_Come in Orvieto ebbe mutamento e micidio._
Ritornando all’italiane tempeste, essendo rimasa la città d’Orvieto
con grande dissensione tra’ cittadini dopo la morte di Benedetto di
messer Bonconte loro tiranno, i cittadini da capo si cominciarono a
insanguinare insieme, e uccidea l’uno l’altro nella città e di fuori,
come s’uccidono le bestie al macello. Ed era sì corrotta la città ed
il contado, che in niuna parte si poteva andare o stare sicuro, e
i Perugini e gli altri comuni di Toscana erano sì oppressati dalla
gente del Biscione, che appena poteano intendere alla loro difesa,
sicchè de’ fatti d’Orvieto non si potevano intramettere come a quel
tempo bisognava. Avvenne che Petruccio di Peppo Monaldeschi, come
che d’animo e di nazione fosse guelfo, avendo rispetto a pigliare la
tirannia d’Orvieto, per suo trattato fece venire a condotta degli
Ubaldini a Cetona dugento cavalieri, e procacciò d’avere gente dal
prefetto da Vico: e quando si vide il bello, avendo raunato nella
terra assai fanti, levò il romore e corse la terra, e mise dentro i
dugento cavalieri ch’avea in Cetona, e uccise Bonconte suo consorto,
nipote di Benedetto, e più altri, e ridusse la città nella forza de’
ghibellini, credendo poterla tiranneggiare per se; ma in fine, come
al suo tempo racconteremo, la signoria rimase al prefetto da Vico e a
parte ghibellina, tradita la patria e i consorti per singolare invidia
de’ suoi congiunti.