquisgrana, che

chiusero il cinquantenne periodo delle guerre di successione, venne meno

dopo circa due secoli e mezzo, al nord e al sud la dominazione spagnola;

al nord sottentrò l'austriaca, al sud la borbonica.

Carlo Borbone aveva conquistato il trono, non per patti o contratti, ma

per vittorie, dovute al valore del suo esercito e dell'eccellente capo,

il Duca di Castropignano. I napoletani, dopo secoli di servitù

straniera, per la prima volta avevano sparso il sangue per un re che

loro promise dinastia domestica, indipendenza dello Stato, conservazione

dei privilegi, giustizia, prosperità.

E la promessa fu abbastanza mantenuta. Nei venticinque anni del suo

regno lo Stato che più progredì fu appunto il napoletano, cui

apparecchiò civiltà nuova il marchese Tanucci casentinese di Stia,

venuto al seguito di Carlo dalla Toscana, che aveva dato a Napoli anche

Bartolomeo Interi, primo fondatore dell'insegnamento dell'economia

pubblica.

Tanucci diventato primo ministro, mentre negli otto lustri di pace

fiorivano gl'ingegni, volti così agli studi severi, come alle savie e

moderate riforme, secondò queste, salvo che ebbe il torto anch'egli di

trascurare la milizia stanziale giusta il suo aforisma: _principoni,

soldati e cannoni; principini, ville e casini_. Ma più che altro mirò a

consolidare il potere regio infrenando gli altri due rivali: il

feudalismo e la teocrazia. E qui fu la sua gloria e di re Carlo, che gli

prestò le orecchie, e di Giannone, Genovesi, Filangeri, Pagano che

l'ispirarono e lo sostennero colla potenza dell'ingegno e il vigore

degli argomenti e della dottrina.

Una profonda mutazione era incominciata nell'opinione pubblica dal dì

che Pietro Giannone diè alla luce la storia civile del regno di Napoli

che, se gli ha valso la lode eterna dai posteri, gli tirò addosso allora

al solito la furia del popolo aizzato, il rischio della vita, e

l'esilio.

Ma, abbandonando la patria, vi lasciava il germe fecondo che doveva

fruttificare.

Nello stesso tempo l'abbate Genovesi, uno dei pochi che vagheggiassero

l'unione italiana, svegliava le aspirazioni democratiche e precorreva

gli enciclopedisti. E Filangeri e Pagano compivano l'opera; il primo

celebrando l'antichità ed esaltando le gesta di Grecia e di Roma, e il

secondo traendone argomento a pennelleggiare i benefizi e i diritti

della libertà politica e personale. Onde anche quivi, colle diversità

storiche e nazionali, si andava elaborando la coscienza giacobina delle

classi colte mercè i due ingredienti, così argutamente scrutati dal

Taine, il progresso scientifico e lo spirito classico.

E intanto i figli della plebe, che gli Spagnuoli avevano, con viva

immagine, chiamato _loz Lazzaros_, i lazzaroni, perchè allampanati e

digiuni come lazzari quatriduani, languivano sempre più nella

superstizione paziente e nella inedia selvatica. Erano materia da

anarchia regia e non da _jacquerie_ come in Francia, erano semenzaio di

Fra Diavoli e non di Desmoulins.

Mancando un vero e proprio ceto medio, lo rappresentavano i curiali che,

nella depressione dei nobili, acquistavano ingerenza e potenza lamentata

dal Colletta e dal Balbo, e, mentre in Francia come suole

s'impadronivano delle assemblee colle frasi, qui almeno si gittarono a

operare, e seppero morire.

Ma l'analogia con la Francia ricominciava in una cosa che fu sempre

cagione precipua e irresistibile delle rivoluzioni (e lo ricordino bene

certi odierni spensierati saccomanni del bilancio), voglio dire le

condizioni della finanza, la penuria del pubblico erario.

Della quale pur comuni erano le intime cause nella cattiva

amministrazione e negli sperperi della Corte.

Carlo I abbellì molto il regno, creando quei monumenti che, se ancora

splendono come ricordo di fasto e munificenza per le arti, salvo quelli

caduti tra le unghie al Demanio come la Favorita e la reggia di Portici,

pure potevano anch'essi dirsi, secondo un famoso epigramma, opere di

qualche splendido Segato, essendo sangue di poveri pietrificato.

Mentre le provincie lontane rimanevano senza strade, e poche di queste

erano per il pubblico, se ne facevano magnifiche attorno a Napoli per le

caccie del re, che al tempo di Ferdinando divennero caccie alle

forosette più che ai fagiani o ai cinghiali.

In mezzo a tali condizioni diveniva maggiorenne e assumeva lo scettro

Ferdinando che allora si intitolò IV, e nel 1814 in Sicilia III, e nel

1816 quando, spergiurando, lacerò la costituzione, I, sicchè i

Napoletani ebbero a dire che, andando di quel passo, tra poco avrebbero

avuto sul trono Ferdinando Zero.

Rimasto a nove anni senza genitori passati in Spagna, confidato a una

reggenza e all'aio principe di San Nicandro, si mostrava fisicamente e

moralmente proprio il contrario di quello che fu più tardi: gracile e

cagionevole, mentre poi divenne un toro; bonario e mantenitore della

parola, mentre appresso fu barbaro e spergiuro per eccellenza,

inaugurando quei metodi, pei quali fino al '60 rimasero tristamente

celebri i Borboni di Napoli.

All'uno e all'altro effetto deve aver condotto l'educazione che uccise

l'anima a pro' del corpo, ai cui faticosi e piacevoli esercizi fu tutto

dedicato. La mente non affatto chiusa e sonnolenta, ma non dirozzata nè

coltivata, gli faceva schivare i libri pei quali ebbe sempre un santo

orrore, e fuggire la compagnia degli uomini di scienza e di governo,

mentre il gusto smanioso dei giuochi allegri e dei ludi e l'impeto di

passioni non ingentilite e non imbrigliate, lo traevano a quella di

giovani di gusti bassi e di abitudini prave.

Compagno assiduo gli era un fratello di latte, Gennaro Ribelli, futuro

bandito della Sila bruzia; da cui apprese a spennare piccioni vivi, e a

bastonare il germano primogenito dichiarato, alla partenza del padre,

ebete e impotente a regnare.

Grossolano e sensuale, non conobbe gentilezza di affetti nè di costumi.

Essenzialmente, fu volgare; proprio la negazione del re in tutto: non

soldato, non gentiluomo. Un vero tipo di lazzarone nato per isbaglio e

cresciuto nella reggia di Federico II e di Manfredi. Un altro dei re di

quei tempi, rampollo alquanto degenere di quella gran stirpe sabauda

nell'aspetto e nel contegno de' cui figli, gentiluomini e galantuomini

di razza, si è sempre invece sentito il re, Ernesto Masi chiamò

_parrucca coronata_. Questi fu una coppola coronata; il suo diadema, un

berretto da cuoco.

Il quale infatti si poneva in testa nel campo di Portici facendo da

oste, da pescivendolo, e da pagliaccio tra lazzari e soldati di nome

come lui, che perciò lo amavano e lo beffeggiavano insieme; andando in

visibilio a far di sua mano frittelle, le zeppole, come diceva, gravide

di alici e caciocavallo. Quelle della cucina furono le sole batterie al

cui fuoco rimanesse intrepido; e quei cacicavalli gli erano così fissi

nella mente e nel cuore (ossia.... non parliamo di cuore!) che gli

servirono più tardi, per la loro forma ben nota, a una similitudine, a

cui forse non sarebbe arrivato Falaride o Nerone, quando annunziava alla

moglie le infami impiccagioni dei patriotti delle isole flegree con

questo motto anche più infame: oggi si sono fatti molti cacicavalli!

E a questo triviale e fatuo Sardanapalo, che arrivò ad avere un istante

una fantasia di riformatore socialista, nella quale pure anche il

Sardanapalo entrava per qualche cosa, fondando la famosa colonia di San

Leucio di trenta famiglie di setaiuole cantata dai poeti adulanti e

discussa sul serio dagli economisti, fu data in moglie una donna superba

e scaltra, _sexu fœmina, ingenio vir_, un raggio di bellezza dalle

chiome bionde, dalla gola di cigno, dagli occhi sfavillanti, dalla

sembianza greca o fiamminga.

Maria Carolina aveva ricevuto dalla madre Maria Teresa, per la quale gli

Ungheresi tuonarono il famoso giuramento: _moriamur pro rege nostro

Maria Theresia_, insieme a fermezza di propositi e ingegno perspicace,

le passioni smodate d'intrigo politico e di esclusiva dominazione. E,

oltre a ciò, l'esempio di annullare l'autorità del marito, l'imperatore

Francesco pur teneramente amato da lei sposa e madre esemplare, ma

ridotto a proletario nel vero senso della parola, perchè le dette sedici

figlie, per far qualche cosa d'altro, a fabbricante di panni che vendeva

perfino agli eserciti nemici.

Qual meraviglia che Ferdinando divenisse un automa docile e obbediente

nelle braccia di una Circe che aveva per dominarlo la duplice magìa

della grazia e dell'astuzia, il duplice impero dell'ingegno e della

beltà?

Inoltre, operosissima, mentre il marito non scriveva neppure la firma

degli atti ufficiali pei quali adoperava una stampiglia, essa fu uno

scriba instancabile, e buon per lei che avesse scritto meno, che allora

meno e meglio si sarebbe scritto e si scriverebbe di lei. La volontà

ebbe dura, l'indole virile, nello stesso tempo che divampava nelle più

bollenti e femminili passioni. Ma queste non erano gentili e generose.

Si è detto che le passioni hanno ali e non piedi: o strisciano o volano.

Lo sue strisciavano! Non erano di quelle che, anche stimolate dai sensi,

rapiscono in un oblio soave, addolciscono e incelano l'anima. Questa

ella aveva arida; aveva il cervello anche qui dentro! Onde la religione,

delle cui pratiche fu osservantissima, prese in lei la forma della

superstizione spigolistra; e l'ordine e la tradizione, della pedanteria.

Ministri del re dovevano essere i favoriti della regina, ma i suoi

disegni dovevano essere i favoriti dei favoriti, pena la disgrazia. E se

uno di essi seppe mantenersi a galla, fu perchè con lui il giuoco era da

pirata a marinaro.

Quanto ai costumi, si sa che le gettarono in faccia e sopra la lapide

tutti gli obbrobri. Napoleone in un famoso proclama, molto imperiale ma

poco cavalleresco, la bollò col nome di Fredegonda. Michelet e cento

altri le dettero peggior nome, la chiamarono Messalina. E questo è

troppo, perchè nessun Giovenale ha potuto narrarla ebbra, sfidando lo

scandalo, di brutale lussuria.

Ma è certo che, quando lo stesso Sir Paget, inviato dell'alleata

Inghilterra, in un rapporto al governo, la dice donna piena di vizi

innumerevoli, e quando parlano tanti irrefutabili fatti e documenti, non

si può dipingere come immune da ogni labe. Ma, dato l'esempio quasi

generale delle corti di quel secolo che, se fu il secolo delle idee, fu

anche il secolo della corruzione e della licenza; la natura fragile e

sensibilissima; l'educazione falsa; e sopratutto il sangue viziato della

famiglia, tanto che anche l'imperatore Leopoldo, il grande riformatore

toscano, morì in due anni di stravizi, rimpetto ai quali erano nulla

quelli di Luigi XV e del Parc-au-cerfs, si sarebbe potuta perdonare, e,

in ogni modo, dovuta rispettare e risparmiare la donna, se le sue

incomposte passioni non avessero inquinata la politica italiana e

precipitate le sorti di un popolo sventurato.

Sulle quali invece le donne, appunto per pravi istinti, ebbero tanta e

sì sciagurata parte!

_Cherchez la femme_ è, checchè si dica, un gran canone di critica

storica e politica. E perciò le donne elevate, pietose, che, invece di

avere il cervello qui, abbiano il cuore quassù, sono la più sicura

malleveria di bontà per gli uomini e il più prezioso e celeste dono per

i popoli.

Ma quella torbida regina almeno non era volgare come suo marito, del

quale parlò sempre con affetto e rispetto che, anche come marito, non

meritava. E anzi pur l'apparenza dello scandalo e del libertinaggio

l'offendeva. Salda e costante negli affetti di madre, ai figli e alle

figlie diede un'educazione rigorosamente pura ed onesta.

Da principio erasi anche mostrata giudiziosa, caritatevole, umana, e,

come dissi, liberaleggiante. Sorella di sovrani riformatori e filosofi,

mostrava di caldeggiare il progresso, di proteggere le scienze e le

arti. Onde, mentre Nicolini declamava versi alla sua corte, le

dedicavano incenso e poesie quel Luigi Serio che doveva morire in difesa

della repubblica al ponte della Maddalena, e quell'Eleonora Fonseca che

per la stessa causa doveva pendere dalla forca ignominiosa. Ciò che

scavò un abisso fra lei e il suo popolo, che ne fece una tigre sotto

l'aspetto di bianca colomba, fu il terrore di Francia e lo scempio della

famiglia reale. E questo, in parte, attenua le sue colpe.

Una donna nervosa, a cui l'applicazione al lavoro, la foga degli

intrighi e dei piaceri avevano turbata la mente e scossa la salute, che,

amantissima della famiglia, sente caduto sotto la mannaia il capo

diletto della propria sorella, e perfino straziato un innocente

fanciullo; una regina superba, che vede insultati e trascinati al

macello i monarchi, merita qualche scusa se concepisce orrore e odio

atroce per la rivolta e i suoi complici. Ma non è scusabile che

quell'odio sia cieco e ferino, che a sfogare la vendetta adopri il

tradimento, quando altri sovrani seppero almeno nella reazione mantener

la fede e astenersi dal sangue.

E, in ogni modo, gli errori della sua politica cominciarono prima.

Cominciò prima la sostituzione dell'influenza austriaca a quella

spagnola, e de' legami artificiali di famiglia a quelli veri e storici

degl'interessi dello Stato. Cominciò prima l'abdicazione, nel ritorno da

Vienna ove ordì un triplice matrimonio di tre suoi figli con tre figli

del fratello imperatore, l'abdicazione ai piedi del Papa della politica

del Tanucci che, per sua opera, a malgrado i lunghi e intemerati

servigi, era stato levato di seggio, e che ebbe il solo torto, comune ad

altri strenui ministri anche recenti, di mostrarsi da principio querulo

e scontento della disgrazia. I grandi uomini, quantunque dicano di no,

devono trovare molto gusto al potere, se il perderlo li fa dimentichi

della propria grandezza in faccia alla storia! Cominciò prima infine il

suo favore per il cavaliere Acton, un bell'uomo e una brutta anima,

ignobile per private ingordigie e frenetica ambizione, che a poco a

poco, da lei spalleggiato, da ministro della marina divenne ministro

della guerra, maresciallo di campo, senza avere, come il sovrano, mai

visto il fuoco sul campo, e infine una specie di gran cancelliere

onnipotente.

Egli era nato a Besançon di famiglia oriunda inglese, ma stabilita in

Olanda. Dalla Francia, dove aveva preso servizio nella marina, per

dissapori rimasti sempre misteriosi, passò in quella ducale toscana e

servì vittoriosamente Carlo III, nel purgare il Mediterraneo dai corsari

d'Algeri.

Per questa fama nel '77 fu chiamato a riordinare la marina napoletana,

la quale, sebbene il regno fosse bagnato da tre mari, era in condizioni

miserevoli. Operoso e avido, vi fece buone riforme con grandi sprechi.

Ma, sottile e volonteroso, entrò pian piano nelle grazie della regina,

apprezzandone i vezzi, agevolandone col denaro del suo dicastero le

prodigalità, e sopratutto secondandone la politica austriaca.

Vero è che questa, come bene osservò uno scrittore che tutto quel

periodo ha studiato con grande amore, il Conforti, nel ventennio

precedente al 1790, quando l'Austria era riuscita a farsi la Francia

alleata e poco meno che soggetta, e la Spagna ridotta impotente, era

quasi imposta dalle circostanze. Bisognava solleticare l'Austria per

sfuggire alle sue mire sull'Italia.

Le quali peraltro non scemarono per questo, tanto che l'Austria,

mostrando di temere più che la rivoluzione francese l'unione italiana,

impedì, anche dopo l'arresto di quei monarchi, l'ardito disegno di

vigile confederazione a difesa che il Napione aveva suggerito al re di

Sardegna, e che fu ripreso, contro alle solite tergiversazioni della

decrepita Venezia, dall'Acton, unico atto politicamente elevato della

sua dittatura.

La Francia se ne insospettì temendo che Napoli volesse uscire dalla

neutralità; che non fu mai sincera, fu una commedia rappresentata per

interesse, paura, e impotenza, ma mordendo il freno e aspettando

l'occasione. “Neutrales de nom et jamais de sentiment,„ scriveva la

regina. La perfidia e la doppiezza furono allora e poi la politica tanto

riprovevole quanto vile e stolta di quella corte.

Agli utopisti di tutto il mondo, come Carlo Botta, che era dei loro,

chiamava quelli che aspettavano dalla Francia la nuova êra di libertà,

apparteneva la parte più dotta e migliore di Napoli, dove nel 700, come

in genere in ogni tempo, erasi raccolto, da Vico a Pagano, il fiore dei

pensatori, l'avanguardia del progresso intellettuale italiano.

Onde il governo cominciò a sospettare e dimostrarsi cupo e vigile,

qualche volta in modo ridicolo, come quando, alcuni giovani nobili

facendo le corse dei cavalli da Chiaia ai Bagnoli, Giovanni Acton, che

non era un Pindaro, li fece ammonire, perchè, diceva egli, imitavano le

corse olimpiche!

Fu istituito un magistrato di polizia con a capo, col nome antico di

reggente della Vicaria, Luigi Medici dei principi di Ottaiano, anch'egli

oriundo per famiglia di Toscana e discendente da quel Bernardetto dei

Medici cugino di Cosimo e di Giulio. Era giovane ardito, scaltro,

ambizioso, di maniere attraenti, di bella persona, e perciò assai

gradito alla regina, e perciò anche sacrato a sventura, quando l'Acton,

che non pativa rivali, ordì più tardi contro lui una iniqua calunnia di

tradimento, che lo perdè.

Il reggente, col qual nome il Medici passò nella storia di quel tempo,

esercitava anche la polizia politica, ma in seconda riga e sotto

l'ingerenza minuta dell'Acton, che pendeva dai cenni della regina; la

quale inaugurò l'età dell'oro della spia, di cui diceva essere a torto

il nome infame, mentre essa l'inalzò a ordigno precipuo di governo e

colonna dello Stato. Le sue dame di palazzo, i suoi amici tutti dovevano

essere delatori per lei, e quindi fu giusto compenso se un governo

alleato le mise la spia in casa. Questo fu l'inglese che, quando il

ministro Pitt levò il vessillo di una generale coalizione contro la

Francia, seppe attrarre e annodare indissolubilmente la Corte di Napoli

nelle spire della sua politica.

Tale politica potea parere assurda fatta da una nazione libera contro

un'altra che levava la bandiera della libertà, per imitare appunto,

diceva, le sue istituzioni. Balbo anzi assegna alla rivoluzione francese

questo significato, di ripristinamento delle istituzioni

rappresentative. Perciò che abbiamo detto da principio, questo suo

troppo angusto concetto non può accettarsi, ma comunque l'Inghilterra

sapeva che le teoriche astratte senza contenuto storico e le forme

parlamentari senza le relative istituzioni civili sono proprio la

negazione della libertà inglese, come ne sarebbe stata la negazione una

politica non consentanea agli interessi nazionali e nelle colonie e nel

Mediterraneo.

Alla regina e ad Acton non parve vero veder partecipato da una sì grande

potenza il loro odio, e inoltre, a renderli proni strumenti della

politica inglese, ebbero gran parte due personaggi che l'avranno

grandissima sullo scioglimento finale del dramma, l'ambasciatore inglese

Sir Guglielmo Hamilton e sua moglie.

Egli era un ricco signore d'antica stirpe scozzese e fratello di latte

del re Giorgio IV. Artista e studioso, epicureo e dotto, (due cose che

non fanno a pugni, tutt'altro!) contemplava la bellezza morta negli

ipogei, di fresco risuscitati al sole, di Pompei e di Ercolano, e non

era insensibile a quella viva e palpitante. A Napoli, ove rimase 26

anni, ora assai stimato e ben voluto. Ebbe gran dispiacere quando seppe

che un suo nipote, Carlo Grewille del _Foreign-Office_, discendente del

gran Warwick _le faiseur de rois_, aveva dato fondo al patrimonio

paterno per una donna di malaffare, Emma Lyon, nata da poveri lavoratori

di campagna, poi a volta a volta bambinaia, cameriera, donna di servizio

in una taverna, modella, che aveva già rovinato alcuni altri e che egli

aveva ricevuto dalle braccia del ciarlatano dottor Graham. Questo

Cagliostro inglese, che si diceva inventore della _Megalantropogenesia_

ossia dell'arte di procreare grandi uomini, faceva conferenze magiche al

teatro Adelfo di Londra sulla salute e sulla bellezza, valendosi a

dimostrazione viva e parlante di Emma, con un metodo che Frine

sperimentò buono e valevole anche coi giudici dell'antica Grecia.

Grewille voleva sposarla, e lo zio si opponeva per orgoglio di razza e

sentimento di onore, finchè, quando l'ebbe veduta, ne fu talmente arso e

soggiogato, che pensò bene di sposarla per sè, pagando in cambio al

nipote i debiti, che non erano pochi. E così, a prezzo di un vergognoso

mercato, nell'autunno del 1791 Emma Liona, di appena trent'anni, divenne

moglie dell'ambasciatore che ne aveva 68. Lady Hamilton, non ricevuta

dalla corte di Londra, potè farsi presentare a quella di Napoli per

interposizione di Pitt che ne fece la propria spia, una spia di

cartello, per la quale potè perfino avere le lettere originali del re di

Spagna al fratello Ferdinando contro l'imperatore, onde nacque il

bombardamento di Cadice e la battaglia del Capo San Vincenzo. In breve

tra lei e la regina si strinse una estrema confidente intimità, che la

fe' divenire il più abile e sicuro strumento di influenza e

comunicazione tra la corte e l'ambasciatore prima, tra la corte e

l'ammiraglio Nelson poi.

Questi approdò a Napoli la prima volta nel settembre del '93, poco dopo

pattuita l'alleanza coll'Inghilterra, a recar notizia della presa di

Tolone, e a chiedere, per tenerla, pronto rinforzo di soldati

napoletani. Non era ancora ammiraglio ma semplice capitano della nave

_Agamennone_; aveva uno splendido stato di servizio attestato da un

occhio perduto e da molte cicatrici; e nutriva per la Francia un odio

punico ereditato, egli diceva, dalla madre. Giovane di 35 anni, marito

ad una creola vedova con un figlio, piccolo, smilzo, dall'aria di un

ragazzo goffo, giallo di febbre coloniale, ma tempra indomita,

squisitamente sensibile, occhi ardenti, cuore avvampante ai due amori

che scaldano tutte le anime grandi: la donna e la gloria. Ospite di Lord

Hamilton fu subito preso di Emma, ammaliante ognuno, non solo per la

divina figura che il primo colorista del tempo, il pittore Romney,

diceva “la cosa più bella uscita dalle mani della natura,„ e la celebre

pittrice Brun “figura staccata dal sarcofago del Belvedere,„ ma non meno

per il tono della voce soave nel canto, per le maniere eleganti e

seducenti che le aveva procurato a forza di lunga educazione e di grandi

spese il povero Grewille. Il fascino della nuova Cleopatra, della sirena

del golfo, il cui incanto era stato tante volte messo all'incanto, non

abbandonerà più il dominatore dei mari, e per lei sarà l'ultima parola

del suo testamento, dove la raccomanderà come sacro legato

all'Inghilterra; per lei l'ultimo pensiero sulla tolda della nave

vittoriosa a Trafalgar!

Ma ora il dovere lo chiamava altrove, al Capo San Vincenzo, a Teneriffa

dove perderà il braccio destro, e infine a dar la caccia pel disputato

Mediterraneo a Bonaparte. E intanto la Francia, che non avrebbe avuto nè

volontà nè interesse di attaccare Napoli, stanca dalle mene e finzioni

di una corte che non sapeva nè far la guerra nè vender la pace, inviava

il naviglio del Truguet a imporre la rottura delle relazioni

coll'Inghilterra e la neutralità. Tutto fu promesso in fretta e furia

per viltà, e i rappresentanti francesi Mackau e Latouche colsero

l'occasione dello sbarco per accontarsi col partito liberale che

cominciava arditamente a organizzarsi e manifestarsi.

Quel partito, il cui vessillo onorato era tenuto in alto da Mario

Pagano, si faceva adulto specialmente per l'esosa persecuzione, e

cominciava a pensare alla rivoluzione e alla repubblica, senza badare

all'abbrutimento in cui giaceva il popolo. Nei clubs e nell'accademia

dei Filomati, che raccoglievano il fiore dei patriotti, come allora

presero a chiamarsi, per la prima volta si palesarono fra gli altri

Eleonora Fonseca Pimentel, e Ettore Carafa conte di Ruvo. La massoneria

lavorava segretamente. Nel '700 si ebbe un ricorso dello spirito di

misticismo, e fu il secolo dei Weishaupt, dei Mesmer, dei Cagliostro,

degli Svedemborg. Così nei primi anni surse in Inghilterra la massoneria

e di là penetrò in Francia, Germania, Italia. Parecchi sovrani vi

appartennero. Il governo napoletano da principio la sbandì, ma poi nelle

lotte con Roma ne affievolì la persecuzione. Da ultimo ne avea

rinverdito il culto un abbate (oggi parrebbe impossibile!), l'abbate

Jerocades che fu in pari tempo una specie di Metastasio, di poeta

cesareo, poichè la regina, iniziata ai misteri massonici per trarne

profitto, l'invitò a corte. Ma più tardi lo mandò a gemere nelle segrete

dei Granili, dove lo trovò lo storico Colletta.

Avvenuta la morte di Luigi XVI, fu risoluta apertamente all'estero la

guerra e all'interno il terrore regio colla terribile classificazione di

fedeli e di reprobi, e colla creazione d'una nefanda e sanguinosa giunta

di Stato. E per la prima volta si mormorarono a spavento e ribrezzo i

nomi di Castelcicala, di Vanni, di Guidobaldi, di Giaquinto, e a orrore

e pietà quello di un povero pazzo attanagliato, Tommaso Amato, e di tre

innocenti, colpevoli solo di speranze e d'opinioni, Vincenzo Giuliani,

Vincenzo Vitaliani, Emanuele Dedeo, la cui memoria non morrà sopra

quella terra che uno di essi baciò prima di salire il patibolo.

Dal giorno dello sfratto dato al Mackau e della rottura colla Francia

cominciò un periodo che sempre più confermò la cecità e la brutalità

della corte. Mentre pur la milizia faceva buona prova di sè a Tolone,

dove per la prima volta si rivelò Bonaparte, che indi a poco doveva

rendere in eterno memorabile l'anno 1796 per i suoi incomparabili

prodigi; mentre la marina teneva alta la bandiera della patria allato

alla flotta inglese principalmente per virtù di quel Caracciolo che tra

non molto doveva pendere dall'albero di una delle proprie navi, vittima

augusta; e mentre più onore di tutti si faceva la diplomazia napoletana

specialmente per opera del principe di Belmonte e del marchese di Gallo,

ministro a Vienna, che dette tali prove di sagacia e abilità da

meritargli un posto cospicuo nella storia invidiata degli ambasciatori

italiani. A prova della sua sapienza civile, che pareggiava l'abilità

diplomatica, valga questo aneddoto. Quando ebbe letto l'elenco dei

prigionieri per cospirazione, ridendone, disse al Re: “se sono

giacobini, mandateli a viaggiare in Francia, torneranno realisti.„

Se l'avessero ascoltato, i suoi avvertimenti avrebbero dato sicurezza al

regno in mezzo a quell'imperversare di eventi. Ma il governo era sordo,

fremeva sempre la guerra pur giocando, secondo le occasioni e le

necessità, d'astuzia e di malafede, e pur avendo colla pace del '96

ripromesso la neutralità. Abbandonò perfino l'Austria dopo le disfatte

di Wurmser, e tradì il Papa che dovè subire il trattato di Tolentino.

Questi si era affidato all'Austria e a Napoli, ma l'una voleva Ferrara,

l'altro qualche cos'altro; e così i due governi che dal 1792 al 1796

s'erano intitolati i difensori della Santa Sede, non miravano che alle

proprie ambizioni e ai propri interessi. Non è da tutti e non era certo

da loro combattere per un'idea o una bandiera!

Avvenuto il fatto di Basseville a Roma, da un lato il popolo napoletano

faceva un manifesto di fedeltà al re e di guerra ai francesi (strano

all'indomani di pace e di fermata neutralità), e dall'altro Mackau,

ministro di Francia a Napoli, proponeva al re una spedizione contro lo

Stato romano da compensarsi con parte del territorio pontificio.

E invero doveva sorridere alla repubblica di debellare il trono papale

colle armi di un borbone, e trascinare la sorella di Maria Antonietta e

suocera dell'imperatore d'Austria in una alleanza colla Francia.

E il re, se avesse potuto prendere parte alle spoglie del Papa, si

sarebbe accomodato anche alla spedizione, ma i maneggi dell'ambasciatore

Giuseppe Bonaparte e l'uccisione del generale Duphot precipitarono gli

eventi, e poco dopo Berthier proclamò in Campidoglio la Repubblica

romana. Tanto poco occorse a distruggere un vecchio governo teocratico

tra l'indifferenza generale, che era forse il maggior sintomo della

rivoluzione compiutasi negli animi!

Questa repubblica alle porte del regno e la presa di Malta inasprirono

all'ultimo grado la regina che a sua volta, in offesa della neutralità,

concesse a Lady Hamilton di far rifornire a Siracusa i vascelli di

Nelson, rendendo così possibile la strepitosa vittoria di Abukir.

La corte ne andò in visibilio, richiamò a sè con tutti i lenocini di

Emma il trionfatore. Questi, ringraziando Lady Hamilton di aver messo a

sua disposizione la fonte d'Aretusa, le aveva scritto di voler tornare o

coronato d'alloro o coperto di cipresso. O l'alloro o il cipresso, in

questo dilemma è il segreto non solo dei trionfi militari, ma di ogni

vittoria morale. Ora esitava; un chiaroveggente presentimento lo

tratteneva; ma le parole della sirena furono tali che non seppe

resistere, e il vincitore d'Abukir venne a Napoli a essere vinto da una

donna, la quale del prode

Che tronca fe' la trionfata nave

Del maggior pino e si scavò la bara

fece un carnefice erotico, sempre senza paura, ma non più senza macchia.

Quando la regina fu oramai sicura di avere incatenato Nelson al suo

carro, credè giunta l'occasione, gettò la maschera, e fece partire il

ministro di Francia, il regicida Garat, stringendo alleanza anche colla

Russia, e volendo assolutamente la guerra, che fu decisa in un consiglio

da cui venne escluso il marchese di Gallo che seguitava nella sua

politica onesta, seria e accorta, e leggeva nel futuro.

Il 24 novembre 1798 Mack si mosse alla testa di un esercito

raccogliticcio dove eransi arruolati anche i forzati, e obbligato

Championnet, che comandava Roma, per la sproporzione delle forze a

momentaneamente ritirarsi, Ferdinando v'entrò suscitando da una parte e

dall'altra vendette e rappresaglie feroci. Pare che la presenza di quel

re plebeo bastasse a eccitare dovunque la plebe. Del resto anche quella

che aveva lasciato dietro a Napoli, sobbillata in ogni modo, sempre più

ribolliva contro i patriotti, che a loro volta s'invelenivano e

s'accendevano di speranza all'udire a mano a mano il sorgere delle

repubbliche Cispadana, Cisalpina, Ligure, Romana, all'udire i miracoli

di Bonaparte e l'appressarsi delle armi, che oramai per loro erano

davvero, non in senso filosofico, ma in senso politico e materiale,

liberatrici.

Le province giacenti in preda al brigantaggio; la miseria e la penuria

dovunque resa più acerba dalle continue imposizioni a scopo di guerra e

dallo sfrontato sfarzo della corte, arrivato al colmo nelle feste pel

matrimonio dell'erede del trono con un vago giglio del nord, che doveva

in breve tra le procelle di quegli anni infelici sfiorire laggiù

all'ombra dei palmizi palermitani; tutti i posti lucrosi accaparrati da

avventurieri d'oltre alpe senza fede e senza ingegno; il merito

nazionale disprezzato sempre, spesso perseguitato. E quando era

rimandato il sotto ufficiale istruttore Augerau più tardi maresciallo di

Francia, si metteva a capo dell'esercito Mack, il Mack del tradimento di

Dumourier e della capitolazione d'Ulma, uno di quei secentisti della

guerra, come il Balbo li chiama, condannati a perder sempre dinanzi alla

nuova tattica scoperta dal genio di Bonaparte, e attuata dal cuore dei

suoi generali e soldati.

E il Mack perdè, e dopo quella campagna che fece ridere tutta l'Europa,

perchè il re di Napoli in poco più di un mese trovò modo di conquistare

un nuovo regno e di riperderlo aggiungendovi il suo, i Francesi non

incontrarono più alcun ostacolo al dominio pieno della penisola.

Appena due settimane erano trascorse da che Carlo Emanuele IV aveva

abbandonato la reggia di Torino per la Sardegna, quando Ferdinando IV

sul _Vanguard_, nave ammiraglia di Nelson, morso durante la traversata

tempestosissima d'invidia per Caracciolo che lo scortava con grande

bravura, fuggiva da Napoli per la Sicilia perdendo nel viaggio il figlio

terzogenito. Pari ambedue i sovrani nella sventura e nell'inettitudine,

ma troppo diversi di tempra morale.

Così, per singolar congiuntura, i due maggiori principi d'Italia,

cacciati quasi contemporaneamente dai loro stati di terraferma per

l'invasione delle armi francesi e delle teoriche democratiche, trovavano

rifugio sicuro nelle due isole che sole avevano serbato le ultime

reliquie delle assemblee politiche medioevali.

I Siciliani, malgrado avessero gravi ragioni di malumore contro il

governo napoletano violatore delle vetuste franchigie, quando videro nel

loro seno il re affranto e la regina piangente, si commossero, e

riebbero le franchigie che la viltà allora ridiede e l'impenitente e

ingrata perfidia tornò più tardi a violare.

Ferdinando a Palermo tornò subito alla vita allegra a malgrado il

proclama da lui lanciato come freccia del parto, che aveva bandito un

nuovo genere di anarchia, forse laggiù solo possibile e solo colle

condizioni di quel regno spiegabile, al cui appello si sollevavano le

bande degli Abruzzi cominciando una lotta feroce contro gli invasori,

lotta che durerà per tutto il tempo della repubblica con spaventevoli

esempi da una parte e dall'altra, che dal sacco di Isernia a quello di

Andria e di Altamura gelano l'anima di raccapriccio.

Il brigantaggio politico è un sistema borbonico inventato allora e che

ha costato sangue fino ai tempi nostri.

Alle gesta inaudite delle bande nelle province, rispondeva il

sollevamento dei lazzaroni dentro la città, onde la venuta dei Francesi

oramai era desiderata da tutti i buoni, non per il concetto giacobino o

repubblicano ma per salvezza dallo sbrigliato furore della plebe. E

malgrado che i patriotti si fossero impadroniti di Sant'Elmo, d'onde

fuggì il vicario generale Pignatelli, Championnet dovè lottare corpo a

corpo in due giornate terribili, dove essi e i soldati si comportarono

da eroi.

Questo prova maggiormente quanto fosse stolta, non necessaria, e codarda

la fuga del re, che fu davvero il primo inconscio repubblicano, perchè,

come dice Coco, fece egli nascere la libertà quando meno si sperava.

Il 23 gennaio 1799, un decreto reso a nome della Repubblica francese

dichiarava lo Stato di Napoli eretto in repubblica indipendente chiamata

Partenopea, come un manifesto di Championnet prometteva chiamare

l'esercito armata di Napoli, e altre cose che i fatti posteriori

crudelmente smentirono. Intanto una taglia da lui messa per spese di

guerra fu il primo segno del malumore, stillato in mezzo alle feste e

attorno l'albero della libertà! Mario Pagano dal governo provvisorio

ebbe ufficio di fare la costituzione, non arrivata, come nelle altre

brevi repubbliche d'allora, ad essere attuata, altro essendo scrivere

una costituzione come un bel componimento, altro fondare sul serio e

durevolmente un nuovo ordine politico. Vincenzo Monti gonfiò per la

repubblica Partenopea l'inno “chi è quel vile che vinto s'invola?„

musicato da Paisiello. Eleonora Fonseca Pimentel, letterata, poetessa, e

con attitudini di giornalista nel senso moderno della parola, fondò il

_Monitore_, il primo giornale che abbia avuto Napoli, rimasto anche oggi

curioso e precipuo documento di quei tempi travagliati. Uscì la prima

volta il 2 febbraio e l'ultima il 13 giugno quando cadeva la sorte

dell'infelice repubblica che, inaugurata con tali auspici, ebbe nobili

propositi, brevi vicende, e, dopo aspra lotta, fine eroica e fatidica.

Il passaggio dal governo dispotico al governo libero fu l'opera di un

giorno, e i governi non s'improvvisano; onde, malgrado il nuovo

entusiasmo ufficiale, le moltitudini rimanevano incredule e diffidenti.

I 25 cittadini scelti avvedutamente da Championnet a governare, erano,

per intelletto e virtù, il fiore della nazione. Ma imbevuti delle

massime delle repubbliche antiche non avevano pratica di affari nè

sentimento della realtà moderna.

Innamorati del loro ideale, credevano in buona fede di poterlo

trasfondere colle belle parole e la bontà dei propositi nel popolo

abbrutito, e fondare una specie di repubblica platonica in mezzo ai

selvaggi.

Ma inchiniamoci riverenti innanzi a questo partito degli arcadi, perchè

fu anche il partito dei morti!

Carlo Colletta nel 1863 pubblicò la raccolta degli atti ufficiali della

repubblica datati col nuovo calendario francese, compiuta recentemente

dal Conforti, e quivi appare l'opera legislativa e amministrativa del

Direttorio napoletano, improntata certo a sollecitudine del pubblico

bene, a larghi concetti di riforme che vissero e morirono sulla carta.

Le province rimasero sorde agli emissari del governo provvisorio, sicchè

la repubblica potè dirsi ristretta alla sola capitale mentre, per opera

principalmente del clero e della plebe, di fuori imperversava per ogni

dove la controrivoluzione al grido di guerra ai nobili e ai ricchi, nei

quali soli la regina vedeva i giacobini. Una strana guerra sociale dei

poveri contro i signori in nome del re e della fede!

La santa fede fu oramai il segnacolo in vessillo e il nome del partito

regio che, calunniando d'ateismo la repubblica, accaparrò a sè la gran

forza delle credenze popolari e del fanatismo religioso.

Da ciò si scorge quale peculiare indole, ben diversa da quella di

Francia, avesse quivi la improvvisata e importata repubblica, sogno di

poeti idealisti virtuosi contro uno sterminato numero di pervertiti. E

il pervertimento venuto a galla nudo, come suole in quei sobbollimenti,

sorpassa e sgomenta qualunque immaginazione.

Nelle Puglie l'insurrezione (parola che, invece che alla rivoluzione,

qui si addice al suo contrario) ebbe per capi quattro traditori corsi,

De Cesare, Boccheciampe, Corbara, Colonna, che, per meglio trascinare la

gente, si finsero uno principe ereditario e gli altri aiutanti e

cortigiani; e l'episodio è un gustoso romanzetto, a cui prese parte

anche una sorella della regina di Francia che passava per Sicilia. La

Terra di Lavoro era occupata da Michele Pezza detto Fra Diavolo, un

brigante feroce, le cui avventure strane, dal convento alla selva e al

campo di battaglia, furono al solito alterate nel romanzo di Dumas e nel

dramma di Scribe.

Vera belva era il mugnaio Gaetano Mammone che beveva il sangue delle

vittime in un cranio, mentre negli Abruzzi gli altri due capi banda

Pronio e marchese Rodio, antropofagi, ne mangiavano la carne.

E a tali mostri re Ferdinando scriveva: mio generale, mio colonnello e

mio amico!

A domarli la repubblica, dopo un sonoro proclama naturalmente rimasto

inascoltato, spedì, ma invano, generali ed armati. Sopra la Puglia

marciarono i legionari di Ettore Carafa conte di Ruvo che con

altrettanta crudeltà (perchè parve un'epoca di rinascimento della

barbarie!) fe' dare un sacco spietato alla propria patria Andria, e

ridurre il proprio feudo coll'incendio un mucchio di cenere.

Tale gesta naturalmente ha dato luogo e tuttavia dà ai giudizi più

disparati, chi esaltando nel conte di Ruvo un uomo di Plutarco, un Bruto

novello, chi vedendo in lui una furia da libidine e da preda, il Fra

Diavolo e il Mammone della repubblica.

La critica ha stabilito oramai che egli non fu nè l'una cosa nè l'altra,

che fu un repubblicano fanatico e un soldato d'istinti generosi ma

fieri, che trascese per domare un'accanita resistenza.

E mentre nelle province ferveva la spietata guerra civile, il Direttorio

aveva da guardarsi in città dalle cospirazioni messe in luce

dall'episodio non meno drammatico della San Felice e dei Baccher. Questi

erano d'origine svizzera, banchieri accaniti sanfedisti, ed erano

entrati in una congiura d'intesa colla squadra britannica per la quale

dovevano contrassegnarsi le case da colpire dando ai fedeli una carta di

riconoscimento. Uno di essi, innamorato della duchessa San Felice, la

fe' consapevole della congiura che essa a sua volta rivelò a un

repubblicano che a lei stava più sul cuore, e questi la fe' palese al

governo, producendo la prigionia dei Baccher.

Ogni episodio, può dirsi, di quella breve epoca ha dato luogo a studi,

libri, polemiche infinite. Figuriamoci questo! Dumas, della San Felice,

semplice comparsa nel gran dramma, fa l'eroina principale della

rivoluzione napoletana; mentre invece, tutto considerato, può dirsi che

la sua memoria non andrebbe scevra da ogni macchia, se non l'avesse

lavata il sangue che anche da lei volle uno spietato carnefice del suo

sesso.

E intanto la Francia, in luogo di aiutare la repubblica sua creatura,

mandava a spogliarla meglio l'intendente Faipoult. Championnet, che era

insieme uomo onesto e generale e statista avveduto, mentre stracciava i

decreti che rendevano la libertà un'arpia, proponeva una spedizione

contro la Sicilia per colpire al cuore la monarchia e troncarne le mene.

Per tutta risposta, il Direttorio di Parigi, il cui ministro degli

affari esteri, si badi bene, chiamavasi Talleyrand, gli ordinò di cedere

il comando a Macdonald. E poco dopo, la Francia, declinando alquanto le

sue fortune in Europa, si ritirava del tutto, aggiungendo nel proclama

di congedo la spudorata ironia, che i popoli liberi non devono aver

bisogno dell'appoggio delle armi straniere!

Partiti i Francesi, la repubblica fu davvero indipendente, ed i suoi

capi non si smarrirono, fecero appello alla concordia generale,

mitigarono i pesi, composero alla meglio un esercito di difesa,

affidandone il comando al generale Gabriele Manthoné.

Ma intanto ben diverso e strano esercito la regina aveva da Palermo

spedito alla riconquista di Napoli, capitanato, in qualità di Vicario

generale del regno, da un cardinale vestito di porpora, che aveva per

colonnelli quei feroci capi banda che a lui si rannodavano da ogni

parte. Chi avesse detto che, poco più di mezzo secolo dopo, quelle

medesime spiaggie Calabre avrebbero veduto ugualmente sbarcare da

Palermo un ben altro fatato capitano, vestito anch'egli di rosso,

ugualmente volto alla conquista di Napoli, ma seguìto dal fiore della

gioventù italiana dietro al vessillo tricolore, in nome del più leale

dei re, del primo re d'Italia, che dovea passar per sempre la spugna sui

vizi e gli spergiuri borbonici?

Il cardinale Ruffo, a cui l'Acton aveva fatto affidare la scabrosissima

impresa per la solita rivalità, credendo di perderlo, era invece

carattere indomito e animo pronto, un misto anch'egli di male e di bene.

E se a Napoli fu forse l'unico dei borbonici che fece prova di mitezza e

di lealtà, la sua marcia per arrivarvi è bruttata da indelebili macchie

di sangue. Checchè anche qui abbiano voluto commentare i critici e gli

apologisti, le stragi e i saccheggi di Cotrone, di Tito, di Altamura,

specialmente per un cardinale, gridano vendetta al cospetto di Dio.

Vero è che questo non c'entrava, perchè dopo la carneficina, Ruffo

assolveva i peccati, e tirava innanzi.

In mare l'ammiraglio Caracciolo, che mal corrisposto a Palermo dal re, e

avutane volontaria licenza, s'era forzatamente ascritto al servizio

della repubblica, cercava di guardarla il meglio possibile. Ma mentre

Suwarow, il famoso generale dello tzar Paolo I, dava a Nelson, obliatosi

nelle lascivie di Palermo, la famosa staffilata: Palermo non è Citera;

questi, per provare al burbero russo di non aver bisogno di lui, aveva

fatto prendere le isole di Ischia e di Procida dal capitano Toubrig;

feroce anch'egli (perchè la ferocia dovè aleggiare forse in quell'anno

nell'aria imbalsamata!) e a cui poi la regina avea mandato per degno

strumento il giudice Speciale che scrisse, nelle isole Flegree, la prima

pagina del santo martirologio.

Ma intanto, superati col ferro e fuoco tutti gli ostacoli, il cardinale

arrivava, e risolveva di dar l'assalto alla città il giorno del suo

patrono Sant'Antonio, il 13 giugno.

Giornata gloriosa! La resa al ponte della Maddalena fu illustrata dal

celebre episodio di Vigliena, tanto anch'esso discusso, ma, per la

critica specialmente del Turiello e del Pometti, chiarito ormai

abbastanza, dove un prete, Toscani, imitando le gesta eroiche di Micca,

fece sì che 300 calabresi si seppellissero, sotto le rovine, piuttosto

che arrendersi.

Anche i cattolici si dividevano in due campi, e tra il cardinale Zurlo

arcivescovo di Napoli ed il cardinale Ruffo vi fu uno scambio di

scomuniche. E mentre la spada della Francia avrebbe potuto e dovuto far

traboccar la bilancia, l'ultimo avanzo dei Francesi rimasto, il Mejean

comandante di Sant'Elmo, si vendè proditoriamente al nemico. Altro fatto

in mille modi controverso, ma dai documenti posto fuori di discussione.

Il cardinale, divenuto a un tratto mite, o per umanità o per scaltrezza,

credendo doversi rifondare il trono stabilmente sulla clemenza e sul

perdono, propose egli per primo una onorevole capitolazione. I

repubblicani, che consideravano la loro causa come perduta, salvo

Manthoné, entrarono in trattative che approdarono alla resa dei castelli

Nuovo e dell'Uovo, pattuita onorevolmente la salvezza delle vite e delle

sostanze dei repubblicani. Tali patti furono sottoscritti da tutti i

rappresentanti stranieri, compreso il comandante inglese.

Ma la regina, dal suo covo di Palermo, spiava e vegliava. Le trattative

del cardinale Ruffo la misero fuori di sè e mulinò subito d'impedirle o

rinnegarle. La politica di Maria Carolina domina in tutte le fasi di

quest'epoca: prima contro Tanucci, poi contro Gallo, ora contro Ruffo.

Essa pensava la monarchia francese essere caduta per debolezza; non

voleva pattuire ma debellare, non perdono ma vendetta; i repubblicani

seppelliti colla repubblica.

Nelson assunse sopra di sè l'impresa e corse a Napoli avendo a bordo la

sua trista egeria Lady Hamilton, a cui la regina avea dato le segrete

istruzioni spietate per i ribelli.

All'alba del 24 giugno la flotta di Nelson apparve all'altezza di Capri.

Il cardinale che era al ponte della Maddalena offrì ai patriotti, chiusa

oramai la via di mare, di scampare dalla parte di terra. Essi stettero

fermi al loro posto, fedeli alla parola data, confidenti nella parola

ricevuta. Esempio eroico! Il modo comodo e tutelare dello spergiuro e

della fuga non era il loro! Basterebbe questa eterna lezione di

confronto che, a repentaglio della vita, ponevano ai posteri, per render

non inutile ai destini d'Italia quell'êra breve e sciagurata.

E se in quei sei mesi saranno stati platonici, ora furono plutarchiani,

se avranno commesso errori, non commisero colpe, salvo forse la

fucilazione (colpa perchè crudeltà inutile) dei Baccher fatta a

Castelnuovo al momento che le ore della Repubblica erano contate.

Furono vane tutte le preghiere, le ragioni, le ammonizioni del cardinale

Ruffo, i cui colloqui con Nelson vennero da Lady Hamilton, che serviva

da interprete, e li falsava ai suoi fini, bruscamente troncati. L'eroe

di Abukir si era smarrito sventuratamente a Citera! Solo accettò di

mandare alla regina la capitolazione. La risposta, che non si fece

attendere, diretta a Lady Hamilton, riboccante di frasi affettuose e

carezzevoli per lei e per Nelson e di fremiti da sciacallo per i miseri

e ingenui repubblicani, fa ribrezzo e raccapriccio. Era accompagnata da

una copia di decreto del re che cassava la capitolazione, istituiva una

Giunta di Stato che condannasse a morte i capi del moto, i subalterni

alla prigione e all'esilio, tutti alla confisca dei beni. La procedura

doveva essere segreta e rapida; ristabilita la tortura; soppressa la

difesa; accettati come testimoni le spie. Le istruzioni erano di

condannare a morte chiunque avesse accettato la repubblica od opinato

per lei. Il che significava far morire almeno 40 mila napoletani! La

regina vi aggiunse la sua lista di proscrizione impinguata de' suoi

nemici personali, e per la Giunta di Stato, in luogo di uomini proposti

con accorgimento e probità dal Ruffo, e che si dichiararono pel rispetto

della pace convenuta, impose i suoi tutti siciliani scelti fra coloro

che avevano fatto miglior prova di lasciva crudeltà come Speciale, o

d'imperturbabile ferocia come Damiani e Guidobaldi. E non dimenticò il

carnefice, che per ironia si chiamava Paradiso!

Qui naturalmente tra gli storici e i polemisti la disputa delle dispute;

la violazione della capitolazione ebbe luogo per ordine della regina e

del re o per spontanea volontà di Nelson? Storcendo i racconti e

stiracchiando le date si è da Ulloa, dallo Helfert e da altri, tentato

fare invalere questa seconda opinione. Ma i documenti del museo

britannico, il carteggio della regina con Emma che, ripeto, è nefando, e

pare impossibile sia corso fra due donne, ha tolto ogni dubbio su questo

punto. E, in ogni modo, bisognava sempre considerare due cose: prima,

Nelson non era padrone della sua volontà e del suo animo, altrimenti la

voce dell'onore e l'immagine della patria e della posterità gli

avrebbero impedito di sputar sangue così sopra la sua gloria! Sicchè,

anche quando l'azione sua fosse parsa spontanea, in fondo sarebbe stata

sempre d'altri, di quella orribile coppia femminile che gl'infondeva

l'inconscia suggestione.

In secondo luogo, mentre il cardinale Ruffo, il riconquistatore del

regno, cadde in disgrazia solo per la capitolazione e i consigli, Nelson

fu creato Duca di Bronte con 75 mila ducati annui trasmissibili agli

eredi, che per altro nè egli nè gli eredi videro mai.

Vuol dire che egli avrebbe potuto non secondare e secondò, non obbedire

e obbedì, superando nell'obbedienza la slealtà e l'inumanità del

comando.

Ai martiri delle isole Flegree andò per primo a far compagnia il vecchio

ammiraglio Caracciolo penzolante dall'albero della Minerva, spettacolo a

Lady Hamilton che girava attorno in una lancia, e poi gettato in mare.

In breve seguirono tutti. La storia della Giunta di Stato è rimasta

oscura perchè tutti quei processi vennero più tardi distrutti per ordine

del re che pare cominciasse a sentire, non la paura del cielo, non il

rimorso della coscienza, ma il timore della storia.

Alla gran vendetta, di cui la regina mostra nelle sue lettere un'ansietà

quasi delirante, il re, chiamato da Nelson, che voleva colla sua

presenza dividere almeno l'obbrobrio, venne ad assistere da vicino;

mentre Maria Carolina, che si sapeva odiata come unica cagione della

politica funesta che aveva condotto il regno a tali estremi e tali

miserie, rimase a Palermo. Dove il re stesso non tardò a raggiungerla

per la nostalgia della vita allegra che non potea fare a bordo, e per

uno spavento che gli successe. Un giorno, stando in coperta, scorse una

figura umana quasi dritta sull'onde, come fantasma galleggiante venire

al suo vascello, e riconobbe l'ammiraglio Caracciolo. “Che vuole questo

morto?„ esclamò con voce fremente nella strozza rabbrividendo di

sgomento e di orrore. Uno degli astanti rispose, “credo che chieda

sepoltura cristiana„ “L'avrà!„ E così al povero Caracciolo, gittato in

mare con 250 libbre di peso ai piedi, e che aveva implorato a Nelson

sepoltura nelle viscere del suolo natale, la rivendicarono le forze

della natura, creatrici di questo aneddoto pietoso che pare un racconto

di fate, mentre testimoni oculari lo propagarono, documenti sicuri

l'hanno confermato.

A malgrado la distruzione dei processi, l'ecatombe, dove fu reciso il

fiore dell'intelligenza e della virtù napoletana, venne ricostruita per

documenti amorosamente ricercati da molti e specialmente dal D'Ayala e

da ultimo, perfino negli archivi della confraternita dei Bianchi della

giustizia, dal mio caro amico e collega Giustino Fortunato.

L'elenco di quei traditi, primi martiri del risorgimento italiano, che

la libertà per cui combatterono onorarono anche in morte; non ribelli,

perchè il re era fuggito; non vinti, perchè guarentiti dalla

capitolazione e dalla pace, comprende novantanove nomi per i capi,

migliaia essendo stati gli assassinati nelle prigioni e nei forti

senz'ombra di processo. Diciotto principi o duchi; due dame, Eleonora

Fonseca Pimentel, e Luigia Molines San Felice, a cui il dubbio della

gestazione non risparmiò, anzi rese più dolorosa, la morte procrastinata

per lungo tempo in mezzo a traversie e sevizie inaudite; quindici ricchi

possidenti; quattordici generali; tre vescovi; undici preti; undici

avvocati; otto letterati e professori; due magistrati; due studenti; un

notaio. Morirono tutti intrepidamente; e il mondo conosce l'eroismo

antico degli ultimi momenti di Manthoné, di Velasco, del conte di Ruvo,

di Domenico Cirillo, di Mario Pagano.

Colla repubblica erano seppelliti anche i repubblicani; e delle loro

sostanze si premiarono con pensioni, titoli, gradi di maresciallo e di

barone i Toubridg, i De Cesare, gli Sciarpa, i Panedigrano, i Fra

Diavoli!

Ma l'espiazione, specialmente per la nefasta Hamilton, doveva venir

presto! Tornata in Inghilterra con Nelson, che le chiese e ne ebbe

(felice degnazione) licenza di rispondere all'appello della patria, per

la quale morì a Trafalgar, annientando la potenza navale della Francia;

diseredata nel testamento da Lord Hamilton; respinta dall'Inghilterra

come legato troppo vergognoso del testamento di Nelson; destituita di

soccorsi invano implorati perfino da quella ingrata regina, che pur le

aveva scritto di dovere a lei il ricupero del regno, e di cui, dopo

amicizia sì intima, si vendicò con infami libelli; attraversò varie

scandalose vicende, in tutto simili a quelle del principio della sua

carriera; morì all'Havre, arrabbiata e miserabile, da tanti maledetta, e

da nessuno compianta.

Nè la restaurazione de' vecchi governi fu per allora meno effimera delle

repubbliche cadute. La spada di Napoleone imperatore in breve ne fece

giustizia.

Ferdinando e Maria Carolina, riprendendo le loro ignobili fughe, videro

sul loro trono assisi i re _parvenus_, l'ultimo dei quali ebbe almeno

per un istante l'epica e generosa ambizione dell'unità d'Italia.

Quei moti del 1799, che in apparenza non fruttarono nulla se non

ribadimento di catene, in effetto apparecchiarono i più fortunati eventi

a una nazione stata sempre infelice, ridestando quelle virtù che,

spesso, come certe piante, nascono solo sulle ruine.

Da quel giorno cominciò a comunicarsi, osò venire in luce il sospiro

dell'indipendenza e dell'unità, palpito segreto di tutta la nostra

storia, dono divino che sarebbe meglio apprezzato dagli Italiani se un

poco più la leggessero e la studiassero. Da quel giorno si fece comune

il sentimento e bisogno di libertà, di cui oggi, per merito di quegli

eroi, godiamo, e pur troppo talora, per colpa nostra, abusiamo.

L'età plutonica e scettica, poichè il mondo, come disse Carlyle, ha

cessato di essere spirituale e s'è fatto meccanico, nelle logomachie

degli ignoranti erigentisi a giudici dei pochi che si sanno ancora

affinare nel crogiuolo del pensiero, nelle batrocomiomachie dei rettili

gorgoglianti nel pantano dell'indecenza, del ricatto gioviale (gioviale

nel doppio senso, perchè fu Paolo Giovio a dire che aveva una penna

d'oro per chi lo pagava, e per gli altri una di ferro), smarrisce lo

spirito della storia divenuto, secondo la frase di Goethe, _l'esprit de

ces messieurs_.

Eppure l'unità, la libertà hanno tanto costato ai padri nostri che, come

i Napoletani del 1799, morirono sorridendo, perchè, affacciati alla

visione della seconda vita, divinarono che il loro esempio sarebbe stato

eterna fiaccola ai buoni, eterna remora ai tristi, eterna malleveria di

grandezza alla patria.

Sarebbero invece morti piangendo, se avessero potuto credere che, un

secolo dopo, Italiani, all'Italia fatta libera, una e indipendente,

rimprovererebbero l'ambizione di parer grande!

Ma ella _deve_ essere grande! Qualche cosa dobbiamo pur restituire a

coloro che per lei e per noi s'immolarono. Avendo la patria in cima di

ogni nostro pensiero, per essa lavorando con tenace perseveranza, e con

candida e cavalleresca lealtà combattendo, potremo riscattarci da una

nuova servitù morale che ci travaglia; e creare la vera repubblica, la

repubblica degli animi onesti, liberi e sinceri, dove verranno ad

abitare con noi, recandoci ammonimento di memorie meste, conforto di

speranze liete, coloro che l'ideale consociato della libertà e della

virtù suggellarono col sangue proprio, e non d'altrui, nel nome santo

d'Italia.

Conferenze tenute a Firenze nel 1896 La vita italiana durante la Rivoluzione francese e l'Impero · 第 46 / 78 题