IV.

E non io lo faccio per lui, nè gl'impresto (che sarebbe irriverente) un

pensier del mio capo. Sentite ciò ch'egli stesso diceva nel 1812: “Non

crediate che io voglia innovar nulla in religione. Non sono un Abdallah

Menou (alludeva, così parlando, ad un suo generale in Egitto, che s'era

fatto musulmano per riuscir meglio accetto agli Arabi, come successore

del Kléber); sarò un Costantino, non docile temporalmente, nè scismatico

nella fede. Se tengo Roma per mio figlio, darò Nostra Donna al Papa; ma

Parigi sarà levato così alto nella ammirazione degli uomini, che la sua

cattedrale diverrà naturalmente quella del mondo cattolico. Questa è la

ragione segreta, non la contradizione di ciò che ho fatto; è il

Concordato, ingrandito come l'Impero. Ma per aver così piena ragione

dalla Chiesa, occorre aver vinto ancor più nel cospetto degli uomini.„

Sogno, lo ripeto, ma grande, e d'un Italiano che sentendosi tale non

dubitò di confessarlo ad ascoltatori Francesi, nei solenni colloquii di

Longwood; ove, parlando de' suoi primi trionfi, ne esponeva le ragioni

in tal forma: “L'istessa mia origine straniera, contro la quale si sono

scalmanati in Francia, mi fu di gran prezzo, poichè essa mi fece

considerar cittadino da tutti gl'Italiani, agevolando di molto i miei

successi in Italia. I quali, come furono ottenuti, indussero a cercar da

per tutto le circostanze della nostra famiglia, caduta nell'oscurità da

gran tempo. A saputa di tutti gl'Italiani, essa aveva sostenuta una gran

parte tra loro; ridivenne ai loro occhi, al loro sentire, una famiglia

italiana; tanto che, quando si trattò di sposare la mia sorella Paolina

al principe Borghese, fu una voce sola, a Roma e in Toscana, in quella

famiglia e tra le sue alleate: _sta bene, è cosa fatta tra noi, è una

delle nostre casate_. Più tardi, quando si trattò della mia

incoronazione a Parigi, per mano del Papa, quest'atto, importantissimo

come gli eventi mostrarono, incontrò gravi intoppi. Il partito

austriaco, nel Conclave, si era risolutamente opposto; il partito

italiano la vinse, aggiungendo alle ragioni politiche questa piccola

considerazione d'amor proprio nazionale: “dopo tutto è una famiglia

italiana, questa che noi imponiamo ai Barbari, per governarli; saremo

così vendicati dei Galli...„ Dubito che ciò sia stato detto o pensato in

Conclave; ne dubito soprattutto per l'accenno ai Barbari, che da

Carlomagno in poi non eran più tali, e alla vendetta sui Galli, che era

stata fatta, se mai, diciotto secoli innanzi, dalle armi di Cesare; ma è

importante per me che in tal guisa abbia parlato della sua italianità

Napoleone a Sant'Elena, nella grande ora della _toilette pour la

postérité_.

Aver fatto grandi cose è bello, sovranamente bello, e accade a pochi. Ma

i pochi che le han fatte, sono anche più famosi per averne pensate di

maggiori. A cogliere il segno lontano, si vuol porre più alta la mira; e

spesso vien meno l'arco, o la corda si spezza. Noi, gloriandoci di

quell'Italiano, gli siam grati di aver fatto per la sua patria d'origine

un sogno maraviglioso. Non ebbe tempo a mutarcelo in realtà, nè a

consolidare la sua stessa fortuna. Ercole, combattendo con l'idra dalle

sette teste sempre rinascenti, non venne a capo dell'impresa se non

recidendole tutte d'un colpo. Ma quello era un semidio, e il tempo dei

semidei è passato; Napoleone fu costretto a colpirle una dopo l'altra, e

rinascevano tutte. A noi sia debito ricordare com'egli ci lasciasse il

benefizio inenarrabile d'uno stimolo virile all'inerzia lunga e

pericolosa, d'un mutamento profondo nella nostra compagine politica,

onde furon troncate le radici alle vecchie antipatie regionali, onde un

lievito possente a nuove e non più frenabili sollevazioni del sentimento

patrio. “Ci sono in Italia duecentomila poltroni: ma io li impiegherò.„

E furono assai più di quel numero i valorosi che trasse d'Italia a tante

guerre; la sua famosa ritirata, non dal nemico vinto, ma da un inverno

invincibile, fu coperta dai nostri soldati.

Morian per le Rutene

Squallide piagge, ahi d'altra morte degni

Gl'Itali prodi....

e sia pure, come il Leopardi cantò; ma ancora ne rimasero tanti da fare

tre rivoluzioni sulla terra nostra, da esser maestri alla generazione

che l'ha composta in un regno. Ond'io posso applicare a noi ciò ch'egli

diceva per tutti: “Qual gioventù lascio io dopo di me! Ed è opera mia.

Essa mi vendicherà abbastanza, con tutto quello che saprà volere. Veduta

l'opera, converrà bene render giustizia all'artefice.„ Il quale, non lo

dimentichiamo, fu colpito dal fato nella pienezza degli anni virili.

Dapprima confinato all'Elba, fra le tre culle della sua gente, San

Miniato, Sarzana ed Aiaccio, tacque, sperando sempre di fare; poi quasi

fuori del mondo, sopra uno scoglio dell'Oceano, come un eroe antico,

disperando di fare, ha detto il segreto dell'anima sua, epico

nell'opera, tragico nella contemplazione che ne ha fatta, rivivendola

intiera. E si assiste a quella evocazione, come alla recita di un

dramma, con tutte le ansie dell'affetto commosso, con tutti i dubbi

della mente turbata, sapendo la catastrofe, e pure desiderando, quasi

sperando il miracolo ch'ella riesca diversa. E là non più un uomo; è

tutto un simbolo; il simbolo della nuova Europa che sorge, combatte e

cade, lasciando ferito a morte il nemico. Dopo di lui, è bene l'Europa

contemporanea; il passato può dar guizzi di serpe troncato; son guizzi

d'agonia, mentre tutte le cose vitali rinascono; la patria nostra, ad

esempio.... Ma io non farò un inno, qui. So bene che tutto non è andato

secondo le sapienti preparazioni e le giuste speranze dei migliori; che

i pericoli non son tutti stornati da noi, se ancora ne durano in noi;

che bisogna pensare, provvedere, meritare con forza e con senno una

grande fortuna. Sia dunque l'inno riserbato alla Italia futura, se la

dovremo davvero a noi stessi, savia, operosa, concorde, soprattutto

concorde; e Dante e il Machiavello, grandi anime fiorentine,

l'assistano.

Conferenze tenute a Firenze nel 1896 La vita italiana durante la Rivoluzione francese e l'Impero · 第 40 / 78 题