_Come que’ da Ricasoli rubellarono Vertine a’ Fiorentini._
Era in questi dì questione non piccola tra’ consorti della casa da
Ricasoli per cagione della pieve di san Polo di Chianti, che essendo
il piovano in decrepita età ammalato, temendo i figliuoli d’Arrigo e
il Roba da Ricasoli, che per maggioranza dello stato messer Bindaccio
da Ricasoli e’ figliuoli non occupassono la detta pieve, pervennono
ad accuparla contro la riformagione del comune di Firenze, onde
furono condannati nella persona a condizione; il Roba ubbidì, e fu
prosciolto: i figliuoli d’Arrigo, avvegnachè restituissono al comune
la possessione, non essendo loro attenuto quello che però fu loro
promesso dal comune, rimasono in bando; e sdegnati di questa ingiuria,
sapendo che molta roba de’ loro consorti era ridotta nel castello di
Vertine, accolsono centocinquanta fanti masnadieri, ed entrarono nel
castello, che non si guardava, e di presente l’afforzarono: e corsono
per le villate d’attorno, e misono nel castello molta roba, e gli
abituri e case de’ loro consorti arsono e guastarono. Il comune di
Firenze vi feciono cavalcare il podestà con certe masnade di cavalieri
e di pedoni, stimando che contro al comune non facessono resistenza:
ma i giovani trovandosi in luogo forte e bene guerniti, e la forza del
Biscione di presso, di cui il comune forte temeva, e favoreggiati da
Giovanni d’Ottolino Bottoni de’ Salimbeni di Siena, pensarono di tenere
il castello per forza, tanto che il comune di Firenze per riaverlo
farebbono la loro volontà: e però si misono a ribellione. E alla loro
follia aggiunse il tempo aiuto, che all’entrata di febbraio caddono
nevi grandissime l’una dopo l’altra, che stettono sopra la terra oltre
all’usato modo tutto il detto mese per tale maniera, che tale era a
cavalcare il contado di Firenze come le più serrate alpi. Lasceremo
Vertine tra le nevi nella sua ribellione, traendoci altra maggiore
materia in prima a raccontare.