È a Milano, nell'atrio di Brera, un Napoleone di bronzo, colossale; non
lui, veramente, ma il suo genio, come l'ha ideato Antonio Canova.
Vedendolo, senza quegli indumenti ond'è caratteristica l'immagine
dell'Imperatore, intendo la verità profonda di ciò che l'artista di
Possagno diceva spesso e volentieri intorno alla significazione del nudo
nell'arte. Così, fatto genio, Napoleone è il capolavoro del Canova.
Altri lodi Ebe, e Psiche e le Grazie abbracciate; altri si compiaccia di
Paolina giacente, o ammiri papa Rezzonico orante tra i suoi leoni
pensosi. Nell'atrio di Brera penso io, davanti al colosso. Foggiato per
andare all'aperto, con la vittoria alata nel cavo della mano, egli muove
allo stretto, là dentro, e si pensa che in men di due passi avrà finito
il suo corso. Perchè là dentro? All'aperto non lo vollero i potenti, che
approfittavano della sventura sua; e fu ancora lodevol pudore che lo
lasciassero intatto, come fu buon consiglio negli ultimi successori
concederlo alla ammirazione sminuita dei tempi nuovi confinato in quel
chiuso, che è pur sempre un tempio della scienza e dell'arte. E va,
senza muoversi dal suo piedestallo di granito, fremente nella sua
grandezza, che ha ancora ed avrà sempre alcun che di segreto. E più
torreggia allo stretto, e più sembra che cammini, mentre a noi par di
comprendere tutto ciò ch'egli non fu, avendo la potenza di essere, e
intorno a lui, irta di ostacoli, serrandosi la congiura del mondo.
Veduto quello, muovo a cercarne il riscontro, in un altro cortile, di là
dal Naviglio, ove si raccoglievano i Senatori di quello che Ugo Foscolo
chiamò “il bello italo regno„. Non più un genio, là dentro, ma un uomo,
un cavaliere salutante; in atto di muoversi anch'egli, caracollando, e
anch'egli rinchiuso! Ragioni d'ordine vario han fatti prigionieri i due
bronzi, non volendoli in piazza; dove infine, piacendo meno alle
moltitudini, riuscirebbero meno eloquenti. Lampi di genio inconsapevole;
ne siano perdonate (quasi direi benedette) le cause, per il gaudio
estetico che destano in noi. Vedo quell'altro, e penso.... penso una
grande giornata e un indimenticabil servizio. Quel cavaliere che saluta,
levandosi sul cavallo di mezzo al fogliame d'una aiuola fiorita, un po'
sfinge nella immobilità dello sguardo, ma gentiluomo nel sorriso e nel
gesto cortese, si associa nel mio pensiero al rifiorimento di una
leggenda di gloria che Roma ha cantata nei secoli. E rammentando quante
ombre circondino certe figure storiche, sento anche meglio la solenne
grandezza onde sono privilegiate. Nell'atrio del Senato vedo la
continuazione ideale dell'atrio di Brera. Solferino procede da
Sant'Elena; il discendente degli antichi condottieri italiani (piace a
me pure di chiamarlo così) è stato il liberatore della patria schiava,
per aver dato il primo crollo, e come vigoroso! alle mura istesse del
suo carcere quindici volte secolare; onde il mio panegirico, se parrà
tale, è sentenza di storia. Infine, odio la storia che non illumina i
fatti con luce viva d'amore.
I FRANCESI IN ITALIA
(1796-1815)
CONFERENZA
DI