_Signore e Signori_,
La rivoluzione francese, attraverso dieci anni di ruinose vicende,
alternanti tra efferata anarchia e gloriosi eroismi, andò a finire, come
tutte le rivoluzioni, che mai potranno essere istituzioni permanenti, in
balia di un dittatore vittorioso e imperioso.
Ma la nuova bandiera, sempre grondante sangue, o che facesse il giro del
patibolo, o che dal Manzanare al Reno volasse trionfale per la terra, o
che precedesse fatidica Carnot o che seguisse vindice Napoleone, ai
popoli (perocchè ai re, e non a loro, secondo la sentenza di Danton,
annunziava la guerra) doveva, con aperto contrasto, simboleggiare la
libertà, la fraternità, l'eguaglianza.
Questi erano i principî della filosofia o, come nel gergo di allora
chiamavasi, della filantropia, predicata poi autentica genitrice di un
commovimento sopra ogni altro di qualunque tempo procelloso e
memorabile. Moto che, impetuosamente scoppiando, parve inopinato e
impreparato, mentre era lentamente cresciuto e rimasto latente per tutto
un secolo, che Carlyle chiamò paralitico, ma fu il secolo delle idee e
della gestazione della democrazia. Moto che non poteva essere così
subitaneo e accidentale se, cominciato allora, non è ancora finito; se
non solo nelle istituzioni e nel pensiero se ne ritrovano tuttavia le
reliquie non incenerite e la scintilla non spenta, ma si agitano altresì
intorno ad esso giudizi e sentimenti così pugnacemente contrari, come,
non i figli della rivoluzione, ma fossimo quasi i suoi contemporanei; e
se celebrandone cento anni dopo, tra un misto di orgoglio e di
rimpianto, di riconoscenza e di ribrezzo, di baldanza e di sconforto, il
gran parentale, sentiamo la verità della superba profezia di Barère, a
cui sul campo di Valmy faceva eco il sommo Goethe, che da quel giorno
ricominciava la storia del mondo.
“En fait d'histoire il vaut mieux continuer que recommencer„, dice
Taine, ma questa volta ciò che si andava disfacendo in un corrompimento
senile era tutto un organismo civile e politico, il quale non poteva più
reggersi senza correggersi, doveva o trasformarsi dalle viscere o
sprofondare.
E sebbene alcuni scrittori timidi e pacifici, fra gli altri il nostro
Manzoni, sostengano che quel rivolgimento, mosso e alimentato da uno
spirito riformatore, avrebbe non solo potuto, ma dovuto, non tralignare
in rivoluzionario per incarnare veramente la pienezza del suo ideale,
pure non può disconoscersi la profonda avvertenza dell'acutissimo
Tocqueville, che, intrecciato com'era quell'organismo con quasi tutte le
leggi politiche e religiose di Europa, abbarbicati come erano ad esso,
quale edera serpeggiante a tronco annoso e tarlato, con infinite
ramificazioni, pensieri, sentimenti, costumi, interessi, solo un colpo
violento e reciso poteva schiantarlo ed abbatterlo.
Era una febbre di crescenza, era un fato della storia, a cui non manca
certo lo spirito inventivo, che ha le sue vie e le sue mire arcane non
soggette ai riposati calcoli sulla lavagna, e come è giustiziera e
ultrice infallibile, così è mirabile e inesausta creatrice.
Quando si raccolsero gli Stati Generali il giorno per sempre memorabile
del 5 maggio 1789, a cui doveva fare amaro riscontro un altro 5 maggio,
nessuno forse di quei mille deputati dei tre ordini voleva la
rivoluzione; nessuno dei _Cahiers_ (che, come disse Mounier, chiedevano
distruggere gli abusi e non rovesciare un trono) l'invocava; nessuno la
presagiva almeno così vicina e terribile. Chi avesse in quei giorni
annunziato il Terrore o predetto Napoleone, sarebbe passato per un
burlone o un mentecatto.
Ma la rivoluzione era nell'aria, e il turbine scoppiò in fulmini e tuoni
e pioggia di sangue, mettendo a soqquadro l'Europa, conquassando una
società secolare. Ammonimento a chi non sa preparare a tempo i
parafulmini! a chi vaneggia che simili procelle mandino sempre innanzi
araldi visibili per dar agio agli ignavi di aprir gli occhi o di
mettersi in salvo! Il centenario della rivoluzione era bene di
celebrarlo, ma piuttosto che a panegirici sperticati o sterili
invettive, a paragoni parlanti e a fruttuose meditazioni.
Non si tratta di architettare demolizioni simmetriche e di sana pianta;
ma di capire e sentire, per dir così, i tempi; meditare coi pensatori e
palpitare col popolo; accompagnare, affrontando e regolando le
trasformazioni, il cammino lacrimoso e pur luminoso del genere umano.
Ma perchè la rivoluzione era nell'aria e perchè divampò da ogni parte?
Essa fu il mare ove andarono a confondersi, come rivi e torrenti, tutte
le rivoluzioni passate; e le cause che la suscitarono furono quelle che,
più o meno, sogliono istigarle tutte: cioè il dissidio fra le dottrine,
gl'istituti, i privilegi, i costumi, avanzi di un'epoca volta alla sera,
e il pensiero nuovo, i bisogni, le aspirazioni, i conati, preludio a
un'altra che albeggia. E in pari tempo il conflitto dei particolari
interessi tenacemente difesi da ciascuna classe, che non sa chiedere il
temperamento armonico negli angustiosi trapassi allo spirito di
sacrifizio; che non sa gittare a tempo una parte del carico per
ritrovare il salutare equilibrio, e salvarsi, all'ingrossar dei marosi,
col senso storico per bussola e l'amore umano per vela.
Ma forse nessuna filosofia, come questa della rivoluzione, fu talmente
fertile e anche, spesso, talmente vacua e fallace.
Raramente a indagar le cause di un avvenimento fu messo tanto ingegno
reso cieco da tanta passione, o tanto studio armato di sì forte pazienza
e avvalorato da sì erudita e sottile critica.
Dai contemporanei ambasciatori veneti e Vincenzo Coco, passando per
Thiers, Carlyle, Michelet, Quinet, Manzoni, a Gervinus, Sorel, Sybel e
Taine, c'è da scegliere e da stordirsi.
Ma, perciò appunto, oramai chi sappia spogliarsi, o anche meglio non
siasi mai vestito, di passioni che sono la ruggine di ogni sincerità, e
molto più di quella della storia, ha guide bastevolmente sicure per
penetrare l'oracolo di questa.
Una massima intanto possiamo stabilire, conforme in tutto al principio,
che ogni evento storico, specialmente se è di quelli destinati a
rimescolare il mondo moderno, è cosa infinitamente complessa, e tale da
non ammettere che se ne alambicchi colla storta qualche causa
ideologicamente una e semplice: la massima, cioè, che fu errore,
dimenticando molti altri moventi politici, attribuire quasi intieramente
a Rousseau e agli enciclopedisti il merito o la colpa tanto della
comparsa della rivoluzione in Francia quanto della sua diffusione e
azione al di fuori.
Filosofia, scienza, letteratura, sono certo un gran fomite di
rinnovamento, e gli scrittori che divinano insieme ed eccitano
gl'impulsi popolari, che Manzoni chiamava le anime della folla, sono
mirabile strumento di apostolato. Ma i rivolgimenti hanno sempre in
fondo natura sociale e politica, appunto perchè sono fatti dal popolo,
che non è spinto se non dai bisogni e dai sentimenti. Le idee, come non
pagano dazio, così, per essere troppo alte, a guisa delle stelle, e
troppo fredde a guisa del sole d'inverno, non abbagliano e non
infiammano.
La rivoluzione ebbe il suo focolare spontaneo in Francia, perchè,
nazione composta da secoli a bronzea unità di stato che ne avea fatto la
grandezza e la preponderanza, i nodi politici dovevano ivi prima che
altrove arrivare al pettine; perchè l'indole della sua gente la fa
proclive alle novità e irrompente ai partiti estremi; e perchè la sua
lingua universale era il naturale strumento a quella specie di civiltà
comune che s'era andata formando, a quella comune patria intellettuale,
come l'ha chiamata il Tocqueville, che aveva abolito tutti i vetusti
confini, facendo talora nemici i concittadini e fratelli gli stranieri;
una patria fatta apposta per collocarvi a dimora l'uomo di natura
rievocato da Gian Giacomo Rousseau, l'uomo astratto che nessuno ha mai
conosciuto e a cui poi, per una delle tante contradizioni che sono
l'ironica vendetta delle cose, doveva darsi per antonomasia il nome di
cittadino.
Ma i germi sotterranei della rivoluzione, tanto nel campo filosofico
quanto nel campo politico, andavansi maturando, più o meno vivamente e
rapidamente, in ogni parte d'Europa, onde mentre quel novello
accomunamento degli spiriti creava in Germania con Lessing, Schiller e
Goethe la nuova letteratura, apriva alla Russia la finestra
sull'occidente, risvegliava in Italia il pensiero speculativo e virile
affratellando i popoli in una maniera di pensare europea, secondo la
dissero Pietro Verri e Madame De Staël; i principi e i ministri, molti
dei quali allora dimostrarono una avvedutezza profetica, qualche volta
inascoltata, come accadde al Bogino in Piemonte, entravano con nobile
gara nella via delle riforme.
Al che contribuiva un diffuso istinto di aspirazioni sociali, un moto
sentimentale che integrava l'intellettuale, quando vent'anni prima di
Robespierre _tout le monde aimait tout le monde_, perocchè mai risveglio
più terribile fu precorso da sonno più dolce e sogni più soavi. E anche
questo derivava dalla scuola di Rousseau che alla fede nella potenza
della ragione dell'uomo accoppiava quella nella bontà della sua natura;
onde alle svenevolezze della nuova Eloisa facevano eco i madrigali e
l'egloghe del Trianon, e in una società di cortigiani e di favorite, di
cipria e di minuetti, veniva di moda l'idillio, e la filosofia, come
dissi, si struggeva in filantropia.