CAP. LXXIII.

_Come in Orvieto ebbe mutamento e micidio._

Ritornando all’italiane tempeste, essendo rimasa la città d’Orvieto

con grande dissensione tra’ cittadini dopo la morte di Benedetto di

messer Bonconte loro tiranno, i cittadini da capo si cominciarono a

insanguinare insieme, e uccidea l’uno l’altro nella città e di fuori,

come s’uccidono le bestie al macello. Ed era sì corrotta la città ed

il contado, che in niuna parte si poteva andare o stare sicuro, e

i Perugini e gli altri comuni di Toscana erano sì oppressati dalla

gente del Biscione, che appena poteano intendere alla loro difesa,

sicchè de’ fatti d’Orvieto non si potevano intramettere come a quel

tempo bisognava. Avvenne che Petruccio di Peppo Monaldeschi, come

che d’animo e di nazione fosse guelfo, avendo rispetto a pigliare la

tirannia d’Orvieto, per suo trattato fece venire a condotta degli

Ubaldini a Cetona dugento cavalieri, e procacciò d’avere gente dal

prefetto da Vico: e quando si vide il bello, avendo raunato nella

terra assai fanti, levò il romore e corse la terra, e mise dentro i

dugento cavalieri ch’avea in Cetona, e uccise Bonconte suo consorto,

nipote di Benedetto, e più altri, e ridusse la città nella forza de’

ghibellini, credendo poterla tiranneggiare per se; ma in fine, come

al suo tempo racconteremo, la signoria rimase al prefetto da Vico e a

parte ghibellina, tradita la patria e i consorti per singolare invidia

de’ suoi congiunti.

Cronica di Matteo Villani, vol. 1 A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna · 第 179 / 190 题