_Di quello medesimo._
La mattina vegnente, a dì 14 di febbraio, i Veneziani, Catalani e Greci
che si conobbono essere maltrattati in quella battaglia da’ Genovesi,
innanzi che ’l sole alzasse sopra la terra, per paura che i Genovesi,
ravveduti del danno che aveano fatto loro, non li sorprendessono
in quel luogo, si partirono, e andarsene a un porto che si chiama
Trapenon, ch’è nella forza de’ Greci, ove poterono stare più sicuri. I
Genovesi venuto il giorno, ricercarono la loro armata, e trovarono meno
le tredici galee profondate, e le sei ch’erano andate fuggendo i nimici
nel Mare maggiore: e della loro gente si trovarono molto scemati, tra
morti e annegati e fuggiti. Dall’altra parte trovarono, che aveano
prese quattordici galee de’ Veneziani, e dieci de’ Catalani e due de’
Greci, e allora conobbono che i nimici come rotti s’erano partiti e
fuggiti a Trapenon. E trovandosi avere morti di loro nimici intorno
di duemila, e presine milleottocento, ebbono certezza della loro poco
allegra vittoria, e incontanente de’ loro prigioni fediti e magagnati
lasciarono quattrocento, acciocchè non corrompessono la loro gente, e
per fare alcuna misericordia della loro vittoria. Ma tanto fu il loro
danno de’ morti e fediti, e d’avere perdute le loro galee, che della
detta vittoria non poterono far festa. Questa battaglia non ebbe ordine
nè modo, anzi fu avviluppata e sparta come la tempesta marina: e però
com’ella fu varia e non potuta bene cernere nè vedere, non l’abbiamo
potuta con più certo e chiaro ordine recitare.